giovedì 13 novembre 2014

l'infinito viaggiare


Il viaggio sempre ricomincia, ha sempre da ricominciare, come l’esistenza, e ogni sua annotazione è un prologo; se il percorso nel mondo si trasferisce nella scrittura, esso si prolunga nel trasloco dalla realtà alla carta – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo. Solo con la morte, ricorda Karl Rahner, grande teologo in cammino, cessa lo status viatoris dell’uomo, la sua condizione esistenziale di viaggiatore. Viaggiare dunque ha a che fare con la morte, come ben sapevano Baudelaire e Gadda, ma è anche un differire la morte; rimandare il più possibile l’arrivo, l’incontro con l’essenziale, come la prefazione differisce la vera e propria lettura, il momento del bilancio definitivo e del giudizio. Viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai.

Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, l'emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell'attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell'incontro, della seduzione e dell'avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all'amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, come l'odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. "Perché cavalcate per queste terre?" chiede nella famosa ballata di Rilke l'alfiere al marchese che procede al suo fianco. "Per ritornare" risponde l'altro.

già la prefazione, de L'infinito viaggiare di Claudio Magris, è di una ricchezza densissima. leggo piano, rileggo, mi concentro, ripenso. e sono solo alla presentazione! ci metterò un secolo a leggerlo. in compenso ho finito Don Chisciotte, lo ascolto da maggio...e già Magris lo cita nella prefazione, ma ho visto un intero capitolo a Lui dedicato.
Richiamo del noto o dell’ignoto? La sor­tita di don Chi­sciotte vor­rebbe essere la sco­perta, la veri­fica e la ricon­ferma di ciò che si sa, della verità letta nei libri di caval­le­ria, delle leggi immu­ta­bili dell’amore e della lealtà, della bel­lezza di Dul­ci­nea e della forza dei giganti... Il don Chi­sciotte della Man­cia si tro­va fac­cia a fac­cia con l’ignoto, con la vio­lenza, la bru­ta­lità e la vol­ga­rità di una realtà ad esso sco­no­sciuta e che cer­ca di non ammet­tere; ma pro­prio la sua amo­rosa fedeltà a un ordine noto lo costringe a per­ce­pire più acu­ta­mente il disor­dine del mondo in cui si avven­tu­ra. Il viag­gia­tore è un anar­chico con­ser­va­tore; un con­ser­va­tore che sco­pre il caos del mondo per­ché lo com­mi­sura con un metro asso­luto che ne svela la fra­gi­lità, la prov­vi­so­rietà, l’ambiguità e la mise­ria. Come ben sapeva Kafka, senza il senso pro­fondo della legge non si può sco­prire la sua ver­ti­gi­nosa assenza nella vita. Risa­lito dalla caverna di Mon­te­sino, don Chi­sciotte rac­conta tutte le mera­vi­glie e le magie che ha visto, ma quando San­cho gli obietta che secondo lui si tratta di fan­do­nie, egli risponde “Potrebbe anche essere”. Uto­pia e disin­canto. Molte cose cadono, quando si viag­gia; cer­tezze, valori, sen­ti­menti, aspet­ta­tive che si per­dono per strada – la strada è una dura, ma anche buona mae­stra. Altre cose, altri valori e sen­ti­menti si tro­vano, s’incontrano, si rac­cat­tano per via. Come viag­giare, pure scri­vere signi­fica smon­tare, rias­se­stare, ricom­bi­nare; si viag­gia nella realtà come in un tea­tro di prosa, spo­stando le quinte, aprendo nuovi pas­saggi, per­den­dosi in vicoli cie­chi e bloc­can­dosi davanti a false porte dise­gnate sul muro. 

Il viaggio è anche una benevola noia, una protettrice insignificanza. L' avventura più rischiosa, difficile e seducente si svolge a casa; è là che si gioca la vita, la capacità o incapacità di amare e di costruire, di avere e dare felicità, di crescere con coraggio o rattrappirsi nella paura; è là che ci si mette a rischio. La casa non è un idillio; è lo spazio dell' esistenza concreta e dunque esposta al conflitto, al malinteso, all' errore, alla sopraffazione e all' aridità, al naufragio. Per questo essa è il luogo centrale della vita, col suo bene e il suo male; il luogo della passione più forte, talora devastante - per la compagna e il compagno dei propri giorni, per i figli - e la passione coinvolge senza riguardi. Andare in giro per il mondo vuol dire pure riposarsi dall' intensità domestica, adagiarsi in piacevoli pause pantofolaie, lasciarsi andare passivamente - immoralmente, secondo Weininger - al fluire delle cose. 

mioddio come scrive questo signore...mi fermo qui, altrimenti lo trascrivo tutto.

fonte: nuovateoria.blogspot.it

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