mercoledì 14 giugno 2017

giochi di guerra sulla pelle dei sardi

di Gianni Lannes

Sulla grande isola ad ovest dello Stivale che scruta la penisola iberica nel bel mezzo del Mar Tirreno, ormai da decenni la primavera viene annichilita dall’impronta bellica. Altro che cartolina vacanziera. Anche quest’anno in mare lo scenario infernale non muta. «Esercitazioni a fuoco: lanci di missili e razzi nel mese di marzo, aprile, maggio e giugno 2017». Le ordinanze della Capitaneria portuale di Cagliari attestano l’interdizione alla navigazione, all’approdo, alla pesca ed ai mestieri affini, entro le acque territoriali comprese nella giurisdizione del circondario marittimo cagliaritano.

Al miglior offerente: in affitto. Il 29 novembre 2006 l’allora Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica, Vincenzo Camporini dichiarava in un’audizione alla Camera: «Le elevate potenzialità delle strutture militari della Sardegna, per l’addestramento operativo di forze aeree sono diventate oggetto di interesse di vari Paesi alleati e amici. In particolare di francesi e tedeschi. La Francia è infatti disposta a integrare le strutture già presenti in Corsica. Mentre la Germania è orientata a ottimizzare gli oltre 13 milioni di euro che versa ogni anno all’Italia per l’utilizzo di un’altra base sarda, quella di Decimomannu». Capo Frasca, Capo Teulada e Salto di Quirra sono gli scenari più evidenti di occupazione militare. Solo a Capo Frasca ci sono a disposizione 1.416 ettari. A gestire il poligono è proprio l’aeronautica. E a Capo Frasca insistono un eliporto, impianti radar e basi di sussistenza. “La Difesa ci ridia la baia”: l’amministrazione comunale di Tertenia chiede al Poligono di Quirra la restituzione agli usi civili dei quattro ettari in riva al mare dove alloggia la postazione militare di Punta Is Ebbas. La richiesta è stata inoltrata invano, ben 10 anni fa dal sindaco Pisu al ministero della Difesa. 
Una Terra promessa. Gli ultimi a sbarcare sono stati i militari israeliani, con la stella di Davide in evidenza, per testare armi e munizioni proibite da usare contro i palestinesi, bambini, pacifisti e giornalisti compresi. Ma in questo feudo dello Stato Maggiore Difesa hanno sperimentato in tanti. Un vergognoso esempio? Lo Stato italiano, segretamente, dopo aver siglato il Trattato internazionale di non proliferazione nucleare, ha seguitato a provare il missile atomico Polaris, in collaborazione con Fiat, Ansaldo e Marina Militare tricolore. Insomma, siamo sbarcati in un centro d’eccellenza dove si sondano nuovi armamenti. I clienti non latitano. Sul poligono piovono nel 2007 soldi aerospaziali: un milione di euro. Dalla ricerca aerospaziale arriva sull’Ogliastra una pioggia di denaro. Un milione e duecentomila euro per tre anni con la possibilità di rinnovare l’accordo per ulteriori dieci anni: questa la somma che il Centro italiano di ricerche aerospaziali (Cira) verserà al ministero della Difesa per l’utilizzo del Poligono Sperimentale Interforze del Salto di Quirra. Lo ha detto, qualche tempo fa, il sottosegretario alla Difesa, Emidio Casula, secondo cui «si tratta di un primo concreto esempio di impiego per scopi civili delle professionalità e delle attrezzature del Pisq che dimostra concretamente di essere una risorsa preziosa per i programmi di sviluppo aerospaziale nazionale».  A Quirra si sprofonda attraverso una strada che solca un inferno in terra. Un pugno di case e nessuna industria. Le persone giungono qui a raccogliere i funghi e a fare qualche bagno nel mare proibito. Ci sono agrumeti: arance e limoni che i sardi ti regalano con sguardo fiero. C’erano, una volta, le pecore al pascolo libero. Ora è difficile intravederle: i pastori versano lacrime di sangue, molti agnelli sono nati deformi. A un tiro di schioppo dal centro abitato si staglia una lunga cesoia di filo spinato e un check point: tredicimila ettari di poligono per eserciti che giocano alla guerra, incuranti delle ferite sanitarie inferte alle persone natie e dei danni ambientali al luogo. Piombano in mimetica, ma anche in giacca e cravatta. Dal microcosmo dei civili si avvertono solo esplosioni e si paga con il proprio sangue; nulla più in omaggio dallo Stato alla gente del luogo. «Quirra si è accorta di essere malata quando è venuta a sapere del primo militare sardo ucciso dall’uranio impoverito», racconta Mariella  Cao, antica combattente civile del “Comitato gettiamo le basi”. Corre il 1999 e l’Italia sta combattendo una guerra in ex Jugoslavia. Si inizia a balbettare di Sindrome dei Balcani. In Sardegna, invece,  va in scena la morte di Quirra. Sotto accusa i proiettili all’uranio impoverito, arma potente e a basso costo capace di trasformare le corazze in burro. «Se nei teatri di guerra usavano quel tipo di proiettili da qualche parte dovevano pur testarli» continua Cao.

Servitù infinita. «La Sardegna dal mare alla terraferma è occupata dalla più estesa servitù militare d’Europa» rivela l’ammiraglio Falco Accame, ex presidente della Commissione parlamentare Difesa. In quest’isola è concentrato l’80 per cento dei centri di sperimentazione bellica in Italia. Nell’isola il demanio militare permanentemente impegnato ammonta a 36 mila ettari; in tutta la penisola italiana raggiunge i 16.000 ettari. Questa cifra integra i 12 mila ettari gravati da servitù militare. Gli spazi aerei e marittimi sottoposti a schiavitù militare sono di fatto incommensurabili, solo uno degli immensi tratti di mare annessi al poligono Salto di Quirra con i suoi 2.840.000 ettari supera la superficie dell’intera isola (kmq 23.821). Tradotto: durante le esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta marittima un braccio di mare immenso: quasi 30 mila chilometri quadrati attorno all’isola. Tutto segreto. Oltre agli accordi Nato, sono vigenti i patti bilaterali Italia-Usa per installare in Sardegna avamposti militari gestiti direttamente ed esclusivamente dai militari nordamericani: questi atti sono stati assunti dai governi italiani (responsabilità particolare di Giulio Andreotti) calpestando la Costituzione e senza informare il Parlamento.

«Sa die de sa vardiania»: il giorno della sorveglianza, recita un cartello in lingua sarda. A Quirra, minuscola frazione di Villaputzu in provincia di Cagliari, la popolazione seguita a morire. Decine di persone uccise dalla leucemia in un paese di 150 abitanti e 14 bambini nati con gravi malformazioni. Numeri da scenario di guerra in un belpaese in letargo. Abbonda l’uranio artificiale a Quirra: qui aleggiano -secondo gli accertamenti ufficiali- valori di radioattività cinque volte superiori alla norma. Lo hanno scoperto il 26 febbraio 2011 gli esperti inviati dalla Procura della Repubblica di Lanusei per un’ispezione nel poligono. «Lo hanno trovato all’interno di cinque cassette, sistemate in un deposito di materiali speciali, compreso il munizionamento rimasto inesploso dopo le esercitazioni e in attesa di una futura distruzione. Magazzino senza nessuna misura di protezione o di sicurezza, senza nessun cartello di pericolo, dove l’accesso era libero per chiunque lavori all’interno della base» mi spiega la Cao. Il deposito si trova a Capo San Lorenzo, ad un soffio dalla spiaggia e dalla zona dove, secondo i veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, si sono ammalati di cancro nel sangue gran parte dei pastori. È una solida conferma nell’inchiesta del procuratore Domenico Fiordalisi. Il deposito di Quirra è stato sequestrato e sigillato, le cinque cassette metalliche altamente radioattive sono state consegnate al professor Paolo Randaccio, fisico nucleare dell’Università di Cagliari. Nel poligono di Salto di Quirra - secondo la Relazione conclusiva della Commissione tecnica - «le indagini hanno mostrato la sussistenza di reali impatti negativi sulle aree ad alta densità militare e zone adiacenti accanto ad ampie porzioni di territorio che non sembrerebbero interessate da significative contaminazioni».  Anche in altri poligoni, come sostiene il parlamentare Scanu in una  recente mozione, «si sono verificate situazioni inaccettabili di grave degrado ambientale, come ad esempio nel poligono Delta presso il poligono di Capo Teulada, interdetto anche al personale della base e giudicato non bonificabile dalle autorità militari».

L’ispezione è scaturita dalle denunce presentate alla Squadra mobile di Nuoro. Gli inquirenti hanno potuto appurare che in quei magazzini diversi soldati che lavoravano come magazzinieri si erano ammalati tutti della stessa patologia: linfoma di Hodgkin. Uno dei tumori più aggressivi. La Procura di Lanusei indaga per «omicidio plurimo, danni ambientali e omissione di controllo». Il poligono di tiro della Difesa viene utilizzato anche da altri eserciti e da multinazionali degli armamenti che testano armi di ogni tipo, coperti dal segreto di Stato, dagli omissis della Nato e delle industrie di morte. Gli inquirenti hanno scovato nell’ordine: un missile con 100 chili di esplosivo impigliato nelle reti di un peschereccio, una discarica sottomarina fatta di vecchie bombe e rottami di radar e un sito abusivo pieno di bersagli.
Numeri da incubo. Nel 2006 interviene la Regione Sardegna: si esamina un campione di 26.130 abitanti su un territorio di 10 comuni. Il periodo di riferimento va dal 1981 al 2001. Risultato? Si rileva una crescita di tumori del sistema linfoemopoietico. Significa mielosi e leucemie. Trentasei morti. Sopra la media, ma non abbastanza da non rappresentare una prova diretta e inequivocabile. In effetti, per verificare se in quel territorio ci sono troppi tumori basta fare una banale operazione aritmetica. Bisogna incrociare i dati dell’indagine della Regione con le cifre fornite dall’Asl 8 sui casi a Villaputzu tra il 1998 e il 2001 e su quelli a Muravera-San Vito nell’anno 2000. Risultato? Il 75 per cento dei morti - 27 su 36 - sono concentrati in un piccolo pezzo di terra tra Villaputzu, Muravera e San Vito. Un’area, nemmeno troppo popolata, che non ha nulla attorno, se non il poligono militare. E, per la cronaca, i 14 morti di Villaputzu sono quasi tutti nella frazione di Quirra, che conta 150 abitanti. Nel gennaio del 2011 arriva un’ulteriore conferma. Due veterinari dell’Asl di Cagliari e Lanusei, insospettiti dall’eccessivo numero di pecore malformate, iniziano a contare quanti uomini e quanti animali si ammalano. Risultato? Dieci pastori su 18 che lavorano entro un raggio di 2,7 chilometri dalla base hanno la leucemia.

Un lancio dell’agenzia Agi (2 aprile 2007) avvertiva: «Capo Frasca: Accame, “avieri sgombra-bossoli morti o ammalati”. Nel poligono militare di Capo Frasca, in Sardegna, giovani avieri erano impiegati nella raccolta a mani nude degli ordigni sganciati dagli aerei durante le esercitazioni militari. Lo denuncia il presidente dell’Anavafaf, l’Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti, in riferimento ai casi di Ugo Pisani, Gianni Fredda e Maurizio Serra, che prestarono servizio come Vam, addetti alla vigilanza dell’aeroporto, nel poligono sardo». L’assassino è conosciuto con la sigla U 238: uranio impoverito che ha tolto la vita a Gianni Faedda e Maurizio Serra due Vam del poligono di Capo Frasca costretti a sgomberare a mani nude e senza nessuna protezione dalle polveri di uranio impoverito i proiettili sganciati dagli aerei nella base addestrativa. Nel 2006 il padre di uno dei due avieri morti, Antonio Serra, aveva incaricato l’avvocato di avviare la battaglia legale per il risarcimento dal ministero della Difesa ai sensi della legge 308/81, che prevede elargizioni speciali per infortunio o decesso in servizio. Ma undici mesi più tardi il Ministero ha negato l’indennizzo.
Bombe a Capo Teulada. Gli ordigni sono adagiati sul fondo del mare. Basta allungare lo sguardo, oltre il manto trasparente dell’acqua, per distinguere i letali cilindri metallici. “Bombe sono”, dice Antonio Loru, volto marchiato dal sole come quello degli altri pescatori di Teulada e Sant’Anna Arresi. I quali, appese reti e nasse al recinto del Poligono militare di Capo Teulada, sono scesi in sciopero. E’ dal dicembre 2003 che protestano pubblicamente, ma le istituzioni statali non ascoltano. Quando le condizioni meteomarine lo consentono, escono sui loro pescherecci a sfidare i giochi di guerra, rallentando una macchina bellica che non ammette soste forzate. Stazionano giornate intere nelle acque su cui il transito è permanentemente vietato. E rischiano anche di prendersi qualche cannonata, scendendo in mare a manovre iniziate. Infatti, proprio come i civili che nell’isola portoricana di Vieques, hanno costretto gli americani a abbandonare la base, i pescatori occupano le zone di tiro durante le esercitazioni. Qui hanno gettato le reti per decenni nei giorni in cui non si sparava. Adesso non possono più farlo. Da qualche tempo fioccano le multe: due tre, cinquemila euro. E i settanta pescatori invisibili all’opinione pubblica nazionale si sono ribellati. Chiedono a gran voce la bonifica di almeno qualche miglio lungo la costa. Hanno barche piccole, nasse e tramagli devono essere calati su fondali non tropo alti. Fondali che pullulano di bombe. Questa zona che va all’incirca da Porto Pino all’Isola Rossa, è permanentemente interdetta al transito dei mezzi e delle persone per la presenza di residuati esplosivi «di cui non è possibile o conveniente la bonifica», asserisce lo Stato maggiore dell’Esercito italiano. L’operazione di ripulitura comporterebbe dieci, quindici anni di lavoro e una spesa che, si ipotizza, potrebbe oscillare intorno a qualche centinaio di miliardi di vecchie lire. I pescatori chiedono di svolgere la loro attività nell’immensa zona a mare interdetta, l’unica accessibile alle loro piccole imbarcazioni, ed “esigono” che l’area, come impongono leggi e regolamenti delle Forze Armate italiane, sia bonificata, ripulita dall’accumulo di ordigni bellici esplosi e inesplosi. Per poter ripulire il tratto di mare sottoposto da 50 anni a schiavitù militare e mai bonificato, a detta di alcuni militari, bisognerebbe sospendere tutte le attività del poligono per circa 15 anni.

Un ammiraglio ha valutato “a occhio” i costi dell’operazione e ha affermato (rifiutando che fosse messo a verbale) che “per la Difesa sarebbe economicamente più conveniente regalare una villetta in Tunisia a tutti i teuladini accollandosi anche le spese di trasferimento”. Quante sono le bombe? Un numero indefinito, gli stessi militari non sanno dire. Sono un omaggio per quasi mezzo secolo di attività del Poligono militare di Capo Teulada. Alcune forse inattive, altre solo inesplose. Ma chi potrebbe distinguerle? “Io combatto da 65 anni. C’era la guerra quando sono nato e non è ancora finita”, commenta ancora Loru. “Da 33 anni mi sveglio alle 4 del mattino per pendere il mare, ma sono a casa mia”. Aveva 12 anni quando la sua e altre 250 famiglie furono costrette a svendere la casa per quattro lire per consentire la costruzione del Poligono.

E’ un conflitto lungo, estenuante, complicato, perché le forze militari internazionali pagano salato, per martoriare con ordigni d’ogni genere (compreso l’uranio impoverito, come documentano le relazioni di servizio della Nato) questi 7.200 ettari di terra - e uno specchio di mare largo all’incirca un quinto dell’isola - acquistati dalle famiglie che abitavano lì. Ma il peso contrattuale di questo nugolo di pescatori cresce: maggiore è l’esercitazione che disturbano, maggiore il danno. Nel frattempo, la popolazione del comune di Teulada, dimezzatasi dacché esiste il Poligono, registra ufficialmente il notevole incremento di svariate forme tumorali e già nel 2000, prima che fosse di dominio pubblico la questione dell’uranio impoverito, sui muri del paese si leggeva: «Benvenuti a Uraniopoli». Il colonnello Mongiorgi, comandante del Poligono, ha negato con fermezza che vengano utilizzate armi all’uranio e dice: “Controlliamo le munizioni di tutti quelli che vengono qui a sparare”. Anche quelle delle navi straniere? Risposta: “No comment”.

Le esercitazioni navali - come quelle della Seconda flotta Usa, che viene a sparare qui soprattutto da quando è stata cacciata dall’isola di Vieques, segnata dall’alto grado di tumori e malattie polmonari, cardiache, cardiovascolari, da diabete e alta mortalità infantile - si effettuano con cannonate che dal mare puntano verso terra e comportano l’interdizione di un tratto di acqua molto ampio. Un esempio illuminante quanto alla considerazione militare per l’incolumità della popolazione civile proviene addirittura dagli States. Dal 1977 ogni tre mesi la US Navy svolge esercitazioni a pochi chilometri dalla costa statunitense, sparando proiettili all’uranio impoverito che vengono così disseminati in mare, in aree che sono al tempo stesso dedite alla pesca. E’ il nome del cannone prodotto dalla Raytheon e installato su quasi tutte le navi da combattimento statunitensi; spara fino a 4500 proiettili da 20 millimetri al minuto, contenenti un penetratore di uranio impoverito da 15 millimetri. Noncurante dei gravi rischi ambientali, la US Navy ha da sempre optato per l’economico ma letale uranio impoverito, e, continua ad utilizzarlo nonostante tempo fa avesse annunciato l’intenzione di passare al tungsteno. Solo di recente Glen Milner del gruppo pacifista Ground Zero è venuto in possesso di un documento che dimostra come la marina militare continui ad utilizzare per queste esercitazioni proiettili all’uranio impoverito, e le svolga in aree vicino alla costa di Washington e Seattle. Ciò ha suscitato notevoli preoccupazioni tra i pescatori e nella popolazione locale, anche perchè sono note le conseguenze dell’uso di queste armi nell’ambiente durante le guerre in Iraq, Jugoslavia e Afghanistan. La US Navy non ha fornito informazioni ulteriori su come si svolgono queste esercitazioni, ma i cittadini delle zone coinvolte sono comunque determinati a fare chiarezza e in caso a denunciare la marina militare statunitense.

E’ comunque difficile per gli autoctoni, che di incidenti ne hanno visti e subiti parecchi, credere che sia tutto sotto controllo. Sanno bene, infatti, che le bombe inesplose nei fondali vengono trascinate dalle correnti anche miglia e miglia oltre le zone interdette. Spesso le cannonate sparate dal Poligono piovono sulla zona libera di Porto Pino, sorvolando le teste dei residenti e degli occasionali visitatori. E succede anche che i carristi finiscano sempre per errore con i loro cingolati in qualche centro abitato. Le maggiori preoccupazioni, tuttavia, riguardano i rischi per la salute. L’incidenza di leucemie, tumori e malformazioni alla nascita nelle zone intorno alle basi militari è una coincidenza che spalanca squarci inquietanti e imbarazzanti. Un sempre maggiore numero di cittadini sardi -sostenuti dal Comitato Gettiamo le Basi- chiede che i poligoni e la basi dell’isola siano sottoposti a indagine super partes, a controlli permanenti e scientificamente qualificati: da Teulada a Quirra, da Perdasdefogu a Decimomannu, fino a Capo Frasca e alla base Usa di sommergibili a propulsione ed armamento nucleare di Santo Stefano (arcipelago La Maddalena), sloggiata nel 2008.

Verità e giustizia? «Per gli uccisi da veleni di guerra e di poligono» esigono alcune associazioni locali: “Comitato Sardo gettiamo le basi”, Famiglie militari uccisi da tumore”, “Comitato Su Santidu”, “Comitato Amparu”. Si chiede di fermare la strage di Stati. «Dal 15 luglio 2011 il rappresentante del Governo ci offre molte parole di umana comprensione, il Governo permane in silenzio tombale» ripetono i responsabili delle associazioni in pacifica mobilitazione. La Procura della Repubblica di Lanusei con prove inoppugnabili ha risolto il mistero - che da 11 anni si vuole tale - del disastro ambientale e sanitario causato dal poligono Quirra-Perdasdefogu. Ha trovato alcune delle “armi del delitto”: lo smaltimento della spazzatura bellica Italia-Nato, sia in discariche fuorilegge, sia con i brillamenti fuorilegge, e conseguente contaminazione di aria, suolo, acque; le emissioni radar; il torio radioattivo sparso dai missili, accumulato e conservato nelle povere ossa degli uccisi. Ha messo sotto accusa: alcuni degli intoccabili in divisa, otto generali, un maggiore, due colonnelli, il tenente ex sindaco di Perdasdefogu; alcuni complici di alcuni dei depistaggi, i sei responsabili di due indagini “scientifiche” truffa approntate dal ministero della Difesa; due esponenti della vasta “zona grigia” dedita all’ostinata rimozione dell’evidenza. Il sindaco di Perdasdefogu e l’epidemiologo  medico competente del poligono sono indagati per ostacolo aggravato alla difesa da un disastro e favoreggiamento aggravato. Nulla toglie alla dimostrazione oggettiva del nesso causale tra le attività militari e la strage l’ipotesi, purtroppo realistica,  che “gli intoccabili” evitino l’accusa di omicidio plurimo volontario. I meandri e i mille rivoli della catena di comando, la distribuzione di responsabilità in un groviglio inestricabile di livelli (dal soldato che ha eseguito l’ordine al Capo Supremo delle Forze Armate Italiane, ai vertici Nato) garantiscono l’anonimato, rendono improbabile individuare gli assassini con nome e cognome. Il Governo italiano ha l’obbligo impellente di sospendere subito le attività dei poligoni che devastano la Sardegna, non solo in base al principio di precauzione, ma anche in osservanza degli atti parlamentari d’indirizzo per l’esecutivo, datati  23 febbraio 2011, che hanno impartito la direttiva di chiudere i poligoni “ove emergessero oggettive situazioni di rischio” o “qualora risultasse un collegamento con l’alta incidenza dei tumori registrata”. Le due mozioni complementari del centrodestra e del centrosinistra, approvate dal Senato all’unanimità, sono un punto fermo. L’indagine della Procura, con la forza dell’evidenza sostenuta da prove inconfutabili, ha fatto cadere “ogni ragionevole dubbio” sul nesso causa-effetto. Non esistono più scappatoie. Ricordiamo le parole pronunciate in aula nel 2011 dal firmatario della mozione della maggioranza Pdl a sostegno della chiusura dei poligoni in Sardegna: «C’è un dato ormai acclarato. In quei territori abbiamo un’incidenza particolarmente alta di tumori (…) vi sono anomalie nella nascita degli animali allevati. Insomma il nesso esiste ed ormai non possiamo procrastinare una decisione». Si esige dalla Regione Sardegna «l’apertura di una vertenza forte con lo Stato e faccia valere in tutte le sedi e con tutti gli strumenti di sua competenza: la cessazione dei “giochi di morte” del ministero della Difesa e delle Forze Armate; il diritto alla salute e all’ambiente salubre; il diritto all’equa distribuzione dei gravami militari; l’obbligo di chi ha inquinato a disinquinare e farsi pieno carico dei danni». Dal Governo Gentiloni, invece, si pretende «la sospensione delle attività dei poligoni dove si sono registrate le patologie di guerra; l’evacuazione dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Teulada, Decimomannu-Capo Frasca, Quirra; il ripristino ambientale, bonifica seria e credibile delle aree contaminate a terra e a mare; il Risarcimento ai malati e alle famiglie degli uccisi, ed il risarcimento al popolo sardo del danno inferto all’isola».

riferimenti:

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=SARDEGNA 

fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

mercoledì 7 giugno 2017

le Pasque piemontesi


Il 25 gennaio del 1655, Andrea Gastaldo, dottore in giurisprudenza, con la piena approvazione del duca di Savoia, emana il seguente ordine: 2Che ogni capofamiglia, insieme ai membri di quella famiglia, appartenente alla religione riformata, di qualsiasi rango, grado o condizione, nessuno escluso, abitante e con proprietà a Lucerna, San Giovanni, Bibiana, Campiglione, San Secondo, Lucernetta, La Torre, Fenile e Bricherassio, abbandoni nel giro di tre giorni dalla data della pubblicazione, suddetti posti… ciò deve essere fatto pena la morte e la confisca di case e di beni, a meno che entro il limite di tempo prescritto si converta alla religione cattolica romana". 
Siamo nelle valli Valdesi del Piemonte.                                               
Valdesi?
Il fondatore del movimento valdese fu un mercante di Lione, Pietro Valdo, che tra il 1173 ed il 1175, dopo aver concesso tutti i beni di sua proprietà ai poveri, si dedicò ad una vita votata alla povertà ed alla predicazione itinerante.



Pochi anni dopo Pietro Valdo fu accusato d’eresia e dovette vivere, con il seguito, in clandestinità. I pochi che rimasero sul suolo italiano si ritirarono nelle valli alpine.
L’accusa?
I Valdesi volevano sovvertire la tradizione cristiana, secondo l’idea di santa romana chiesa, poiché rinnegavano la fede per abbracciarne un’altra alle cui fondamenta vi era un patto con il diavolo.
In Italia i Valdesi si riparano nelle valli alpine del Piemonte, ed in questi luoghi avviene la tragedia del 1655.
L’editto del gennaio 1655 prevedeva che i Valdesi abbandonassero i luoghi citati per ritirarsi nei territori a monte, nei borghi di Angrogna, Bobbio Pellice, Villar Pellice e Rorà.
Nei giorni seguenti furono intavolate delle trattative, che portarono all’esilio dei soli capifamiglia, che si radunarono nella località di Angrogna. Le trattative continuarono sino ad aprile, quando il marchese di Pianezza, incaricato di affrontare i Valdesi, non si fece trovare nel luogo stabilito.
Il 16 aprile del 1655 il marchese lasciò la valle per ricongiungersi con il suo esercito, che marciava verso le valli Valdesi.
Inizia la persecuzione sistematica condotta da cattolici e soldati.
Un testimone afferma: "la moltitudine armata si gettò sui valdesi nella maniera più furiosa. Non si vedeva altro che il volto dell’orrore e della disperazione. I pavimenti delle case erano macchiati di sangue, le strade erano disseminate di cadaveri, si udivano gemiti e grida da ogni parte…. In un villaggio torturano crudelmente 150 donne e bambini, dopo che gli uomini erano fuggiti. Decapitarono le donne e fecero schizzar fuori i cervelli ai bambini. Nelle città di Villaro e Bobio, la maggior parte di quelli che si rifiutarono di andare a messa e che avevano più di 15 anni, fu crocifissa a capo all’ingiù, e quasi tutti quelli che erano di età inferiore furono strangolati. "



All'orrore non vi è mai fine.
"Uomini scannati posti al ludibrio dei viandanti, pargoli strappati al seno materno e sfracellati contro le rocce. Fanciulle e donne vituperate, impalate lungo le vie."
Una nuova strage degli innocenti!
Bimbi di pochi mesi strappati alle madri e lanciati, con forza, contro le rocce affinché morissero nel momento in cui le madri subivano violenza barbarica.
Tutto questo in nome della Religione.
Avete letto bene, in nome della Religione!


Il triste resoconto del comportamento dei controriformati non si conclude nelle righe precedenti.
I miliziani, al soldo dei Savoia, provocarono mutilazioni di ogni genere prima di procedere con il colpo di grazia, anche se, molto spesso, non era necessario secondo il loro modo di agire.
Preferivano lasciare che la vittima morisse, lentamente, di fame o dissanguata.
Una delle torture preferite consisteva nel mettere dei sacchetti di polvere da sparo in bocca alle vittime e, poi, dar loro fuoco.
Tra le più atroci torture perpetrate, in quest’angolo di Piemonte, vi era quella di traforare i calcagni dei malcapitati ed, attraverso le ferite, far passare delle corde che servivano al trascinamento della vittima per le vie del paese.
Ho parlato del comportamento dei soldati, ma i preti cattolici?
Parteciparono attivamente oppure cercarono di fermare il massacro?
Utilizzo il caso di Cipriano Bastia per spiegare il comportamento ecclesiastico.
Cipriano Bastia, a cui era stato ordinato di rinnegare la religione valdese e di accettare quella papale, rispose:
"Piuttosto rinuncerei alla mia stessa vita o vorrei essere trasformato in cane!"
Un prete che assisteva la scena aggiunse:
"Per ciò che hai detto rinuncerai proprio alla vita e sarai dato in pasto ai cani!"
Bastia fu gettato in prigione per alcuni giorni sino a quando, ormai sfinito dal digiuno, venne trasportato in strada e dato in pasto ai cani randagi.
Le atrocità maggiori furono perpetrate ai danni dei piccoli.



I bambini erano fatti a pezzi, decapitati o uccisi, in vari modi, davanti agli occhi dei genitori.
Una di queste madri, Maria Pelanchion, fu denudata ed appesa, a testa in giù, ad un ponte per essere bersaglio degli spari dei soldati.
I Valdesi si armarono ed iniziarono a contrattaccare le forze cattoliche. A San Secondo di Pinerolo toccò ai piemontesi subire una disfatta. Le relazioni parlano di oltre 1000 morti tra i soldati al comando del marchese di Pianezza.
Nel frattempo alcuni Valdesi, fuggitivi, si erano recati a Parigi per far conoscere al mondo la disgrazia in corso nelle valli piemontesi. Successivamente cercarono di scuotere gli animi dei Paesi Bassi e dell’Inghilterra. La reazione della duchessa di Savoia non si fece attendere. Chiese al cardinal Mazarino di impedire l’accesso, dei profughi valdesi, in Francia. Il cardinale oppose un secco rifiuto, garantendo alla duchessa che i sudditi francesi non lasceranno la nazione per aiutare i “ribelli”.
Le notizie circolarono velocemente sul suolo europeo. I Re di Svezia e Danimarca e le città di Berna e Ginevra manifestarono appoggio al popolo valdese.
Viste le richieste degli ambasciatori, di molti paesi europei, la duchessa di Savoia si dichiarò stupita che le corti dei principali paesi potessero ascoltare tali smoderate dichiarazioni circa le stragi e le torture subite dai ribelli.
Dichiarò che non si erano consumate atrocità, ma solo punizioni moderate verso i sudditi ribelli.
Tra una trattativa ed una strage si giunge al 18 agosto del 1655.
A Pinerolo furono firmate le Patenti di Grazie che garantivano il perdono, da parte dei Savoia, ai Valdesi per la ribellione e ripristinavano le libertà civili e religiose.
Le patenti di grazia non risolsero integralmente la questione valdese.
I ribelli cercarono vendetta per le torture e le stragi degli innocenti, ma i risultati furono scarsi.
Nel 1664 il duca di Savoia firmò le nuove patenti che sarebbero rimaste in vigore sino al 1685, anno delle nuove persecuzioni.
Questa è un’altra storia….

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


Bibliografia:
Storia della torturaGeorge Riley Scott. Mondadori 1999

Il libro nero dell’inquisizione. Natale Benazzi e Matteo D’Amico. Piemme 1998

The history of the evangelical churches of the valleys of Piedmont. Samuel Morland. 1658

Antistoria degli italiani. Giordano Bruno Guerri. Mondadori 1997

The Israel of the Alps. Alexis Muston. 1866



Annotazioni
Il termine Pasque piemontesi è riferibile al fatto che i massacri avvennero a partire dal 25 aprile 1655. La Pasqua quell'anno cadeva il 14 aprile. I primi resoconti furono redatti da Samuel Morland, in bibliografia, che utilizzò la datazione del calendario giuliano, ancora in vigore, all'epoca dei fatti, presso i paesi protestanti. Nel XIX secolo, per mano di Alexis Muston, in bibliografia, si iniziò a parlare di Pasque Piemontesi in riferimento al periodo nel quale avvennero le torture e le stragi degli innocenti.

crollano i ponti, l’Italia dell’euro non ha i soldi per ripararli

Tra le tante cose che crollano, nell’Italia ridotta in bolletta dal “patto di stabilità” imposto dall’Eurozona, ci sono anche i ponti. Nel 2015, ricorda il “Fatto Quotidiano”, toccò al viadotto Scorciavacche sulla Palermo-Agrigento, poi al ponte Himera sulla A19 e ancora ai cavalcavia di Annone in provincia di Lecco e a quello di Camerano vicino ad Ancona, venuto giù pochi mesi fa causando la morte di due coniugi. Fino al viadotto “La Reale” della tangenziale di Fossano, crollato lo scorso 18 aprile e per il quale sono sotto inchiesta 8 persone. In alcuni casi, ammette il presidente dell’Anas, Gianni Vittorio Armani, il cattivo stato di manutenzione è la concausa del crollo. «Pesano anche i vizi in fase di costruzione, gli errori di cantiere e, nel caso di Annone, i ripetuti trasporti eccezionali con carichi molto superiori alla portata della struttura», scrive Andrea Tundo sul “Fatto”. «Ma la manutenzione insufficiente un ruolo lo ha. Soprattutto perché i soldi per farla non bastano: servirebbero 2,5 miliardi l’anno, ma gli ultimi stanziamenti si fermano a 1,1 miliardi l’anno fino al 2019. Questo in un paese in cui, secondo gli esperti, la maggior parte dei ponti sta per arrivare alla fine del suo ciclo di “vita in sicurezza”».
Lo stesso Armani riconosce che al primo posto tra le “priorità aziendali” dell’ente nazionale strade c’è il recupero del «rilevante gap manutentivo accumulato negli anni». Ma per gli oltre 26.000 chilometri di strade gestite dall’Anas (con un totale di 11.744 Il crollo del viadotto a Fossano, Cuneoviadotti) servono molti soldi. E nonostante il sensibile aumento degli stanziamenti nel 2016 e un piano per il futuro che si preannuncia ancora più corposo, i fondi continuano a non bastare. L’Italia spende assai meno di quanto sarebbe necessario: «C’è ancora una distanza molto elevata tra il fabbisogno e quanto abbiamo a disposizione per la manutenzione straordinaria», conferma al “Fatto” l’ingegner Fulvio Soccodato, responsabile dell’assetto rete di Anas: «Rileviamo un fabbisogno medio di 2,5 miliardi all’anno per la messa in sicurezza e il miglioramento della rete stradale, mentre il nuovo piano degli investimenti ne ha stanziati 1,1 l’anno per il triennio 2017-19». Una cifra «due anni fa inimmaginabile», ma che «non basta per coprire le necessità». Inoltre occorrono «imprese preparate, una normativa che ci aiuta e un know-how che va costruito anche nel mondo accademico, visto che le università insegnano a costruire i ponti, non a ripararli».
L’Italia, aggiunge il “Fatto”, si sta avvicinando a un punto di rottura: «Buona parte della rete infrastrutturale di valenza nazionale è infatti stata concepita tra gli anni Settanta e Ottanta e il ritardo accumulato nella manutenzione non è smaltibile in breve tempo». Lo stesso Soccodato parla di «gap ventennale» che, nonostante il piano pluriennale degli investimenti preveda un recupero dell’arretrato, «è impossibile da smaltire in tre anni», anche se stanno aumentando gli interventi per individuare le criticità sulle quali intervenire. In altre parole, si cerca di uscire dalla fase di emergenza per entrare in quella di prevenzione: negli ultimi anni sono stati “risistemati” 600 ponti. Interpellato sempre dal “Fatto”, il professor Pier Giorgio Malerba, docente del Politecnico di Milano, riassume così la questione: «Tutte le opere hanno un ciclo di vita. Quello dei ponti viene generalmente definito in 100 anni, se soggetti a regolari attività di ispezione e manutenzione. Di fatto, nei maggiori paesi industrializzati si è rilevato che, a causa dell’esposizione agli agenti atmosferici, dell’aumento dei transiti e di manutenzioni Il professor Malerbacarenti o inefficaci, la vita media in piena sicurezza è di circa 60 anni. Questo non vuol dire che al 61esimo anno il ponte crolla, ma che è meno affidabile».
La maggior parte dei ponti italiani, continua Malerba, è stata costruita negli anni Settanta: quindi hanno raggiunto un’età critica, «che induce ad attente ispezioni e alle manutenzioni che si rendessero necessarie». Peccato però che negli anni Settanta l’Italia abbia potuto sviluppare enormemente le proprie infrastrutture ricorrendo in modo strategico alla spesa pubblica, grazie alla propria sovranità monetaria: operazione oggi proibitiva, con i vincoli sul deficit imposti da Bruxelles e addirittura l’introduzione nella Costituzione di una “follia” come il pareggio di bilancio, voluto dal governo Monti con il pieno appoggio del Pd bersaniano e di Berlusconi. Tra le dolenti note, quindi, oltre alle “buche nelle strade” che i Comuni non hanno più le risorse finanziarie per riparare, si aggiunge anche l’emergenza-ponti: mentre quelli ferroviari e autostradali sono oggetto di ispezioni e manutenzioni dallo standard che il professor Malerba definisce «molto elevato», il problema maggiore riguarda i ponti “sorvegliati” da Province e Comuni: «Non hanno i soldi, né il personale per queste attività. In molti casi non si dispone neppure di un catalogo aggiornato delle opere. Ancora una volta è un problema di fondi, ma è anche dimostrato che, per ponti Massimo Ferraresedi collegamento importanti, la perdita economica dovuta all’interruzione dei transiti di alcuni mesi può superare il costo del ponte stesso».
Nei risvolti della pericolosa politica di rigore c’è dunque anche il problema della sicurezza, che si ripercuote sui cittadini, e non solo. In prima linea ci sono anche le aziende, che negli appalti sono colpite dall’imposizione di ribassi d’asta sempre più forti. «C’è chi, anche tra gli stessi costruttori, ha fatto un passo indietro», racconta sempre Tundo, sul “Fatto”. «È il caso di Massimo Ferrarese che con la sua Prefabbricati Pugliesi continua ad operare in altri settori, ma non partecipa più alle gare d’appalto per la costruzione di ponti e viadotti». Spiega l’imprenditore: «Non si può pensare di affidare lavori pubblici con il 40% di ribasso d’asta, perché questo determina un effetto a cascata su tutta la filiera, dall’impresa appaltante ai subappaltatori, fino ai fornitori». Ferrarese è stato anche presidente della Provincia di Brindisi e attualmente presiede Invimit, società di gestione del risparmio del ministero dell’economia. Protesta: «Così ci sono imprese che non svolgono i lavori come dovrebbero. Non si può lesinare sui materiali, io non l’ho mai fatto e non sono disponibile a fare cose del genere, ecco perché non costruisco più ponti con le mie aziende». Concorda il professor Malerba, pensando ai recenti crolli: «Il discorso del massimo ribasso è reale. Il costo va pensato sul ciclo di vita: se si spende bene prima, si risparmia dopo per la manutenzione». Mancano gli euro, i ponti crollano. Ma intanto si continuano a tener vivi super-cantieri faraonici, come quello per l’inutile ferrovia Tav Torino-Lione.

fonte: http://www.libreidee.org/

i 10 film che hanno predetto il futuro con accuratezza incredibile

Va anche detto che le tecnologie presenti in alcuni film di fantascienza, e che un tempo apparivano futuristiche, potrebbero essere state già conosciute e semplicemente taciute alle masse ..
Catherine

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Il mondo cinematografico è sempre stato fonte di ispirazione, ed in molti casi i geni della cinepresa sono riusciti ad immaginare cose che la gente comune non avrebbero mai sognato.

A volte lavorando semplicemente di fantasia, altre volte con uno studio vero e proprio sul futuro più verosimile nel campo tecnologico, riuscendo spesso a discostarsi di poco dalla realtà dei fatti.

Di seguito una lista di film le cui predizioni sono state a dir poco spaventose ...

10 
2001 Odissea nello spazio (1968) 
Tablet, Siri e turismo spaziale


Un film così famoso che il nome suonerà familiare a chiunque, il cui regista già nel lontano 1968immaginava un futuro “stellare” con tablet, turismo spazialeSiri, la Stazione Spaziale Internazionale, tutto questo senza che ovviamente nulla fosse mai stato inventato. Visto con gli occhi di oggi può sembrare scontato vedere un tablet in TV, dopotutto i bambini a pochi anni iniziano ad usare questi device con una rapidità incredibile.
Provate però ad immaginare il mondo nel 1968, quando ancora si stavano appena diffondendo le televisioni a colori, e pensate ad un device con schermo piatto dallo spessore di pochi millimetri visto con gli occhi di allora, un vero oggetto futuristico! Nel medesimo film non manca il computer “parlante”, che interagisce con l’uomo in modo del tutto naturale. Sebbene siamo ancora lontani da quella perfezione, questi strumenti sono oggi divenuti realtà con software come Siri, assistenti vocali che sui dispositivi Apple, Android e non solo, sono ormai l’abitudine.

Terminator (1984) 
Droni


Talvolta viene da domandarsi se le invenzioni dei giorni d’oggi non derivino proprio dall’immaginazione di qualche visionario regista. Nel primo film Terminator, presentato nel lontano 1984, delle macchine volanti appaiono per un breve lasso di tempo, compiendo uccisioni aeree. Le macchine sono comandate dalla rete Skynet, un’intelligenza artificiale formata da un insieme di server esistenti solo a livello cinematografico, che nel film si svilupperà con maggior attenzione solo a partire dal sequel Terminator 2. Evidentemente gli eserciti sognavano un’arma del genere, ed infatti gli scienziati del campo militare ci hanno provato per anni, riuscendo alla fine a creare delle tecnologie molto simili.
Al giorno d’oggi tutto ciò è realtà: macchine volanti, droni militari, che sorvolano quotidianamente i cieli in assenza di pilota e comandati a distanza, per semplice pattugliamento o dotati di armamenti. Sono ovviamente in grado di portare attacchi su obiettivi preselezionati con precisione relativamente molto alta. Nulla di buono direte, ma ancora una volta un film di oltre 30 anni fa, che ha predetto la tecnologia dei nostri giorni in modo molto realistico.

WarGames (1983) 
Hacker, NSA-Gate e cyber-guerra


Un giovane ed irriconoscibile Matthew Broderick, all’epoca poco più che ventenne, riveste nel film i panni di un giovane e brillante hacker. Il film si basa su uno degli argomenti più ricorrenti in quegli anni, la corsa agli armamenti e la preparazione ad un imminente guerra fra Stati Uniti d’America ed Unione Sovietica. I computer erano ancora poco diffusi negli anni 80, ma nonostante ciò il regista di WarGames è riuscito ad immaginare un futuro dove le guerre cibernetiche che si svolgo a colpi di attacchi informatici, divenivano realtà. 
Il giovane protagonista, nei suoi esperimenti da abile hacker, si infiltra quasi accidentalmente nel supercomputer NORAD, sistema che ha il compito di valutare la pericolosità delle mosse sovietiche e rispondere ad attacchi missilistici. Convinto di aver penetrato il server di una casa di videogiochi, ingaggia una battaglia virtuale nei panni della controparte sovietica, mettendo in allarme il sistema ed iniziando una battaglia virtuale che può avere gravi ripercussioni nel mondo reale. A distanza di 25 anni lo spionaggio e la cyber warfare sono diventati la normalità nel campo militare. Una guerra combattuta non più solo su terra ed aria, ma attraverso l’uso delle più sofisticate tecnologie elettroniche ed informatiche, unite a brillanti menti e geni del calcolatore.

Short Circuit (1986) 
Robotica di precisione


Alzi la mano chi non ha mai visto il protagonista di Short Circuit, Numero 5. Il robot costruito per fini militari dell’esercito americano, dalla NOVA Robotics, autogestito e dotato di intelligenza artificiale. Un buon esempio di premonizione, se pensiamo che oggigiorno i robot di terra sono in grado di muoversi fra rocce e terreni dissestati, arrampicarsi e rimettersi in piedi dopo una caduta. Alcuni di questi girovagano tranquillamente per la superficie di Marte in questo momento. Fortunatamente l’ambito militare non è l’unico che prevede l’utilizzo di questi fantastici strumenti, che vengo quotidianamente utilizzati in tutto il mondo per evitare grossi rischi per le persone, basti pensare all’uso nei reparti artificieri, che permette oggi di disinnescare in tutta sicurezza ordigni attivi, rimanendo fuori dal loro campo di azione.

Demolition Man (1993) 
Arnold Schwarzenegger governatore


Demolition Man, un film del 1993 che tutti ricordiamo principalmente per i due protagonisti, Silvester Stallone e Sandra Bullock. Tuttavia questo singolare caso di film che ha predetto il futuro, non è riferito a loro. La pellicola ha invece predetto l’elezione del futuro governatore dello Stato della California, Arnold Schwarzenegger. 
Qualcuno potrebbe pensare sia solo una coincidenza, dato il considerevole numero di ruoli che il famoso attore ha rivestito nella sua carriere da attore, ed effettivamente può anche essere così. Tuttavia forse vestire i panni di un governatore è stato così piacevole per l’attore statunitense, che non ha potuto fare a meno di lanciarsi in un’audace propaganda politica che nel novembre del 2003, a distanza di 10 anni dalla sceneggiatura del film, lo ha visto vincitore delle elezioni per la carica di governatore in California.

Minority Report (2002) 
Interfacce gestuali e pubblicità personalizzate


Un altro grande pilastro della storia cinematografica, il cui giovane Tom Cruise ci ha mostrato l’utilizzo di tecnologie impensabili, che oggi sono già realtà. Le scene probabilmente più famose sono quelle dove il protagonista gestisce diversi dati di fronte ad uno schermo sensibile al tocco, e vi interagisce mediante l’uso di congegni applicati sulle dita delle mani con una semplicità impensabile. Di quanto dista la tecnologia che oggi viene utilizzata sulla console Kinect della X-Box? quasi nulla. Altra premonizione del regista Steven Spielberg fu la pubblicità personalizzata, che ai giorni d’oggi è l’abitudine soprattutto su Internet. Dopotutto Spielberg assunse un team di futurologi per rendere più intrigante e realistico il film; che anche i film odierni predicano le tecnologie che avremo fra 20 anni?

Total Recall (1990) 
Automobili che guidano da sole


Ancora una volta protagonista di un film avveniristico troviamo Arnold Schwarzenegger. In questo caso abbiamo un chiaro esempio di ciò che oggigiorno molte aziende si apprestano a realizzare: auto guidate da computer, senza alcun intervento da parte dell’uomo. Sebbene questa tecnologia non sia ancora definitivamente pronta, aziende come Google stanno investendo fior di quattrini nello sviluppo di auto prive di conducente, e di una tecnologia che permetta la circolazione in modo sicuro ed autonome delle auto sulle strade. Sistemi simili sono già presenti su moltissime vetture, da quelle per il parcheggio autonomo, a quelle che fermano la macchina ad una certa distanza da un ostacolo. Probabilmente però non vedremo mai dei burattini al posto di guida, e forse è meglio così.

Star Trek: The Motion Picture (1979) 
Auricolari Bluetooth e siringhe senza aghi


Come non citare il primo Star Trek in questo elenco? Uno dei film che più di tutti ha avuto un regista lungimirante, che ha previsto con accuratezza la tecnologia del futuro. Auricolari Bluetooth dalla forma abbastanza insolita, traduttori universali, e come non ricordare la siringa hypospray di Star Trek ? La soluzione ideale per chi teme gli aghi, oggi divenuta realtà
Ecco quindi che i moderni dottori si trasformano nel dottor McCoy di Star Trek, e possono iniettare farmaci attraverso la cute, senza dover ricorrere ad aghi ipodermici. Una bella trovata sicuramente, ma quanti ci avrebbero scommesso nel 1979 ?

Woman in the Moon (1928) 
Lo sbarco sulla Luna


Il desiderio dell’uomo di atterrare sulla luna, è probabilmente qualcosa di ancestrale. Il primo film che ne tratta il tema è infatti datato 1928, un decennio dopo la fine della prima Guerra Mondiale. Per rendersi conto di che tempi parliamo, basti pensare che l’uscita di questa pellicola risale all’epoca del cinema muto! 
Il film tedesco ha predetto con straordinaria accuratezza anche il modo di arrivare sulla luna, mediante un razzo multistadio, esattamente come quello utilizzato dalla NASA nel lontano 1969 nella missione Apollo 11, che portò l’uomo sulla superficie lunare per la prima volta. Il film prevedeva inoltre un razzo che usasse combustibile liquido per uscire dall’atmosfera, ed un conto alla rovescia da 10 a 0. Poteva essere più accurata una previsione del genere?

Super Mario Bros (1993) 
– La caduta delle Torri Gemelle


Una pagina buia della storia contemporanea, la distruzione delle torri gemelle nel World Trade Center di New York, avvenuta durante gli attentati dell’11 settembre 2001. Tralasciando le teorie complottiste, quasi un decennio prima il film Super Mario Bros ha preannunciato la distruzione delle torri, con spaventosa precisione. Le immagini sono solo pochissimi fotogrammi, ricreate con effetti speciali abbastanza scadenti, e sicuramente viste con gli occhi di allora non devono aver destato particolare attenzione. 
Nella scena del film il protagonista Mario e l’antagonista uomo-lucertola Koopa combattono nella dimensione dei rettili, quando inizia la fusione tra gli universi paralleli, e pochi minuti prima della fine le 2 torri vengono distrutte nello stesso ordine con il quale sono cadute le torri gemelle, una coincidenza che fa accapponare la pelle.

Fonte: www.curiosone.tv

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

lunedì 5 giugno 2017

il mito perduto di Lilith

Esiste una storia omessa o poco raccontata nei miti della Genesi che parla della prima donna creata da Dio, il cui nome è Lilith e non Eva.

Una leggenda antica narra che la prima moglie di Adamo fosse proprio Lilith creata dalla stessa sostanza del compagno e a questi contemporaneo nella nascita.

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò “ (Genesi, 1:27; 10)
Nel secondo capitolo si ripete poi, con parole diverse, prima la creazione dell’uomo con polvere del suolo (Genesi 2:7) e poi, dalla costola di Adamo (Genesi 2:22), la creazione della donna chiamata Eva. 

Prima ancora che nell’Antico Testamento, il mito di Lilith compare nelle antiche religioni mesopotamiche ed ebraiche. Di Lilith si sa che preferì fuggire dal Paradiso Terrestre piuttosto che sottomettersi alla volontà di Dio e di Adamo. 
Non volle giacere sotto al suo compagno in senso fisico e simbolico e così andò via.
La cultura Medioevale non ci si mise molto a trasformare la figura di Lilith in quella di un demone...


Si legge ne “L’alfabeto di Ben-sira” (di autore anonimo, scritto nel X secolo dopo Cristo) “Ella disse ‘Non starò sotto di te, ‘ ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra.”

Lilith pronunciò così infuriata il nome di Dio, prese il volo ed abbandonò il giardino del Paradiso, rifugiandosi sulle coste del Mar Rosso. Lilith non avendo toccato l’Albero della Conoscenza non fu condannata alla mortalità.

Lilith divenne così nell’immaginario comune sinonimo di male.


Antiche leggende narrano che Lilith (al pari di Lamia un’altra dea divenuta demonessa) rubasse i bambini e li uccidesse. Il mito che precede la sua demonizzazione invece la ricorda come protettrice delle partorienti, invocata per tutelare le donne gravide.

Non ci vuole molto ad individuare nel mito di Lilith la paura dell’uomo nei confronti di una donna che non si conforma alle sue leggi. In Lilith riecheggiano tutti i timori al maschile per una donna che dice “no”, che non si lascia addomesticare e che segue la sua natura ferina.

Qualcuno insinua che il serpente tentatore della Genesi fu proprio Lilith (alcune raffigurazioni la rappresentano con coda di serpente, altri con artigli rapaci).

Mi piace sostenere quest’ipotesi. Mi piace pensare che allegoricamente Lilith ricordi alle donne il potere che le è proprio, il potere di scegliere, il potere di non essere addomesticabili. Mi piace anche pensare che Lilith aiuti le donne a cercare la conoscenza dentro di sé e a non demandare all’esterno l’esercizio del proprio potere.
Naturalmente quella di Lilith è un’immagine archetipica e come tale alberga nelle profondità del nostro inconscio, una perfetta centratura fa parlare ogni archetipo, dà voce ad ogni sé, non censura Lilith, ma non fa neppure di essa l’unica figura nella quale ci si identifica.

Il movimento femminista e quello Wicca ha riesumato il mito di Lilith e l’ha reso in alcuni casi il simbolo dell’emancipazione e della forza femminile.

Se si intravede in Lilith l’unica figura per mezzo della quale esprimere la femminilità si rischia di mettere il bavaglio ad altre energie che dimorano nella nostra coscienza. Censurare a piè pari Lilith analogamente significa rendere monca l’espressione della natura femminile che conserva una parte selvaggia e ingovernabile.

Come ogni polarizzazione conduce alla messa tacere di altre energie che, se soffocate, provocano disagi, così, ti invito ad ascoltare le tentazioni di Lilith, ma a non fare di essa l’unica immagine a cui ispirarsi.

E’ importante dire “no” quanto è importante dire “si”. 

E’ fondamentale saper discernere quando esserci con una presenza attiva e consapevole così come quando decidere che è ora di andare con fermezza ed autorevolezza.

In questo contesto in cui si parla spesso di “sacro femminino” mi piace inoltre riabilitare la figura del “sacro mascolino“, il principio al maschile che si esprime molto bene in figure archetipiche come quelle de “Il sole”, “L’imperatore” e “Il Papa” negli arcani maggiori.

Unendo queste tre energie ne vien fuori l’immagine di un uomo risoluto che non tentenna costantemente, che non vacilla (L’Imperatore) che media l’azione con il sentire caldo del cuore (Il Sole) e che comunica autenticamente (Il Papa) senza fronzoli, né esagerazioni l’essenza delle sue intenzioni.

Un uomo consapevole è così pronto per unirsi ad una donna consapevole che ha mediato le energie delle altre 3 figure universali: la fascinazione de “L’imperatrice“, l’accettazione incondizionata de “La Luna” e la gestazione de “La Papessa“. E’ una donna che sa accettare e trasformare dentro di sé, che si fa ricettacolo di attrazione, inglobazione ed evoluzione, una donna salda, conscia del suo potere e della sua legittimazione nell’esercitarlo.

Quando un uomo e una donna consapevoli si incontrano non c’è spazio per le beghe tra Lilith e Adamo per chi deve stare sotto e chi deve stare sopra, né tentativi di de-responsabilizzazione su chi ha mangiato la mela e perché.

Quando un uomo consapevole e una donna consapevole si incontrano non c’è mito che tenga ad ispirare la loro storia, perché loro sono IL MITO fondativo, ogni giorno spargono sensazione di unità tutt’intorno, ispirando accettazione e tolleranza ad ogni incedere.
Con amore a tutti gli uomini e donne.

Fonte: tanogabo.com

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

attenti a quei due: Grillo&Renzi

di Gianni Lannes

Hanno la spudoratezza di chiamarla addirittura “democrazia”, ma invece è la dittatura delle banane. Due gruppi di potere eterodiretti, anzi telecomandati dall’estero,  e uno quello dei grullini che vanta addiritura un padrone pluripregiudicato. Quale altro scambio di favori si profila all’orizzonte dopo l’appoggio renziano al diplomato Di Maio per sedersi sulla poltrona di vice presidente della Camera? Fingono di accapigliarsi ma poi sono pappa e ciccia. La capovolta grullina sui vaccini obbligatori di massa ai minori è una prova inequivocabile. Ora stanno approntando addirittura una terza legge elettorale incostituzionale, dopo il Porcellum e l’Italicum. La grande coalizione scalda i motori. Niente preferenze:  i listini saranno bloccati in barba al pronunciamento della Consulta (sentenza 1/2014). A quanto pare gli elettori non hanno diritto di scegliere i candidati, come stabiliscono le regole elementari della democrazia.La Corte Costituzionale, dunque, era già intervenuta, ritenendo “illegittimo impedire all’elettore di esprimere almeno una preferenza per i candidati, al fine di determinarne l’elezione”.  Al di là delle incoerenze dei pentastelluti, un alto partito cooptato fin dagli albori dal potere a stelle e strisce, di cui prima o poi gli italidioti si renderanno conto, qui è in gioco la legge elettorale, non della organizzazione interna antidemocratica di un partito come tanti altri, utile a dividere il popolo italiano, e ad incanalare la protesta civile in uno sterile vicolo cieco. Lo zio Sam come sempre ringrazia per tanta cieca obbedienza.

riferimenti:

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=grillo

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=renzi

fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/