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lunedì 12 novembre 2018

Dux

io non so dire, di Margherita Sarfatti.


certo era colta, era ricca, molto ricca, anche di famiglia ebrea, era influente, almeno fino alla fine degli anni 20 e poco più, era una curatrice di mostre, prima vicina e poi molto lontana da Anna Kuliscioff, era amante di arte e di molta mondanità, il mercoledì, a Milano, a casa sua si trovava tutta la cultura italiana di quegli anni, era prima socialista, poi fascista, amante del "Dux" (titolo della biografia che gli dedicò) poi, con le leggi razziali del 38, esiliata e poi pentita: "my fault". certo, rientrata dal sud america, era isolata, dimenticata, sgradita, chissà, magari incredula, e scrisse "Acqua passata". non un bel titolo, data l'acqua di cui si è abbeverata.


io non so dire bene e non so in generale, e nemmeno la mostra al Museo del '900 dice troppo bene. cioè si guarda bene dal dire qualcosa in proposito della donna, oltre della curatrice d'arte.
certo, aveva fiuto artistico, sapeva tenere relazioni sociali, sapeva bene dove il flusso era più forte.
lo sapeva così bene che si è spostata da una sponda all'altra senza troppi problemi, anzi, direi con inedito entusiasmo. possiamo dire con passione amorosa, e neppure il delitto Matteotti del '24 sembra averle instillato qualche dubbio.
delle donne di cui era paladina ai tempi della frequentazione di Turati e del circolo socialista si è ben presto dimenticata, forse l'opportunismo è stato più forte di qualsiasi credo.
faccio molta fatica ad apprezzare il lavoro, seppure encomiabile, se il privato è discutibile.



nella sua casa di corso Venezia erano in molti a ritrovarsi, le sue mostre degli anni 20 sono passate alla storia, qualcuno la definisce originale e coraggiosa, certamente imprenditrice accorta, critica attenta, pare piuttosto autoritaria, ma i suoi scritti adottano la retorica del tempo: "La rappresentazione immediata degli eventi del nostro tempo - scrive - non si confà alle tradizioni della grande arte nostra. Si potrebbe forse sostenere che è contraria all'essenza stessa della vera grande arte, di sua natura mistica e leggendaria. Certo è contraria alle mediterranee tradizioni dell'arte italica, la quale, come l'egizia e l'ellenica, è insieme astratta e umanissima. Essa, cioè, traspone i fatti materiali e passeggeri nel campo delle immagini durature e spirituali". certamente pensava in grande, sognava un rilancio internazionale della cultura italiana del novecento, l'avrebbe voluta grande come nel '500 e nel '600, quel pensare enfatico le fa instillare in Benito Mussolini l’idea della romanità e in Dux lo descrive come un condottiero romano.


quando, ai primi del 900, esplode il Futurismo, il salotto di casa Sarfatti diventa il centro dell'avanguardia artistica: Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo alternano le loro riunioni tra casa Sarfatti e casa Marinetti, anch'essa in Corso Venezia. dai Sarfatti, però, in quegli anni si possono trovare anche altri personaggi, giovani per lo più, interessati a tutto il nuovo che la Milano di inizio secolo sembra proporre: Adolfo Wildt e Arturo Martini, i pittori Tallone, Sironi, Funi, Tosi, il giovane architetto Sant'Elia; Palazzeschi, Panzini, Sem Benelli, Mario Missiroli e Ada Negri. quando, più avanti negli anni, nel 1922, nasce  il gruppo “Novecento” sarà  composto inizialmente dai pittori Leonardo Dudreville, Achille Funi, Gianluigi Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci e Mario Sironi. è chiaro che l'arte era sempre stata di casa ma, mi sembra di capire, La Sarfatti amava il potere e  il progetto di agganciare il suo gruppo di artisti al carrozzone le si è sgretolato tra le mani quando ha forzato la mano a un fascismo che non intendeva appoggiarla, Mussolini se ne è liberato infastidito come di una zavorra inservibile, e molti altri come lui. quando si è servita dei «giovani artisti e fascisti, cioè rivoluzionari della moderna restaurazione nell'arte come nella vita sociale e politica», fautori di un «ritorno all'ordine» per sostenere la sua causa, Mussolini non ha gradito e ha rifiutato ogni forma di interferenza nella sua politica, e anche molti degli artisti in causa.
l'arte non vuole ideologia, se se ne serve, si disgrega con essa. e le sue curatrici, anche.

fonte: https://nuovateoria.blogspot.com/

giovedì 11 ottobre 2018

il prezzo dei pixel

rivedo di sfuggita Crozza.
lui mi è francamente simpatico, su chiunque egli ironizzi, ma non sono una fan fissa, lo vedo quando capita.
è capitato.
e parlava di una coppia mediatica, una coppia che  esiste solo perché esistono i social.
la sua ironia era garbata, e lui ci sa fare. io su questa questione ho avuto modo di discutere animatamente, incompresa.
certo, sapessi fare come Crozza, verrei compresa di più, ma non son buona.
la questione riguardava quel povero infante, come nato già messo in vendita, brandizzato.
commercializzazione dell'infanzia, una cosa veramente turpe, raccapricciante.
ma pare di no, per qualcuno no.
ci scandalizziamo per i ragazzini in età scolare mano d'opera nei paesi sottosviluppati, non dovremmo urlare di fronte ai neonati messi in vendita, con tanto di marchio Gucci, sul web?
sono due cose diverse?
la prima non è peggiore della seconda, anzi.
quella povera creatura è già oggetto di scambio, gucci in cambio di soldi, foto e post in cambio di soldi. e c'è anche qualcuna che ha messo la propria, figlia, con tanto di racchetta Wilson in bella mostra, come diceva Crozza, da pagarci la retta dell'asilo per i millenni a venire.
perchè no? che male c'è?
bravi, beati loro, che culo.
ma quello è un bambino neonato, è senza diritto di parola?
o dovrebbe essere preoccupazione di un genitore che che l'abbia, tramite loro?
i simpatici genitori, due venditori d'aria coperti di milioni di euro, una ha  trovato il modo di fare soldi esponendosi, mi metto in mostra e mi pagano, un genio del male compatibile solo con questa epoca di merda che ci tocca vivere altrimenti impensabile in un mondo che paga il valore non il mercato, l'altro pure, ma finge di cantare rap, canta delle cose indegne, una musica orrenda, francamente brutta, un listino di roba in vendita, un elenco di oggetti di consumo, pensano di passare alla storia: la prima lo ha proprio dichiarato in un'intervista. tenera creatura, pensa che i milioni di pixel del web faranno mai la storia di qualcosa o di qualcuno. 
nulla può condannare all'oblio più di un pixel.
quel che fanno è da irresponsabili, quante volte, a vari convegni, ho sentito della questione legale del diritto alla privacy di minori esposti sul web, diritti violati, diritti calpestati, tutti convinti che non c'è alcun male a mettere i propri figli in piazza, sotto lo sguardo di tutti, sotto quella lente virtuale che globalizza tutto, immiserisce tutto, disidentifica tutto.
i due meschini genitori, ho letto, non battezzeranno il figlio perché, insomma, non possiamo violare la sua libertà. non fosse interessato a dio?
i genitori sono una razza straordinaria, e direi estinta. questa razza attualmente sulla terra si preoccupa di non imporre dio ma non della vendita commerciale della carne del figlio con marchio pubblicitario (ma anche non ci fosse il marchio, di esposizione pubblica si tratta, e di introiti si tratta, ormai la coppia è un brand, il figlio partecipa degli utili in qualsiasi foto pubblica compaia), oggetto di compravendita, oggetto svalutato, squalificato, massificato, senza avergli chiesto il permesso, per ovvie ragioni.
dio no, il web si. 
tempi moderni.
questo atto commerciale, questa vita spesa e spendersi sui social, a vendere ogni minuto della propria vita non è gratis. ha un costo. altissimo.
credetemi, e i segnali sono già arrivati, a milioni, quanta gente è finita nelle maglie dell'orrore per essersi venduto, a vario modo, in rete. chiunque passi da questa mercificazione è destinato all'angoscia dell'alienazione. se gli adulti lo fanno, responsabili, risponderanno di persona della loro scelleratezza, se lo fanno con i figli però è colpa grave. 
si colpa, responsabilità non basta.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.com/

mercoledì 11 aprile 2018

tempo di libri, tempo mio

si lamentavano dello scarso successo dello scorso anno.
bene.
quest'anno: una bolgia!
infernale (ho acquistato l'audiolibro di Vittorio Sermonti che legge l'inferno di Dante).
no, piacevole, a parte la solita varia e amena umanità.
domenica mi sono fatta la solita scorpacciata di nevrosi e ossessioni, in primis una truccatissima signora che già in fila per entrare in una sala dichiarava al mondo che il marito la vuole internare per dipendenza da cellulare, pensavo scherzasse (quanto poteva poi interessarmi la questione? nulla, ma ero ignara della fine che avrei fatto) ma, in seguito, trovandomela seduta di fianco, le avrei volentieri fornito i numeri di numerosi miei colleghi e psicoanalisti perché la faccenda era seria, grave, tragica e francamente insopportabile.
la poveretta era colta da una compulsione incoercibile tale per cui maneggiava l'oggetto cellulare con tormento inesauribile, apriva senza sosta (e, ovviamente, senza alcuna attenzione per l'evento per cui era seduta in quella sala), la pagina di whatsapp, senza nessun'altra condizione possibile alternativa, apriva di continuo le stesse icone, che non modificavano assolutamente il loro stato, per rivedere incessantemente le stesse pagine e fotografie, aggiungeva reiteratamente nuove righe che non ricevevano nessuna risposta. 
così per un'ora, chissà nella vita. 
inutile sottolineare l'assenza di qualsivoglia interrogativo sul fastidio che questa sua continua manipolazione erotica dell'oggetto fallico potesse infastidirmi e distrarmi. 
la condizione era ancora più penosa se consideriamo che il suddetto marito, seduto lontano da lei qualche sedia più in là nella fila davanti, era colto dalla medesima ossessione, si girava ogni due minuti per controllare se la moglie stesse guardando il cellulare, e mai veniva deluso.
voi capite che io, in mezzo a questa preoccupante nevrosi di famiglia, ho avuto ben poco scampo se non augurandomi la riapertura dei manicomi.
tempo di nuove leggi sulla salute mentale.
di situazioni bizzarre ne ho avute anche altre ma non vorrei che tempo di libri si tramutasse, nella mia narrazione, in tempo sprecato.
l'ubriacatura da libri è di grande godimento, è un'estasi e un'oasi.
poi tutto riprende come prima, anche peggio, al solito le sbronze fanno più male che bene.
gli incontri sono stati di livello medio, forse lo scorso anno ho sentito storie e interviste più interessanti.
non poteva mancare Recalcati (anche in compagnia della moglie, biondina mechata carina, direi figura convenzionale da compagnia di uomo famoso di successo, lui augura a tutti una vita felice, gliela auguro anche io!!) che si è speso in una lezione sul superamento della nevrosi sacrificale e, soprattutto, nella presentazione dell'arte di Kounellis e di un libro, pare di discreto successo, "Le assaggiatrici" di Rosella Postorino. quest'ultima mi è sembrata una persona interessante, ha più volte dichiarato la sua analisi -in compagnia di Recalcati tutti calano le braghe- e, devo dire, la sua analisi si sente, si percepisce. chi è stato in analisi, una buona analisi, acquisisce uno sguardo sul mondo inconfondibile. 
chi non mi è piaciuta, affatto, è Concita De Gregorio, presentava un libro di raccolta di storie differenziate tratte dalle canzoni di De Andrè, qualcosa di stonato, forzato, di mamma di 4 figli, di ricordi di infanzia già politicamente corretti, orientati a sinistra, di gioco delle biglie come invocazione alla buona politica, tutto molto poco autentico, una sceneggiatura nauseabonda. è stata, anche a causa della mia psicopatica preferita, un'ora di noia.
Alain Badiou è stato intervistato da Maurizio Ferraris, un dialogo tra sordi, uno diceva delle cose e l'altro (Badiou) visibilmente si innervosiva e rispondeva tutt'altro, una rappresentazione dell'assurdo, ma divertente. marxismo, comunismo, evento, ho capito che il vero comunismo è ancora da venire, l'evento non si è ancora mai concretizzato. 
bella la lettura dei Promessi Sposi, piacevole la biografia della Melato, noiosissima la lettura teatrale della Curino, interessante l'amicizia conflittuale Woolf-Mansfield, interrotta la presentazione della "Ragazza con la Leica" Gerda Taro a causa della pallosissima premessa di uno storico che mi ha reso insopportabile stare in quella stanza, fuori tema e prolisso Philippe Daverio che avrebbe dovuto parlare di Frida e le figure femminili nell'arte (speravo la Scorranese lo contenesse, ma invano) ma si è solo salivato addosso, seppure simpaticamente. 
mi sono goduta la storia della vita densissima di Sabina Spielrein, mi sono ricordata di "Salvami l'anima", indimenticabile film di Faenza, e anche di "A dangerous method", film più dimenticabile. 
mi sono andata a sentire il super virologo Roberto Burioni, dovevo vederlo all'opera. è meno arrogante di quanto pensassi, è una persona seria, accecata dalla verità della scienza. la scienza non spiega ogni cosa, la conoscenza può invece fare molto. sui vaccini dice cose sante, imprescindibili, potrei anche condividere la non democraticità della scienza ma, a quest'uomo, così appassionato, manca la forza delle domande, dei dubbi, dei non so. è un uomo che non calcola la paura, e la violenza della sua portata, cerca di spiegare anche quella scientificamente, cerca una spiegazione scientifica a ogni cosa dimenticando, o forse semplicemente anche lui non sapendo, che c'è un'enorme parte di noi che non sa, proprio non sa, non sa dire, non sa spiegare, è agita dall'inconscio, che scienza non è. 

al prossimo anno, se ci saremo ancora.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

venerdì 29 dicembre 2017

viaggio dentro Guernica


Ci sono cose di fronte alle quali, al di là dei libri di storia e delle critiche d’arte, si può solo tentare di narrare…

Entri e fai il biglietto. Come in tutti i musei.
(Come sempre... serve sempre un biglietto... per qualunque viaggio...)
Lasci borse e borsette e macchine fotografiche. Come in quasi tutti i musei.
Consulti la piantina, e scopri che devi andare al secondo piano. Allora prendi l'ascensore e vai. Un po’ come in tutti i musei.
Ma è un illusione.
Per un po’ continuerai ancora a credere di stare semplicemente visitando un museo.
E invece no.
La storia la sai, o credi di saperla.


Spagna tra le due guerre, dittatura fascista, guerra civile perché gli spagnoli democratici (anche i comunisti, pensa un po’) cercano di resistere. Per reprimere la ribellione nel paesino di Guernica nel nord della Spagna il caro e cattolicissimo "generalissimo" Franco chiede aiuto ai suoi amici nazisti, all'aereonautica del terzo reich, per la precisione. E un aiuto ad un amico non si nega mai.
E allora via. 26 Aprile 1937. Ecco che arrivano fischiando gli stukas, e giù bombe. E Guernica rasa al suolo. Un paesino qualunque, sconosciuto al mondo. Pure col nome un po’ strano. Vattene a ricordare.
Allora ci pensa Picasso, a svegliarsi quella mattina e a decidere che te ne saresti ricordato. Tu e tutto il mondo, per sempre.
E non pensa più ad altro. Si butta giù a disegnare disegnare disegnare. E poi inizia a dipingere su una tela gigantesca. E disegna e dipinge e ci ripensa e cancella.
Finisce tutto in due mesi. Presenta il suo urlo contro la violenza nazifascista davanti a tutto il mondo durante l'esposizione universale a Parigi, nello stesso 1937.
E lascia anche disposizioni ben precise: il quadro deve essere messo al sicuro, prestato a New York. Ma solo prestato. Dovrà tornare in Spagna, ma ci dovrà tornare solo e soltanto dopo che in Spagna sarà tornata la democrazia.
Così accadrà, ma Picasso non la vedrà mai la democrazia nella sua Spagna. Il quadro ci torna nel 1992.
Questa è la Storia, ma è davvero solo la storia.


Ora tu cammini per il corridoio di quello che ancora ti sembra un museo come tanti altri e pensi che conoscere un po’ la storia ti serva ad essere minimamente preparato per ciò che stai per vedere.
E' un'illusione. Non sai ancora nulla, e non ne hai idea.
Poi cominciano i disegni.
Riconosci già alcune cose... il cavallo... lo vedi nascere e contorcersi cercando l'urlo migliore... con i denti, senza i denti, con gli occhi in dentro, poi in fuori.
Poi il toro. Poi una mano che stringe una spada... solo la mano... bellissima, contorta, tutti i disegni sono bellissimi, inquietanti, ma non sono ancora nulla.
Poi d'improvviso te lo trovi davanti. Guernica. Il quadro.
Non ti aspettavi di trovarlo già lì, non ti sentivi ancora preparato, ma in realtà non lo saresti stato mai.
E' enorme.
Tre, quattro metri di altezza, sette, forse otto di lunghezza... sconfinato.
Ma non è solo quello.
Ci sono quadri la cui luce esce dalla tela e invade la stanza e il tuo sguardo e tutto il resto, altri che ti catturano lo sguardo e te lo fanno viaggiare da un angolo all'altro.
Guernica ti inghiotte. Ma non solo lo sguardo. Ti inghiotte fisicamente.
E la prima cosa che capisci, oltre che vederla la capisci, è che quella non è la guerra, è una cosa molto più semplice, anzi molte più cose semplici messe tutte insieme.
E' violenza. Ferocia. Disperazione. Urlate senza pietà da triangoli grigi e neri. Il cavallo è tutti i cavalli del mondo, la mamma col bambino massacrato è tutte le mamme disperate del mondo, l'uomo a terra fatto a pezzi è tutta l'impotenza di tutti gli uomini del mondo di fronte alla violenza.


E l'urlo ti fa male alle orecchie, e ogni tanto devi distogliere lo sguardo perché non ce la fai...
E a forza di restarci dentro, perché ti ha inghiottito davvero, piano piano capisci e vedi altre cose... capisci che sei in un interno... c'è una lampada appesa al soffitto che ancora fa luce, ma sei anche all'esterno... c'è un palazzo che crolla, o forse brucia, e capisci allora che molto più semplicemente il mondo si è frantumato, le pareti sono andate in pezzi, e ciò che fino ad un attimo prima era ancora domestico, privato, personale, ora è improvvisamente scaraventato all'esterno, è in strada, è davanti agli occhi di tutti, è squarciato in un attimo, e in quell'attimo lo è per sempre.
Ti giri... guardi altri quadri, altri disegni preparatori, le foto della realizzazione... fai un giro e poi c'è una forza centripeta che ti riporta lì, e ti inchioda di nuovo lì davanti.
E ti ributti dentro, ti tira di nuovo dentro, anche se non lo volessi... fino a farti male. Hai il petto oppresso, il respiro più pesante. Non è una visione, non ti cattura solo la vista. Non è un museo, è un luogo storico, geografico e al tempo stesso mentale, immaginario.
Cerchi di riallontanarti ma non ce la fai... guardi altri quadri, cose importanti... Dalì, Mirò.... niente da fare... ti sembrano disegni di bambini... ritorni indietro e ti fissi di nuovo davanti a quel rettangolo enorme che sfonda la parete e ti proietta nell'incubo. Non vuoi e non puoi svegliarti, non ci si sveglia da una cosa così.
Capisci anche che l'arte è prima e dopo Guernica, e forse anche la storia è prima e dopo Guernica, il mondo è prima e dopo Guernica.
Bisognerebbe portarci chiunque. Le scuole dovrebbero organizzare gite soltanto per andare a Madrid e piazzarsi lì, in quella stanza. Verrebbero fuori generazioni migliori, sono sicuro che verrebbero fuori generazioni migliori.
Continui a visitare il museo praticamente solo per disintossicarti... per riuscire ad uscire poi fuori, al sole, senza sentirti male, senza sentirti in un mondo dove c'è qualcosa di sbagliato. Perché c'è qualcosa di sbagliato, da dimenticare almeno un po’ per poterci restare davvero.
Infine esci al sole. Madrid in pieno Agosto.
Ma non basta a svuotarti la mente e neanche lo sguardo.
C'è un cavallo che urla, c'è un ronzio nelle orecchie, c'è un muro che si apre come la bocca di uno squalo e inghiotte un uomo che alza le braccia disperate al cielo, c'è un lampadario che cerca di far luce e taglia solo il nero, c'è una mamma con un bambino a pezzi fra le braccia che piange con tutte le lacrime possibili, ci sono pezzi di uomini, pezzi di case, pezzi di vita che esplodono insieme al sole...
Non è solo l'arte o la storia o il mondo, sei anche tu... anche il tuo sguardo e il tuo modo di vedere le cose. Anche tu da ora in poi hai un prima e un dopo Guernica... e in mezzo un istante infinito.

Alessandro Borgogno

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

ALESSANDRO BORGOGNO
Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.

giovedì 24 agosto 2017

Georges Gurdjieff - vedute sul mondo reale

- Guerdjieff parla agli allievi -
Riassunto

LE IMPRESSIONI

L'uomo nasce come meccanismo concepito per ricevere impressioni d'ogni genere. La percezione di alcune impressioni ha inizio ancor prima della nascita. In seguito, durante la crescita si formano e si perfezionano altri apparati riceventi, in numero sempre maggiore. La struttura di questi apparati riceventi è la stessa in tutte le parti del meccanismo. E ricorda quella di rulli di cera di un fonografo.

Su tali rulli o bobine, vengono incise tutte le impressioni ricevute fin dal giorno della nascita, e prima ancora. Inoltre, il meccanismo possiede un dispositivo automatico, mediante il quale tutte le nuove impressioni ricevute vengono collegate alle impressioni dello stesso tipo registrata in precedenza. Contemporaneamente, è ritenuta una classificazione cronologica. In questo modo, ogni impressione ricevuta viene trascritta in più posti su più rulli, e su questi rulli si conserva intatta. Ciò che noi chiamiamo memoria è un dispositivo assai imperfetto tramite il quale possiamo disporre solo di una minima parte della nostra riserva di impressioni.

Ma le impressioni, una volta sperimentate, non si cancellano più, e si conservano sui rulli dove sono state trascritte. Mediante l'ipnosi è possibile far girare tutti questi rulli, anche quelli sperduti nei recessi più profondi dell'inconscio. Ma ogni tanto, in seguito a qualche trauma più o meno evidente, succede che i rulli si mettono a girare da soli, e le immagini o volti apparentemente dimenticati da molto tempo risalgono di colpo alla superficie. Tutta la vita psichica dell'uomo non è altro che lo scorrere delle impressioni registrate sui rulli davanti allo sguardo della mente ...

Tutte le particolarità della sua concezione del mondo, tutti gli aspetti caratteristici della sua individualità dipendono dall'ordine in cui sono avvenute quelle registrazioni, e dalla qualità dei rulli che si porta dietro. In psicologia questo si chiama associazione di pensieri e sentimenti; ma le persone non si rendono conto di quanto l'uomo sia impastoiato in queste associazioni, senza potersene mai liberare.

Adesso sarà più chiaro il motivo per cui non è possibile capirsi reciprocamente quando si parla dell'uomo. Per parlare almeno un po' seriamente, bisogna avere qualche nozione di essere umano che non sia troppo vaga e confusa; bisogna conoscere a fondo i principi essenziali del meccanismo umano. Chi non conosce questi principi non farà che imbrogliare se stesso e gli altri. Una conversazione sull'essere umano, che non definisca e non indichi il quale uomo si tratta, non sarà mai una conversazione seria, ma una semplice sfilza di parole, priva di senso. Quindi, per comprendere che cos'è l'uomo, in primo luogo bisogna constatare che ne esistono diverse categorie e poi bisogna capire perché queste categorie si differenziano le una dalle altre.

IO, CHI SONO?

Ognuno di voi non è che un banale esemplare di automa animato. Probabilmente pensate che, per fare ciò che fate e per vivere come vivete, siano necessari un’“anima” e persino uno “spirito”. Ma forse basta una chiavetta per ricaricare la molla del vostro meccanismo. La vostra razione quotidiana di cibo contribuisce a ricaricare questa molla e a rinnovare continuamente l’inutile sarabanda delle vostre associazioni. Da questo sfogo emergono dei pensieri slegati, che voi cercate di connettere insieme presentandoli come preziosi e personali. E, altrettanto, coi sentimenti e le sensazioni passeggere, con gli umori e le esperienze vissute, ci creiamo il miraggio di una vita interiore. Ci vantiamo di essere coscienti, capaci di ragionamento, parliamo di Dio, dell’eternità, della vita eterna, e di argomenti elevati; parliamo di tutto ciò che si può immaginare; discutiamo, definiamo e valutiamo, ma omettiamo di parlare di noi stessi e del nostro reale valore oggettivo.

Tutte le nostre conoscenze non sono altro che semplici informazioni, e possono essere tanto utili quanto inutili. Assorbendolo come spugne, noi possiamo facilmente restituirle parlandone con logica e convinzione, pur senza capirci nulla. E con la stessa facilità possiamo perderle, perchè non sono nostre, ma sono state riversate dentro di noi come un liquido in un recipiente. Briciole di verità sono sparse dappertutto, e per coloro che sanno e comprendono è impressionante constatare come la gente viva a contatto con la verità, e tuttavia sia cieca e incapace di penetrarla.

La Grande Conoscenza viene trasmessa per successione di era in era, di popolo in popolo. Di razza in razza. I grandi centri iniziatici in India, Siria, Egitto, Grecia, rischiararono il mondo di vivida luce.

La verità, fissata per mezzo di scritti simbolici e di leggende, viene trasmessa alle masse per essere conservata sotto forma di costumi e di cerimonie, di tradizioni orali, di monumenti, di arte sacra, tramite il messaggio segreto della danza, della musica, della scultura e dei vari riti.
Ma, dopo un certo tempo, i centri iniziatici si estinguono uno dopo l’altro, e l’antica conoscenza si ritira in fiumi sotterranei, sottraendoli agli dei ricercatori. Anche i portatori di questa conoscenza si nascondono, e pur risultando sconosciuti a coloro che li circondano, non per questo cessano di esistere.

BAGLIORI DI VERITÀ

E ormai da molti secoli, si è perduta la chiave di tutte le arti antiche. Infatti non esiste più l’arte sacra, l’arte che incarnale leggi della Grande Conoscenza ed esercita un’influenza sulla vita delle masse. Oggi non ci sono più dei creatori. I “sacerdoti dell’arte contemporanea” non creano, ma imitano: corrono dietro alla bellezza o alla verosimiglianza, se non addirittura alla cosiddetta “originalità”, senza avere le conoscenze necessarie. Poiché non sanno niente e non sono in grado di fare niente, brancolano nel buio; eppure, la folla li venera e li mette su un piedistallo. Tutte le banalità, sulla scintilla divina, il talento, il genio, la creatività, al sacralità dell’arte, oggi non hanno alcun fondamento,sono solo degli anacronismi. Cosa sono mai questi “talenti”?
Delle due l’una: o si definisce “arte” il mestiere del calzolaio, o si deve considerare artigianato tutta l’arte contemporanea.
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PER UNO STUDIO ESATTO È NECESSARIO UN LINGUAGGIO ESATTO

in realtà l’uomo non è capace della sia pur minima azione indipendente o spontanea. Tutto è soltanto e unicamente il risultato di influenze esteriori.
L’uomo che noi conosciamo è una macchina. In primissimo luogo, ognuno deve comprendere la propria meccanicità. Ma questa comprensione può venire soltanto da una osservazione di sé condotta correttamente.
L’uomo nasce come meccanismo concepito per ricevere impressioni di ogni genere. La percezione di alcune impressioni ha inizio ancor prima della nascita.

L’UOMO È UN ESSERE MULTIPLO

l’uomo è un essere multiplo. Solitamente, parlando di noi stessi, diciamo “io”. Ma è un errore. Questo “io” non esiste o, meglio, in ciascuno di noi ci sono centinaia, migliaia di piccoli “io”. Interiormente siamo divisi, ma soltanto con l’osservazione e lo studio possiamo riconoscere la pluralità del nostro essere. In un certo momento, agisce un “io”, il momento dopo un altro “io”. I nostri “io” sono contraddittori: ecco il motivo del nostro funzionamento disarmonico. Noi siamo delle macchine. Siamo totalmente condizionati dalle circostanze esteriori. Voi non controllate le vostre azioni. Siete una macchina, e le circostanze esterne dirigono le vostre azioni senza tener conto dei vostri desideri.

La macchina, in ogni uomo, è divisa in tre parti fondamentali, in tre centri. La causa principale della nostra debolezza è l’incapacità di applicare la nostra volontà ai tre centri simultaneamente.
Dobbiamo acquisire la “conoscenza di sé”.

Ci sono diversi stati di coscienza:

1 - il sonno, in cui la nostra macchina continua a funzionare, ma funziona a pressione ridotta;

2 - lo stato di veglia, che è quello in cui ci troviamo in questo momento.
Questi sono gli unici due stati conosciuti dall’uomo ordinario.

3 - lo stato chiamato “coscienza di sé”: è il momento in cui l’uomo è presente a se stesso e alla propria macchina. Solitamente, noi conosciamo questo stato soltanto per qualche attimo. Ora, quando siete pienamente e continuamente coscienti dell’“io”, di ciò che esso fa e di quale “io” si tratta, diventate coscienti di voi stessi.
La coscienza di sé è il terzo stato

OGNI ANIMALE LAVORA IN BASE ALLA PROPRIA COSTITUZIONE

Ogni animale lavora in base alla propria costituzione. Un animale lavora di più, un altro di meno, ma ognuno secondo la propria natura. Anche noi lavoriamo. Tra di noi, alcuni sono più adatti al lavoro, altri meno. Chi lavora come un bue è una nullità, e chi non lavora è pure una nullità. Il valore del lavoro non sta nella quantità, ma nella qualità. Purtroppo, per quanto riguarda la qualità, devo dire che, qui, la gente non lavora affatto in modo soddisfacente.

Dunque, la qualità del lavoro dipende dal cervello che vi sovrintende. L’uomo è un animale con tre cervelli. Normalmente, il lavoro dell’uomo richiede la partecipazione del sentimento e del pensiero. Se una di queste funzioni è assente, la qualità del lavoro resterà quella di un animale a due cervelli. Se un uomo vuole lavorare da uomo, deve imparare a lavorare come un uomo. Lavora come un uomo vuol dire che un uomo sente ciò che sta facendo, e contemporaneamente, pensa al motivo per cui lo fa, al modo in cui lo sta facendo, come avrebbe dovuto farlo il giorno prima, come lo deve dare oggi, come dovrà farlo domani, qual’è in generale la maniera migliore di farlo, e se per caso non c’è una maniera ancora migliore.

All’uomo è stata fornita tutta la strumentazione necessaria per fare qualunque cosa. Ogni uomo è in grado di fare tutto ciò che gli altri riescono a fare: se può uno, possono tutti. Genio, talento: tutto ciò non ha senso. Il segreto è semplice: fare le cose da uomo.

Il segreto è molto semplice e molto facile: basta imparare a lavorare come un uomo.

E un uomo lavora così quando, nel fare una cosa, contemporaneamente pensa a ciò che fa, studia attentamente il modo in cui il lavoro deve essere eseguito, e nel farlo si dimentica di tutto: del nonno, della nonna e, Dio ce ne scampi, dell’ora di pranzo.
Ripeto, per un uomo l’essenza del lavoro corretto è il lavoro simultaneo dei tre centri: motore, emozionale e intellettuale. Quando i tre centri lavorano insieme e agiscono simultaneamente, allora si tratta di un lavoro da uomo.

Più vi concentrate, più il tempo vi sembra breve. Un’ora può passare inavvertita se vi concentrate, perché avrete pochissime associazioni, pochissimi pensieri, pochissimi sentimenti.

Il tempo è soggettivo, dipende dalle associazioni. Quando sedete inattivi senza concentrazione, il tempo non passa mai. Esternamente, il tempo non esiste; esiste soltanto al nostro interno.

ESSENZA E PERSONALITÀ

Dovete rendervi conto che in ogni uomo ci sono due parti completamente separate, come se fossero due uomini differenti. Queste due parti sono l’essenza e la personalità. L’essenza è io. La personalità è una cosa accidentale: l’educazione, l’istruzione, le opinioni, tutto ciò che è esteriore. Essa è come gli abiti che portate, è la vostra maschera, il risultato dell’educazione o dell’influenza dell’ambiente. La nostra personalità resta schiava: può essere modificata molto in fretta, anche in mezz’ora.

CITAZIONI VARIE

Se aiutate gli altri, sarete aiutati; forse domani, forse tra cent’anni, ma sarete aiutati. La natura non può fare a meno di pagare i propri debiti. È una legge matematica, e tutta la vita è matematica.

Guardandoci indietro, ricordiamo sempre e soltanto i periodi difficili della nostra vita, e mai quelli tranquilli. Questi ultimi non sono che sonno. I primi sono lotta, e quindi vita.


I QUATTRO CORPI DELL’UOMO

L’uomo ordinario non ha né anima né volontà. Ciò che normalmente si chiama “volontà” non è che la risultante dei desideri. Se un uomo prova un certo desiderio, e contemporaneamente gli spunta un desiderio opposto, più forte del primo, il secondo inghiotte il primo, facendolo sparire. Ecco ciò che si definisce volontà nel linguaggio ordinario. Il bambino non nasce mai con un’anima. L’anima può essere acquisita soltanto nel corso della vita; non solo, ma è un gran lusso, riservato a pochissimi uomini. La maggior parte della gente trascorre tutta la vita senz’anima, senza padrone. Per la vita ordinaria, l’anima non è affatto necessaria. Ma l’anima non può spuntare dal nulla. Ogni cosa è materiale. Anche l’anima è materiale, pur essendo costituita da una sostanza molto sottile. Per acquisire un’anima bisogna innanzitutto avere la sostanza corrispondente.

CI SONO DUE TIPI DI AMORE

Il vero amore è l’amore cristiano, religioso; nessuno nasce con questo amore. Per conoscerlo, bisogna lavorare: c’è chi se ne rende conto fin dall’infanzia, altri lo capiscono solo in età avanzata. Se qualcuno conosce il vero amore, l’ha certamente acquisito nel corso della vita.

Ma è molto difficile imparare ad amare. L’amore può essere di diverse specie. Dovunque c’è vita, a cominciare dalle piante, dagli animali, insomma, dovunque esiste la vita, c’è amore. Ogni vita è una rappresentazione di Dio. Chiunque veda la rappresentazione vedrà Colui che è rappresentato.

Chi desidera imparare ad amare il prossimo deve cominciare cercando di amare le piante e gli animali. Chi non ama la vita non ama Dio.

AFORISMI

☺Ama quello che “non ti piace”.
☺La più grande conquista per un uomo è quella di essere capace di fare.
☺Più sono difficili le condizioni di vita più sono buoni i risultati del lavoro, sempre ammesso che ti ricordi di lavorare.
☺Se già sai che è male, e lo fai ugualmente, commetti un peccato cui è difficile rimediare.
☺Aiuta soltanto chi non è ozioso.
☺Rispetta ogni religione.
☺Io amo chi ama il lavoro.
☺Noi possiamo soltanto sforzarci di diventare capaci di essere cristiani.
☺Non giudicare un uomo dalle parole altrui.
☺Prendi la comprensione dell’Oriente e la scienza dell’Occidente, e poi cerca.
☺Solo la sofferenza cosciente ha significato.
☺È meglio essere temporaneamente egoista che non essere mai giusto.
☺Se vuoi imparare ad amare, comincia con gli animali, perché sono più sensibili.
☺Insegnando agli altri, imparerai tu stesso.
☺Può essere giusto soltanto colui che sa mettersi al posto degli altri.
☺Il riposo non dipende dalla quantità ma dalla qualità del sonno.


Fonte: www.animalibera.net

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

Per approfondire:
IO CHI SONO?
Da “Vedute sul Mondo Reale” di G.I. Gurdjieff

domenica 18 giugno 2017

ritratto di donna araba che guarda il mare

RITRATTO DI DONNA ARABA CHE GUARDA IL MARE
DI DAVIDE CARNEVALI

regia Claudio Autelli
con Alice Conti, Michele Di Giacomo, Giacomo Ferraù e Giulia Viana
produzione LAB121 testo vincitore del 52° Premio Riccione per il Teatro – in coproduzione con Riccione Teatro con il sostegno di Next/laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo in collaborazione con Teatro San Teodoro Cantù

Davide Carnevali, autore teatrale tra i più apprezzati, specialmente all’estero, con “Ritratto di donna araba che guarda il mare” vince nel 2013 il Premio Riccione per il Teatro.
Quello di Carnevali è un testo fortemente allegorico.
L’uomo europeo e la donna araba portano con loro i valori di culture differenti, di popoli per sensibilità lontani tra loro, ma accomunati dal fatto di affacciarsi sul mediterraneo.
Culla dell’europa e allo stesso tempo campo di conquista: militare, politica ed economica da parte dell’occidente.
Un europeo, un turista, in una città senza nome del Nord Africa incontra una giovane donna una sera al tramonto davanti al mare. Questa fotografia o meglio questo disegno, tratteggiato in fretta, è il principio della storia. Dieci frammenti, dieci istantanee che, nella loro sospensione, ricordano certe visioni del pittore Edward Hopper.
Attraverso il susseguirsi degli incontri di queste due figure tra le strade della vecchia città, permane la sensazione di una sospensione del tempo. Esso è scandito non dall’orologio ma dai movimenti della parola. Una parola sempre sfuggente, precaria, ambigua che tenta di farsi ponte tra culture tra loro lontane. Si procede per associazioni, contrasti e come un puzzle, pezzo dopo pezzo si intravede il disegno finale.
Per l’autore, la parola teatrale non soggiace all’interpretazione quotidiana. La parola contiene diverse possibilità, diverse interpretazioni.
Lo spazio crea un alfabeto originale dove far risuonare in tutta la sua ambiguità la storia tra l’uomo e la donna, tra l’uomo e la gente della città vecchia. Esiste un quinto personaggio che contiene tutti gli altri: la città.
Essa è la piattaforma sulla quale costruire il loro gioco, dentro la quale, l’europeo intraprenderà un viaggio che lo costringerà a ingaggiare un corpo a corpo con la propria coscienza.
Claudio Autelli

quel che ho da confessare è che io di solito, questi spettacoli li disdegno.
non posso esimermi da dirlo.
testi nuovi, non classici, non autorali, non fanno per me.
pernacchia.
buuu.
ma
quest'anno mi sono buttata un po' di più, mi sono spinta nelle acque infide dell'Elfo Puccini e, figurati un po', perfino in quelle del Franco Parenti, ieri sera.
e, devo dire, proprio al Parenti, ho visto due spettacoli eccellenti.
in aprile, Tante facce nella memoria, denso e intelligente,
e, ieri sera, Ritratto di donna araba che guarda il mare.
un gioiello.
un testo davvero notevole, un uso della parola straordinario, un'invenzione scenica geniale.
uno spettacolo piccolo, dai piccoli mezzi, un grande risultato.
una video camera si sposta su un plastico che riproduce una città araba assolata sul mare, vicoli, case bianche, litorali, piazze e interni.
a ogni scena la video camera si sposta facendo una panoramica sulla città e si ferma su un dettaglio, il luogo della scena. proietta su uno schermo grande dietro agli attori seduti, fa da sfondo, individua il campo d'azione.
gli attori sono vestiti in modo borghese, solo lei porta un velo sui capelli.
parlano, non c'è scenografia, ci sono solo le parole, la frasi, i dialoghi.
e le parole sono tutto.
le stesse parole, .le stesse frasi sono dette dai diversi personaggi in diversi momenti, o dallo stesso personaggio in scene diverse.
e le parole cambiano.
il messaggio cambia.
la parola è significante e poi significato nel corpo di ognuno.
uomo e donna non si capiscono, cultura occidentale e araba non combaciano, uomo giovane e uomo d'affari non si comprendono, il bambino parla la lingua della verità ma rimane solo, inascoltato.
rimane l'angoscia di una incomprensione che diventa perdita.
il mondo maschile dei gesti e delle prove di fatto, il mondo femminile dell'assoluto e delle richieste d'amore.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

domenica 9 aprile 2017

Campari!!


questa facciata? ispirata ai disegni di Fortunato Depero. si riconosce l'omino stilizzato?
fantastico. alla Galleria Campari, in via Gramsci 161 a Sesto San Giovanni, li si ritrovano ovunque, sia l'omino, sia Depero.
la ricostruzione dell'antico edificio, di cui mantiene solo la facciata, è opera dell'architetto Mario Botta, e il risultato, tra recupero storico, celebrazione artistica e rispetto ecologico, è davvero sorprendente.
una storia straordinaria, questa.
l'ho ascoltata, con molta pazienza, in occasione di Museo City, qualche settimana fa, all'inizio di marzo. pazienza, molta, moltissima, perché il relatore era prolisso e colmo di inutile prosopopea, un giro di due ore si poteva fare benissimo in una. quante inutili parole, era tutto da vedere, immagini di grande impatto visivo: quanti riferimenti nella memoria, uditivi, visivi, olfattivi.
la galleria si estende su due piani, il primo dedicato all’esperienza Campari con l’esposizione di opere di artisti internazionali come Leonetto Cappiello, Bruno Munari e Ugo Nespolo, al secondo piano il prodotto ritorna visibile, con la bottiglia monodose creata da Depero, e la narrazione si sviluppa lungo 5 stanze dove si osserva il mondo Campari: il percorso si snoda attraverso oggetti tipici del mondo dei bar, shaker, bicchieri, menu, posacenere, vassoi, bottiglie, orologi originali degli anni ’60 e ’70.

"l'aperitivo è come l'arte: è un momento che da rilievo alla vita". leggo.
non esageriamo ma qui, di arte ce n'è parecchia.
Campari nasce, nel 1860, dalla passione di Gaspare Campari. grazie alla prestigiosa posizione del Caffè Campari in Galleria Vittorio Emanuele II (ceduto nel 1919). nel 1889 compare il primo annuncio pubblicitario di Campari sul ‘Corriere della Sera’. nel 1890 l’illustratore Mora realizza i primi manifesti per pubblicizzare il Campari e nei primi anni del ’900 sono diversi gli artisti che prestano la loro opera per rappresentare Campari,















tra questi il pittore e cartellonista triestino Marcello Dudovich  e l’incisore, illustratore e scenografo ferrarese Adolfo Magrini. il 1 ottobre 1904 viene inaugurato lo stabilimento di Sesto San Giovanni: moderna, con strutture e macchinari al passo con i tempi, la sede di Sesto è strategica per i collegamenti ferroviari nazionali e internazionali.


Marcello Dudovich firma il celebre manifesto del bacio appassionato di due innamorati, colti nell’angolo di un salottino privé e virato tutto di colore rosso, come Campari. 
Leonetto Cappiello realizza una serie di manifesti tra cui il celebre Spiritello avvolto nella buccia d’arancia.
negli anni 30 sarà Depero a offrire la sua creatività al marchio.


 

un bel luogo, memoria di una storia dell'Italia, industriale, commerciale, ma anche artistica, di costume, di immaginario, di noi.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

martedì 10 gennaio 2017

infine, le città invisibili

era BookCity.
sempre il 19. quasi il 20 novembre.
era l'ex Ansaldo.
era notte, c'era anche una tromba che suonava illuminata da luce livida blu.

era tardi e ascoltavo di Moriana, Clarice, Eusapia e Bersabea da gente che non conosco. e che ho invidiato in quel ruolo.
una maratona notturna dedicata alle Città Invisibili (ma anche altro).
mi sono ritrovata in questa narrazione fantastica e ho pensato: Calvino è immenso.
immenso immenso, una mente lucida penetrante acuta colta visionaria.
forse una mente che ha visto, per un attimo, qualcosa della verità.
le avevo già lette, le sue città, ma certe cose non si leggono la prima volta. non si vedono. quel che posso capire ora non ha niente a che vedere con quel che ho letto e capito allora.
la mia mente è cresciuta e le città invisibili sono rimaste tutte lì ad aspettarmi.
pazienti
magiche
esaltanti
orribili
vitali o mortifere
presenti o passate
reali o immaginarie
ricche o povere
lo sforzo di Calvino è, da una parte, squisitamente intellettuale, un esercizio di stile letterario, dall'altra è una costruzione fantastica di un profilo umano, di un carattere irripetibile dell'umanità.
da una città all'altra si rimbalzano immagini architettoniche e destini storici ma si parla di uomini e di desiderio. la costruzione del desiderio (come lo era dell'amore per Fossati che lo vedeva crescere con un grattacielo di cento piani) passa attraverso l'immaginare mille e infinite città fino alla scultura di un volto, quello dell'uomo, e delle sue infinite possibilità espressive.
non c'è un desiderio, non c'è una città, non c'è una via e un suo abitante, non c'è uno stile, non c'è una verità, ce ne sono molti, tanti quanti sono gli uomini che abitano il mondo.
le donne città di Calvino sono invisibili agli occhi, si leggono con la mente, e sono potenzialmente infinite. le donne città di Calvino sono desiderabili e fanno paura, sono una visione impossibile, archeologica e futurista, dell'architettura umana, eppure qualcosa ci tocca. in ognuna di loro, come ogni donna ci tocca, come ogni passione, come ogni talento, come ogni paura, come ogni fantasia.
desiderabile e paurosa, questa è la città donna di Calvino.
su tutto domina il registro di Maro Polo e di Kublai Kan, che insieme inseguono una costruzione fantastica di un impero immenso, commentano atti e evoluzioni, costruzioni e dissolvimenti, vita e morte all'interno di un perimetro possibile, quello delle città e dell'atlante che le contiene.
città di un immenso impero, che ora si allarga e prospera, ora si disintegra e frana, ora promette meraviglie e accessi paradisiaci, poco dopo prefigura futuri infernali e apocalittici,
città senza tempo, quelle di Calvino, si legge e ci si anima di un tempo arcaico, archeologico, decaduto oppure futuribile, inimmaginabile, avveniristico, oppure presente, attuale, inesorabile.
e allora, mi parli di Valdrada e di Despina, poi mi citi Nuova York, Los Angeles, Kyoto?
ma come mi inventi Zoe e Anastasia e poi mi citi Cartagine, Costantinopoli e Gerusalemme?
certo parli di Urbino, un palazzo che anziché sorgere dentro le mura d'una città contiene una città tra le sue mura, e sembri raccontare una tua città invisibile, e così per una Cuzco a pianta raggiata e multipartita che riflette l'ordine perfetto degli scambi, una Messico verdeggiante sul lago dominato dalla reggia di Moctezuma, una Novgorod con le cupole a bulbo, una Lhassa che solleva bianchi tetti sopra il tetto nuvoloso del mondo.
in che luogo siamo?
in che mondo siamo?
in che tempo siamo?
quello dell'uomo? quello del sogno? quello della storia? quello della letteratura?
quello del desiderio: farlo durare e dargli spazio.

Il Gran Kan possiede un atlante i cui disegni figurano l'orbe terracqueo tutt'insieme e continente per continente, i confini dei regni più lontani, le rotte delle navi, i contorni delle coste, le mappe delle metropoli più illustri e dei porti più opulenti. Ne sfoglia le carte sotto gli occhi di Marco Polo per mettere alla prova il suo sapere. Il viaggiatore riconosce Costantinopoli nella città che incorona da tre rive un lungo stretto, un golfo sottile e un mare chiuso; ricorda che Gerusalem sovra duo colli è posta, d'impari altezza, e volti fronte a fronte; non esita nell'indicare Samarcanda e i suoi giardini. Per altre città fa ricorso a descrizioni tramandate di bocca in bocca, o tira a indovinare basandosi su scarsi indizi: così Granada, iridata perla dei Califfi, Lubecca, lindo porto boreale, Timbuctù che nereggia d'ebano e biancheggia d'avorio, Parigi dove milioni d'uomini rincasano ogni giorno impugnando un filone di pane. In miniature colorate l'atlante raffigura luoghi abitati di forma insolita: un'oasi nascosta in una piega del deserto da cui spuntano solo le cime delle palme è di sicuro Nefta; un castello tra le sabbie mobili e le mucche che brucano prati salati dalle maree non può non ricordare il Monte San Michele; e non può essere che Urbino un palazzo che anziché sorgere dentro le mura d'una città contiene una città tra le sue mura. L'atlante raffigura anche città di cui né Marco né i geografi sanno se ci sono e dove sono. Ma che non potevano mancare tra le forme di città possibili: una Cuzco a pianta raggiata e multipartita che riflette l'ordine perfetto degli scambi, una Messico verdeggiante sul lago dominato dalla reggia di Moctezuma, una Novgorod con le cupole a bulbo, una Lhassa che solleva bianchi tetti sopra il tetto nuvoloso del mondo. Anche per queste Marco dice un nome, non importa quale , e accenna a un itinerario per andarci. SI sa che i nomi dei luoghi cambiano tante volte quante sono le lingue forestiere; e che ogni luogo può essere raggiunto da altri luoghi, per le strade e le rotte più diverse, da chi cavalca carreggia remavola. - Mi sembra che tu riconosci meglio le città sull'atlante che a visitarle di persona, - dice a Marco l'imperatore richiudendo il libro di scatto. E Polo: - Viaggiando ci s'accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città, i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti. Il tuo atlante custodisce intatte le differenze: quell'assortimento di qualità che sono come le lettere del nome. Il Gran Kan possiede un atlante in cui sono raccolte le mappe di tutte le città: quelle che elevano le loro mura su salde fondamenta, quelle che caddero in rovina e furono inghiottite dalla sabbia, quelle che esisteranno un giorno e al cui posto ancora non s'aprono che le tane delle lepri. Marco Polo sfoglia le carte, riconosce Gerico, Ur, Cartagine, indica gli approdi alla foce dello Scamandro, dove le navi achee per dieci anni attesero il reimbarco degli assedianti, fino a che il cavallo inchiavardato da Ulisse non fu trainato a forza d'argani per le Porte Scee. Ma parlando di Troia, gli veniva d'attribuirle la forma di Costantinopoli e prevedere l'assedio con cui per lunghi mesi la stringerebbe Maometto, che astuto come Ulisse avrebbe fatto trainare le navi nottetempo su per i torrenti, dal Bosforo al Corno d'Oro, aggirando Pera e Galata. E dalla mescolanza di quelle due città ne risultava una terza che potrebbe chiamarsi San Francisco e protendere ponti lunghissimi e leggeri sul Cancello d'Oro e sulla baia, e arrampicare tramvai a cremagliera per vie tutte in salita, e fiorire come capitale del Pacifico di lì a un millennio, dopo il lungo assedio di trecento anni che porterebbe le razze dei gialli e dei nei e dei rossi a fondersi insieme alla superstite progenie dei bianchi in un impero più vasto di quello del Gran Kan. L'atlante ha questa qualità: rivela la forma delle città che ancora non hanno una forma né un nome. C'è la città a forma di Amsterdam , semicerchio rivolto a settentrione, coi canali concentrici: dei Principi dell'Imperatore , dei Signori; c'è la città a forma di York, incassata tra le alte brughiere, murata, irta di torri; c'è la città a forma di Nuova Amsterdam detta anche Nuova York, stimata di torri di vetro e acciaio su un'isola oblunga tra due fiumi, con le vie come profondi canali tutti diritti tranne Broadway. Il catalogo delle forme è sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere. Dove le forme esauriscono le loro variazioni e si disfano, comincia la fine delle città. Nelle ultime carte dell'atlante si diluivano reticoli senza principio né fine, città a forma di Los Angeles, a forma di Kyoto-Osaka, senza forma.
... 
Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butwa, Brave New World. 
Dice:- Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente. E Polo:- L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

fonte: https://nuovateoria.blogspot.it