LITTLE BIRD (ACOUSTIC)
sabato 17 gennaio 2015
Walking Dead, zombie cannibali: siamo carne da macello
Conosco molte persone che non hanno nessun interesse a guardare la televisione perché il 99% dei programmi è spazzatura o propaganda politica da parte del governo. Solo l’1% propone le tematiche più profonde e gli stati d’animo presenti nella nostra società. Gli show televisivi come “Breaking Bad”, “Game of Thrones” e “The Walking Dead” riflettono lo stato d’animo deprimente dell’incalzante “Fourth Turning”. In aprile ho scritto uno dei miei articoli più pessimisti, intitolato “Welcome to Terminus”, benvenuti a Terminus, riguardo alla fine della quarta serie di “Walking Dead”. In sintesi argomentavo che ci stiamo avvicinando alla fine del mondo e che il mondo stesso diventerà odioso. Nei sei brevi mesi da quando ho scritto questo deprimente articolo, abbiamo visto nei video di YouTube uomini decapitati da parte di terroristi di cui non si sapeva nemmeno l’esistenza a inizio anno. È stata messa in piedi alla buona una banda di 30.000 terroristi musulmani che usa le armi militari americane fornite per combattere Assad in Siria e sottratte dalle forze armate irachene quando hanno tagliato la corda e sono scappate via; sono stati in grado di sconfiggere 600.000 combattenti iracheni e curdi che avevano l’appoggio da parte della grandiosa forza aerea americana.
La Siria, l’Iraq, la Libia e l’Afghanistan crollano verso una guerra religiosa senza fine. Abbiamo addirittura passeggeri aerei che spariscono misteriosamente in Asia senza lasciare traccia. La Crimea si è staccata dall’Ucraina per appartenere alla
Russia ed è stato messo in moto un piano da parte delle potenze occidentali per punire la Russia. L’America supporta e pianifica un rovesciamento da parte di un governo eletto democraticamente in Ucraina. Abbiamo assistito al “false flag” dell’abbattimento di un aereo di linea sopra l’Ucraina da parte del governo ucraino, del quale vengono accusati la Russia e Putin da Obama e dai suoi complici europei. Le agenzie di media portavoce americane hanno ignorato l’occultamento delle trasmissioni di controllo mancanti, le registrazioni della scatola nera e gli indizi evidenti della morte di centinaia di persone innocenti per mano di politici europei. Israele e Hamas hanno ripreso la loro infinita guerra religiosa a Gaza causando migliaia di vittime e distruzione.
L’Inghilterra intimorita dalla guerra e dalle minacce finanziare a stento si accorge della secessione della Scozia. La Catalogna continua a premere per un voto di secessione per lasciare la Spagna. Proteste violente sono scoppiate in Spagna, Italia, Francia e anche in Svezia. Turbolenze, proteste e rivolte in Brasile, Venezuela, Argentina e in Messico sono germogliate a causa della rabbia per la corruzione politica, per l’inflazione e per un generale malfunzionamento dell’economia. Si è alzato un polverone tra Cina e Giappone e i giovani di Hong Kong sono scesi in piazza a protestare per la scarsa democrazia concessa dalla Cina nelle elezioni. L’economia mondiale, che subisce il venir meno dello stimolo da parte della banca centrale, sta tornando in una fase di recessione con Germania, Cina e Stati Uniti che si uniscono al declino economico del resto del mondo. E ora, in Africa
occidentale scoppia l’Ebola che si è già sparsa in tutto il mondo con la previsione di un’epidemia che potrebbe portare il pianeta in un caos completo.
Quello che sta succedendo nel mondo reale rende lo zombie distopico di “Walking Dead” un essere quasi bizzarro. Con un uso brillante del simbolismo e dell’arte figurativa, gli autori di questo show catturano il mondo nella sua essenza violenta, caotica, inumana, deprimente e brutale come il periodo di crisi “Fourth Turning” nel quale siamo entrati nel 2008 e che si intensifica di giorno in giorno. C’è una buona ragione per cui il primo episodio della quinta stagione ha stabilito il record di ascolti nella storia della Tv via cavo. La serie sta chiaramente prendendo a piene mani dallo stato d’animo che pervade la massa. Prima, nell’ultimo episodio della serie precedente, ci si rende conto che Terminus è diventato un centro di produzione gestito dai cannibali. La linea di confine tra vittime e criminali, tra preda e cacciatore, tra male e bene, tra follia e sanità mentale, tra morale e immorale ha contorni sfumati e indefiniti. Tutto diventa relativo, nel mondo post-apocalittico di “Walking Dead”.
Vedere i cannibali di Wall Street andarsene indenni dopo aver divorato il sistema economico mondiale nel 2008 con i loro calcoli finanziari fraudolenti, vedere i politici corrotti arricchitisi buttando coloro-che-pagano-le-tasse sotto un autobus, le forze di polizia calpestare il Quarto Emendamento, la Nsa sorvegliare ogni cittadino americano, una banca centrale privata arricchire i suoi azionisti facendo transitare migliaia di miliardi nelle loro camere blindate, un presidente calpestare la Costituzione emanando ordini che scavalcano gli altri rami del governo e ancora miliardi di frodi, fiscali e del welfare, dai ghetti urbani fino alle suite-attico di New York; tutto ciò ha convinto gran parte degli americani che tutto sia relativo e che niente importi davvero nel nostro mondo distopico e corrotto. Giusto e sbagliato non contano più. La morale è un concetto antico. La fedeltà alla Costituzione è una consuetudine fuori moda. La nostra società inneggia e accetta il paradigma dell’homo homini lupus. O lo zombie che mangia qualsiasi cosa, nel caso di “Walking Dead”.
La comunità Terminus ricorda il campo di concentramento nel film Shindler’s List. Ci sono addirittura vagoni per i prigionieri, cancelli con filo spinato, guardie armate e un numero infinito di attrezzature per “processare” i prigionieri. Un fitto fumo nero impregna l’aria. C’è una stanza piena della refurtiva ben impilata, orsacchiotti, orologi, vestiti di tutto tranne le otturazioni d’oro. La precisione e l’attenzione al dettaglio tanto cara ai nazi si riflettono nel metodo professionale con cui gli amministratori di Terminus stanno per divorare le loro prede. La raccapricciante efficienza e l’ambiente antisettico dell’impianto di preparazione evocano il ricordo delle camere a gas dell’Olocausto. La scena iniziale quando Rick, Daryl, Glenn
e Bob sono in mezzo a un gruppo di uomini in fila pronti per essere sventrati come maiali, attorno a una mangiatoia in attesa che venga raccolto il loro sangue, può essere a buon diritto una delle scene più terribili mai messa in onda sulla Tv via cavo.
Il modo freddo e spietato in cui i prigionieri (la carne da macello) sono allineati di fronte a un’inossidabile mangiatoia d’acciaio è sconcertante e agghiacciante. Le vittime sono colpite con una mazza da baseball e le loro gole vengono squarciate da uomini con tute protettive. Non sono diventati altro che carne pronta per essere macellata e consumata dai cannibali di Terminus. In un’ altra parte dell’impianto di “macellazione” si vedono essere umani appesi a dei ganci esattamente come pezzi di carne. Gareth, il leader di Terminus, supervisiona l’operazione come un perfetto amministratore delegato, rimproverando i macellai per non essere arrivati alla quota stabilita e per non aver seguito le procedure standard. Situazione non molto diversa da come vengono gestite le grandi aziende oggigiorno. L’altra affascinante similitudine tra il distopico “incubo del volere” rappresentato in Terminus e il nostro moderno distopico “regno dell’eccesso” è l’uso di una pubblicità falsa e una propaganda che induce i consumatori in trappola.
La loro versione dei cartelloni pubblicitari era compensata da messaggi scritti a mano della serie “Un rifugio per tutti”, “Una comunità per tutti” e “Coloro che arrivano sopravvivono”. I cannibali di Terminus si sarebbero trovati benissimo in Madison Avenue con gli artisti Spinart meglio pagati, i divulgatori e le puttane per gli oligarchi delle banche. I cartelli lungo le rotaie e le trasmissioni radio da parte di un call center mostrano la business efficiency con cui i cannibali conducono le loro vittime al macello. È la stessa tecnica utilizzata dagli apostoli di Edward Bernays per manipolare in maniera consapevole e intelligente le abitudini, le opinioni, i gusti, le idee e le azioni delle masse per poterle controllare in ciò che comprano e nelle decisioni di voto
e per sostenere le loro regole. Gli uomini invisibili che costituiscono il “governo invisibile” prediligono la tecnica di mantenere il bestiame docile, fedele e ignorante dato che lo porteranno al macello.
Il governo e l’assenza di governo sono il torbido retroscena di come e perché gli Stati Uniti siano finiti nel mondo infetto di “Walking Dead”. Questo episodio fornisce alcuni indizi su come i laboratori del governo producano virus come armi da usare contro non meglio definiti nemici. L’insinuazione che traspare nel racconto è che il governo abbia in qualche modo perso il controllo del virus e che la conseguente pandemia abbia distrutto il mondo moderno lasciando i sopravvissuti a combattere contro gli zombie per il poco che è rimasto. Il governo federale ha causato il collasso della società ed è assente ed introvabile nel momento in cui bisogna ricostruire la nazione. Non è chiaro come l’apocalisse finisca, ma si può immaginare che inizi con paura, la quale porta al panico, al caos, al crollo economico, a uno sconvolgimento violento, alla guerra, a un totale collasso dell’autorità e del controllo da parte del governo. Si può leggere dell’ironia nel fatto che la paura che l’Ebola diventi un’epidemia pandemica coincide con un’inevitabile implosione economica, con le guerre che risuonano in Medio Oriente, con le violente proteste in tutto il mondo, e con la fiducia nell’autorità dei governi che crolla in un solo momento.
“Walking Dead” ha intenzionalmente o meno catturato l’essenza della nostra epoca turbolenta. Quando si affrontano circostanze disperate, o si fa tutto il possibile per sopravvivere o si accetta sommessamente il proprio destino e si muore. Gareth e la sua schiera di cannibali sono nella stessa situazione, così come Rick e i suoi, ma sono riusciti in qualche modo a cambiare la situazione dei loro carcerieri. Nella comunità di Gareth la sopravvivenza del più forte era secondo il motto “o sei il macellaio o sei carne da macello”. L’essere umano reagisce in modi diversi a una forte pressione e alle situazioni di minaccia che capitano nella vita. Alcune persone vengono annientate e diventano dei mostri, come Gareth. Alcuni vengono annientati e perdono la testa. Altre, come Rick e Carol, mettono insieme una grande forza interiore per fare tutto il possibile per sopravvivere cercando di mantenere il loro buon senso. Altri si convertono in ciechi sostenitori di un leader forte senza mettere in discussione la morale, la legalità e il buon senso di quello che sono chiamati a fare. La linea tra ciò che è giusto e ciò che è
sbagliato, tra ciò che è necessario e non necessario, tra la vendetta e la giustizia, tra il macellaio e la carne da macello appare sfumato in un mondo senza regole, governo e norme accettate.
Credo che l’analogia del macellaio e della carne da macello sia purtroppo un valido memo del mondo nel quale stiamo vivendo. Nel mondo di “Walking Dead” gli individui devono scegliere tra il macellaio o la carne da macello. È un mondo darwiniano costituito da coloro che uccidono e da coloro che vengono uccisi. Gli individui solidali con valori e obiettivi comuni formano una comunità e cercano di portare un ordine nel mondo caotico in cui vivono. La comunità di Westbury, presieduta dal governatore e la comunità di Terminus, diretta da Gareth, sono fondate sul male e alla fine sono distrutte. La comunità di Rick è costituita da guerrieri liberi che fanno il necessario per sopravvivere, ma controllano la loro umanità, dignità e il loro desiderio di creare un mondo migliore. Il mondo nel quale viviamo oggi potrebbe non essere brutale come quello di “Walking Dead”; e anche se il confine tra la realtà e la finzione è spesso indefinibile quando si sfogliano i giornali, quello tra macellaio e carne da macello è chiaro.
I governanti eletti e non eletti dello Stato sono i macellai, sono coloro che spediscono fuori dal paese i giovani a morire per compagnie di petrolio e trafficanti d’armi, coloro che impoveriscono il popolo attraverso l’inflazione e il controllo sulla moneta e allo stesso tempo si arricchiscono attraverso il completo controllo della politica, della finanza, della giustizia e dei sistemi economici. Questa classe dirigente, o governo invisibile come lo descrive Bernays, è dedito al proprio arricchimento e alla perpetuazione. Il suo scopo, le risorse finanziarie, e la ricchezza globale lo pongono di per sé dalla parte dei predatori. La gente comune rappresenta la carne da macello. Ci stanno tenendo buoni con un’incessante propaganda da parte dei media principali; i messaggi pubblicitari su Madison Avenue; siamo nutriti con dati economici filtrati, aggiustati, manipolati da parte delle agenzie statali; un infinito rifornimento di iGadgets e altre distrazioni elettroniche; l’educazione statale organizzata per mantenerci ignoranti; 24 ore al giorno, 7 giorni su 7 di reality show su seicento canali diversi per tenerci occupati; cibo tossico e industriale per tenerci obesi e mansueti; e una scorta infinita sull’indebitamento di Wall Street per tenerci intrappolati nelle
nostre stesse ali senza speranza di scappare. Lo Stato macellaio ha mantenuto il controllo per decadi, ma stiamo entrando in una nuova era.
Il libro “The Fourth Turning” fa capire che i ruoli sono cambiati e questa volta tocca ai macellai. Un po’ di bestiame da macello si sta svegliando dallo stupore. Riescono a vedere il sangue delle scritte nelle mura del macello. Chiunque non stia vedendo un cambiamento drammatico nel proprio stato o è uno zombie senza coscienza o un funzionario dello Stato. Le bravate finanziarie della classe alta non si stanno rivelando altro che un schema Ponzi costruito sulle fondamenta del debito e sostenuto da delusione e ignoranza. Quando the House of Cards crollerà in futuro, il gioco cambierà. Quando le persone non avranno più niente da perdere, andranno fuori di testa. I macellai diventeranno la carne da macello. Non ci sarà riparo per questi uomini del male. Il loro regno del male verrà spazzato via in un turbinio di castigo morte e distruzione. Ciò potrebbe anche rendere “The Walking Dead” una passeggiata nel parco, a confronto.
(“Benvenuti a Terminus”, intervento pubblicato il 16 ottobre 2014 da “The Burning Platform”, blog gestito da Jim Quinn, e tradotto da “Come Don Chisciotte”; ripetuti i riferimenti al libro “The Fourth Turning”, dei sociologi William Strauss e Neil Howe).
fonte: www.libreidee.org
giovedì 15 gennaio 2015
il disastro del Moby Prince
è stato un incidente marittimo avvenuto la sera del 10 aprile 1991, quando il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo entrarono in collisione al largo del porto di Livorno.
In seguito allo scontro, si sviluppò un incendio che causò la morte delle 140 persone a bordo del Moby Prince, equipaggio e passeggeri, tranne il giovane mozzo napoletano Alessio Bertrand.
Il 28 maggio 1998, la nave (posta sotto sequestro) affondò nelle acque del Porto di Livorno mentre era ormeggiata alla banchina; fu poi recuperata e avviata alla demolizione in Turchia.
Cause
Alle ore 22:03 del 10 aprile 1991, il traghetto Moby Prince, in servizio di linea tra Livorno e Olbia, mollò gli ormeggi per la traversata. A bordo era presente l'intero equipaggio, formato da 65 persone agli ordini del Comandante CSLC Ugo Chessa e 75 passeggeri. Il traghetto, durante la percorrenza del cono di uscita del porto, colpì con la prua la petroliera Agip Abruzzo, penetrando all'interno della cisterna numero 7, contenente circa 2700 tonnellate di petrolio Iranian Light. Alle ore 22:25, il marconista di bordo lanciò il Mayday dal VHF portatile, e non dalla postazione radio, dato che, come stabilito anche dal punto in cui fu ritrovato il cadavere, al momento dell'impatto non si trovava in sala radio.
Parte del petrolio che fuoriuscì dalla cisterna n. 7 della petroliera Agip Abruzzo si riversò in mare, parte invece investì in pieno la prua del traghetto. A causa delle scintille prodotte dallo sfregamento delle lamiere delle due navi al momento dell'impatto, il petrolio prese rapidamente fuoco, incendiando il traghetto.
Non è possibile stabilire esattamente quanto greggio sia stato "spruzzato" sul Moby; secondo l'ingegnere Del Bene, nominato come consulente di parte civile nel processo, si trattò di una quantità compresa tra le 100 e le 300 tonnellate.
L'incendio sprigionatosi all'esterno della nave probabilmente penetrò all'interno del traghetto a causa della rottura di due coperchi che separavano la coperta prodiera dal garage superiore (probabilmente fino al locale eliche di prua).
Tuttavia l'incendio non si propagò subito a tutta la nave, in quanto il Moby Prince era provvisto di paratie tagliafuoco per impedire la propagazione delle fiamme. Si stima che le fiamme siano arrivate all'altezza del salone "De Lux" (dove sono state ritrovate gran parte delle 140 vittime) in un tempo sicuramente superiore alla mezz'ora. I soccorsi partirono in mare solo dopo le ripetute richieste di aiuto da parte dell'Agip Abruzzo. Lo scafo in fiamme della Moby Prince non venne individuato fino alle ore 23:35. Il Moby Prince, con i motori ancora in funzione, percorse ancora alcune migliaia di metri, allontanandosi dal punto d'impatto e iniziando a girare in senso circolare e rendendo ancora più difficoltosa la sua individuazione.
Si appurò, in seguito, che l'equipaggio fece sistemare, in attesa dei soccorsi (attesi in brevissimo tempo, visto la vicinanza delle banchine del porto), gran parte dei passeggeri nel salone De Luxe posto a prua della nave e dotato di pareti e porte tagliafuoco. Le fiamme provenivano appunto dalla parte anteriore della nave e, raggiunto il salone, lo "scavalcarono", passando intorno e infiammando tutti gli arredi e le strutture circostanti al suo perimetro. In questo modo il salone De Luxe si trovò esattamente al centro dell'incendio e, quando l'equipaggio si accorse del ritardo dei soccorsi, non fu più possibile evacuare le persone dall'uscita posteriore del salone, tanto meno da quella anteriore, già luogo di provenienza delle fiamme. Gli esami tossicologici rilevarono inoltre un elevatissimo tasso di monossido di carbonio nel sangue delle vittime, sintomo del fatto che in molti sopravvissero per ore (anche in stato di incoscienza) all'incendio, e non tutti quindi morirono a causa delle fiamme nel giro di pochi minuti dall'impatto.
Un fattore che ha contribuito in maniera importante alla mortalità sul traghetto è stato di sicuro il fumo nero e denso originato dalla combustione del petrolio e dei materiali plastici, e in misura minore i gas prodotti dall'evaporazione del petrolio che, concentrati in ambienti ridotti come quelli di un traghetto, hanno aumentato il loro potere soffocante. Ad aggravare la presenza dei fumi e dei gas è poi intervenuto il sistema di aria condizionata e di aria forzata in circolazione sul traghetto, rimasto accesso durante tutto l'evolversi dell'incendio (fu trovato ancora in funzione il giorno dopo l'incidente), che ha distribuito il fumo e i gas tossici anche negli ambienti della nave non direttamente interessati dall'incendio.
Tredici salme (tutte, con una eccezione, di membri dell'equipaggio) vennero rinvenute sul ponte imbarcazioni, otto delle quali nell'area scoperta di poppa (ponte sole), due nell'atrio abbandono nave di prua (nei pressi della plancia; una delle due era quella del comandante Chessa), una nell'atrio tra il ristorante e la discoteca Moby Club e due nelle cucine. La maggior parte delle vittime fu ritrovata nel ponte coperta. Un salma fu rinvenuta nel corridoio che dalle cabine di II classe portava sul ponte scoperto di poppa, altre tre sulle scale che portavano al garage, 30 nella zona cabine di II classe (principalmente nei corridoi, tranne i resti di 6 persone trovati in un locale adiacente adibito a bar/ripostiglio), 28 nel vestibolo abbandono nave (l'atrio tra la zona cabine di II classe ed il salone De Lux), 60 nel salone De Lux e due in un bagno a destra del vestibolo abbandono nave. I corpi di un motorista e di un passeggero vennero invece trovati in sala macchine, mentre quello di un altro motorista fu trovato negli alloggi dell'equipaggio, vicino ad una manichetta antincendio. Un’unica salma, quella del barista Francesco Esposito, venne ritrovata in mare, unica vittima deceduta per annegamento.
I familiari delle vittime del Moby Prince si sono costituiti in due associazioni. La prima chiamata "140" e presieduta da Loris Rispoli, che nel rogo del traghetto ha perduto la sorella e che raccoglie la maggioranza dei familiari. Quella più recente denominata "10 aprile" e presieduta da Angelo Chessa, figlio del comandante della Moby Prince il Com.te CSLC Ugo Chessa. Entrambe le associazioni, continuano a chiedere alle autorità competenti che sia fatta luce e giustizia su questo terribile avvenimento.
Dinamiche e causa dell'incidente accertate in sede giudiziaria
Errore umano
Un aspetto più volte indicato come possibile causa dello scontro, fu quello dell'errore umano da parte dell'equipaggio di Moby: tutte le commissioni di inchiesta e tutti processi, fino all'ultima archiviazione disposta dalla Procura di Livorno nel 2010, censurano il comportamento della plancia del Traghetto, comandata da Ugo Chessa, defunto anch'egli nella tragedia. L'imprudenza del Comandante Chessa, secondo i giudici non ha certo determinato la tragedia nei suoi mortali sviluppi tuttavia ha contribuito a non evitarla. Tra le accuse rivolte all'equipaggio del Moby Prince si elencano: il mal funzionamento di alcuni apparati di sicurezza a bordo della nave; l'aver fatto scendere prima del dovuto il pilota del porto Federico Sgherri; la mancata dovuta attenzione nelle procedure di uscita dal porto; la velocità troppo elevata in fase di uscita; l'aver lasciato aperto il portello del traghetto in fase di navigazione.
Tra le cause della disattenzione è stato indicato più volte erroneamente, anche dagli organi di stampa dell'epoca, il fatto che l'equipaggio potesse essere distratto dalla gara di ritorno della semifinale di Coppa delle Coppe tra la Juventus e il Barcellona. Questa ipotesi è stata però decisamente respinta dalla testimonianza del superstite Bertrand, il quale, durante vari interrogatori, ha più volte dichiarato di aver personalmente portato alcuni panini in plancia comandi e che il personale di guardia si trovasse al proprio posto nella gestione del traghetto.
Problemi tecnici a bordo della Moby Prince
1. L'avaria del timone di Moby Prince
L'avaria al timone di navigazione, è stata smentita dalle perizie richieste dal tribunale di Livorno.
2. L'impianto antincendio spento
È stato appurato in sede giudiziaria che il traghetto Moby Prince navigava con gli impianti sprinkler non in funzione e con gli altri in attivazione manuale. Della questione si è occupato il Tribunale di Livorno nel processo di primo grado, conferendo ai periti uno specifico quesito. Tale questione infatti risultava cruciale per determinare se i soccorsi fossero stati tempestivi e adeguati, considerato che il mancato funzionamento dell'impianto antincendio poteva determinare una sostanziale riduzione del tempo di sopravvivenza delle vittime. L'impianto sprinkler è il sistema antincendio di cui le navi devono essere obbligatoriamente dotate secondo le normative nazionali ed internazionali: esso deve entrare automaticamente in funzione al superamento della soglia della temperatura critica (74 °C). È dato acquisito dagli accertamenti tecnici (v. in particolare la perizia dibattimentale) che l'intero impianto sprinklers non è mai entrato in funzione durante l'incendio. È stato accertato che le valvole manuali di comando dell'impianto di acqua spruzzata alloggiate nell'apposito vano di comando del piano garage erano in posizione di chiusura e che la valvola di presa a mare dell'impianto sprinklers era in posizione di chiusura e l'elettropompa era in posizione di comando manuale e non automatico.
La presenza della nebbia
Tra le cause ufficiali del disastro è attribuito un ruolo significativo alla nebbia che quella sera secondo alcuni gravava sulla zona. I magistrati si sono espressi in favore del cosiddetto fenomeno della nebbia da avvezione, che può provocare la formazione repentina di un banco, anche molto fitto e localizzato, a causa della discesa di aria calda e umida sulla superficie fredda del mare. Il banco di nebbia sarebbe calato all'improvviso sul tratto di mare circostante all'Agip Abruzzo, impedendo al Moby Prince di individuare correttamente la petroliera. La testimonianza dell'unico sopravvissuto nel corso del processo di I grado viene assunta, unitamente al parere della maggior parte dei consulenti tecnici, dai giudici del Tribunale di Livorno, che scrivono
« ...Conclusiva e risolvente in ordine alla presenza di nebbia oscurante la petroliera è infine la deposizione del mozzo Bertrand Alessio (cfr. verbale di udienza 31/10/1996) il quale (sine causa qualificato in un’arringa “losco personaggio”, cui può solo “imputarsi” di essere l’unico sopravvissuto e che non risulta proprio aver mai mentito) ha riferito di aver dopo l’impatto incontrato nel corridoio cabine passeggeri il timoniere Padula che gli disse: “c’era la nebbia e siamo andati contro un’altra nave”... »
Secondo i figli del comandante Chessa, costituitisi in associazione, esistono tuttavia alcuni elementi che fanno dubitare sulla effettiva presenza di condizioni di scarsa visibilità. In un filmato amatoriale trasmesso dal Tg1 all'epoca dei fatti, sembra evidente che la visibilità nel porto fosse quantomeno buona. L'ipotesi della nebbia è stata comunque smentita da varie testimonianze tra cui quella rilasciata in tribunale dal capitano della Guardia di Finanza Cesare Gentile. A capo di una motovedetta dei soccorritori uscita dal porto di Livorno intorno alle 22:35 ha dichiarato che "in quel momento c'era bellissimo tempo, il mare calmissimo e una visibilità meravigliosa".
La posizione dell'Agip Abruzzo
Sulla posizione della Agip Abruzzo al momento dell'incidente esistono delle controversie. Il comandante della nave dichiarò, subito dopo l'incidente, di essere orientato con la prua rivolta a sud, ma successivamente ritratterà questa affermazione. La nave apparve rivolta a sud nelle ore successive alla collisione, tesi avvalorata da un video emerso nei mesi successivi all'incidente Mai chiarito infine il punto cruciale, che dovrebbe determinare se fu il traghetto passeggeri, sbagliando rotta o a causa di una distrazione, che andò a colpire la petroliera, o se viceversa la petroliera si trovasse all'interno del cono. Da sottolineare che, nella sentenza di primo grado del 31/10/1998, la posizione attribuita alla petroliera è 43°29'.8 NORD e 10°15'.3 EST. Questa posizione è stata ricavata dalle comunicazioni radio registrate dal canale 16 VHF ed è stata trasmessa direttamente dal comandante dell'Agip Abruzzo Renato Superina nei minuti successivi alla collisione. Andando a riportare la posizione sulla carta nautica, è facile notare come il punto riportato rientri senza alcun dubbio all'interno del triangolo di divieto di ancoraggio e pesca nel quale era proibito alle imbarcazioni di restare alla fonda o di pescare proprio perché utilizzato dalle altre imbarcazioni per l'uscita dal porto.
Grave ritardo nei soccorsi
I soccorsi tardarono in maniera decisiva negli interventi di salvataggio dei passeggeri del Moby Prince, anche perché in un primo momento tutti i mezzi di soccorso partiti dal porto di Livorno si concentrano sull'Agip Abruzzo (che viene raggiunta intorno alle 23:00, e sul quale nessun membro dell'equipaggio perderà la vita), in quanto per motivi mai accertati il Mayday del Moby Prince giunse via radio debolissimo e disturbato a causa di un improvviso calo di volume nelle comunicazioni tra Moby Prince e la Capitaneria di porto.
« Mayday Mayday Mayday, Moby Prince Moby Prince Moby Prince, Mayday Mayday Mayday, Moby Prince! Siamo in collisione, siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Siamo entrati in collisione e prendiamo fuoco! Mayday Mayday Mayday, Moby Prince, siamo in collisione ci serve aiuto! »
( Marconista del Moby Prince dopo l'impatto).
Inoltre il comandante dell'Agip Abruzzo Renato Superina, in una comunicazione via radio ai soccorritori alle 22:36, fa riferimento ad un impatto con una bettolina (una imbarcazione molto più piccola usata prevalentemente nei porti) e non con un traghetto passeggeri, urlando ai soccorritori di recarsi con urgenza verso l'Agip Abruzzo, e soprattutto di "non scambiare loro per noi".
Tale indicazione venne ripetuta dall'ufficiale Rt dell'Agip Abruzzo, in una comunicazione radio:
« ...sembra una bettolina quella che ci è venuta addosso.. »
( ufficiale Rt Agip Abruzzo dopo l'impatto )
I primi a raggiungere per puro caso il Moby Prince verso le 23:35 sono due ormeggiatori su una piccola imbarcazione: Mauro Valli e Walter Mattei, i quali raccolsero anche l'unico superstite, il mozzo napoletano Alessio Bertrand. Bertrand si salvò rimanendo attaccato al parapetto della poppa della nave, evitando l'incendio e lanciandosi poi in mare dopo le sollecitazioni dei due ormeggiatori.
Insieme agli ormeggiatori giunge anche una motovedetta (la CP232) della Capitaneria di Porto. In quegli attimi concitati Valli e Mattei invocarono più volte aiuto alla Capitaneria, anche considerando le dichiarazioni di Bertrand, che asseriva vi fossero ancora persone da salvare, ma per motivi mai chiariti, le operazioni di soccorso sulla Moby ebbero un decorso tragicamente lungo.
Il naufrago venne caricato sulla motovedetta che rimase sul posto per più di mezz'ora, quindi ripartì alla volta del porto in quanto le condizioni del naufrago andavano aggravandosi. Stranamente dopo questo avvenimento gli ormeggiatori contraddicendo quanto detto in precedenza riferirono via radio che il naufrago avrebbe detto: "non c'è più nessuno da salvare, tutti morti bruciati".
In seguito rimorchiatori e mezzi dei Vigili del Fuoco cercarono di raffreddare le lamiere del Moby con potenti getti d'acqua. Alle 3.30 il marinaio Giovanni Veneruso, in forza ad un rimorchiatore privato, venne fatto salire sul traghetto in fiamme per il tempo necessario ad agganciare un cavo di traino. È in assoluto il primo soccorritore a salire sulla nave dopo la tragedia. Dopo di lui, la nave verrà di nuovo visitata dai soccorritori soltanto a mattina inoltrata, una volta spento l'incendio.
L'episodio del cadavere sul ponte
In un filmato girato da un elicottero dei Carabinieri la mattina presto dell'11 aprile si vede chiaramente un cadavere disteso sulla schiena a poppa, sulle lamiere bruciate. Al momento delle riprese aeree del cadavere, si poté notare chiaramente come l'uomo non fosse carbonizzato, ma, al contrario, il cadavere fosse stranamente integro per trovarsi sul ponte distrutto dalle fiamme. All'ingresso nel porto di Livorno, nei video girati dai Vigili del fuoco lo stesso uomo risulta completamente bruciato, avvalorando così l'ipotesi secondo cui molti dei passeggeri non morirono in breve tempo, ma a causa del monossido di carbonio sprigionato dall'incendio. L'ipotesi, smentita in fase processuale da alcune perizie, ma accettata da altre, è quella che il passeggero, sopravvissuto durante la notte all'incendio e ai fumi tossici, sia uscito alle prime luci dell'alba per raggiungere i soccorritori e a causa dell'enorme calore ancora sprigionato dalle lamiere del ponte, sia morto successivamente.
La tesi è che alcuni passeggeri abbiano resistito a lungo all'interno del traghetto, e che all'interno dello stesso, almeno in alcune zone le temperature non fossero eccessivamente elevate, parve trovare conferma quando, nel settembre del 1992, venne trasmesso dai telegiornali un video amatoriale, girato da uno dei passeggeri nei minuti precedenti lo scontro. Il fatto che la cassetta, trovata in una borsa nel salone De Luxe, abbia resistito integra all'incendio dimostrerebbe che l'incendio, almeno in quella zona della nave, non avrebbe provocato temperature tali da fondere neanche la plastica.
Commissioni di inchiesta, processi e condanne
Il processo di I grado (Livorno)
Immediatamente dopo la collisione, la Procura di Livorno apre un fascicolo per omissione di soccorso e omicidio colposo. Il processo di primo grado inizia il 29 novembre 1995. Gli imputati sono 4: il terzo ufficiale di coperta dell'Agip Abruzzo Valentino Rolla, accusato di omicidio colposo plurimo e incendio colposo; Angelo Cedro, comandante in seconda della Capitaneria di Porto e l'ufficiale di guardia Lorenzo Checcacci, accusati di omicidio colposo plurimo per non avere attivato i soccorsi con tempestività; Gianluigi Spartano, marinaio di leva, imputato per omicidio colposo per non aver trasmesso la richiesta di soccorso.
In istruttoria il giudice per le indagini preliminari, sulla base di quanto presentato da due commissioni di inchiesta, decide di archiviare le posizioni dell'armatore di Navarma, Achille Onorato, e del comandante dell'Agip Abruzzo, Renato Superina.
Il processo, pieno di momenti di tensione, si conclude due anni dopo: la sentenza viene pronunciata nella notte tra il 31 ottobre e il 1º novembre 1997. In un'aula piena di polizia e carabinieri, chiamati dal tribunale per la tutela dell'ordine pubblico, il presidente Germano Lamberti lesse il dispositivo della sentenza con cui furono assolti tutti gli imputati perché «il fatto non sussiste». La sentenza verrà però parzialmente riformata in appello: la terza sezione penale della Corte d'Appello di Firenze dichiara il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato.
Il processo di II grado (Firenze)
Il 5 febbraio 1999 la III Sezione della Corte d'Appello di Firenze dichiara di "non doversi procedere nei confronti del Rolla in ordine ai reati ascrittigli perché estinti per intervenuta prescrizione". I giudici di Firenze aggiungono tuttavia in sentenza "(...) non si può non rilevare, che l'inchiesta sommaria della Capitaneria, che per alcuni versi è la più importante perché interviene nell'immediatezza del fatto ed è in qualche modo in grado di indirizzare i successivi accertamenti e di influire sulle stesse indagini penali, può essere condotta da alcuni dei possibili responsabili del disastro".
Nel novembre 1997, alcuni parlamentari proposero una nuova commissione parlamentare d'inchiesta.
Il processo parallelo contro le manomissioni a bordo (Pretore di Firenze)
Contemporaneamente al processo principale, nell'allora Pretura vennero giudicate due posizioni stralciate: quella del nostromo Ciro Di Lauro, che si autoaccusò della manomissione, sulla carcassa del traghetto, di un pezzo del timone, e quella del tecnico alle manutenzioni di Navarma, Pasquale D'Orsi, chiamato in causa da Di Lauro. I due erano accusati di frode processuale, per aver modificato le condizioni del luogo del delitto, ovvero per aver orientato diversamente la leva del timone in sala macchine da manuale ad automatico, nel tentativo di addossare l'intera responsabilità della vicenda al comando del Moby Prince.
Nel corso di una udienza, Ciro Di Lauro confessò di aver manomesso il timone. Ma il pretore di Livorno assolse entrambi gli imputati per «difetto di punibilità». Il pretore di Livorno, pur concordando con il PM sulle responsabilità degli imputati, non ritiene punibili gli stessi, poiché pure essendo accertata la manomissione, quest'ultima non ha tratto in inganno i periti saliti successivamente a bordo e quindi, seppur deprecabile, non è punibile penalmente. La sentenza verrà confermata sia dal processo di appello sia in Cassazione.
Verso un terzo processo
Nel 2006 la Procura di Livorno, su richiesta dei figli del comandante Chessa, decise di riaprire un filone d'inchiesta sul disastro del traghetto.
Nel 2009, l'associazione dei familiari delle vittime presieduta dai Chessa, in una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiede a questi di farsi portavoce presso il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, della richiesta di rendere pubblici i tracciati radar, le immagini satellitari, o altro materiale in possesso delle autorità americane della rada del porto di Livorno durante le ore del disastro del Moby Prince.
Nell'aprile 2009, l'onorevole Ermete Realacci ha presentato una nuova interrogazione parlamentare riguardo al coinvolgimento di altre navi, in particolar modo imbarcazioni militari americane presenti la notte della tragedia nel porto di Livorno e riguardo alla presenza mai accertata definitivamente dei tracciati radar e delle comunicazioni radio registrate a Camp Darby.
L'istanza di riapertura delle indagini per appurare le reali responsabilità, con motivazioni non condivise da tutti i familiari delle vittime, è stata presentata dal legale dei figli del Comandante Chessa nel 2006. Con maggiore attenzione era stato chiesto di occuparsi della questione del traffico illecito di armi e della presenza di navi militari o comunque navi al di fuori del controllo della Capitaneria di Porto, che possano essere causa o una delle concause del disastro.
Nel 2006, l'ipotesi di trovare immagini satellitari della sciagura prese di nuovo corpo dopo il ritrovamento di alcune bobine di immagini negli uffici della Procura di Livorno.
Il 16 novembre 2007 un consulente in materia di intercettazioni telefoniche ed ambientali, Fabio Piselli (ex parà della "Folgore") di origine livornese, mentre stava privatamente indagando sulla morte di un suo cugino impiegato alla Defense Intelligence Agency presso l'ambasciata americana di Roma, ha raccolto delle notizie utili anche per la tragedia del Moby Prince. Per questo dopo aver incontrato l'avvocato Carlo Palermo per organizzare l'ascolto di un potenziale testimone, è stato aggredito da quattro persone incappucciate che dopo averlo stordito lo hanno successivamente chiuso in macchina alla quale hanno appiccato il fuoco: per fortuna l'uomo è riuscito ad uscire in tempo dall'auto. Fabio Piselli era già stato precedentemente interrogato dalla Procura di Livorno come persona a conoscenza di fatti riguardanti il Moby Prince con particolare interesse verso il monitoraggio elettronico della rada di Livorno avvenuto la sera della tragedia. Inoltre ha partecipato ai soccorsi sin dai primi momenti della tragedia fino al riconoscimento dei resti delle vittime morte a bordo del traghetto. La Procura di Livorno ha aperto un fascicolo per tentato omicidio in danno di Fabio Piselli ad opera di ignoti; la sua auto è stata sottoposta alle indagini scientifiche da parte dei Carabinieri del RIS.
Il 1º aprile 2014 il sig. Fabio Piselli ha nuovamente parlato dell'accaduto ricordando gli eventi e la sua ipotesi sugli stessi in una diretta streaming con l'ex magistrato Paolo Ferraro.
Nel giugno del 2009, a seguito delle indagini riaperte dalla procura, viene sentito nuovamente come persona informata sui fatti il mozzo di bordo Alessio Bertrand, unico sopravvissuto al rogo.
Nel luglio del 2009, su richiesta della magistratura, sono state eseguite scandagliature della zona di porto in cui è avvenuto lo scontro, e stando alle prime indiscrezioni, sarebbero emersi alcuni reperti utili alle indagini.
Il 5 maggio 2010 è stata presentata dalla Procura della Repubblica di Livorno e accolta dal GIP di Livorno la richiesta di archiviazione in merito al nuovo processo richiesto dai figli del comandante Chessa. Secondo i magistrati incaricati le ricostruzioni proposte dai Chessa sono risultate fantasiose e non rispondenti in alcun modo alla veridicità dei fatti ormai ampiamente ricostruiti. A pagina 140 della richiesta di archiviazione si legge inoltre:
« "A questo punto, sgombrato il campo da ricostruzioni viziate da suggestioni, cattiva conoscenza e interpretazione degli atti processuali e interessate forzature, è doveroso ricostruire il sinistro individuando le reali cause dello stesso e, conseguentemente, le responsabilità, anche al fine di valutare l'attuale possibilità di esercizio dell'azione penale. La presente indagine infatti non si è limitata alla verifica degli scenari ricostruttivi ipotizzati dalla difesa dei Chessa, verificandone l'infondatezza con particolare riferimento alle cause e dinamica della tragica collisione, ma ha avuto il proposito di dare una risposta esaustiva alle domande sulle reali cause dell'evento. I dati significativi si possono riassumere nel seguente modo:
1) il traghetto Moby Prince è uscito dal porto di Livorno con destinazione Olbia impostando la velocità massima di crociera (o prossima alla massima) secondo prassi, nella convinzione del comando nave di trovarsi in condizioni di assoluta normalità dal punto di vista meteo marino e quindi anche della visibilità e perciò nella errata convinzione di conoscere e poter controllare otticamente la situazione delle navi alla fonda nella zona della rada ed in particolare di quelle che si trovavano in prossimità della rotta più diretta per Olbia;
2) la apparente normalità delle condizioni creava il tipico meccanismo psicologico di allentamento della attenzione nel personale di plancia e nel resto dell'equipaggio, clamorosamente esplicitato, in particolare, dalle condizioni con le quali la nave Moby Prince veniva fatta viaggiare, avendo il portellone prodiero di seconda difesa - prescritto dalla normativa MARPOL 73-78 - ANNEX 1 - aperto (cfr. da ultimo la relazione di consulenza tecnica depositata dall'ing. Gennaro il 17 novembre 2009) e dell'impianto sprinkler (antincendio) non funzionanete, in quanto disabilitato;
3) imporovvisamente la nave entrava in un banco di nebbia (v., da ultimo: le dichiarazioni di Mattei e Valli - gli ormeggiatori che hanno salvato la vita all'unico superstite del Moby Prince - al P.M. il 23.11.2009, quelle di Muzio - pilota del porto che usci la notte della tragedia - rese al P.M.l'8/11/2009, ed ancora le dichiarazioni dell'unico superstite del Moby Prince, Bertrand, nuovamente sentito dal P.M. il 9 giugno 2009, e quelle di Rolal in sede di nuovo interrogatorio il 5 giugno 2009), che coglieva totalmente impreparata la plancia del traghetto in quanto non visibile otticamente, tenuto conto del buio della notte e della collocazione del banco stesso che si trovava basso sull'orizzonte verso il largo rispetto alla direzione del traghetto in modo da non costituire ostacolo né per l'osservazione delle luci della costa né per quella delle stelle;
4) la plancia del Moby Prince, presa alla sprovvista e con le nave ormai lanciata alla velocità di crociera, provvedeva incautamente ad accendere i fari collocati a prua della nave - c.d. cercanaufraghi - (prima spenti: v. dichiarazione del pilota Muzio sopra richiamate, e che aveva poco prima incrociato il Moby Prince conducendo una nave all'interno del porto) nella speranza di migliorare la visibilità sullo specchio di mare davanti a sé, ma in realtà peggiorando le condizioni di visibilità;
5) l'urto con l'Agip Abruzzo, ferma all'ancora con prua orientata su 300° circa (v. da ultimo sul punto la relazione di consulenza tecnica del P.M. dell'ing. Rosati e dott. borsa depositata il 17 giugno 2009 che riassume il complesso degli elementi che consentono con certezza tale ricostruzione dell'orientamento della nave) avveniva poco dopo interessando la fiancata di destra con un angolo calcolato di circa 71° prora - poppa (109° prora - prora), navigando il Moby Prince con direzione di circa 191° ad una velocità di circa 18 nodi. Come è stato spiegato dal C.T. ing. Gennaro, la collisione ha avuto caratteristiche fondamentalmente anelastiche, "nel senso che tutta l'energia cinetica disponibile da parte del M.P. al momento della collisione con l'Agip Abruzzo si è tramutata in lavoro di lacerazione, deformazione, riscaldamento, rumore e scintille" (par. 19 della relazione);
6) pressoché immediatamente si incendiava il greggio della cisterna 7 di destra della petroliera, dentro la quale era penetrata la prua del Moby Prince. Infatti la penetrazione della prua del Moby Prince nella cisterna sollevava dinamicamente il livello del carico (5,71 mt sul livello del mare: v. rel. Gennaro) e conseguentemente parte del carico si riversava sulla parte prodiera del ponte di coperta (ponte prodiero di manovra) elevato di circa 7,8 mt sulla superficie del mare, incendiandosi;
7) l'apertura della porta stagna prodiera e l'impianto di ventilazione in funzione agevolano decisamente l'ingresso di greggio e vapori nei garage e nei locali interni del Moby Prince, cominciando a divampare il fuoco su tutta la parte prodiera del traghetto coinvolgendo il personale di plancia e progressivamente le restanti parti e locali della nave; Una causa della tragedia - anche se è doloroso affermarlo - è dunque individuabile in una condotta gravemente colposa, in termini di imprudenza e negligenza, della plancia del Moby Prince. La ricostruzione della dinamica dell'evento può apparire - come più volte sottolineato - banale nella sua semplicità, e dunque non accettabile emotivamente, prima che razionalmente, soprattutto in considerazione dell'enorme portata delle conseguenze che ne sono derivate in termini di vite umane. Occorre tornare al quesito di base: comprendere fino in fondo come sia possibile che personale di bordo ritenuto preparato, al comando di una nave dotata degli impianti per la sicurezza della navigazione secondo le regole in vigore all'epoca, possa avere così gravemente errato nella conduzione della nave; e come sia possibile che una collisione con una petroliera alla fonda, avvenuta a così poca distanza dal porto di Livorno abbia potuto avere così tragiche conseguenze"... »
Il relitto del Moby Prince, completamente arso ma ancora galleggiante, è rimasto per anni sotto sequestro nel porto di Livorno. Nel 1998 è quasi affondato mentre era attraccato in banchina. Recuperato e dissequestrato, è stato avviato allo smantellamento nel cantiere di Aliaga, in Turchia.
Altre ipotesi del disastro escluse in sede giudiziaria
L'ipotesi dell'attentato
Al vaglio della magistratura passò anche l'ipotesi di un ordigno collocato all'interno del traghetto, che con l'esplosione avesse mandato fuori rotta il traghetto. Tale ipotesi, inizialmente molto accreditata, venne definitivamente smontata, durante lo svolgimento del processo, grazie a perizie e testimonianze, in particolare quella dell'unico superstite, che in sede processuale ribadì che a bordo non vi fu alcuna esplosione, ma che dopo la collisione il mare intorno al traghetto fosse letteralmente in fiamme a causa del petrolio fuoriuscito dall'Agip Abruzzo.
Il traffico in rada
L'ipotesi che si potessero trovare immagini e dati sullo scontro tra le due imbarcazioni negli archivi satellitari americani e in quelli delle basi Nato ebbe per qualche tempo una certa risonanza, ma fu successivamente categoricamente smentita.
La presenza di eventuali bettoline, invece, non è mai stata confermata. Il comandante della petroliera, nei messaggi iniziali inviati ai soccorritori, indicò più volte in una bettolina la nave coinvolta nello scontro, inconsapevole della reale natura, cioè del fatto che lo scontro avvenne con Moby Prince. I primi messaggi radio del comandante della Agip Abruzzo potrebbero essere attribuiti alla concitazione del momento e alla scarsa visibilità provocata dal fumo dell'incendio. Del resto alcuni marinai della Agip Abruzzo dichiararono di avere intravisto la sagoma della nave investitrice tra il fumo e le fiamme nei minuti successivi all'incidente, ma solo alcuni di loro riconobbero in essa un traghetto.
A sostegno della tesi della presenza di almeno una bettolina sono essenzialmente tre elementi:
la constatazione, alcuni giorni dopo l'incidente, che la cisterna 6 della Agip Abruzzo non era correttamente sigillata
il rinvenimento di un tubo semi carbonizzato idoneo al rifornimento di una nave di piccole dimensioni,
la seguente annotazione delle ore 23:30 circa nel diario di bordo del capitano della "Efdim Junior":
« Venivamo a conoscenza che due navi, una passeggeri ed una cisterna, erano entrate in collisione ed era scoppiato un incendio. Decidevo di rimanere all'ancora a causa del gran numero di navi in movimento che si allontanavano dalla nave in fiamme ed al gran numero di imbarcazioni che prendevano parte alle operazioni di ricerca e salvataggio con visibilità zero. »
Contro l'ipotesi della bettolina incidono pesantemente le testimonianze verbalizzate durante il processo, in cui più persone tra cui l'avvisatore marittimo Romeo Ricci e il pilota di porto Federico Sgherri oltre a molti altri ufficiali dell'Agip Abruzzo e ormeggiatori del porto
Sulla posizione delle navi, almeno due dei mercantili americani (presumibilmente la Cape Breton e la Gallant II) compaiono alla fonda assieme alla Agip Abruzzo in una fotografia scattata dal lungomare di Livorno durante il pomeriggio antecedente la tragedia. Inoltre, sempre il capitano Gentile chiarisce nella sua testimonianza la posizione di alcune delle navi in rada poco dopo il disastro:
« Vidi la sagoma dell'Agip Abruzzo appena uscito dal porto, ma non il Moby in fiamme [...] Avevo una petroliera sul lato sinistro, a circa 700-800 metri dall'Accademia navale. Poi c'era la petroliera messa in questa posizione. Sull'altro raggio c'erano altre quattro navi fra cui c'era anche una nave, forse di munizioni; mentre all'imboccatura nord, proprio all'altezza del Calambrone, c'era, illuminata, la nave americana che stava caricando munizioni. »
Resta inoltre da valutare il ruolo della famosa nave Theresa, la cui reale esistenza è stata accertata nel gennaio del 2008, ma di cui restava una misteriosa traccia audio registrata alle 22,45 della notte dello scontro:
« This is Theresa, this is Theresa for the ship one in Livorno anchorage i'm moving out, i'm moving out.... »
(registrazione audio proveniente da Theresa)
Nei registri del porto di Livorno di quella notte non risulta essere mai stata presente Theresa, né si chiarì mai a chi comunicò l'imminente abbandono (la nave uno) del porto in tutta fretta.
La questione delle navi militari e il traffico d'armi nel porto di Livorno
Un punto mai chiarito, a causa dello stretto riserbo da parte delle autorità italiane ed americane in merito, è quello dell'eventuale presenza in rada (all'interno cioè della zona di porto teatro della sciagura) di navi militari americane o di altre nazioni e delle loro eventuali attività. Appurato da verbali e registri che molte navi americane transitavano e sostavano nel Porto di Livorno nella notte dell'incidente, esistono alcune zone d'ombra mai chiarite, in merito ad un'eventuale responsabilità di queste ultime o dei loro carichi nella dinamica dello scontro. La vicinanza della base americana di Camp Darby di fatto rendeva frequente la presenza di navi americane nel porto. Ma nella notte in questione, molte navi militari erano ferme in rada sotto falso nome o con nomi di copertura, si presume eseguendo attività militari che non risultarono autorizzate dalla prefettura come previsto dalla legge italiana.
Alcune ipotesi spingono invece per affermare che l'incidente, fortuitamente o volutamente provocato da terzi, sia da mettere in relazione con traffici illeciti di armamenti militari avvenuti la notte dell'incidente nel Porto di Livorno.
Elenco delle vittime
Il seguente elenco riporta i nomi e l'età delle vittime.
Abbattista Giovanni, 45, Macchinista
Allegrini Stefano, 23, Passeggero
Alves Sandrine, 24, Passeggera
Amato Natale, 52, Motorista
Ambrosio Francesco, 22, Passeggero
Ambrosio Vittorio, 30, Passeggero
Andreazzoli Marco, 28, Passeggero
Averta Mariano Rocco, 36, Cameriere
Avolio Antonio, 45, Ingrassatore
Baffa Nicodemo, 52, Caporale macchinista
Baldauf Gerhard, 27, Passeggero
Barbaro Luciano, 24, Cameriere
Barsuglia Luca, 24, Passeggero
Bartolozzi Umberto, 48, Commissario di bordo
Belintende Sergio, 31, Passeggero
Bianco Gavino, 40, Cameriere
Bisbocci Alberto, 20, Passeggero
Bommarito Giuseppe, 43, Cameriere
Botturi Adriana, 60, Passeggera
Brandano Raimondo, 60, Passeggero
Campo Antonino, 26, Marinaio
Campus Giovanni Battista, 53, Ufficiale radiotelegrafista
Campus Gianfranco, 21, Passeggero
Canu Angelo, 28, Passeggero
Canu Sara, 5, Passeggera
Canu Ilenia, 1, Passeggera
Caprari Alessia, 19, Passeggera
Cassano Antonello, 25, Allievo ufficiale di macchina
Castorina Rosario, 39, Primo ufficiale di macchina
Cervini Domenico, 21, Cassiere
Cesari Diego, 24, Passeggero
Chessa Ugo, 54, Comandante
Cinapro Graziano, 45, Passeggero
Cirillo Ciro, 25, Piccolo di camera
Ciriotti Tiziana, 22, Piccola di camera/Hostess assistente del commissario di bordo
Congiu Giuseppe, 23, Passeggero
Crupi Francesco, 34, Cameriere
Dal Tezzon Antonietta, 47, Passeggera
Dal Zotto Pasquale, 32, Passeggero
D'Antonio Giovanni, 22, Giovanotto di coperta
De Barba Mauro, 30, Passeggero
De Caritat Beatrice, 31, Passeggera
Defendenti Anna, 24, Passeggera
De Gennaro Giuseppe, 29, Garzone di cucina
De Montis Angelita, 23, Passeggera
De Pretto Tatiana, 18, Cassiera
Esposito Francesco, 43, Barista
Falanga Nicola, 19, Garzone di cucina
Farnesi Cristina, 22, Cassiera
Ferraro Sabrina, 20, Commessa della boutique di bordo
Ferrini Carlo, 32, Passeggero
Filigheddu Maria, 40, Passeggera
Filippeddu Giovanni, 46, Passeggero
Fondacaro Mario, 57, Primo cuoco
Formica Maria Giovanna, 51, Passeggera
Fratini Bruno, 34, Passeggero
Frulio Ciro, 18, Piccolo di camera
Fumagalli Andrea Alfredo, 23, Piccolo di camera
Furcas Daniele, 33, Passeggero
Fusinato Angelo, 58, Passeggero
Gabelli Antonino, 72, Passeggero
Gasparini Giuseppe, 62, Passeggero
Ghezzani Maria Giulia, 57, Passeggera
Giacomelli Piera, 55, Passeggera
Giampedroni Lido, 29, Secondo ufficiale
Gianoli Giorgio, 29, Passeggero
Giardini Priscilla, 23, Cassiera
Giglio Alessandra, 26, Passeggera
Gnerre Erminio, 29, Passeggero
Granatelli Giuseppina 27, Passeggera
Guida Gerardo, 23, Mozzo
Guizzo Gino, 52, Passeggero
Ilari Salvatore, 31, Secondo ufficiale di macchina
La Vespa Gaspare, 31, Terzo ufficiale di macchina
Lazzarini Giuseppe, 32, Passeggero
Lazzarini Romana, 22, Passeggera
Lipparelli Raffaela, 50
Manca Giuseppe, 48, Motorista
Marcon Maria, 83, Passeggera
Martignago Giuseppina, 46
Massa Angelo, 30, Marinaio
Mazzitelli Francesco, 56, Dispensiere
Mela Maria, 44, Passeggera
Minutti Giovanni V., 50, Passeggero
Molaro Gabriele, 35, Passeggero
Mori Aldo, 52, Passeggero
Mura Paolo, 34, Medico di bordo
Padovan Giovanna, 54, Passeggera
Padula Aniello, 44, Marinaio timoniere
Pagnini Vladimiro, 59, Passeggero
Paino Vincenzo, 34, Garzone di camera
Parrela Maurizio, 15, Piccolo di camera
Pasqualino Ignazio, 36, Secondo cuoco
Paternico Rosana, 43, Passeggera
Perazzoni Arnaldo, 28, Passeggero
Perez De Vera Luigi, 24, Garzone di camera
Pernice Rocco, 41, Cameriere
Picone Arcangelo, 34, Terzo ufficiale
Piu Pasqualino, 28, Passeggero
Porciello Pasquale, 23, Marinaio
Prini Silvana, 38, Passeggera
Prola Mauro, 27, Maitre
Regnier Bernard, 53, Passeggero
Rispoli Liana, 29, Commessa della boutique di bordo
Rizzi Monica, 27, Passeggera
Rizzi Umberto, 47, Passeggero
Rizzo Salvatore, 29, Elettricista
Rodi Antonio, 41, Cameriere
Romano Rosario, 24, Macchinista
Romboni Cesare, 56, Passeggero
Roncalbati Amelio, 54, Passeggero
Rosetti Sergio, 52, Motorista
Rota Vania, 22, Piccola di camera
Saccaro Ernesto, 50, Passeggero
Saccaro Ivan, 17, Passeggero
Salsi Giuliano, 41, Passeggero
Salvemini Nicola, 35, Cameriere
Sansone Massimo, 26, Passeggero
Santini Roberto, 53, Direttore di macchina
Sari Gianfranco, 39, Passeggero
Scano Salvatore, 73, Passeggero
Sciacca Giuseppe, 53, Primo ufficiale
Scuotto Mario, 31, Marinaio
Serra Maria Antonia, 54, Passeggera
Sicignano Gerardo, 34, Elettricista
Simoncini Maria Rosa, 25, Passeggero
Sini Antonio, 42, Passeggero
Soro Gabriella, 29, Passeggera
Stellati Mara, 44, Passeggera
Tagliamonte Giovanni, 38, Marinaio
Timpano Giulio, 29, Garzone di camera
Trevisan Ranieri, 30, Passeggero
Trevisan Rino, 58, Passeggero
Tumeo Francesco, 58, Cameriere
Vacca Alessandro, 37, Passeggero
Vidili Raimondo, 22, Passeggero
Vigerello Giuliano, 44, Passeggero
Vigliani Carlo, 31, Cameriere
Vinattieri Roberto, 44, Passeggero
Vitiello Ciro, 31, Cameriere
Alle vittime della sciagura, il comune di Livorno ha dedicato una piazza e diverse manifestazioni.
Dal 5 maggio 2013 ha preso avvio una campagna permanente per sostenere la lotta civile dei familiari delle vittime del Moby Prince per ottenere verità e giustizia. La campagna, chiamata #IoSono141 e ispirata al Movimento Yo Soy 132, è sostenuta dalle associazioni familiari delle vittime del Moby Prince e mira soprattutto al creare una forte spinta popolare di sostegno alla creazione di una Commissione Parlamentare di inchiesta sul Moby Prince.
È stato depositato il disegno di legge per l'istituzione della Commissione parlamentare di inchiesta per fare luce sulla vicenda, accogliendo la richiesta dei familiari delle vittime.
Spettacoli teatrali e film sul Moby Prince
Nel 2006 è andato in scena lo spettacolo teatrale M/T Moby Prince, con la prima svoltasi al teatro Goldoni di Livorno. Lo spettacolo, recitato da due attori, è composto in gran parte da spezzoni audio e video dei soccorsi e della tragedia e dagli atti processuali che hanno portato alle assoluzioni. Nell'aprile 2012, in occasione del 21º anniversario, presso la Fortezza Vecchia di Livorno, è andato in scena lo spettacolo "1991 Il fatto non sussiste" della compagnia Effetto Collaterale. Un gruppo di attori e cittadini livornesi ha raccontato la vicenda intrecciando i propri ricordi di quella notte con gli atti processuali e le testimonianze dei familiari delle vittime. Il 10 aprile 2012, il giorno del 21º anniversario, è stato presentato in anteprima a Livorno (Cinema 4 Mori) il film-documentario "Ventanni. Storia privata del Moby Prince" (Mediaxion, 2012) che racconta l'incontro di quattro familiari delle vittime (Loris Rispoli, Angelo Chessa, Giacomo Sini e Mauro Filippeddu) a vent'anni dalla strage che sconvolse le loro vite. Il documentario è stato rilasciato con licenza creative commons e reso scaricabile gratuitamente mediante file torrent dal sito web della società produttrice Atto finale | Mediaxion sc.
Bibliografia
Aloe Francesco, Il vento porta farfalle o neve, Edizioni Ambiente, collana VerdeNero noir, 2011
Andrea Affricano e Loris Rispoli, 140. Il libro di due uomini che non dimenticano, Associazione, 2003
Elisabetta Arrighi, 140 La tragedia del Moby Prince, Pisa, Valenti ed Allegranti, 1993
Enrico Fedrighini, Moby Prince. Un caso ancora aperto, Paoline Editoriale Libri, 2005
Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari, 1994. L'anno che ha cambiato l'Italia. Dal caso Moby Prince agli omicidi di Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una storia mai raccontata, Chiarelettere, 2010
Andrea Vivaldo, Moby Prince. La notte dei Fuochi, a cura di F. Colarieti, BeccoGiallo, 2010
Francesco Sanna, Verità privata del Moby Prince, site-book Homepage | Verità privata del Moby Prince, 2013
fonte: Wikipedia
martedì 13 gennaio 2015
la dolce vita
è un film del 1960 diretto da Federico Fellini, vincitore della Palma d'oro al 13º Festival di Cannes e vincitore dell'Oscar per i costumi.
È uno dei film più famosi della storia del cinema. Viene solitamente indicato come il punto di passaggio dai primi film neorealisti di Fellini ai successivi film d'arte.
Trama
Marcello Rubini è un giornalista romano che si occupa di servizi scandalistici, ma coltiva l'ambizione di diventare scrittore. Marcello, cinico e disincantato, è protagonista di sette episodi che narrano la «dolce vita» della Roma a cavallo fra gli anni cinquanta e sessanta.
Nel primo episodio due elicotteri sorvolano Roma. Il primo trasporta una statua del Cristo, mentre sul secondo si trova Marcello, col fotoreporter Paparazzo, che probabilmente deve scrivere un pezzo sull'avvenimento. I due elicotteri trasvolano un antico acquedotto romano, poi un quartiere popolare seguiti da un gruppo di bambini vocianti, per poi innalzarsi in quota sopra la città, permettendo di osservare i tanti cantieri della capitale, in pieno boom edilizio. I due velivoli passano infine sopra una terrazza sulla quale prendono il sole alcune ragazze in costume; l'elicottero di Marcello e Paparazzo si sofferma sopra la terrazza ed i reporter tentano di abbordare le ragazze, le quali chiedono dove portino la statua. Il rumore dell'elicottero però copre le loro voci. Solo una comprende che la destinazione del Cristo è il Vaticano, quindi Marcello chiede il numero di telefono alle ragazze che, divertite, glielo negano. Il volo degli elicotteri termina su piazza San Pietro, affollatissima, dove suonano le campane a festa.
Nella seconda sequenza, Marcello si trova in un locale in stile orientale, per un servizio su una famiglia reale che vi sta mangiando. Mentre Marcello corrompe uno dei camerieri del locale per conoscere i piatti che i principi hanno mangiato, Paparazzo, su indicazione di Marcello, inizia a scattare foto a una nobile in compagnia di un giovane. Le guardie del corpo intervengono, allontanando il reporter e intimandogli di consegnare il rullino. Uno degli avventori, seduto a un tavolo con due donne, riconosce Marcello, lo invita a raggiungerlo e gli intima di smettere di creare scompiglio con la sua attività di paparazzo. Al locale arriva una bella donna, Maddalena; Marcello la invita a ballare e a bere, ma lei rifiuta. La donna decide di andarsene; Marcello si offre di accompagnarla, e lei accetta; i due escono dal locale e vengono bersagliati dai flash dei fotoreporter colleghi di Marcello. La coppia si ferma con l'auto in Piazza del Popolo; dopo una chiacchierata incontra una prostituta e Maddalena la invita a seguirli in un giro in auto per poi accompagnarla verso casa, in periferia. Arrivati alla casa della prostituta, ai Cessati Spiriti, Maddalena e Marcello si fanno preparare un caffè. Mentre la prostituta è in cucina, Maddalena e Marcello si accomodano su un letto e fanno l'amore. La mattina dopo il protettore della prostituta sosta davanti alla casa per ricevere il denaro della prestazione; Marcello e Maddalena se ne vanno in macchina dopo aver pagato la donna. Nel frattempo Emma, la depressa fidanzata di Marcello che sa dei tradimenti del partner, sta aspettando il compagno a casa. Poiché egli è in ritardo, ella inghiotte delle pastiglie andando in overdose. Marcello la porta quindi in ospedale dove Emma si salva. Mentre aspetta che Emma si riprenda, Marcello chiede a una suora di poter fare una telefonata: chiama Maddalena ma lei, addormentata sul suo letto, non risponde.
Nella terza sequenza Marcello è incaricato di seguire nella capitale l'attrice Sylvia, famosa stella del cinema. Marcello intrattiene Sylvia in un locale frequentato da turisti stranieri, il «Caracalla's», un locale in stile pseudo-antico. Marcello fa le prime avances all'attrice. Uscita dal locale molto euforica, Sylvia inizia a passeggiare per le vie di Roma seguita da Marcello e quando vede la fontana di Trevi vi si immerge iniziando una leggiadra danza. Marcello entra a sua volta nella fontana, vincendo la propria timidezza, dichiarandosi innamorato della donna. Quando la riaccompagna in hotel incontra però il fidanzato di lei che, non gradendo le attenzioni riservatele, prima schiaffeggia Sylvia e in seguito affronta Marcello, stendendolo con un pugno; il tutto davanti ai fotografi che immortalano la scena.
Nel seguente episodio Marcello è nel quartiere Cinecittà per un servizio fotografico quando davanti alla chiesa di Don Bosco scorge il vecchio e stimato amico Steiner. Steiner si interessa su come stia procedendo la stesura del suo libro e il giornalista afferma che è quasi finito e che presto glielo farà leggere; quindi lo scrittore elogia Marcello per un articolo che ha scritto e che gli è piaciuto molto, quindi lo invita a cena. Prima di lasciarsi, Steiner invita Marcello a rimanere un poco di tempo ad ascoltarlo mentre suona l'organo con l'assenso del prete, amico di Steiner; lo scrittore si cimenta nella Toccata e Fuga in Re minore di Bach.
Intanto il popolo romano è in preda a un episodio di fanatismo collettivo intorno a due bambini che dicono di aver visto la Vergine Maria in un prato fuori città. Marcello accorre per scrivere un pezzo, ma la sua attenzione è distolta dalla fidanzata Emma, che è risentita con lui perché si sente ormai messa in disparte. Alla sera inizia a diluviare e inizia una calca in cui la folla si contende almeno un pezzo di legno dell'albero vicino al quale è apparsa la Madonna. Tra la folla impazzita c'è anche Emma, che riesce a prendere un ramo, sperando in un aiuto divino che faccia in modo che Marcello le dimostri più attenzione, e finalmente la sposi.
Nell'episodio seguente Marcello si reca con Emma a casa di Steiner per trascorrere una serata con una eterogenea compagnia. Qui Marcello conosce la famiglia dello scrittore, della quale fanno parte anche due graziosi bambini. Steiner propone a Marcello di presentargli un editore, cosicché il giornalista possa dedicarsi a quello che più gli piace e non dover scrivere per i rotocalchi di gossip.
Nell'episodio seguente Marcello è in una trattoria sul mare, dopo l'ennesima lite al telefono con Emma, si siede sotto un pergolato per scrivere a macchina; la musica dal juke box è troppo alta e chiede bruscamente alla giovane cameriera di chiuderla. Poi, come rendendosi conto che anche senza musica non riesce a scrivere, Marcello attacca discorso con la ragazzina che sta apparecchiando i tavoli: si chiama Paola, è originaria dell'Umbria, le piacerebbe imparare a scrivere a macchina. Marcello prova una simpatia e tenerezza per le semplici aspirazioni di quella ragazzina.
Un'altra scena del film vede Marcello ricevere la visita del vecchio padre, riminese. I due si incontrano in un caffè all'aperto di Via Vittorio Veneto, poi decidono di andare in un night insieme a Paparazzo. Nel night incontrano Fanny, ballerina francese conoscente di Marcello. Dopo aver bevuto, i quattro escono dal locale assieme a due ballerine; Paparazzo e Marcello stanno con loro, mentre il padre è invitato da Fanny nell'appartamento della ragazza. Poco dopo però Fanny chiama Marcello: il padre si è sentito male, forse per il troppo bere. In seguito, il padre annuncia al figlio che partirà subito per casa, anche se Marcello vorrebbe che rimanesse ancora presso di lui.
L'episodio successivo si svolge in un castello nel viterbese: c'è una festa dell'alta società organizzata da una famiglia della nobiltà romana. Al party Marcello incontra Maddalena che dopo una breve passeggiata lo fa sedere solo al centro di una stanza isolata. Lei quindi si dirige in un'altra ala della villa, da cui tramite un gioco di echi può comunicare con lui. Da lì gli dichiara il suo amore segreto per lui e gli chiede di sposarla, avvertendolo però che dopo poco tempo lui comunque la odierebbe perché lei per natura conserverebbe sempre un carattere particolarmente disinibito con tutti. Mentre Marcello risponde con parole dolci sopraggiunge però da Maddalena uno degli altri invitati che inizia a baciarla e ad abbracciarla. Non ricevendo più dunque alcuna risposta Marcello la cerca invano e si unisce in seguito agli altri invitati per esplorare l'abitazione abbandonata limitrofa al castello.
Nella scena seguente Marcello ed Emma sono in macchina fermi a litigare. Emma si lamenta con Marcello del trattamento di sufficienza da parte del compagno, e lo accusa di non voler bene a nessuno e di pensare solo alle varie donne che incontra; lui si lamenta invece che la donna è la sua croce, che è egoista e che i suoi ideali, cioè quelli tradizionali dell'amore di una coppia sposata e di una vita semplice, sono squallidi e piatti e afferma come un uomo che vive così in verità sia un uomo morto. Marcello esorta Emma ad andarsene dalla sua vita, ma ella rifiuta; lui la fa uscire dalla macchina con la forza schiaffeggiandola mentre lei lo morde a una mano. Marcello scappa via con la sua macchina lasciando Emma da sola. La mattina dopo Emma e ancora lì in piedi; Marcello arriva, la fa salire in auto, ed entrambi si dirigono verso casa.
I due stanno dormendo nel letto quando squilla il telefono; la chiamata è per Marcello e porta una notizia terribile: Steiner ha ucciso i suoi due figlioletti, togliendosi poi la vita. Marcello raggiunge l'appartamento dell'amico scrittore, e la polizia lo fa entrare in quanto amico del suicida. Il palazzo è assediato dai paparazzi; Marcello accompagna il brigadiere a prendere la moglie di Steiner alla fermata dell'autobus per annunciarle la terribile notizia. I due raggiungono la fermata e fanno salire in macchina la donna per raccontarle l'accaduto, mentre uno stuolo di fotoreporter immortala la scena.
Un altro party cui partecipa Marcello si tiene in una villa sul mare, a Fregene, concludendosi con uno spogliarello collettivo. L'ultima scena del film si svolge sulla spiaggia antistante la villa, dove viene rinvenuta, morta, all'alba, una manta. Sulla riva Marcello sente una voce che lo chiama: è Paola, l'innocente ragazzina umbra conosciuta per caso nella trattoria, che si trova al di là di un fiumiciattolo d'acqua. Marcello si volge verso di lei ma, pur non essendo lontano, a causa del rumore del mare, non riesce a udirne le parole. Lei gli fa dei gesti per farsi capire, ma è inutile. Marcello alza la mano per un ultimo saluto e si allontana per raggiungere il suo gruppo. La ragazzina lo guarda allontanarsi.
Produzione
La dolce vita è una produzione italo-francese. Fu girato tra la primavera e l'estate del 1959.
Il produttore iniziale de La dolce vita fu Dino De Laurentiis, che aveva anticipato 70 milioni di lire. Tra il produttore e Fellini avvenne però una rottura e il regista dovette cercare un altro produttore che ripagasse anche l'anticipo di De Laurentiis. Dopo varie trattative con diversi produttori, furono Angelo Rizzoli e Giuseppe Amato a diventare i nuovi produttori della pellicola.
Il rapporto tra Fellini e Rizzoli è tranquillo e gli incontri fra i due sono cordiali, nonostante il budget venga sforato, anche se di poco; Kezich riporta che secondo fonti ufficiali il film non costò più di 540 milioni, una cifra non esagerata per una produzione impegnativa come quella de La dolce vita.
Sceneggiatura
La sceneggiatura fu curata da Fellini, Tullio Pinelli ed Ennio Flaiano. Uno dei motivi della rottura tra De Laurentiis e Fellini fu proprio la sceneggiatura, ritenuta troppo caotica dal produttore. Il copione, provvisorio come spesso accadeva alle produzioni di Fellini, subisce notevoli metamorfosi in corso d'opera, spesso rimodellandosi intorno ai personaggi e alle situazioni. Due scene (assenti dalla sceneggiatura originale) vengono completamente "improvvisate": la festa dei nobili al castello, girata nel palazzo Giustiniani-Odescalchi di Bassano Romano (all'epoca Bassano di Sutri) in provincia di Viterbo, e il "miracolo" dei bambini con concorso di una folla di fedeli, di forze dell'ordine e di militari.
Tullio Kezich racconta che Fellini era contrario alla pubblicazione della sceneggiatura appunto perché del copione originale rimase ben poco; Fellini affermò che infatti il film avrebbe trovato la sua fisionomia soltanto sullo schermo. Si lasciò convincere con l'osservazione che la sceneggiatura sarebbe stata indubbiamente interessante perché avrebbe mostrato la base da cui il regista era partito.
Fellini prese molti spunti dai servizi del reporter Tazio Secchiaroli e lo stesso personaggio di Paparazzo fu ispirato al reporter romano. Altro esempio è l'episodio del falso miracolo, che fu ispirato da un servizio del reporter romano del giugno 1958: l'oggetto del servizio era l'apparizione a due bambini della Madonna in una località a pochi chilometri da Terni. Secchiaroli partecipò alle riprese della scena del falso miracolo e disse che l'atmosfera dell'episodio nel film era come quella che vide il fotografo una volta arrivato nella piccola località umbra.
Nel film non sono stati inclusi due episodi previsti nella sceneggiatura: uno avrebbe avuto l'ambientazione a una festa su motoscafi a Ischia, mentre l'altro vedeva il protagonista Marcello che fa leggere il suo romanzo alla scrittrice Dolores. L'episodio di Dolores fu tagliato poiché Fellini lo ritenne un doppione del personaggio di Steiner: Marcello avrebbe fatto leggere il suo romanzo all'amico letterato e il personaggio della scrittrice sarà contenuto implicitamente nella sequenza di casa Steiner. A convincere Fellini di questo taglio alla sceneggiatura furono le difficoltà del contratto con Luise Rainer, che doveva interpretare Dolores. Il "picnic nautico", come veniva chiamato dal regista, fu accantonato già prima dell'inizio delle riprese del film (infatti non era presente nemmeno nella sceneggiatura distribuita alla troupe) nonostante l'idea piacesse molto a Fellini, che contava anche sull'amore del produttore Rizzoli per Ischia; il regista però non voleva girare un nuovo episodio molto costoso avendo già sforato il budget concessogli da Rizzoli, al quale però non dispiaceva l'idea e non si era mai opposto esplicitamente. Fellini considerò infine l'episodio come non più essenziale; inoltre la sequenza includeva una ragazza che brucia nella nafta e questo episodio drammatico, secondo il regista, avrebbe scaricato nella prima metà del film la tragicità della fine di Steiner, rivelandosi quindi una "nota anticipata", come la definì lo stesso Fellini.
Fu girato anche un finale alternativo in cui Marcello, all'uscita della villa dell'orgia, viene lasciato solo e ubriaco dagli altri partecipanti alla festa. Se Fellini avesse montato questo finale, avrebbe dovuto tagliare l'incontro tra Marcello e Paola, che non avrebbe avuto più significato.
Cast
Dino De Laurentiis voleva come protagonista un famoso attore americano o francese, come Paul Newman o Gérard Philipe, per garantire con la sua sola presenza il mercato internazionale. Secondo quanto si dice, Newman sarebbe stato desideroso di partecipare, ma Fellini voleva invece un attore italiano per la parte di protagonista. La rottura tra Fellini e De Laurentiis avvenne proprio sul nome di Marcello Mastroianni: a differenza di Fellini, De Laurentiis non lo riteneva adatto per la parte.
Altra scelta di Fellini fu quella di ingaggiare Anita Ekberg per la parte di Sylvia.
I vari spostamenti di date portarono l'abbandono da parte di molti attori, specie americani, che dovevano partecipare al film e su cui Fellini contava molto.Tra questi vi era il francese Maurice Chevalier quest'ultimo doveva interpretare il padre del protagonista Marcello, la cui parte fu poi affidata da Fellini, dopo aver esitato su molti nomi, ad Annibale Ninchi, che impressionò positivamente anche Mastroianni, il quale lo vide molto credibile nel ruolo di suo padre nel film.
Il personaggio di Steiner fu affidato ad Alain Cuny dopo che furono considerati una cinquantina di attori per la parte. Steiner doveva essere interpretato da Henry Fonda, ma l'attore abbandonò, facendo dispiacere Fellini che considerava l'attore come il più tagliato per la parte; il regista pensò anche a Peter Ustinov. La scelta ricadde infine su Cuny e Enrico Maria Salerno; il regista invitò Pasolini a presiedere alla proiezione, e lo scrittore espresse parere favorevole a Cuny, che fu poi l'attore selezionato da Fellini per la parte.
Il cast doveva includere anche Luise Rainer nella parte della scrittrice Dolores, ma l'episodio fu poi tagliato sia per motivi di sceneggiatura sia per il difficile rapporto che si creò tra Fellini e l'attrice. La Rainer non concordava con le varie ambientazioni proposte da Fellini per la residenza del personaggio di Dolores e la vicenda, a detta di Tullio Kezich, logorò il rapporto tra il regista e la Rainer; quando sorsero difficoltà col contratto con l'attrice, Fellini decise di cassare definitivamente l'episodio.
Per la parte di Emma furono fatti molti provini; il regista voleva dare secondo Kezich un peso di volgarità e carnalità esplicite, ma poi si orientò sull'attrice francese Yvonne Fourneaux, contro il parere di suoi molti collaboratori.
Fellini non riuscì ad avere né Silvana Mangano o Edwige Feuillère per la parte di Maddalena, né Greer Garson per la parte di Nadia.
Nel film compiono le loro prime apparizioni sulla scena la modella e cantante Nico (Christa Päffgen) e un giovanissimo Adriano Celentano.
Nel film, non accreditata nei titoli, appare anche l'attrice e cantante Liana Orfei.
Riprese
Tullio Kezich riporta che le riprese iniziarono a Cinecittà il 16 marzo 1959 alle ore 11:35 con l'aiuto regista Gianfranco Mingozzi alla regia; la scena era la salita di Anita su per le strette scalette all'interno della cupola di San Pietro, ricostruita nel Teatro 14 di Cinecittà.
La maggior parte delle scene furono girate in studios cinematografici; furono allestiti circa 80 set. In alcuni casi si dovette procedere alla creazione di riproduzioni di luoghi quasi fotografiche, come per le ambientazioni in Via Vittorio Veneto (ricostruite nel Teatro 5 di Cinecittà) o l'interno della cupola di San Pietro. L'esterno della casa della prostituta è stato girato a Tor de' Schiavi nel quartiere Tuscolano, mentre l'interno è stato ricostruito nella piscina di Cinecittà. Il ballo dei nobili è stato ambientato invece a Bassano di Sutri, al palazzo Giustiniani-Odescalchi. La casa di Emma è stata ambientata in un sotterraneo dell'EUR. Dopo aver visitato una ventina di case a Fregene dove ambientare l'orgia, Fellini decise che anche questa ambientazione dovesse essere costruita ex novo da Gherardi, che si ispirò a una casa popolare vista in precedenza ai Bagni di Tivoli. A partire da Ferragosto fu girato l'esterno della scena dell'orgia nella pineta di Fregene mentre la scena finale è stata girata a Passo Oscuro, località a 30 chilometri a nord di Roma, sulla cui spiaggia, dove avviene il ritrovamento della manta, furono piantati dei pini appositamente per le riprese. In una trattoria di Passo Oscuro fu girato anche l'incontro tra Marcello e Paola La casa dello scrittore Steiner è situata nel quartiere dell'EUR, come testimoniato da una panoramica che si scorge dal soggiorno, con il caratteristico Fungo. Per motivi pratici gli esterni furono girati invece nella piazza antistante la Basilica di San Giovanni Bosco, a pochi passi dagli studi di Cinecittà. Gli edifici, appena completati all'epoca delle riprese, erano stati progettati sullo stile razionalista, come appunto il quartiere EUR. All'interno della chiesa dei SS. Martiri Canadesi, in viale Giovanni Battista De Rossi, fu girata la scena nella quale Steiner interpreta all'organo la celebre Toccata e Fuga in Re minore di Bach.
Gli attori recitavano ognuno nella propria lingua d'origine, contribuendo, secondo Kezich, che assisté alla lavorazione della pellicola, al clima "pittoresco" durante le riprese.
Durante le riprese della celebre scena nella fontana di Trevi, Anita Ekberg non ebbe problemi a restare in acqua per ore, mentre Mastroianni, d'accordo con Fellini, per sopportare il freddo dovette indossare una muta sotto i vestiti e bere una bottiglia di vodka prima di girare. In un suo articolo la BBC afferma che la scena fu girata una sera di marzo, anche se la Ekberg afferma in un'intervista negli extra della versione in DVD che la scena fu girata in gennaio.
Le riprese terminano nell'agosto 1959. In sei mesi vengono girati circa 92.000 metri di pellicola, che nell'edizione definitiva vengono ridotti a 5.000. Furono montate 4 ore di pellicola, che furono ridotte a 3 con dei tagli.
Accoglienza
Il distributore affermò che il film non avrebbe incassato una lira perché troppo pesante per il pubblico, e invece La dolce vita riuscì solo nei primi quindici giorni di proiezione a coprire gli 800 milioni spesi dal produttore. Al successo commerciale della pellicola contribuì l'intensa campagna pubblicitaria e il clima incandescente delle critiche. Secondo Pier Marco De Santi il successo del film è però da attribuire anche al "risveglio del pubblico e della sua intelligenza critica".
Incassi
Dopo quindici giorni di proiezione il film aveva già coperto le spese del produttore. Dopo tre o quattro settimane era in vista il miliardo di lire e dopo due mesi di programmazione gli incassi superarono il miliardo e mezzo. IMDb riporta un incasso negli Stati Uniti di 19.571.000 di dollari più 8.000.000 derivanti dal noleggio. Alla fine della stagione 1959-60 risultò il maggior incasso cinematografico dell'annata.
Critica e temi
Il film in Italia ebbe un'accoglienza discussa da parte di pubblico, critica e clero; alla première a Milano Fellini fu sia applaudito che criticato. Nonostante Fellini avesse già vinto due Oscar, con La dolce vita Fellini viene conosciuto anche da un pubblico lontano dall'ambiente artistico.
Il dizionario Morandini descrive il film come una rappresentazione della Roma di quegli anni, raccontata come una "Babilonia precristiana" e "una materia da giornale in rotocalco trasfigurata in epica", e il film è un viaggio nel suo disgusto; il Morandini afferma che La Dolce Vita è uno "spartiacque del cinema italiano" e "un film cerniera" nella carriera di Fellini.
Fabrizio Borin e Carla Mele insistono su "l'inquietudine dei movimenti curiosi" della "mobilissima" cinepresa: essa si muove "accanto, addosso e dentro il cuore degli avvenimenti", mentre alcune volte si "paralizza", quasi a rappresentare le fotografie istantanee dei paparazzi. Nello stesso libro gli autori vedono il protagonista Marcello come un elemento passivo e indeterminante per lo svolgimento della trama; lo sguardo del protagonista muta frequentemente insieme all'osservazione del regista ed è insofferente sia "all'equilibrio realistico" che alla "distorsione compositiva".
Alberto Moravia scrive che Fellini sembra cambiare maniera di rappresentazione a seconda degli argomenti dei vari episodi del film; la gamma di rappresentazioni vanno "dalla caricatura espressiva al più asciutto realismo".
Philip French scrive sul The Observer che al giorno d'oggi il film ormai ha perso la sua capacità di scioccare, ma non quella di affascinare, stimolare e provocare, e rimane un'opera di grande impatto morale e visivo.
Bosley Crowther, nella sua recensione per il New York Times, scrive che il moderno stile di vita rappresentato da Fellini, allucinante e con stile quasi circense, è il primo a essersi guadagnato l'aggettivo "felliniano".
In un suo intervento del 4 settembre 2008 sul suo giornale on-line, il critico e premio Pulitzer Roger Ebert afferma che alla domanda "Quale sarebbe il tuo film preferito?" egli risponderebbe "La Dolce Vita", e aggiunge che si tratta di un film che non invecchia mai. Nella sua recensione del 1961 affermò che l'eccellenza tecnica con cui fu fatto il film superava qualsiasi produzione che avesse visto prima, eccetto qualche classico di Ingmar Bergman, e che la fotografia e la colonna sonora hanno la stessa importanza dei dialoghi nel portare l'attacco alla "dolce vita". Questo attacco sarebbe creato anche dal frequente simbolismo, benché esso diventi troppo ovvio per inserirsi nella fluidità della trama; Ebert suppose che proprio il simbolismo molto comprensibile del film ne ha contribuito al successo. In cima alla sua recensione sul sito del Chicago Sun-Times, Ebert fa notare in una nota che adesso considera La dolce vita come uno dei più grandi film che abbia mai visto collocandolo nella sua top ten personale, mentre nella sua recensione del 1961, scritta quando frequentava ancora il secondo anno di college, non rispecchia la sua attuale alta considerazione del film.
Sia Pier Paolo Pasolini, nella sua recensione che fu pubblicata da Filmcritica, sia Italo Calvino su Cinema Nuovo, scrissero che La dolce vita è un film ideologico cattolico. Pasolini disse che La dolce vita si trattava de "il più alto e più assoluto prodotto del cattolicesimo" di quegli ultimi anni; Calvino invece non intendeva dare molta importanza all'aspetto ideologico del film. A quest'ultimo piacquero moltissimo molte scene del film, ma disprezzò l'episodio dell'omicidio dei figli di Steiner da parte del padre e il suo seguente suicidio, bollandolo come "di astratta faziosità" e commentando:
« Un episodio talmente privo di qualsiasi verità e sensibilità (tale da restare un punto nero per il regista e gli sceneggiatori che ne sono responsabili) ci prova a quali risultati di non-verità può portare una costruzione a freddo di film a ossatura ideologica »
Il film creò scismi nell'ambiente cattolico; tra tutti spiccarono i Gesuiti, che nella loro rivista Civiltà Cattolica interpretarono il film come Pasolini. Il gesuita Angelo Arpa affermò in radio che La dolce vita era "la più bella predica che avesse ascoltato"; Alain de Benoist apprezzò la definizione di Arpa e disse che "La Dolce vita testimonia con estrema sensibilità non il crollo della religiosità, ma della sua facciata ben pensante. Scandaloso non era il film, era ciò che denunciava".
In un suo articolo sulla BBC News, Duncan Kennedy riporta che ne La dolce vita i dialoghi, i personaggi e i soggetti diventano "audaci, impegnativi e avvincenti". Il giornalista scrive che molte scene del film, che definisce "pietra miliare", abbiano cambiato la regia nel cinema; Kennedy scrive che La dolce vita spazzò via il "familiare e stereotipato" modo di fare cinema del periodo post-bellico: furono abbattuti tabù, vecchie idee e metodi.
In Francia, dove a Cannes La dolce vita vinse la Palma d'oro, la stampa mostrò un consenso pressoché generalizzato e parlò del film solo nel merito delle sue caratteristiche e in quanto opera d'arte. Anche nelle critiche negative non si entrò mai nel merito delle questioni di matrice ideologica e morale come invece successe in Italia.
Simbolismo e riferimenti
Nel film si possono trovare riferimenti al caso Montesi. Sul The Observer, Philip French scrive che questo caso di cronaca nera ha in parte ispirato il film. Il corpo di Wilma Montesi fu ritrovato sulla spiaggia di Capocotta, sul litorale romano, nel 1953 e nei due anni successivi vennero fuori insabbiamenti politici, cospirazioni criminali e un mondo di droga e orge che coinvolgeva celebrità, criminali e politici. La creatura marina ritrovata sulla spiaggia nelle sequenze finali del film sembra evocare proprio l'omicidio della Montesi. Anche secondo la storica statunitense Karen Pinkus la creatura arenata rappresenta in modo simbolico Wilma Montesi. Secondo la Pinkus, l'intero film contiene riferimenti al caso; anche la figura dei paparazzi è stata ispirata da quella dei cronisti che si occuparono dell'omicidio.
Alcuni studiosi di Fellini hanno suggerito invece un'interpretazione religiosa della sequenza della creatura marina paragonandola con Cristo. Nell'arte paleocristiana Gesù era rappresentato con un pesce e uno dei pescatori che ritrova l'animale afferma che il pesce deve essere morto da tre giorni; questa scena collimerebbe quindi con la sequenza iniziale, anch'essa a tema religioso, che mostra l'elicottero con a bordo Marcello che ne segue un altro che trasporta una statua di Cristo al Vaticano.
Padre Nazareno Taddei, in una recensione pubblicata nell'autorevole rivista gesuita La Civiltà Cattolica, considerò la ragazza bionda nella scena finale che alla spiaggia chiama Marcello, che non la riconosce e si allontana, come una impersonificazione della grazia. Manifestò un'opinione simile anche Pier Paolo Pasolini e Fellini stesso, durante un colloquio con il sacerdote, che dopo la pubblicazione della suddetta recensione subì una sorta di esilio per due anni.
La dolce vita servirà nel 1963 come pietra di paragone per comprendere l'ambiente di aristocratici, politici, prostitute e personaggi dello show business che furono coinvolti nello Scandalo Profumo.
Roger Ebert afferma nella sua recensione del 1961 che il simbolismo del film contribuì al suo successo perché "tangibile", cioè più comprensibile agli spettatori comuni dei cinema. Soprattutto nelle due scene finali, ovvero il ritrovo del mostro marino e la giovane ragazza che chiama Marcello il quale non la riconosce, il simbolismo traspare quasi in superficie.
Philip French scrive che La dolce vita è una "satira in grande scala" e un'efficace metafora visiva il cui bersaglio è una società empia che è divenuta quasi una specie di inferno, e infatti nel film vi sono riferimenti a Dante Alighieri. Questa società è stata anche comparata - giustamente secondo French - con la moribonda Europa post-bellica della prima guerra mondiale presentata nell'opera di T. S. Eliot La terra desolata. Per estendere la metafora di questa società ad altri paesi, le celebrità viste nel film provengono da varie nazioni straniere.
Promozione
In Italia, la realizzazione dei manifesti e delle locandine fu affidata, nel 1959, ai pittori cartellonisti Giorgio Olivetti e Sandro Simeoni.
Censura e critiche
La prima nazionale del film ebbe luogo al cinema Capitol a Milano il 5 febbraio 1960. Il film fu fischiato; Fellini fu fermato da una donna che lo accusò di consegnare il paese in mano ai bolscevichi e fu oggetto di sputi in quanto detrattore della borghesia e dell'aristocrazia. Anche Mastroianni fu offeso. Si racconta che la pellicola fosse stata sequestrata per motivi di ordine pubblico. Jean Toschi Marazzani Visconti, cugina di Luchino Visconti, era presente all'anteprima milanese e afferma che "Fischi e insulti di quella sera fecero più notizia degli applausi. Nell'ipotesi del sequestro, già la mattina dopo, al Capitol, c'era la fila alla cassa. Fascino del proibito". Fellini ricevette in un solo giorno a Milano 400 telegrammi che lo accusavano di essere comunista, traditore ed ateo.
Su L'Osservatore Romano comparvero due articoli dal titolo "La sconcia vita" e "Basta!" che criticavano il film e si dicevano essere stati scritti da Oscar Luigi Scalfaro. Dino De Laurentiis definì il film come "incoerente, falso e pessimista", e predisse che si sarebbe rivelato una calamità. La Democrazia Cristiana attaccò il film, mentre il mondo cattolico si divise. Fellini fu disapprovato dal Vaticano e vi furono incitamenti ai fedeli affinché pregassero per l'anima del regista. Invece i gesuiti si affiancarono alla critica di sinistra, come quella dell'Espresso, nell'apprezzare il film: Angelo Arpa, studioso di cinema, aveva espresso apprezzamento per la pellicola in una trasmissione radiofonica.
A Padova, nella Basilica di Sant'Antonio, campeggiava la scritta Preghiamo per il peccatore Fellini. Arpa, amico personale di Fellini, convinse l'arcivescovo di Genova cardinale Giuseppe Siri, presidente dei vescovi italiani, a visionare il film in proiezione privata per convincerlo a non condannare l'opera. Davanti a questi attacchi, la sinistra fece blocco schierandosi a favore del film, non senza strumentalizzarlo. I comunisti ne sottolinearono il valore di denuncia, mentre i socialisti lo usarono come tema di alcuni manifesti elettorali in cui erano mostrati degli operai con lo slogan "Loro non fanno la dolce vita". Furono fatte due interrogazioni parlamentari, una alla Camera e una al Senato. Alla Camera i tre deputati democristiani Quintieri, Pennacchini e Negroni chiesero al Presidente del Consiglio e ai ministri dell'Interno e dello Spettacolo se fossero a conoscenza dei fatti della prima di Milano e delle critiche che accusavano il film di "infondere un'ombra calunniosa sulla popolazione romana"; l'interrogazione al Senato fu dello stesso tono. Pier Marco De Santi lo reputa un espediente "sottile e farisaico" per chiedere il ritiro della pellicola. Ad Arenzano il sindaco vietò la riproduzione del film.
D'altra parte, le polemiche contribuirono a pubblicizzare il film spingendo il pubblico ad affluire in massa ai botteghini. Fellini non affermò mai che La dolce vita fosse un documentario dell'epoca e di una classe sociale, anche se ammise che il film fu in parte ispirato da fatti reali. Nella sua intervista a L'Europeo, il regista cercò di difendersi dalle critiche e dichiarò seccamente che lui ha esposto il problema nel modo più efficace, ma non è suo il compito di trovare una soluzione; quello non sarebbe stato il compito del regista, ma dei "pastori di anime" e dei "riformatori della società".
Alla sua uscita il film fu vietato ai minori di 16 anni. A causare tale divieto furono anche la breve scena di nudo femminile, la scena del suicidio e alcune parolacce per l'epoca ancora inconsuete al cinema.
In Spagna il film fu proibito dalla censura franchista e fu possibile vederlo solo nel 1981, dopo la morte di Francisco Franco (avvenuta nel 1975).
Influenza culturale
Molti film hanno fatto riferimento o si sono ispirati a La dolce vita. Tra questi film vi è Blow-Up di Michelangelo Antonioni, che come il film di Fellini assume qualunque significato che gli voglia dare lo spettatore. In Lost in Translation - L'amore tradotto, i protagonisti guardano in tv la scena della fontana di Trevi sorseggiando sake; la regista del film Sofia Coppola ha ammesso che La dolce vita ha avuto influenza sul suo film. Donne in amore di Ken Russell è un altro film che deve molto a Fellini. Intervista, dello stesso Fellini, si rifà a La dolce vita: in una scena ambientata a casa di Anita Ekberg, l'attrice, Fellini e Mastroianni vedono la scena della fontana di Trevi proiettata nel salotto della diva. La dolce vita è stato il modello di Woody Allen per la realizzazione del suo film Manhattan, in cui, come spiega il regista, ha usato New York come Fellini usò Roma e il suo personaggio è costruito su quello di Marcello Rubini interpretato da Mastroianni; un altro film di Allen, Celebrity, è un rifacimento de La dolce vita ambientato ancora una volta a New York. Nel 2006 il regista e produttore Michael Lucas ha realizzato un remake pornografico de La dolce vita, ad alto budget e a tematica gay, dal titolo Michael Lucas' La Dolce Vita: denunciato per violazione di diritto di autore e uso improprio di arte commerciale dalla International Media films Inc., un giudice federale ha sentenziato che Michael Lucas non ha violato la legge sul diritto d'autore poiché il film di Fellini è un'opera importante per la cinematografia e quindi di dominio pubblico. Altri riferimenti si trovano in Good Bye Lenin!, in cui una statua è trasportata in elicottero come la statua di Cristo all'inizio de La dolce vita, e Pulp Fiction di Quentin Tarantino.
Nel romanzo ucronico Dracula Cha cha cha dello scrittore britannico Kim Newman, lo sfondo delle vicende è la Roma felliniana de La dolce vita; è citata la famosa scena della fontana di Trevi e tra i protagonisti del romanzo figura anche Marcello Rubini.
La dolce vita ha avuto influenze anche sul costume e sul linguaggio. La scena della fontana di Trevi con la Ekberg e Mastroianni è divenuta una scena simbolo del cinema del XX secolo. Il nome di uno dei personaggi del film, Paparazzo, ha dato origine al nome comune paparazzo, con cui si indicano i fotografi invadenti e indiscreti, soprattutto per conto di giornali scandalistici.
Nel film di Ettore Scola C'eravamo tanto amati, viene ricostruita la scena della Fontana di Trevi con la presenza di Fellini e di Mastroianni nel ruolo di se stessi.
La storia principale del fumetto Topolino N°2935 del 28 febbraio 2012 è dedicata a Federico Fellini e si intitola Topolino e il ritorno alla Dolce Vita.
Il film è stato anche citato da Bob Dylan nella canzone Motorpsycho Nightmare.
Dal film, in cui si vede Mastroianni indossarlo, prende nome anche un capo d'abbigliamento, il dolcevita, maglioncino a collo alto
Nel 2010 l'ex calciatore Hidetoshi Nakata ha inciso un brano in lingua giapponese ispirato al capolavoro di Fellini dal titolo 甘い生活.
fonte: Wikipedia
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