martedì 14 febbraio 2017

il senso della vita

12 Ipotesi Antiche e Moderne


"Perché è così difficile? 
E' difficile perché è importante, credo."
M. Homes


Qual è il senso della nostra esistenza? E' una domanda che fin dalla notte dei tempi l'umanità si pone con estrema perseveranza, al punto che intorno ad essa sono sorte molte grandi filosofie e religioni.

In questo articolo esamineremo brevemente i concetti espressi da alcune di esse, spazianti dal misticismo al più cupo nichilismo, ma tutti ugualmente stimolanti.
Buona lettura.

Cirenaismo


La scuola filosofica dei Cirenaici si sviluppò da un ramo degli insegnamenti di Socrate. Fu fondata intorno al 400 aC da un allievo del grande filosofo graco, un nordafricano di nome Aristippo. Secondo la dottrina cirenaica l'unico vero obiettivo nella vita consiste nel procurarsi piacere nel presente. La gente dovrebbe fare qualsiasi cosa la renda felice nel presente anziché perdere tempo a pianificare un futuro inconoscibile e incerto. I piaceri fisici ricoprono la massima importanza e ognuno dovrebbe fare tutto quanto in proprio potere per massimizzare la quantità di piacere nel qui ed ora. Il proprio piacere personale dovrebbe avere sempre la massima priorità rispetto al bene della comunità o della popolazione. 

La filosofia cirenaica esprimeva un palese disprezzo non solo per il benessere altrui, ma anche verso qualsiasi tradizione e norma morale.

Aristippo asseriva che non vi sia niente di intrinsecamente sbagliato, tra cui i 'tabù' come l'incesto, secondo lui 'demonizzato dalle convenzioni sociali.' 

Per i cirenaici - quindi - il vero significato della vita era infrangere tutti i vincoli delle convenzioni sociali per fare qualsiasi cosa rendesse il massimo piacere nel qui ed ora. 


Non è difficile riscontrare nella dottrina cirenaica il dna di ogni dottrina e culto fondati sul materialismo, tra cui il Satanismo crowleyano, a sua volta ispiratore della cultura edonistica dei giorni attuali.

Platonismo



La dottrina platonica si basa sul presupposto secondo cui l'umanità sia in grado di trovare la risposta ad ogni grande interrogativo mediante l'uso della ragione. Questo principio si pone anche alla base della Gnosi. La sua radicalizzazione ha tuttavia prodotto una serie di fenomeni, filosofie ed ideologie dannosi (simboleggiati dal mito di Lucifero) come il relativismo morale, le manie apoteotiche ed il dogmatismo scientifico. 

Platone, allievo di Socrate, fu un filosofo idealista. Nel platonismo il senso della vita è rappresentato dal raggiungimento della più elevata forma di conoscenza, la quale è l'Idea (la forma) del Bene, da cui deriva tutto il bene e le cose di utilità e valore.
Platone riteneva che l'anima dell'uomo fosse formata da tre distinte componenti: intelligenza, spirito (coraggio), e desideri fisici.

Ognuna di esse andava soddisfatta al meglio, facendo in modo che nessuna delle tre interferisse con le esigenze delle altre due.
Il raggiungimento di un livello di equilibrio tra le tre componenti rappresentava per Platone appena il primo passo verso ciò che definiva: 'una vita buona.' Era infatti convinto che la natura umana richiedesse molto più di un semplice equilibrio interiore; essa imponeva che ogni individuo usasse il proprio intelletto per ricercare la verità, ottenere nuove conoscenze ed infine trovare la realtà ultima.

Epicureismo 

"Lo scopo della vita è la vita stessa."
Johann Wolfgang Goethe, Lettera a Johann Heinrich Meyer, 1796

Secondo gli insegnamenti di Epicuro, qualsiasi cosa esistente è composta di minuscole particelle. L'organismo umano contiene anche particelle d'anima. Senza tali particelle il corpo è morto, e senza un corpo vivente le particelle d'anima non sono in grado di percepire. A causa di questa doppia esistenza, nessuna parte dell'essere umano può sopravvivere dopo la morte. Non vi è alcun dio; non esiste alcun riposo eterno o tormento, non vi sono grandi ricompense ultraterrene per ciò che si è fatto nella vita, e nessuna grande punizione dalla quale scampare. Ciò significa che tutto ciò che uno possiede, lo possiede sulla Terra. Di conseguenza, secondo la filosofia epicurea lo scopo della vita è massimizzare il piacere e ridurre al minimo il dolore. Un compito non facile, in quanto le peggiori fonti di dolore ed ansia non corrispondono a cose concrete ma a concetti astratti e ad aspirazioni irrealizzabili. Ciò non significa che nella propria ricerca del piacere uno possa fare ciò che gli pare - come nel caso della filosofia cirenaica. Epicuro consiglia di vivere con bontà, non tanto per soddisfare un'esigenza etica, quanto per un fatto pragmatico; chi agisce male - infatti - incorre in maggiori probabilità di allontanarsi dal piacere e avvicinarsi al dolore per via dei sensi di colpa, che prima o poi lo coglieranno, e dell'ansia di essere scoperto e punito. Uno degli aspetti più importanti del significato attribuito alla vita dalla dottrina epicurea è la coltivazione delle amicizie, 'uno dei sentimenti più piacevoli, sicuri, e permanenti a cui un mortale possa aspirare.'

Cinismo
"L'importante è che la morte mi colga da vivo."
Marcello Marchesi

Quella dei cinici fu un'altra scuola filosofica nata da una costola della scuola socratica. Il Cinismo perseguiva una vita morale che fosse in linea con le leggi naturali, piuttosto che con l'etica e le tradizioni spesso immorali, quindi innaturali, della società civile. 

I cinici presero atto che la gran parte delle cose ormai accettate come normali dalla loro cultura, avessero poco o nulla a che fare con il vivere una vita virtuosa. Sebbene non condannassero le convenzioni sociali nella loro interezza, affermavano che ogni persona avesse il dovere di formare i propri valori secondo il dettame della propria coscienza, e seguire il percorso più virtuoso anche quando esso fosse stato contrario alle norme sociali.

 Da ciò scaturì il concetto di parresia, cioè il diritto-dovere di dire sempre e comunque la verità. Un altro importante principio della filosofia cinica fu quello di autosufficienza, cioè la capacità di sopravvivere non solo senza la compagnia di altre persone, ma anche senza il sostegno delle istituzioni e senza i comfort di base. 

Il senso ultimo della vita, secondo i cinici, era la conquista della libertà individuale.

La dottrina dei Cinici contiene evidenti punti di contatto con il liberalismo classico e l'anarchismo.

Mohism

"Quando vinci, di colpo le regole cambiano, e scopri di avere perso."
David Mitchell, Number 9 Dream

La filosofia Mohism si sviluppò in Cina pressappoco nello stesso periodo in cui nell'antica Grecia prolificavano i cirenaici. Il fondatore di questa antica dottrina - Mo Di - condusse i mohsim a diventare una delle prime scuole filosofiche cinesi concentrate sullo studio della vita e del suo significato più profondo. I loro testi delinearono 10 dottrine, che in sintesi prescrivevano un quotidiano esercizio dell'imparzialità. Secondo la filosofia Mohism, il senso della vita risiede nel perseguire l'armonia nel mondo, al fine di ottenere ricompense divine nell'aldilà.

L'armonia è perseguibile riservando ad ogni persona la medesima quantità di cura ed attenzione, ed impegnandosi affinché nessuno possa prevalere sul suo prossimo. Questo significava sbarazzarsi di ogni lusso e ricchezza e di ogni svago fine a se stesso.

Significava inoltre che ogni persona avrebbe dovuto lottare per l'uguaglianza, così che un giorno chiunque avesse potuto avere il medesimo grado di felicità e di comfort, secondo i desideri del divino.

La rivoluzione Francese e quella Russa trassero la loro forza ideologica da principi assimilabili a quelli del Mohism e del Cristianesimo. Unica differenza - sostanziale - l'assenza dell'elemento trascendente (bandito e soppiantato da ateismo e scientismo) forse perché incompatibile con il sanguinoso pragmatismo politico che trasformò i due movimenti rivoluzionari in tragici e fallimentari Regni del Terrore.

Cristianesimo

"Non è con l’intelligenza che Lo si capisce, ma è la vita che Lo fa comprendere."
Lev Tolstoj

Secondo la dottrina cristiana, il progetto di Dio su di noi equivale al progetto per cui Egli ci ha creati.
Per scoprire questo progetto e quale sia il senso della vita, occorre quindi conoscere il fine per cui Dio ci ha creati. Il Concilio Vaticano II afferma che: "La comunione di Dio con gli uomini e degli uomini con Dio e fra loro in Cristo, costituisce il fine della vita." Vivere in Dio, per Dio e con Dio, vivere nell'amore fraterno è quindi il fine unico della vita secondo i cristiani.

Gli altri fini dell'uomo, anche buoni e che vanno conseguiti, sono sempre fini umani intermedi, che vanno ordinati tutti al fine unico dell'esistenza, che è l'intima unione con Dio e l'amore fraterno.

È salvato chi raggiunga il fine per cui è stato creato: cioè chi conosca, ami e serva Dio e ami i propri fratelli grazie al Suo amore. Il fine ultra-terreno dell'uomo è la visione beatifica di Dio nel santo paradiso.

Il Cristianesimo, così come diverse altre religioni e dottrine esoteriche, considera la vita come una sorta di 'esame' presieduto dal Divino, con cui l'essenza spirituale individuale si confronta per poter accedere ad un differente stadio esistenziale, ad esempio l'aldilà, oppure il ritorno all'Assoluto Indifferenziato.

Albert Einstein

"Qual è il significato della vita umana e più in generale della vita di ogni creatura? Essere religiosi significa avere la risposta a questo interrogativo. Voi chiedete: è giusto porsi questa domanda? E io vi rispondo: chi non attribuisce un significato alla vita è non solo un infelice, ma anche poco dotato per la vita stessa."
Albert Einstein, su Mein Weltbild, 1934

Albert Einstein ricopre senza dubbio un posto di rilievo nel pantheon delle menti più brillanti del genere umano. Nel 1951 una giovane donna gli scrisse una lettera in cui lo interrogò sul senso della vita, e la risposta dello scienziato fu breve e toccante. "Creare soddisfazione per noi stessi e per gli altri."

Nello scambio epistolare intrattenuto con suo figlio Eduard - tuttavia - Einstein estese ed approfondì il concetto. dicendosi convinto che il più grande ideale esistenziale fosse il raggiungimento del "più elevato stadio di coscienza" e la capacità di concepire e creare qualcosa dal nulla. E tale capacità creativa era a suo avviso la vera fonte della felicità. Creatività da esercitarsi non per l'ambizione di essere ricordati, ma per un senso d'amore verso la vita.

Darwinismo


Charles Darwin ebbe un rapporto complicato con la religione e le idee religiose.

Nacque in una società cristiana, e le sue idee su Dio ed il significato della vita oscillarono notevolmente nel corso della sua carriera. 

Gli avversari di Darwin insistono sul fatto che l'evoluzione e il darwinismo suggeriscano che il senso della vita altro non sia che lotta per la sopravvivenza.

Una cosa su cui concordano molte interpretazioni del darwinismo è che quantomeno una parte del significato della vita per qualsiasi organismo vivente sia quello di tramandare il proprio DNA alla generazione successiva.

Il Darwinismo è uno degli elementi culturali che maggiormente hanno influenzato e continuano ad influenzare in modo fuorviante e nefasto la modernità, oltre che in ambito scientifico, religioso e filosofico, anche in politica ed economia.


Nichilismo

"Alla vita deve essere attribuito un senso a causa del fatto evidente che non abbia alcun senso."
Henry Miller

La filosofia nichilistica afferma che non esistano cose come il valore o la conoscenza, e che non vi sia alcun significato attribuibile all'esistenza umana. Friedrich Nietzsche sosteneva che le credenze nichilistiche alla lunga avrebbero condotto al crollo di qualsiasi cosa, perché la gente avrebbe semplicemente cessato di preoccuparsi di qualsiasi cosa. Secondo i nichilisti non esiste alcuna verità assoluta, e qualsiasi concetto apparentemente 'assoluto' uno creda di conoscere è destinato ad essere soppiantato da nuove idee ritenute più soddisfacenti. 

Un rapido computo del numero enorme di credenze scientifiche un tempo considerate inappellabili e poi ridimensionate e screditate nel corso dei secoli, sembra dare credito a questa teoria.Originariamente l'unico fine esistenziale che trasparisse dalla filosofia nichilistica era la vocazione per la distruzione, in ogni sua accezione. In seguito l'immagine della dottrina fu ammorbidita, ed iniziò a caratterizzarsi per la nutrizione di una profonda indifferenza verso qualsiasi cosa.
Secondo Nietzsche, tutto ciò che vediamo intorno a noi è una costruzione artificiale destinata a disgregarsi grazie all'indifferenza del nichilismo, teoria supportata dalle speculazioni di Oswald Spengler circa gli atteggiamenti che conducono al crollo di una società o civiltà.

Probabilmente una delle teorie più deprimenti sul senso della vita, il nichilismo afferma che qualsiasi cosa non abbia il benché minimo senso o significato, ma che in effetti questa verità non è che abbia poi molta importanza.

Filosofia Tibetana

"La vita è una serie di lezioni che per essere apprese devono essere sperimentate."
Ralph Waldo Emerson

La filosofia tibetana si sviluppò in diverse località himalayane. Molto simile al Buddismo, essa persegue un obiettivo non di poco conto: porre fine alla sofferenza del mondo. Per fare questo, occorre prima conseguire la comprensione del mondo e del suo funzionamento. Attraverso la comprensione si guadagneranno le conoscenze necessarie per porre fine alla sofferenza umana. La filosofia fornisce anche un percorso attraverso cui è possibile misurare i traguardi personali, il quale va dall'essere una 'persona di piccola capacità' (chi guarda solo al proprio orticello) all'essere una 'persona di grande capacità' (che percepisce la sofferenza altrui come sua propria sofferenza). E dunque secondo la dottrina tibetana il vero significato della vita può essere trovato da chiunque pratichi le idee in cui crede, e agisca in modo tale che dalle sue azioni tragga beneficio il suo prossimo.

Cultura Azteca

"Lo scopo della vita è vivere in accordo con la natura."
Zenone di Cizio, III sec. a.c.

Secondo gli aztechi il senso ultimo della vita è quello di vivere in equilibrio con la natura e contribuire alla continuazione dell'energia che dà origine ad ogni generazione.

L'energia - chiamata Teotl - non è una vera e propria divinità, ma un elemento cosmico che potremmo assimilare alla Forza del film Guerre Stellari. Essa circonda tutti gli esseri viventi e congiunge ciò che sappiamo con ciò che si pone oltre la nostra capacità di conoscenza. 

Poiché Teotl è perennemente in movimento e cambiamento, compito degli uomini è quello di rapportarsi armoniosamente rispetto ai cambiamenti universali. Teotl esiste anche nella forma dei poli opposti la cui contrapposizione mantiene il cosmo in equilibrio. A causa di queste nature opposte, la vita e la morte sono considerati come naturali elementi di un ciclo. Gli Aztechi erano convinti che le due forze dovessero essere mantenute costantemente nel massimo equilibrio, e che nessuna delle due avesse mai dovuto prendere il sopravvento sull'altra. 

Era dunque estremamente importante cercare di porsi nel mezzo: mantenere l'equilibrio tra ricchezza e povertà, fame e sazietà, al fine di condurre un'esistenza saggia e buona. Il fine delineato nella saggezza azteca è quello di vivere in modo tale che le generazioni successive possano godere della stessa vita buona di cui hanno goduto le generazioni precedenti, e onorare la forza sacra misteriosa che rende possibile la vita.

Umanesimo

"La vita più è vuota e più pesa."
Alphonse Allais

Secondo l'Umanesimo non esiste un significato specifico ed univoco della vita. Ogni individuo ha un fine significativo, del tutto personale. Anziché cercare di tracciare un modello universale, buono per tutti, la gente dovrebbe scrutare in se stessa (se riesce a farsi largo tra le cianfrusaglie culturali con cui è stata massicciamente 'formata') per scoprire cosa la renda realmente felice, cosa soddisfi la sua sete, dando significato alla sua vita. Ognuno è diverso - secondo l'Umanesimo - dunque il senso della vita sarà diverso per ognuno di noi.


Aforismi
"Ogni livello di complessità crea una maggiore distanza tra noi e le semplici verità della vita."
Fennel Hudson, A Waterside Year - Fennel's Journal - No. 2

"La vera differenza al cospetto del senso della vita è tra chi cerca, e cercando apprezza le ricerche altrui, e chi non cerca, e non cercando disprezza le ricerche altrui."
Vito Mancuso, Io e Dio, 2011 

"Nulla conta quando sei morto, e sei morto quando nulla conta."
Mokokoma Mokhonoana

"Solo i poveri riescono ad afferrare il senso della vita; i ricchi possono solo tirare a indovinare."
Charles Bukowski, Storie di Ordinaria Follia, 1972

Una teoria afferma che ogni qual volta qualcuno comprenda esattamente quale sia lo scopo dell'universo, quell'universo scompaia all'istante per essere sostituito da qualcosa di ancora più strano e inesplicabile. Un'altra teoria dimostra che tutto ciò sia già accaduto ...
Douglas Adams, Guida Galattica per Autostoppisti, 1979

"Quando nasci la prima cosa che fai è metterti a piangere; poi passi il resto della vita a scoprire il perché."
Erik Tanghe

"Se alla tua vita manca qualcosa è perché non hai guardato abbastanza in alto."
Romano Battaglia

"Nulla esiste senza scopo. Quindi la mia esistenza ha uno scopo. Quale scopo? L’ignoro. Non sono io, quindi, ad averlo indicato. È qualcuno, quindi, più sapiente di me. Bisogna pregare questo qualcuno, quindi, di illuminarmi."
Charles Baudelaire, Il Mio Cuore Messo a Nudo, 1859/66

"La vita ha per scopo la nascita di qualcosa di nobile."
Nicolás Gómez Dávila, Tra Poche Parole, 1977/92


fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

Jacques-Louis David


LA MORTE DI SOCRATE, 1787, NEW YORK, METROPOLITAN


I LITTORI RIPORTANO A BRUTO I CORPI DEI FIGLI, 1789, PARIGI, LOUVRE


MARAT ASSASSINATO, 1793, BRUXELLES, MUSEES DES BRAUX-ARTS


MADAME SERIZIAT E FIGLIO, 1795, PARIGI, LOUVRE


IL PRIMO CONSOLE SUPERA LE ALPI AL GRAN SAN BERNARDO, 1801, MALMAISON


RITRATTO DI FRANCOIS DEVIENNE

mercoledì 8 febbraio 2017

Scozia

Il mistero dei messaggi incisi nella roccia 5000 anni fa potrebbe essere finalmente risolto

Anche se il loro significato si è perso lungo la storia, questi segni incisi da popoli antichi sulle rocce scozzesi costituiscono un legame con il nostro passato.

Recentemente, è stato lanciato un nuovo progetto per tentare di risolvere finalmente i misteri di queste incisioni rupestri preistoriche. Tramite scansione 3D saranno registrate e esaminate più di 2.000 incisioni in tutto il paese, gli specialisti stanno creando un nuovo database.

I simboli risalgono al Neolitico, durante l'Età del bronzo, e nella Età del Ferro.

Molte di queste incisioni sono state scoperte su affioramenti e massi nelle vicinanza di antichi percorsi commerciali e di spostamento.

La loro associazione con pozze d'acqua e terreni di caccia suggerisce la possibilità che siano state utilizzate per marcare questi luoghi. Potrebbero anche essere stati segnali di proprietà territoriali.

Alcune delle incisioni scoperte sono associate a luoghi cerimoniali o di sepoltura, il che implicherebbe che potrebbero avere un significato sacro...



George Currie è un archeologo amatoriale che contribuisce a questo progetto di database. Egli ha monitorato 670 esempi delle antiche incisioni che potrebbero risalire fino a 5.000 anni fa. Negli ultimi 13 anni, gli archeologi hanno ricercato, fotografato e registrato le loro posizioni. Tra queste opere d'arte son incluse alcune forme che assomigliano a impronte umane.

In Gran Bretagna esistono circa 6.000 incisioni catalogate, un terzo delle quali si trova in Scozia. Tuttavia il loro significato non è ancora ben chiaro.

The Art and Humanities Research ha assegnato £ 807,000 all'Historic Environment Scotland per eseguire il progetto che prende il nome di Scotland’s Rock Art.


Il progetto, quinquennale, dovrebbe essere lanciato nel mese di gennaio 2017.

Uno delle più antiche rocce scolpite trovata è collegata a un cimitero che risale al 3.400 a.C. Le incisioni, molto consunte, lasciano pensare che siano in realtà molto più vecchie delle sepolture.

E potrebbero avere una certa importanza, anche molto tempo dopo la loro creazione.

Questo progetto aiuterà a svelare alcuni dei misteri di questi simboli.

Forse potrebbe anche servire a spiegare alcuni dei collegamenti tra le antiche comunità in tutti i paesi d'Europa.

Il team è impaziente di scendere in campo, di fare nuove scoperte, ottenendo nuove informazioni, e condividerle a livello internazionale.

Il progetto, il cui lancio è previsto nei primi mesi del 2017, sarà condotto, per HES (Historic Environment Scotland), dal Principal Investigator Dr Tertia Barnett. Co-investigatori l'Università di Edimburgo e Glasgow School of Art saranno coinvolti, con i partner del progetto Archeologia ScoziaMuseo Kilmartin, e il North of Scotland Archaeology Society (NOSAS).

Tradotto da Catherine
Tratto da: www.thevintagenews.com
fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it

lunedì 6 febbraio 2017

Italia: licenza di uccidere i lupi



di Gianni Lannes

Sono stati quasi sterminati in Europa, soprattutto nello Stivale, per tutto il Novecento. Oggi, da noi, si riunisce la conferenza Stato-Regioni. All’ordine del giorno c’è la “conservazione del lupo” o meglio l’autorizzazione in deroga per sterminarli. Oggi, a meno di capovolgimenti di fronte, sarà approvato un provvedimento del ministero dell’ambiente - pilotato dal titolare del dicastero Galletti - che prevede, tra le altre misure, abbattimenti definiti addirittura “legali” di una specie simbolo perseguitato dall’uomo minus habens, da qualche tempo “protetta” ma solo sulla carta, dato che il bracconaggio imperversa impunemente nel belpaese. Con quale diritto si ammazzano questi straordinari esseri viventi?


Nel piano ministeriale c’è una pericolosa forzatura dei dati, delle esperienze e della legislazione vigente, tale far prevalere gli interessi economici di alcune categorie economiche sui principi di tutela nazionali ed internazionali.
Bisogna cancellare per sempre la possibilità di abbattimento “legale” del lupo, ed avere a cuore un modello di convivenza con la fauna selvatica, basato sul principio di uno sviluppo umano in armonia con la natura.

Esistono due lupi: uno fantastico e uno reale. Il primo è la somma di tante leggende, racconti, tradizioni e fantasie che si sono depositate nell’immaginario collettivo per secoli. Il secondo invece è il Canis Lupus Linnacus, un animale su cui pesa un’immagine distorta e sedimentata nel senso comune. Allora? Dalla parte del lupo per salvare gli ultimi esemplari liberandoci dalla fiaba del “lupo cattivo”.

fonte: https://sulatestagiannilannes.blogspot.it

le truffe della “spiritualità” e il Manuale del Partigiano Zen

Ti si sono aperti tutti i chakra e stai fluendo in sincronia perfetta con l’esistenza? Senti l’amore cosmico che ti fa salire la kundalini? Sei certo di essere a un passo dall’illuminazione? Senti energeticamente, dici che tutto è Uno, vedi le vite passate, hai preso 23 livelli di Reiki e hai 5 nomi sannyasin? Sei convinto che il mondo sia un’illusione e te ne freghi di tutto? O hai davvero qualcosa da insegnarci, o com’è più probabile, ci sei davvero dentro fin sopra il collo. Sei infettato dall’ego spirituale, un altro astuto nemico sulla strada verso la vittoria. L’ego spirituale è una delle più astute maschere dell’Io. È l’uso e il consumo di tutto ciò che è “spirituale” per la gratificazione dell’ego. È il nuovo vestito di quel vecchio ego che prima faceva classifiche mondane e misurava chi era il più figo, ma ora vuole accumulare cose nel mondo dello spirito. Però la puzza dell’ego è sempre la stessa. Solo che  adesso vuole farsi bello con conquiste interiori, cambiamenti metafisici, seminari che danno i superpoteri, terapie che guariscono da tutti i problemi, ricette belle e fatte sulla felicità permanente.
L’ego spirituale non guarda in faccia a nessuno, anche se spesso le sue prede preferite sono le persone sensibili, idealiste, sognatrici. L’ego spirituale è subdolo e pericoloso, perché meno visibile, molto astuto e più difficile da smascherare. Cerca di Verdone 1pompare la tua presunta intelligenza e la tua cosiddetta saggezza spacciandoli per verità e alla fine ci caschi anche tu. Le persone in preda all’ego spirituale sono in genere anime belle che cercano rifugio dal loro disagio in quello che ritengono il mondo dello spirito. Non bisogna dimenticare che la stragrande maggioranza delle persone arriva a un percorso “spirituale” perché avverte sofferenza e disagio, perché è in crisi, perché è confusa; e questo è sacrosanto, naturale. Essere in crisi è la porta di accesso al cambiamento e all’evoluzione, e tutti, prima o poi, passiamo di lì. Ma a volte ci si attacca forzatamente anche alle nostre presunte conquiste interiori per paura di restare vuoti e senza appigli. Dopo che hai sofferto trovi un insegnamento o qualcosa che ti fa stare bene: pensi di essere arrivato, di aver trovato la chiave, “the secret”, e ti dici: finalmente, ora ho capito! Così rischi di cristallizzarti in una nuova identità spirituale.
Dietro c’è il bisogno di considerazione e di approvazione, e la voglia di fuggire dalle cose che non hai risolto. Indossare il nuovo vestito spirituale è una nuova bellissima e illusoria sicurezza: ti senti maggiormente accettato, ti piace avere un certo tipo di potere (io ti posso guarire!), di conoscenza, di amicizie, o un nuovo nome spirituale; senti che puoi avere le risposte, ti senti più utile, figo, sicuro, protetto, arrivato. Non c’è niente di male, ma è sempre il giochino dell’ego che prima o poi si romperà, e tu dovrai fare i conti con quelle cose che ti hanno legato all’ego spirituale: la ricerca di sicurezza, di potere, la paura di non essere accettato, il bisogno d’amore, la mancanza di senso, il dolore e l’angoscia, il desiderio di essere visto. Ecco che il mondo spirituale ti offre una meravigliosa occasione: prendi otto iniziazioni, fai diecimila corsi diversi cercando di risolverti, vuoi l’illuminazione in tre giorni, cerchi nelle presunte coincidenze la conferma a una tua credenza, leggi 10.000 frasi spirituali Verdone 2senza metterne in pratica nemmeno una. Vuoi diventare qualcuno nel mondo dello Spirito, ma attento, perché se incontri un vero Maestro diventerai Nessuno.
Il grande pericolo di tutte le esperienze mistiche – esperienze di illuminazione, liberazione, e così via – è che verranno utilizzate dall’ego e trasformate in materiale usato dall’ego per i suoi fini. Quando il contesto della vita di un individuo è l’auto-referenzialità egoica – vale a dire che l’identificazione è con l’ego come unità separata – le esperienze mistiche, i momenti di illuminazione, le credenziali spirituali, diventano tutti beni potenzialmente pericolosi. La “valuta” della verità può essere velocemente scambiata per la valuta dell’ego, e tali esperienze ben presto diventano un altro ancora dei mezzi dell’ego per rafforzare il suo potere nella sua lotta contro la vera liberazione. L’ego può tentare e tenterà di trasformare tutto a suo beneficio. Ecco perché l’ambito delle esperienze mistiche e di illuminazione è così pericoloso. È proprio perché il loro valore è così alto per il sé essenziale che tali esperienze sono così interessanti, e anche minacciose, per l’ego.
L’ego vuole fortificarsi, e vuole anche bloccare efficacemente la liberazione che percepisce come la propria fine. Perciò, diventare un “ego spirituale” è un travestimento geniale attraverso cui infiltrarsi nella vita spirituale sincera dell’individuo e sedurre la sua attenzione distogliendola dalla Verità o da Dio (M. Caplan). Anche l’esperienza della cosiddetta illuminazione (così ambita dall’ego spirituale) è sostanzialmente un’illusione egoica. Non che non esista l’illuminazione, ma l’ego non si può illuminare, quindi da questo punto di vista tu in quanto identità non ti illuminerai mai. Il tuo ego vuole una cosa per la quale è necessaria la sua morte e quindi volersi illuminare è una contraddizione in termini. La parola “spirituale” è una parola molto pericolosa, che ha creato spesso divisioni e fraintendimenti, e che io a questo punto abolirei e la sostituirei con naturale. Ecco, non mi diventare spirituale, diventa naturale! Scopri il tuo essere vero, autentico, selvaggio, musicale, libero, incondizionato, ignoto. Non ti atteggiare da quello che ci ha capito qualcosa. Lo sappiamo tutti che non sai niente! Sii quel niente!
Una autentica ricerca spirituale ti mostra l’illusione dell’identità personale, ma allora come farai a far cadere la tua identità spirituale? Se sei un praticante spirituale, un maestro di meditazione, un grande ricercatore della via, un terapeuta dello spirito, un facilitatore olistico, un sannyasin o un religioso fervente, sei potenzialmente più nei casini che se fossi uno spazzino o un pizzaiolo. A un certo punto il giudice interiore ti romperà le scatole dicendoti: ma sono anni che ti occupi di queste cose, e guarda: non ti sei illuminato, ogni tanto stai da culo, a volte non sai che pesci pigliare, dio non sai dove sta di casa, e pretendi di aiutare gli altri e di mostrare loro la via? Oppure sarai così su di giri al pensiero di essere su un percorso spirituale da pompare l’ego finché non scoppia come un palloncino. Spesso si fugge dal dolore e dalla sofferenza attraverso qualcosa di Verdone 3spirituale, ma a volte proprio il dolore e la sofferenza sono “spirituali’’, nel senso che possono essere preziosi strumenti per comprendere, evolvere, amare. Stare con quello che c’è non è facile, ma è prezioso, disarmante, ed è la chiave del vero cambiamento.
Se smettiamo di cercare, cosa ci resta? Ci resta ciò che è sempre stato qui, al centro. Dietro alla ricerca c’è l’angoscia, c’è il disagio. Quando lo capiamo, vediamo che il punto non è la ricerca, ma l’angoscia e il disagio che spingono a cercare. Capire che cercare all’esterno non è la via, è un momento magico. Ci rendiamo conto che qualunque cosa cerchiamo, saremo sempre delusi (C. Joko Beck). Se vai alla radice, se hai il coraggio di non prenderti per il culo, se vai a guardare come ti manipoli, se riconosci con coraggio come e quanto ti sei voluto ingannare, se lasci bruciare il tuo cuore in fiamme, se attraversi con pienezza quel dolore… allora diventi sempre più leggero e la luce inizia a filtrare. Io sono stato in India, ho fatto gruppi di terapia, ho conosciuto il mondo di Osho, ho conosciuto Maestri e persone meravigliose, mi hanno dato un nome spirituale, ho studiato tecniche di meditazione, ho girato in tondo come i sufi, ho recitato mantra, ho fatto viaggi sciamanici, e tante altre cose.
Senza portare nessuna bandiera e senza sposare nessun credo, volevo e dovevo esplorare tutto questo perché in questa ricerca c’è sicuramente qualcosa che vale la pena. E ancora non ho finito. E quindi? Cosa ho compreso di essenziale? Quello che non ho mai perso e non potrò perdere. Questo semplice spazio di non sapere, questo cuore vulnerabile, questo lasciar andare quello che non sono. La Vita che spinge per riconoscere se stessa. Non c’è altro. E’ bellezza.  E più comprendo e più non so. E’ tutto qui, per fortuna. L’unica Vera spiritualità è la totale autenticità verso ciò che sta accadendo nella tua Vita in questo momento. Alleluia.
(“Ricerca spirituale a chi?! Cazzi e mazzi della ricerca spirituale”, estratto dal “Manuale del Partigiano Zen“, 22 agosto 2016).

fonte: www.libreidee.org

martedì 31 gennaio 2017

i "Moso"

una società senza mariti e senza mogli


Chi sono i Moso e dove vivono? 

«I Moso sono una minoranza etnica matriarcale e matrilineare, che vive nello Yunnan» (yun = nuvola; nan = sud), provincia sud-occidentale della Cina, situata ai piedi dell’Himalaya, ai confini con il Tibet, in un paesaggio di valli e montagne attraversato dal fiume Yangtze. Un’unica strada conduce al lago Lugu, “lago Madre” nella lingua dei Moso, a 2.700 metri sul livello del mare.

A 300 km vive la società dei Naxi (si pronuncia “nasci”), imparentata con i Moso, ma occorrono 7 ore di auto per arrivarci.

Originariamente anche i Naxi erano una società matriarcale: ma non lo sono più da alcuni secoli, perché, più esposti dei Moso all’influenza delle varie dinastie imperiali cinesi che si sono succedute e che hanno imposto le loro leggi, compreso l’obbligo del matrimonio. Anche ai Moso fu imposto il matrimonio, ma con la morte di Mao Tse Tung, la prescrizione non fu più osservata e si tornò all’usanza matriarcale.

All’ingresso del villaggio principale campeggia la targa di benvenuto, che recita in cinese e in inglese: “Benvenuti nel Paese delle Donne”...


Inizia da qui il viaggio nella vita quotidiana dei Moso. Le case sono costruite interamente in tronchi di legno e si compongono di una stanza comune, detta Meng Low, che è anche la stanza dove si ricevono le visite e dove dorme la “Dabu” la persona che tiene le redini dell’estesa famiglia. Comunicante con questa, c’è una terza stanza, la “camera dei misteri”, la cui porta è sempre chiusa: qui, si danno alla luce i bambini e si onorano i defunti. Nella Meng Low ci sono panche basse tutt’intorno, che a sera diventano letti per i bambini che vivono nella casa. Al centro della stanza c’è un focolare costantemente acceso con sopra una marmitta piena di acqua, per avere sempre acqua calda per cucinare, per il tè e da bere, poiché i Moso non bevono acqua fredda.

La famiglia Moso è una famiglia estesa a discendenza matrilineare: i figli sono della famiglia della madre.

Nonostante le donne Moso possano avere due bambini ciascuna (in casi rari, è concesso loro di averne fino a 3), l’indice di natalità resta basso, circa lo 0,8%: in una famiglia moso ci potrebbero essere più donne in età di procreare e se ognuna decidesse di avere due figli, come consentito dal regolamento vigente, ci sarebbero troppi bambini di cui occuparsi. I bambini considerano le altre donne della famiglia come “madri”, anche se distinguono la madre naturale da queste. Nascere bambina è una benedizione in area moso.

La famiglia

I Moso vivono nella stessa famiglia fino alla quarta generazione, insieme alla Dabu, la donna più anziana che ricopre il ruolo di capofamiglia. La sua autorità è riconosciuta da tutti i membri del nucleo familiare e la sua elezione è regolata da criteri di meritocrazia: al momento della successione, infatti, la Dabu in carica sceglie colei che prenderà il suo posto tra le donne della sua famiglia più meritevoli per imparzialità, capacità di gestione della casa e dei beni, moralità e rispetto per la persona. Questi elementi determinano l’autorità della Dabu, che non abusa mai del suo potere: le decisioni sono condivise ma lei ha l’ultima parola, e possono coesistere persino due Dabu senza che vi sia competizione tra di loro.

Nonostante l’uomo abbia un ruolo secondario all’interno della famiglia, tuttavia non è oggetto di oppressione da parte delle donne: sa occuparsi molto bene dei figli delle sorelle, costruisce e ripara la casa. Una siffatta distribuzione dei ruoli ne fa una società democratica ed egualitaria.
Il matriarcato moso, infatti, non è l’equivalente del patriarcato.


I Moso sono una società contadina: uomini e donne lavorano indistintamente la terra servendosi di una tecnologia semplice: aratro a trazione animale, per l’aratura, bastone da scavo, per la semina e raccolta manuale del prodotto finale. Coltivano principalmente cereali, prodotti orticoli ma non il riso: le risaie non rientrano nella cultura moso, essendo la loro una comunità montana. Si praticano anche la pesca e la raccolta di una particolare pianta lacustre, e del suo fiore, che mangiano insieme alla carne o in zuppe. Per queste attività, i Moso si servono di imbarcazioni scavate a mano da tronchi d’albero (attività di competenza degli uomini), senza motore. L’unica imbarcazione a motore presente sul lago è un natante con funzione di ambulanza, data l’impraticabilità della strada in determinati periodi dell’anno.

La tessitura, praticata dalle donne, e l’oreficeria, praticata dagli uomini, sono tra le attività più diffuse. Negli ultimi anni, però, l’incremento del turismo ha permesso lo svilupparsi di altre attività commerciali. Principalmente sono sorti piccoli ristoranti e pensioncine a conduzione familiare, nei villaggi più facilmente raggiungibili. Il turismo porta benessere ma anche le prime avvisaglie di un divario economico tra le famiglie, prima inesistente. I Moso non lo incoraggiano, però va da sé che se una casa o un ristorante si affacciano sul lago, questi sono maggiormente richiesti dai turisti. Lo stesso dicasi per i villaggi: quelli prospicienti il lago sono preferiti a quelli situati più all’interno.

Il matrimonio

«I Moso si amano, ma non si sposano. Considerano il matrimonio come un attacco alla famiglia stessa». Ecco il centro della cultura moso e della sua peculiarità principale. La cultura moso fa della separazione tra vita sentimentale e vita familiare un principio irriducibile, l’unica eccezione concessa riguarda i funzionari di Stato, i quali hanno l’obbligo di contrarre matrimonio per fini istituzionali. Le relazioni tra uomo e donna avvengono nella più totale libertà sessuale, soprattutto da parte della donna: non esiste il concetto di proprietà della persona. Le loro relazioni affettive si basano sull’amore, sono disinteressate, non sono vincolate né da legame economico né giuridico.

All’età di 13 anni avviene il passaggio alla vita adulta: la ragazza riceve il costume tradizionale, che indosserà da quel momento in ogni occasione di festa comunitaria. Riceve inoltre la chiave della “camera dei fiori”, dove porterà il suo innamorato. Anche il ragazzo riceve il costume tradizionale ma non la chiave. Nessun membro della comunità oserà infrangere la privacy degli incontri amorosi.

Quando due persone si piacciono, la donna conduce l’uomo nelle sua stanza dei fiori dalla quale, passata la notte, l’uomo se ne va. Per farvi ritorno il giorno dopo e quello dopo ancora. La segretezza accompagna la relazione fin quando non diventa stabile; a quel punto, la donna ne parla alla Dabu che per l’occasione prepara una cena a cui parteciperanno le donne anziane più vicine alla famiglia. Il legame tra i due innamorati è detto “unione itinerante” proprio per il suo carattere non fisso: è l’uomo a spostarsi nella casa della compagna e vi continua ad andare ogni notte finché c’è amore tra i due. Quando il sentimento si esaurisce, l’uomo torna a dormire nella sua casa materna.

L’assenza del matrimonio non ha conseguenze sulla comunità: non vivendo insieme, non ci sono contrasti. Le donne hanno il controllo del proprio corpo e della propria sessualità. I figli appartengono alla famiglia della madre, la loro educazione è affidata alla famiglia, i beni non sono in comune. I bambini non crescono con il padre biologico, anche se egli può vederli e stare con loro quanto vuole. Fino a poco tempo fa, i bambini potevano anche non sapere il nome del loro padre, ma con l’istruzione obbligatoria si è resa necessaria la paternità manifesta per poterli iscrivere a scuola. Questo fatto tuttavia, non è fonte di frustrazione nei bambini, che crescono nell’amore dei familiari e in serenità.

L’infedeltà è anacronistica, dal momento che le coppie non si promettono mai niente a lungo. La violenza domestica non esiste, nessuno è proprietà di nessuno, si appartiene solo alla famiglia materna. La gelosia è derisa, anche pubblicamente: è un fattore culturale, non naturale. Ciò non vuol dire che tra i Moso non ci sia violenza, ma questa è sporadica: si ha solo dove le coppie si sposano e coabitano. La violenza non viene occultata, ma è resa pubblica e la gestione del conflitto è regolata da una donna saggia: i Moso sono tolleranti. Sono gelosia e violenza che generano disordine, nella visione moso.

La maternità

Tutte le donne svolgono funzione materna verso i figli delle sorelle. I bambini sono considerati la reincarnazione degli antenati e fino a tre anni stanno con la madre, poi si trasferiscono nella Meng Low e dormono con la Dabu fino ai 13 anni. La funzione di padre è svolta dallo zio materno. In una società matrilineare il padre naturale non ha alcun ruolo, perché non è considerato consanguineo: la consanguineità ha valore sociale e culturale, più che biologico. Ma in nessun caso i bambini sono privati dell’affetto dei padri, né i padri dei figli.

Le istituzioni

Il capo villaggio è un uomo, il cui compito consiste nel coordinare le decisioni prese dalle Dabu. È un ruolo nominale. Nessun regolamento però impedisce alle donne di essere elette.

La religione e il culto dei morti

I Moso praticano una forma sincretica di Buddismo tibetano e dabaismo. La natura è sacra ed è femminile: ovunque si incontrano le bandiere di preghiera colorate, soprattutto nei luoghi più elevati e ventilati. Gamu è la montagna sacra ed è oggetto di culto. I Daba, preti sciamanici maschili, sono i custodi della religione antica e hanno il potere di liberare le donne dagli spiriti maligni: in una prospettiva armonica, rappresentano nella religione quello che le Dabu sono nella società. Più volte al giorno girano attorno ad uno stupa (monumento funerario) in senso orario facendo ruotare il mulinello di preghiera. I Moso sono una società spirituale, spesso infatti si incontrano donne recitanti preghiere mentre percorrono avanti e indietro le strade del loro villaggio.




Appunti da una presentazione del libro di Francesca Rosati Freeman, “Benvenuti nel Paese delle donne“, XL edizioni. Uno studio sulla società matriarcale dei Moso, minoranza etnica cinese nella provincia dello Yunnan.





Per ottenere il libro, visita il sito web dell’autrice: francescarosatifreeman.com




fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it

la strage dei bambini, orrendo tabù avvolto dal silenzio

Bambini da uccidere, sacrificare, persino mangiare. Mentre spariscono ogni anno centinaia di minori, in parte forse destinati anche alla potentissima rete internazionale dei pedofili, una ricercatrice come Lara Pavanetto, a margine del suo libro “Streghe o vittime?” (Filippi editore), in una riflessione sul suo blog si sofferma sul sinistro mistero che nasconde il vero destino di tanti, troppi bambini, nella storia della nostra civiltà. «Di tutti i gruppi sociali che formavano le società del passato, i bambini sono quello più misterioso», scrive. «Raramente si vedono nei documenti, mai si sentono. Un misterioso silenzio circonda la moltitudine dei neonati, bambini e adolescenti che pure hanno vissuto. I resti fossili dei popoli antichi e medievali appartengono quasi totalmente ad adulti, i bambini sembrano non aver lasciato traccia alcuna. E’ difficile sapere qualcosa sulla vita dei bambini, ancora più difficile è conoscerne qualcosa riguardo la morte. Ma spesso morte e vita erano due facce della stessa medaglia, intimamente legate; soprattutto la morte dei bambini, fino ad oggi, è e rimane un tabù che nasconde molto».
Anticamente, scrive Pavanetto, la pratica dell’abbandono era assai frequente, e spesso finiva per significare la morte del bambino: «Tuttavia questa naturale prospettiva non è mai citata né dalle fonti letterarie né da quelle storiche». E soltanto una Infanticidiovolta, nel corpus di testi giuridici che si occupano dell’abbandono, si allude alla morte degli “esposti”. «Nelle fonti letterarie questi bambini non muoiono mai, nessuno storico cita la morte di esposti e mostra preoccupazione per la loro salvezza. Nessuna fonte menziona cadaverini da seppellire. Soltanto i moralisti e gli oratori sollevano qualche dubbio sulla loro fine». Nella Bibbia, il sacrificio dei bambini agli dèi è «proibito, condannato o menzionato con disprezzo in molti passi», eppure nel Libro dei Re si menziona Moloch (un dio pagano?) che richiede l’uccisione di bambini. Idem in Geremia e forse nel Levitico. Sempre nei Re «si parla anche di sacrifici di bambini con il fuoco». I bambini «erano un dono prezioso per gli déi», ma evidentemente «non abbastanza per i genitori». Il re Moab sacrifica il primogenito sulle mura della città come segno di lutto (Re). E in un altro testo biblico, (Giudici) Iefte «uccide la sua unica figlia per adempiere un voto fatto al Signore». Sarà poi “Dio” stesso a richiedere ad Abramo (Genesi), il sacrificio estremo del figlio: Abramo è pronto a farlo, sarà solo “Dio” a fermarlo.
«Ma, nelle sacre scritture, si parla anche di genitori che mangiano i loro figli», aggiunge Lara Pavanetto, che spiega: si tratta di «un topos non isolato, che ricorre anche nella letteratura antica». C’è il Faraone, che tenta di uccidere tutti i figli maschi degli ebrei (Esodo). «Poi si aggiungono alcuni passi davvero eloquenti che parlano di forme di infanticidio più generali». Si legge nel Libro dei Re: «Sfracellerai i loro lattanti e squarcerai le loro donne incinte». E nei Salmi: «Beato chi prenderà i tuoi pargoli e li sbatterà contro la pietra». Un intellettuale come Filone, filosofo ebreo di lingua greca vissuto ad Alessandria nel primo secolo, «poneva sullo stesso piano l’infanticidio e l’abbandono, descrivendo anche i metodi abitualmente usati per sopprimere un bambino: soffocamento o annegamento». In epoca medievale, «sia gli eretici che gli stranieri sono accusati Caravaggio, il Sacrificio di Isacconelle fonti contemporanee di rapire, uccidere, violentare e addirittura mangiare i bambini: Anna Comnena affermava che i Normanni erano soliti arrostire i bambini sugli spiedi».
In diverse parti della Grecia, in epoca micenea o minoica, e in epoche ancora posteriori, in Egina, Attica, Argolide, Melos e Creta, si usava seppellire i morti in casa, in vasi di terracotta interrati nel pavimento, specie nel caso dei fanciulli, «forse per tenere gli amati resti più vicini a sé, o forse sperando che l’anima si reincarnasse ancora». In alcune zone dell’India, continua Pavanetto, questa pratica funebre riguardava soprattutto i bambini nati morti, seppelliti sotto la soglia di casa «sperando appunto che il fanciullo rinascesse in famiglia, nuovamente». Tutte queste usanze «nascono proprio dalla credenza che i morti rinascano nei fanciulli: i Taolnla, indiani, quando nasce un bambino cercano di accertare quale dei loro antenati ha fatto ritorno; così, appena nasce un bambino, subito ci si affanna nel cercare qualche somiglianza: la mamma, il papà, lo zio, i nonni, i bisnonni». In pratica, presso quella popolazione, l’idea è che il bambino venga da un “al di là” sconosciuto e misterioso, e sia dunque portatore di qualcosa di antico e misterioso, che in lui si rivela.
«Quando il bambino nasce morto – racconta Lara Pavanetto – la sua non presenza è ancora più misteriosa: gli Inuit credono che le anime dei bambini, specie di quelli nati morti, possano rendere grandi servigi ai cacciatori, sempre in pericolo di morte loro stessi». Così, proprio «per assicurarsi il loro aiuto spirituale», gli Inuit «non esitavano ad uccidere un bambino». Ma il delitto doveva rimanere segreto, facendo in modo di nascondere la vittima perché nessuno sapesse dell’infanticidio. «Così, Lara Pavanettodopo aver messo al sicuro il cadaverino, lo si faceva seccare per poi metterlo in un sacchetto che il cacciatore portava con sé quando andava in mare con la sua canoa». Lo spirito del fanciullo, avendo la vista molto acuta, la “vista dei morti”, lo avrebbe aiutato a trovare la preda e dirigere la sua lancia per non fallire un colpo. «I morti bambini aiutano: nella caccia, nella guerra». Lo confermano i Batak dell’isola di Sumatra, che avevano «bisogno proprio degli spiriti dei fanciulli, perché li precedano nei combattimenti, spianando loro la strada dagli spiriti del nemico».
Il minore, aggiunge Pavanetto, in quel caso veniva appositamente “comprato” o rapito, trascinato nella foresta lontano dal villaggio e seppellito vivo, in piedi, lasciandogli fuori solo la testa. «Per quattro giorni lo nutrivano solo con riso condito con pepe e sale, per aumentarne la sete, mentre gli chiedevano continuamente se voleva benedirli e aiutarli in guerra. Il quarto giorno gli uomini più importanti del villaggio si radunavano attorno a lui e cercavano di estorcergli la promessa di benedizione e aiuto». Appena la vittima cedeva, promettendo che il suo spirito li avrebbe protetti, «l’uomo che gli stava alle spalle gli rovesciava la testa all’indietro e gli versava piombo fuso in bocca: così il fanciullo non poteva più rimangiarsi la promessa fatta». Grazie a una morte così tremenda, lo spirito del fanciullo «diventava un demone maligno». Essendo legato alla promessa di non nuocere ai suoi assassini, avrebbe riversato la sua vendetta soltanto sul nemico. «E perché la vedetta fosse ancora più efficace, estraevano dal corpo del fanciullo delle parti del cervello, di cuore e di fegato, e con questi macabri ingredienti preparavano un unguento che poi introducevano in una bacchetta magica che era portata in battaglia alla testa delle truppe: così l’anima del fanciullo morto marciava alla loro testa contro il nemico».

fonte: www.libreidee.org