sabato 4 aprile 2015

il passo sospeso della cicogna



è un film del 1991 diretto da Theodoros Angelopoulos.

Fu presentato in concorso al 44º Festival di Cannes.

Un reporter televisivo, giunto a un villaggio greco al confine con l'Albania, crede di scorgere in un uomo che vive coltivando patate un importante uomo politico scomparso anni prima in circostanze misteriose. Interessatosi al caso, egli arriva a rintracciare la moglie dell'uomo politico scomparso.

oltre la cattedrale



IN CHIESA

il weekend di Peter Cameron



John e Marian, coppia di facoltosi quarantenni, attendono nella loro villa di campagna l'arrivo di Lyle, critico d'arte di New York, nell'anniversario della morte di Tony, fratello di John e compagno di Lyle per nove anni. Quest'ultimo si presenta però insieme a Robert, ventiquattrenne pittore di origini indiane: circostanza fatalmente destinata a trasformare il placido soggiorno che i tre avevano programmato in una sequenza di momenti imbarazzanti e carichi di tensione. Ma se l'ansiosa Marian sem­bra essere l'unica ad accorgersene e John si chiude in un laconico riserbo, Lyle fa di tutto per apparire disinvolto. Il suo ultimo libro, in cui descrive la pittura contemporanea come «un'arte moribonda», ha avuto un successo di pubblico inaspettato, e grazie all’adorazione del giovane Robert si è di nuovo attaccato «alla speranza, al­l’at­tesa, al­l’idea che la sua vita stia per cambiare». Eppure, come Lyle imparerà a proprie spese, «lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che il tempo si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai». È infatti nelle situazioni più ordinarie – una cena in giardino, una nuotata nel fiume accanto alla casa – che l'assen­za di Tony si fa insopportabile, costringendo i tre amici a sollevare il velo di falsa naturalezza che maschera ansie ine­spresse e antichi dolori. Anche in questo romanzo avvolgente Cameron si mostra come pochi capace di dosare satira e introspezione, per condurci fino a quel luogo della coscienza dove si celano le domande più dure, sull’im­possibilità di conoscere una persona come sulla incerta base dei rapporti sociali.

fonte: www.adelphi.it

giovedì 2 aprile 2015

la moria degli eroi del wrestling

Quanti trentenni e quarantenni sono cresciuti con il mito degli Eroi del wrestling? Credo una marea. In tanti, tra la fine degli anni ’80 e la metà anni ’90, abbiamo seguito ed amato le gesta di atleti muscolosi, spettacolari, violenti, che sul ring se ne davano di santa ragione. Sapevamo che tutto era finto, ma in fondo non ci interessava. Poi via via il lento declino e la soppressione dalle tv, per poi ritornare di recente con nuovi personaggi che hanno appassionato gli adolescenti di oggi; proprio come ieri.

Eppure molti fan del Wrestling si saranno accorti di come tanti di quegli atleti, magari il proprio preferito, siano tragicamente e prematuramente scomparsi; la maggior parte per infarto, diversi in incidenti d’auto, alcuni per cancro, qualcun altro per suicidio. Ad essere incriminate le sostanze dopanti di cui hanno fatto largo uso durante la propria carriera. Di seguito una lista dei più famosi, che ogni anno si aggiorna tristemente.


1993 - Andre the Giant (morto per un attacco cardiaco) [47 anni]


1993 - "Texas Tornado" Kerry Von Erich (suicidio) [33 anni]

1995 - Big John Studd (morto per cancro al fegato) [47 anni]

1997 - Brian Pillman (morto per malattie cardiovascolari) [35 anni]

1998 - Bobo Brazil (morto per ictus) [75 anni]

1998 - The Junkyard Dog (morto in un incidente d'auto dopo essersi addormentato) [46 anni]

1999 - Shohei "Giant Baba" (morto per cancro al colon) [61 anni]

1999 - Gorilla Monsoon (morto per un attacco di cuore) [62 anni]


1999 - "Ravishing" Rick Rude (morto per attacco cardiaco) [40 anni]

2000 - Yokozuna (morto per attacco di cuore) [34 anni]

2002 - "The British Bulldog" Davey Boy Smith (morto per attacco di cuore) [39 anni]

2002 - Rocco Rock (morto per attacco di cuore) [49 anni]


2003 - "Hawk" Michael Hegstrand (morto per attacco di cuore) [46 anni]

2003 - "Mr. Perfect" Curt Hennig (morto per overdose di cocaina) [44 anni]

2003 - Miss Elizabeth (morta per abuso di un mix di alcol e antidolorifici) [42 anni]

2003 - Crash Holly (morto per overdose di droghe) [32 anni]


2004 - "The Big Boss Man" Ray Traylor (morto per insufficienza cardiaca) [41 anni]

2005 - Eddie Guerrero (morto per arresto cardiaco) [37 anni]

2006 - "Earthquake" John Tenta (morto per cancro alla vescica) [42 anni]


2006 - Johnny Grundge (morto per complicazioni da apnea del sonno) [39 anni]

2007 - "Bad News Brown" Allen Coage (morto per attacco di cuore) [63 anni]

2007 - Scott "Bam Bam Bigelow" (morto per overdose di droghe) [45 anni] 


2007 - "Sensetional Sherry" Martel (morta per overdose) [49 anni]

2007 - Brian "Crush" Adams (morto per overdose di farmaci) [43 anni]

2008 - Walter "Killer Kowalski" (morto per attacco di cuore) [81 anni]

2008 - "Test" Andrew Martin  (morto per overdose di ossicodone) [33 anni]

2009 - Umaga (morto per attacco di cuore) [36 anni]

2009 - "Dr. Death" Steve Williams (morto per cancro alla gola) [49 anni]

2010 - Giant Gonzalez (morto per insufficienza renale) [44 anni]

2010 - Gertrude "Luna Vachon" (morta per overdose) [44 anni]


2011 - "Macho Man" Randy Savage (morto in un incidente d'auto causato da un attacco di cuore) [58 anni]

2013 - "Doink the Clown" Matt Bourne (morto per overdose) [56 anni]

2014 - "Big Daddy Viscera" Nelson Frazier Jr. (morto per infarto) [43 anni]



Sono lontani i tempi in cui bastavano le ricette magiche della nonna per far trionfare un atleta, ora ci sono una serie di maghi e santoni, la cui unica arte è architettare il modo di non farsi beccare dai controlli antidoping. 


Da un punto di vista pratico l'utilizzo di steroidi anabolizzanti produce un forte aumento della massa muscolare e una maggiore resistenza nell'allenamento, queste sono sicuramente motivazioni positive per chi vuole primeggiare in qualunque disciplina. Senza dubbio ottenere il massimo dando in cambio il minimo è un modo di agire che è da sempre presente in persone che si sentono furbe ed in realtà non lo sono. Infatti in particolare nel caso di assunzione di steroidi, il detto 'tanti muscoli e niente cervello', non fu mai così appropriato, per il semplice fatto che chi usa questi anabolizzanti non tiene in considerazione le possibili conseguenze: perdita di capelli, sterilità, disfunzioni renali, disintegrazione delle giunture, gravi disfunzioni cardiache e nei casi più gravi anche il decesso. 

Per quanto riguarda il wrestling la generazione di atleti più a rischio è quella cresciuta dagli anni sessanta fino ai giorni nostri, i primi perché assumevano sostanze senza sapere in realtà cosa prendevano, ed in alcuni casi prendevano delle autentiche bombe ad orologeria, che quando scoppiavano davano effetti logicamente devastanti, ma il problema purtroppo come stiamo vedendo non è stato arginato, anzi è in continua degenerazione, infatti i wrestler dei giorni nostri sono portati ad assumere steroidi o i classici painkillers (antidolorifici) per rimanere nel business, perché ai giorni nostri perdere un house show, a volte può costare il posto di lavoro e parecchi soldi.




Il simbolo degli steroidi anabolizzanti nel wrestling per quanto riguarda il passato non può che essere il wrestler U.S.A. "Superstar" Billy Graham, campione WWF dal 30 aprile 1977 al 20 febbraio 1978. Graham è stato negli anni di attività come lottatore il precursore di Hulk Hogan, biondo con i capelli fluenti, alto, abbronzato, fisicamente dotatissimo (partecipò anche a concorsi di body-building arrivando sempre tra i primi). 


Ma quando Graham sembrava aver raggiunto l'apice, ecco inaspettato il declino, Billy annulla alcuni incontri per frequenti problemi di reni, quindi sparisce per quattro anni dalle competizioni, al suo ritorno la sua forma fisica è completamente scaduta e cosa più impressionante, lui, il lottatore dalla folta chioma è completamente calvo. Ai giorni nostri Graham è un sessantenne che cammina in modo poco disinvolto aiutandosi con un bastone, la motivazione è la sostituzione dell'anca, la fusione di una caviglia con chiodi di metallo e l'amputazione di una gamba. Da qualche anno il vecchio Billy è diventato un acerrimo nemico dei dottori che consigliano l'assunzione di steroidi agli atleti per ottenere un potenziamento fisico, l'esempio più eclatante di questi disonesti era il Dottor George Zahorian.


George Zahorian è stato medico della Commissione Atletica dello Stato della Pennsylvania e il suo nome è conosciutissimo nel mondo del wrestling per via dello 'scandalo Zahorian'. Il cosiddetto dottore è stato riconosciuto colpevole di spaccio di steroidi anabolizzanti e per tale reato ha rischiato fino a 44 anni di carcere più una pesante multa. In questo processo sono crollati i miti di wrestler di grosso nome quali "Rowdy" Roddy Piper, Brian Blair (Killer Bees), Rick "The Model" Martel e "Dangerous" Danny Spivey, i quali sotto processo hanno ammesso di aver in primo luogo assunto steroidi anabolizzanti, e sotto giuramento hanno confermato di averli acquistati proprio dal dottor Zahorian. Anche "Hollywood" Hulk Hogan ha fatto uso di steroidi, ma d'altra parte come biasimarlo, quando lo stesso proprietario della federazione nella quale lottava, Vince McMahon ne faceva regolare uso. Oltre a questo, sotto giuramento Hogan disse altre cose interessanti, tipo che gli unici wrestler della WWF puliti all'epoca erano Iron Mike Sharpe e Bob Backlund, oppure il fatto che non fu mai McMahon ad offrire ai wrestler gli steroidi (mica scemo...), ma furono sempre gli atleti ad acquistarli di loro iniziativa.


Il caso più recente e popolare è quello di Eddie Guerrero che aveva apparentemente vinto la sua battaglia personale contro l’abuso di sostanze dopanti e stupefacenti. Tuttavia, il 13 novembre del 2005, il suo corpo, pulito ma comunque provato da anni di uso di queste sostanze, non ha più resistito ed ha strappato alla vita uno dei più amati wrestler dell’era contemporanea. La sua morte è stata un ammonimento ai wrestler, alle federazioni ed al pubblico, a non ricorrere a droghe o sostanze dopanti. La sua scomparsa fece parlare per mesi e mesi, soprattutto in Italia, dove si arrivò a minacciare il bando del wrestling dalla televisione.

Quello che non è “riuscito” ad Eddie, cioè cancellare il wrestling dalla Tv in chiaro, è “riuscito” a Chris Benoit, con i tragici fatti del 25 giugno 2007 (Benoit si suicidò dopo aver sterminato la sua famiglia). Il comportamento di Benoit ha dato il via ad una vera e propria odissea mediatica per il wrestling in Italia, portando, come detto, questo sport lontano da molti appassionati. La sua morte è stata talmente sconvolgente che se ne occuparono anche network tradizionalmente lontani dal wrestling, come per esempio ESPN. Ancora una volta il problema steroidi riemerse in tutta la sua drammaticità.

Questi sono gli episodi più tragici e più conosciuti, poi ci sono quelli meno funesti, tipo Juventud Guerrera che tenta di uccidere Disco Inferno in preda agli allucinogeni, Scott Hall, che viene arrestato periodicamente per reati collegati all’utilizzo di stupefacenti, British Bulldog Davey Boy Smith ricoverato a più riprese in cliniche per disintossicarsi e tornato ogni volta peggio di prima, Roaddog Jesse James che alla Royal Rumble vegetava in un angolo del ring in preda a chissà quale droga e la triste storia di Dynamite Kid ridotto su una sedia a rotelle per il ripetuto utilizzo di droghe e steroidi. 





La Verità di Ultimate Warrior

"Purtroppo, tutte le grandi star fanno uso di droga, e tutti quelli che vogliono diventarlo ne fanno uso e spesso, dall'uso si passa troppo facilmente all'abuso. Tutto questo avviene anche perchè è estremamente facile procurarsene, qualsiasi essa sia: antidolorifici, integratori, steroidi, alcolici, marijuana e quant'altro"


La differenza fra i suoi tempi ed ora è solo una: allora le sostanze stupefacenti erano conosciute e vietate. Ora si è riusciti ad aggirare la legge e si fanno passare per integratori delle sostanze assolutamente illegali. Così succede che numerose sostanze stupefacenti si possono ottenere attraverso integratori apparentemente legali.

D'altro canto, le esplosioni muscolari di Triple HScott Steiner, il fisico diBrock Lesnar, non inducono qualsiasi persona munita di buon senso a ritenere che ciò non possa essere frutto, o quantomeno soltanto, del lavoro svolto in palestra?

Certo, anche Warrior fece uso di queste sostanze come da lui stesso affermato. Ma una cosa è l'uso, che qualunque Superstar ha fatto, una cosa è l'abuso che può portare a divenire steroidi-dipendenti. 

Warrior per l'utilizzo di steroidi, pagò in prima persona col licenziamento nel 1992 che tarpò le ali, lo si ammetta o no, alla sua carriera. Lo stesso trattamento non può esser fatto per Lesnar o HHH o qualsiasi altro wrestler in quanto essi sono personaggi da sfruttare che possono portare tanto successo (e tanti soldini…) al presidente della più grande federazione di wrestling Vince McMahon.

"Molto presto torneremo a parlare della questione nel modo peggiore, cioè scrivendo di un'altra vittima, di un altro wrestler deceduto per abuso di sostanze dopanti." [The Ultimate Warrior]



2014 - "The Ultimate Warrior" James Brian Hellwig (morto per infarto) 
[54 anni]


Fonte - Fonte Fonte - Fonte 

Per la serie "è tutto finto", vedi anche:
Wrestling, campione muore sul ring durante match contro Rey Mysterio jr

fonte: freeondarevolution.blogspot.it

i cent'anni di Ingrao e l'estinzione della sinistra italiana

Cent’anni di solitudine, anche se carismatica, collezionando sconfitte incassate per mancanza di coraggio. Questo l’impietoso ritratto che, da storico, Aldo Giannuli dipinge dell’anziano Pietro Ingrao, gran veterano della sinistra comunista. Al centesimo compleanno, il 29 marzo, attorno al vecchio leone del granitico Pci di Togliatti e Berlinguer c’è il nulla cosmico: disoccupazione record e Jobs Act, fine dei diritti dei lavoratori, precariato universale, povertà e paura, Costituzione rottamata, legge elettorale di regime. La fine della democrazia moderna, archiviata dai diktat dell’élite. Rileggendo Ingrao con gli occhiali di Giannuli, si svela il mistero della fine della sinistra italiana: la sinistra che non ha “visto” la crisi e non ha più saputo “leggere” il mondo, per poi arrendersi al nuovo potere cosmopolita degli oligarchi globalizzati e, all’occorrenza, accomodarsi a tavola per votare leggi-capestro e abbattere gli ultimi diritti, in cambio di poltrone, confidando ancora e sempre nell’antica fiducia di un elettorato “di sinistra”, pronto a qualunque autolesionismo pur di avere l’illusione di opporsi al cattivo di turno, prima Craxi e poi Berlusconi.
Pietro Ingrao, uno strano Charlie Brown che ha fatto scuola: il suo stile «attraverso Bertinotti giunge sino a noi, essendo palese l’ascendenza ingraiana anche di Landini». Ingrao, ricorda Giannuli, appartiene a quella seconda generazione di dirigenti Pietro Ingraocomunisti che ebbe la sua prima formazione nell’Italia fascista e scoprì solo in un secondo momento il comunismo, attraverso il tunnel doloroso della guerra, della Resistenza, per incontrarsi con Togliatti prima ancora che con Gramsci. Si enfatizzò l’antifascismo «come negazione assoluta e incontaminata del fascismo», eppure «il fascismo seminò concetti che poi sono restati, finendo impastati con la successiva cultura politica dell’Italia repubblicana». Usi obbedir tacendo: la cultura della disciplina. Ingrao era stato influenzato dalla figura di Giuseppe Bottai, «il maggior intellettuale del regime e, insieme, il gerarca più attivo nel promuovere la formazione delle giovani generazioni». Dalle sue riviste, continua Giannuli, presero le mosse alcuni dei nomi migliori dell’intellettualità post-fascista e antifascista: Salvatore Quasimodo e Nicola Abbagnano, Enzo Paci, Mario Alicata, Vitaliano Brancati, Cesare Pavese, Vasco Pratolini. E poi Vittorio Sereni, Giuseppe Ungaretti, Enzo Biagi, Renato Guttuso, Sandro Penna, Eugenio Montale. «Diversi di loro, come Giame Pintor, li ritroveremo fra i primi a combattere con la Resistenza».
Ad avvicinare Bottai e Ingrao, «due figure inconsuete del Novecento italiano», secondo Giannuli «non fu solo la propensione all’eresia e la profonda compenetrazione fra politica e cultura, ma anche il gusto del dubbio sistematico, la propensione all’astrattezza», nonché «una certa sofisticatezza intellettuale e l’eterna insoddisfazione per la propria ricerca». In controluce, anche «il forte narcisismo, l’irresolutezza, la mancanza di tempismo politico, lo scarso coraggio». Bottai divorziò da Mussolini solo all’ultimo, e «non senza un profondissimo tormento interiore», mentre Ingrao «ha avuto sempre fede nel Partito, contro il quale non cercò mai di aver ragione» Tant’è vero che «in nome di questa fede approvò – colpa non da poco, anche se condivisa con molti – il brutale intervento sovietico in Ungheria». Così, Ingrao «piegò il capo dopo la sconfitta all’XI congresso». In più Bottai con Mussolini«restò fedele al partito anche quando (contro le sue convinzioni) esso cessò di essere comunista, per distaccarsene anni dopo e da solo. Era fedeltà all’ideale o feticismo organizzativo? Lasciamo decidere a chi ci legge».
Questo attaccamento insieme fideistico e tormentato, continua Giannuli, lo ha portato ad essere “l’uomo delle occasioni mancate”: nel 1966 tentò di dare battaglia all’XI congresso, ma senza avere il coraggio di presentare una sua mozione di minoranza e finendo sconfitto senza neppure aver combattuto davvero la sua battaglia. Tre anni dopo, assistette inerte all’espulsione del gruppo del “Manifesto” (tutti suoi storici seguaci) senza avere il coraggio di votare contro (come fecero Cesare Luporini e Lucio Lombardo Radice) e neppure di astenersi, ma «tristemente votò a favore». Nel 1973 incassò la proposta di compromesso storico di Berlinguer, accennando solo una “lettura di sinistra” che non spostava di un millimetro i termini politici della questione (fu più esplicito nella critica il vecchio Longo). Nel 1976, infine, «incassò con altrettanta mancanza di coraggio anche la politica di Unità Nazionale, accontentandosi di andar a fare il presidente della Camera». Altra ombra sul suo passato: «Non si dissociò neppure per un attimo dalla politica della fermezza sul caso Moro», evitando di adoperarsi per una trattativa che avrebbe potuto salvare il leader democristiano.
Ingrao, prosegue Giannuli, ebbe un suo momento di fulgore dall’80 all’84, quando Berlinguer ruppe con Amendola e cercò il suo appoggio, per reggere la svolta del dopo-terremoto e della “questione morale”, ma con l’unico risultato di inasprire l’isolamento identitario e settario del Pci, che ne avviava la decadenza. «L’ultima occasione di incidere nella storia di questo paese la ebbe con la trasformazione del Pci in Pds». Dopo essersi messo alla testa del cartello di opposizione che sfiorò il 30% al congresso di scioglimento, «come sempre gli mancò il coraggio del passo successivo: guidare la scissione di Rifondazione». Ingrao infatti si tirò indietro: «Preferì restare inutilmente nel Pds per uscirne, da solo e fra le lacrime, pochi anni dopo». Spiegazione: «In queste ripetute battaglie perse senza esser date, ha inciso certamente la sua devozione al partito, assunto non come mezzo ma come fine in sé». Era spesso accusato di astrattezza, dice Giannuli, e i detrattori avevano ragione: Amendola, il leader della destra riformista del Pci, forniva a «analisi datatissime, come quella di Pietro Grifone sulla contrapposizione fra Giorgio Amendolarendita e profitto in Italia», ma almeno era molto concreto nella proposta, sempre incerta fra alleanze sociali destinate a non tradursi mai in alleanze politiche.
«In politica estera, dopo il 1970, Ingrao non ha mai proposto l’uscita dalla Nato», aggiunge Giannuli. Sul piano istituzionale invece ha puntato sulle autonomie locali, senza però prevedere la proliferazione incontrollata di poltrone. «Altra proposta caratterizzante della sua azione sul piano istituzionale – continua Giannuli – fu il tentativo di ridare centralità al Parlamento, attraverso un regime assembleare che scavalcasse la tradizionale divisione fra maggioranza ed opposizione. Il frutto fu la riforma dei regolamenti parlamentari del 1971 che proprio Ingrao, in veste di capogruppo alla Camera, trattò con il capogruppo della Dc, Andreotti. Ma il risultato finale non fu quello di un improbabile regime assembleare, quanto la premessa del consociativismo Dc-Pci». Libertà e autonomia ai parlamentari? «In presenza di un partito retto con la ferrea regola del centralismo democratico, come era il Pci, era una pretesa piuttosto irragionevole». Indeterminata anche la sua critica al “socialismo reale” dei regimi dell’est. Poi il Muro è crollato, e il vecchio Ingrao è scomparso dai radar. Proprio come la sinistra italiana, che dopo Tangentopoli ha consegnato il paese al dominio dell’élite neoliberista, quella della privatizzazione universale che impone i suoi diktat tramite l’Ue a guida tedesca e il braccio secolare dell’euro.

fonte: www.libreidee.org