giovedì 12 marzo 2015

resilienza

SOPSI 2015
la psichiatria è alla deriva.
4 giorni di resilienza, vedi resilienza ovvero capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà.
bisogna pur inventarsi qualcosa in tempi di crisi, tempi di traumi, siamo relilienti, dovremmo esserlo, su dai cosa ci vuole.
vulnerability, coping, liability.
diathesis stress
differential susceptibility
vantage sensitivity
invenzioni.
per dire, giovedì pomeriggio, in chiusura del congresso:
RESILIENZA NELLA SALUTE MENTALE
Moderatore: A. Rossi (L’Aquila)
Individual Differences in Environmental Sensitivity: Diathesis-Stress, Differential Susceptibility and Vantage Sensitivity
M. Pluess (London - UK)
Modelli di resilienza in psicopatologia
A. Rossi (L’Aquila) 
Il ruolo della resilienza nella prevenzione del suicidio
M. Pompili (Roma)
così, per farsi un'idea delle idee, del linguaggio, della simpatica novità.
ho sentito, in generale, cose noiosissime, di più, cose improbabili, invenzioni, banalità.
la psichiatria sa essere così banale, così scontata, senza pensiero.
oppure parla Maggini di psicopatologia e non capisco niente, un linguaggio complicato e involuto, pieno di chiaroscuri, di citazioni, di sapere psichiatrico ottocentensco. dice che ci ha pensato al mare quest'estate, sotto l'ombrellone, a quel che mi sta incomprensibilmente dicendo ora, febbraio 26 2015. sono io il problema o è lui? certamente lui che dice questa cosa alla platea, che lancia questa bomba al narcisismo, certamente lui.
sono andata anche alle sessioni più psicodinamiche, mi sono detta: troverò qualcosa per me...e invece è andata anche peggio, dei personaggi psico-non-so, penso analisti, da mettersi le mani nei capelli. 
PSICOPATOLOGIA IN TEMPO DI CRISI: STRESS, VULNERABILITÀ E RESILIENZA Moderatori: A. Buonanno (Roma), M. Di Giannantonio (Chieti)
Tempo, trauma, psicosi 
M. Breccia (Pisa)
Esplorare il tempo: il continuum vulnerabilità-resilienza tra psicopatologia, psicoanalisi e terapia 
M. Alessandrini (Chieti)
incomprensibili, discorsi senza costruzione logica, boriosi, quasi confabulanti, anche qui una noia pazzesca.
di tutti mi sono chiesta:come siete davanti al paziente? come parlate con i vostri pazienti?
Fagiolini, che sai tutto di farmacologia e parli come un automa, sicuro di sè fino alla robotizzazione, mi ricordi il biondo Rutger Hauer - Roy di Blade Runner, come sei davanti a un paziente? come gli parli?
qualcosa ho azzeccato ma parliamo di qualcosa in 4 giorni di congresso.
capisco che quel che mi è piaciuto veramente, dove mi sono ritrovata, dove il linguaggio mi ha colto preparata, è l'ambito farmacologico, anche ancorato alla medicina, di genere e non. forse, in fondo, quel che ho scelto 25 anni, fa era la mia vocazione.
eppure ora mi oriento così diversamente, ma forse non mi oriento affatto. sono in affanno, non capisco più chi sono, farmacologa, psichiatra, psicoterapeuta. niente di nessuna delle cose, un pasticcio colossale. non ho sposato -mai- completamente un'identità, non ne possiedo nessuna.
resilienza non è da me. non mi deformo elasticamente, tendenzialmente mi perdo.

fonte: nuovateoria.blogspot.it

il pianto della scavatrice (le ceneri di Gramsci)







    I
   
    Solo l'amare, solo il conoscere
    conta, non l'aver amato,
    non l'aver conosciuto. Dà angoscia
   
    il vivere di un consumato
    amore. L'anima non cresce più.
    Ecco nel calore incantato
   
    della notte che piena quaggiù
    tra le curve del fiume e le sopite
    visioni della città sparsa di luci,
   
    scheggia ancora di mille vite,
    disamore, mistero, e miseria
    dei sensi, mi rendono nemiche
    le forme del mondo, che fino a ieri
    erano la mia ragione d'esistere.
    Annoiato, stanco, rincaso, per neri
   
    piazzali di mercati, tristi
    strade intorno al porto fluviale,
    tra le baracche e i magazzini misti
   
    agli ultimi prati. Lì mortale
    è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
    alla stazione di Trastevere, appare
   
    ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
    alle loro borgate, tornano su motori
    leggeri - in tuta o coi calzoni
   
    di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
    i giovani, coi compagni sui sellini,
    ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
   
    chiacchierano in piedi con voci
    alte nella notte, qua e là, ai tavolini
    dei locali ancora lucenti e semivuoti.
   
    Stupenda e misera città,
    che m'hai insegnato ciò che allegri e
    feroci
    gli uomini imparano bambini,
   
    le piccole cose in cui la grandezza
    della vita in pace si scopre, come
    andare duri e pronti nella ressa
   
    delle strade, rivolgersi a un altro uomo
    senza tremare, non vergognarsi
    di guardare il denaro contato
   
    con pigre dita dal fattorino
    che suda contro le facciate in corsa
    in un colore eterno d'estate;
   
    a difendermi, a offendere, ad avere
    il mondo davanti agli occhi e non
    soltanto in cuore, a capire
   
    che pochi conoscono le passioni
    in cui io sono vissuto:
    che non mi sono fraterni, eppure sono
   
    fratelli proprio nell'avere
    passioni di uomini
    che allegri, inconsci, interi
   
    vivono di esperienze
    ignote a me. Stupenda e misera
    città che mi hai fatto fare
   
    esperienza di quella vita
    ignota: fino a farmi scoprire
    ciò che, in ognun, era il mondo.
   
    Una luna morente nel silenzio,
    che di lei vive, sbianca tra violenti
    ardori, che miseramente sulla terra
   
    muta di vita, coi bei viali, le vecchie
    viuzze, senza dar luce abbagliano
    e, in tutto il mondo, le riflette
   
    lassù, un po' di calda nuvolaglia.
    È la notte più bella dell'estate.
    Trastevere, in un odore di paglia
   
    di vecchie stalle, di svuotate
    osterie, non dorme ancora.
    Gli angoli bui, le pareti placide
   
    risuonano d'incantati rumori.
    Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
    - sotto festoni di luci ormai sole -
   
    verso i loro vicoli, che intasano
    buio e immondizia, con quel passo blando
    da cui più l'anima era invasa
   
    quando veramente amavo, quando
    veramente volevo capire.
    E, come allora, scompaiono cantando.

    II
   
    Povero come un gatto del Colosseo,
    vivevo in una borgata tutta calce
    e polverone, lontano dalla città
   
    e dalla campagna, stretto ogni giorno
    in un autobus rantolante:
    e ogni andata, ogni ritorno
   
    era un calvario di sudore e di ansie.
    Lunghe camminate in una calda caligine,
    lunghi crepuscoli davanti alle carte
   
    ammucchiate sul tavolo, tra strade di
    fango,
    muriccioli, casette bagnate di calce
    e senza infissi, con tende per porte...
   
    Passano l'olivaio, lo straccivendolo,
    venendo da qualche altra borgata,
    con l'impolverata merce che pareva
   
    frutto di furto, e una faccia crudele
    di giovani invecchiati tra i vizi
    di chi ha una madre dura e affamata.
   
    Rinnovato dal mondo nuovo,
    libero - una vampa, un fiato
    che non so dire, alla realtà
   
    che umile e sporca, confusa e immensa,
    brulicava nella meridionale periferia,
    dava un senso di serena pietà.
   
    Un'anima in me, che non era solo mia,
    una piccola anima in quel mondo
    sconfinato,
    cresceva, nutrita dall'allegria
   
    di chi amava, anche se non riamato.
    E tutto si illuminava, a questo amore.
    Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
   
    e però maturato dall'esperienza
    che nasceva ai piedi della storia.
    Ero al centro del mondo, in quel mondo
   
    di borgate tristi, beduine,
    di gialle praterie sfregate
    da un vento sempre senza pace,
   
    venisse dal caldo mare di Fiumicino,
    o dall'agro, dove si perdeva
    la città fra i tuguri; in quel mondo
   
    che poteva soltanto dominare,
    quadrato spettro giallognolo
    nella giallognola foschia,
   
    bucato da mille file uguali
    di finestre sbarrate, il Penitenziario
    tra vecchi campi e sopiti casali.
   
    Le cartacce e la polvere che cieco
    il venticello trascinava qua e là,
    le povere voci senza eco
   
    di donnette venute dai monti
    Sabini, dall'Adriatico, e qua
    accampate, ormai con torme
   
    di deperiti e duri ragazzini
    stridenti nelle canottiere a pezzi,
    nei grigi, bruciati calzoncini,
   
    i soli africani, le piogge agitate
    che rendevano torrenti di fango
    le strade, gli autobus ai capolinea
   
    affondati nel loro angolo
    tra un'ultima striscia d'erba bianca
    e qualche acido, ardente immondezzaio...
   
    era il centro del mondo, com'era
    al centro della storia il mio amore
    per esso: e in questa
   
    maturità che per essere nascente
    era ancora amore, tutto era
    per divenire chiaro - era,
   
    chiaro! Quel borgo nudo al vento,
    non romano, non meridionale,
    non operaio, era la vita
   
    nella sua luce più attuale:
    vita, e luce della vita, piena
    nel caos non ancora proletario,
   
    come la vuole il rozzo giornale
    della cellula, l'ultimo
    sventolio del rotocalco: osso
   
    dell'esistenza quotidiana,
    pura, per essere fin troppo
    prossima, assoluta per essere
   
    fin troppo miseramente umana.

    III
   
    E ora rincaso, ricco di quegli anni
    così nuovi che non avrei mai pensato
    di saperli vecchi in un'anima
   
    a essi lontana, come a ogni passato.
    Salgo i viali del Gianicolo, fermo
    da un bivio liberty, a un largo alberato,
   
    a un troncone di mura - ormai al termine
    della città sull'ondulata pianura
    che si apre sul mare. E mi rigermina
   
    nell'anima - inerte e scura
    come la notte abbandonata al profumo
    una semenza ormai troppo matura
   
    per dare ancora frutto, nel cumulo
    di una vita tornata stanca e acerba...
    Ecco Villa Pamphili, e nel lume
   
    che tranquillo riverbera
    sui nuovi muri, la via dove abito.
    Presso la mia casa, su un'erba
   
    ridotta a un'oscura bava,
    una traccia sulle voragini scavate
    di fresco, nel tufo - caduta ogni rabbia
   
    di distruzione - rampa contro radi palazzi
    e pezzi di cielo, inanimata,
    una scavatrice...
   
    Che pena m'invade, davanti a questi
    attrezzi
    supini, sparsi qua e là nel fango,
    davanti a questo canovaccio rosso
   
    che pende a un cavalletto, nell'angolo
    dove la notte sembra più triste?
    Perché, a questa spenta tinta di sangue,
   
    la mia coscienza così ciecamente resiste,
    si nasconde, quasi per un ossesso
    rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?
   
    Perché dentro in me è lo stesso senso
    di giornate per sempre inadempite
    che è nel morto firmamento
   
    in cui sbianca questa scavatrice?
   
    Mi spoglio in una delle mille stanze
    dove a via Fonteiana si dorme.
    Su tutto puoi scavare, tempo: speranze
   
    passioni. Ma non su queste forme
    pure della vita... Si riduce
    ad esse l'uomo, quando colme
   
    siano esperienza e fiducia
    nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,
    che io credevo persi in una luce
   
    di necessità, e che ora so così liberi!
   
    Insieme al cuore, allora, pei difficili
    casi che ne avevano sperduto
    il corso verso un destino umano,
   
    guadagnando in ardore la chiarezza
    negata, e in ingenuità
    il negato equilibrio - alla chiarezza
   
    all'equilibrio giungeva anche,
    in quei giorni, la mente. E il cieco
    rimpianto, segno di ogni mia
   
    lotta col mondo, respingevano, ecco,
    adulte benché inesperte ideologie...
    Si faceva, il mondo, soggetto
   
    non più di mistero ma di storia.
    Si moltiplicava per mille la gioia
    del conoscerlo - come
   
    ogni uomo, umilmente, conosce.
    Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
    furono vivi nelle vive esperienze.
   
    Mutò la materia di un decennio d'oscura
    vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
    che più pareva essere ideale figura
   
    a una ideale generazione;
    in ogni pagina, in ogni riga
    che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,
   
    c'era quel fervore, quella presunzione,
    quella gratitudine. Nuovo
    nella mia nuova condizione
   
    di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
    i pochi amici che venivano
    da me, nelle mattine o nelle sere
   
    dimenticate sul Penitenziario,
    mi videro dentro una luce viva:
    mite, violento rivoluzionario
   
    nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva

    IV
   
    Mi stringe contro il suo vecchio vello,
    che profuma di bosco, e mi posa
    il muso con le sue zanne di verro
   
    o errante orso dal fiato di rosa,
    sulla bocca: e intorno a me la stanza
    è una radura, la coltre corrosa
   
    dagli ultimi sudori giovanili, danza
    come un velame di pollini... E infatti
    cammino per una strada che avanza
   
    tra i primi prati primaverili, sfatti
    in una luce di paradiso...
    Trasportato dall'onda dei passi,
   
    questa che lascio alle spalle, lieve e
    misero,
    non è la periferia di Roma: "Viva
    Mexico!" è scritto a calce o inciso
   
    sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
    decrepiti, leggeri come osso, ai confini
    di un bruciante cielo senza un brivido.
   
    Ecco, in cima a una collina
    fra le ondulazioni, miste alle nubi,
    di una vecchia catena appenninica,
   
    la città, mezza vuota, benché sia l'ora
    della mattina, quando vanno le donne
    alla spesa - o del vespro che indora
   
    i bambini che corrono con le mamme
    fuori dai cortili della scuola.
    Da un gran silenzio le strade sono invase:
   
    si perdono i selciati un po' sconnessi,
    vecchi come il tempo, grigi come il
    tempo,
    e due lunghi listoni di pietra
   
    corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
    Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
    qualche vecchia, qualche ragazzetto
   
    perduto nei suoi giuochi, dove
    i portali di un dolce Cinquecento
    s'aprano sereni, o un pozzetto
   
    con bestioline intarsiate sui bordi
    posi sopra la povera erba,
    in qualche bivio o canto dimenticato.
   
    Si apre sulla cima del colle l'erma
    piazza del comune, e fra casa
    e casa, oltre un muretto, e il verde
   
    d'un grande castagno, si vede
    lo spazio della valle: ma non la valle.
    Uno spazio che tremola celeste
   
    o appena cereo... Ma il Corso continua,
    oltre quella familiare piazzetta
    sospesa nel cielo appenninico:
   
    s'interna fra case più strette, scende
    un po' a mezza costa: e più in basso
    - quando le barocche casette diradano
   
    ecco apparire la valle - e il deserto.
    Ancora solo qualche passo
    verso la svolta, dove la strada
   
    è già tra nudi praticelli erti
    e ricciuti. A manca, contro il pendio,
    quasi fosse crollata la chiesa,
   
    si alza gremita di affreschi, azzurri,
    rossi, un'abside, pesta di volute
    lungo le cancellate cicatrici
   
    del crollo - da cui soltanto essa,
    l'immensa conchiglia, sia rimasta
    a spalancarsi contro il cielo.
   
    È lì, da oltre la valle, dal deserto,
    che prende a soffiare un'aria, lieve,
    disperata,
    che incendia la pelle di dolcezza...
   
    È come quegli odori che, dai campi
    bagnati di fresco, o dalle rive di un
    fiume,
    soffiano sulla città nei primi
   
    giorni di bel tempo: e tu
    non li riconosci, ma impazzito
    quasi di rimpianto, cerchi di capire
   
    se siano di un fuoco acceso sulla brina,
    oppure di uve o nespole perdute
    in qualche granaio intiepidito
   
    dal sole della stupenda mattina.
    Io grido di gioia, così ferito
    in fondo ai polmoni da quell'aria
   
    che come un tepore o una luce
    respiro guardando la vallata

    V
   
    Un po' di pace basta a rivelare
    dentro il cuore l'angoscia,
    limpida, come il fondo del mare
   
    in un giorno di sole. Ne riconosci,
    senza provarlo, il male
    lì, nel tuo letto, petto, cosce
   
    e piedi abbandonati, quale
    un crocifisso - o quale Noè
    ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro
   
    dell'allegria dei figli, che
    su lui, i forti, i puri, si divertono...
    il giorno è ormai su di te,
   
    nella stanza come un leone dormente.
   
    Per quali strade il cuore
    si trova pieno, perfetto anche in questa
    mescolanza di beatitudine e dolore?
   
    Un po' di pace... E in te ridesta
    è la guerra, è Dio. Si distendono
    appena le passioni, si chiude la fresca
   
    ferita appena, che già tu spendi
    l'anima, che pareva tutta spesa,
    in azioni di sogno che non rendono
   
    niente... Ecco, se acceso
    alla speranza - che, vecchio leone
    puzzolente di vodka, dall'offesa
   
    sua Russia giura Krusciov al mondo -
    ecco che tu ti accorgi che sogni.
    Sembra bruciare nel felice agosto
   
    di pace, ogni tua passione, ogni
    tuo interiore tormento,
    ogni tua ingenua vergogna
   
    di non essere - nel sentimento -
    al punto in cui il mondo si rinnova.
    Anzi, quel nuovo soffio di vento
   
    ti ricaccia indietro, dove
    ogni vento cade: e lì, tumore
    che si ricrea, ritrovi
   
    il vecchio crogiolo d'amore,
    il senso, lo spavento, la gioia.
    E proprio in quel sopore
   
    è la luce... in quella incoscienza
    d'infante, d'animale o ingenuo libertino
    è la purezza... i più eroici
   
    furori in quella fuga, il più divino
    sentimento in quel basso atto umano
    consumato nel sonno mattutino.

    VI
   
    Nella vampa abbandonata
    del sole mattutino - che riarde,
    ormai, radendo i cantieri, sugli infissi
   
    riscaldati - disperate
    vibrazioni raschiano il silenzio
    che perdutamente sa di vecchio latte,
   
    di piazzette vuote, d'innocenza.
    Già almeno dalle sette, quel vibrare
    cresce col sole. Povera presenza
   
    d'una dozzina d'anziani operai,
    con gli stracci e le canottiere arsi
    dal sudore, le cui voci rare,
   
    le cui lotte contro gli sparsi
    blocchi di fango, le colate di terra,
    sembrano in quel tremito disfarsi.
   
    Ma tra gli scoppi testardi della
    benna, che cieca sembra, cieca
    sgretola, cieca afferra,
   
    quasi non avesse meta,
    un urlo improvviso, umano,
    nasce, e a tratti si ripete,
   
    così pazzo di dolore, che, umano,
    subito non sembra più, e ridiventa
    morto stridore. Poi, piano,
   
    rinasce, nella luce violenta,
    tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
    urlo che solo chi è morente,
   
    nell'ultimo istante, può gettare
    in questo sole che crudele ancora splende
    già addolcito da un po' d'aria di mare...
   
    A gridare è, straziata
    da mesi e anni di mattutini
    sudori - accompagnata
   
    dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
    la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
    fresco
    sterro sconvolto, o, nel breve confine
   
    dell'orizzonte novecentesco,
    tutto il quartiere... È la città,
    sprofondata in un chiarore di festa,
   
    - è il mondo. Piange ciò che ha
    fine e ricomincia. Ciò che era
    area erbosa, aperto spiazzo, e si fa
   
    cortile, bianco come cera,
    chiuso in un decoro ch'è rancore;
    ciò che era quasi una vecchia fiera
   
    di freschi intonachi sghembi al sole,
    e si fa nuovo isolato, brulicante
    in un ordine ch'è spento dolore.
   
    Piange ciò che muta, anche
    per farsi migliore. La luce
    del futuro non cessa un solo istante
   
    di ferirci: è qui, che brucia
    in ogni nostro atto quotidiano,
    angoscia anche nella fiducia
   
    che ci dà vita, nell'impeto gobettiano
    verso questi operai, che muti innalzano,
    nel rione dell'altro fronte umano,
   
    il loro rosso straccio di speranza.
   
    1956


fonte: www.gabit.com

martedì 10 marzo 2015

Cia e sauditi, la premiata ditta dei tagliatori di teste

Non fanatici, ma mercenari. Dirottati in mezzo mondo – Afghanistan, Balcani, Medio Oriente – per scatenare il terrore, fornendo l’alibi per la “guerra infinita” degli Usa. Al-Qaeda e Isis sono due maschere dello stesso network, organizzato dai sauditi sotto la regia di Washington. «Dalle viscere del carcere di massima sicurezza statunitense di Florence (Colorado), il componente di Al-Qaeda Zacarias Moussaui, condannato all’ergastolo, fa luce su quello che certamente è il segreto più sporco della “guerra al terrore”», scrive Pepe Escobar. «In più di 100 pagine di testimonianze rese nei giorni scorsi in una corte federale di New York, Moussaui fa “esplodere” delle autentiche bombe legate alla “Casa di Saud”». Tra i più importanti finanziatori di Al-Qaeda prima dell’11 Settembre compaiono i principali esponenti del potere saudita, alleato di Washington. Le prime avvisaglie dello scandalo esplodono adesso, spiega Escobar, perché gli Usa ricattano l’Arabia Saudita: guai se Riyadh si sfilasse dall’alleanza, cessando di sostenere sottobanco il network del terrore, che oggi si chiama Califfato, o a scelta Isis, Isil o semplicemente Daesh. E guai se smettono di pompare petrolio, facendone crollare il prezzo per colpire Putin.
Nelle rivelazioni dell’ergastolano Moussaui, scrive Escobar in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, troviamo nientemeno che l’ex capo dell’intelligence saudita, il principe Turki al-Faisal, già grande amico di Osama Bin Laden, insieme un Zacarias Moussauipersonaggio come il principe Bandar Bin Sultan, detto “Bandar Bush”, già ambasciatore saudita negli Stati Uniti «e mancato sponsorizzatore di jihadisti in Siria». Turki e Bandar sono in compagnia «di un caro amico dei mercati occidentali (e di Rupert Murdoch)», cioè il principe Al-Waleed Bin Talal, e con lui «tutti i maggiori “chierici” wahhabiti dell’Arabia Saudita». In altre parole, «nessuno di loro è nuovo a chi segue fin dai tempi dell’Afghanistan degli anni ’80 le sporche vicende degli jihadisti finanziati dai wahhabiti sauditi». Le informazioni, aggiunge Escobar, assumono maggiore importanza se messe in relazione al prossimo libro di Michael Springmann, ex capo della sezione visti a Jeddah, in Arabia Saudita. In “Visto per al-Qaeda”, svelando «tutti gli sdoganamenti della Cia che hanno sconvolto il mondo»,  Springmann descrive in dettaglio le mosse dell’armata del terrore messa in piedi dagli Usa.
Negli anni ’80, la Cia reclutò e addestrò «agenti musulmani» per contrastare l’invasione sovietica in Afganistan. «Più tardi, la Cia avrebbe spostato questi agenti dall’Afganistan ai Balcani, poi in Iraq, in Libia e in Siria, facendoli viaggiare con visti statunitensi illegali». Questi guerriglieri addestrati dagli Usa «si sarebbero poi riuniti in un’ organizzazione che è sinonimo di terrorismo jihadista: Al-Qaeda». Lo scopo politico di queste rivelazioni, dal punto di vista di Washington, secondo Springmann «è di esercitare pressioni sulla Casa di Saud per continuare a pompare le loro eccedenze petrolifere: i recenti rimbalzi petroliferi stanno provocando l’isterismo a Washington, poiché potrebbero essere il segnale di un ripensamento dei sauditi sulla loro guerra dei prezzi del petrolio contro, prima fra tutti, la Russia». Dunque, verso la metà degli anni ’80, “Al-Qaeda” era solo un database in un computer collegato al dipartimento delle comunicazioni del segretariato della Conferenza Islamica, scrive Escobar. «A quel tempo, quando Osama Bin Laden non era che un agente “delegato” Usa che operava a Michael SpringmannPeshawar, l’intranet di Al-Qaeda era un ottimo sistema di comunicazione per lo scambio di messaggi in codice tra i guerriglieri».
“Al-Qaeda” non era un’organizzazione terrorista – ovvero un esercito islamico – e neanche proprietà privata di Osama Bin Laden. «In seguito, verso la metà degli anni 2000 in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi – il precursore giordano di Isis/Isil/Daesh – stava reclutando giovani militanti-fanatici-arrabbiati, senza un diretto input da parte di Bin Laden. La sua copertura era Aqi (Al-Qaeda in Iraq)». Quindi, continua Escobar, Al-Qaeda era e resta un marchio di successo. «Non è mai stata un’organizzazione; piuttosto era un elemento operativo essenziale di un’agenzia di intelligence. Da qui l’imperativo categorico: Al-Qaeda è essenzialmente una derivazione dell’intelligence saudita». La miglior prova è il ruolo oscuro, fin dall’inizio, del principe Turki, ex direttore generale per lungo tempo del Mukhabarat, l’intelligence della Casa di Saud («ma Turki non parla, e mai lo farà»).  L’intelligence turca, per parte sua, «non ha mai creduto al mito dell’“organizzazione” Al-Qaeda». Le rivelazioni di Moussaui, aggiunge Escobar, «diventano davvero esplosive quando si collegano tutti i punti tra l’ideologia politica della Casa di Saud, la piattaforma politica di Al-Qaeda e l’abbozzo ideologico del falso Califfato di Isis/Isil/Daesh. La matrice di tutti questi è il wahhabismo del 19° secolo – e la sua interpretazione/appropriazione medievale dell’Islam. Tutti usano metodi diversi, alcuni più rumorosi di altri, ma tutti hanno lo stesso fine: il proselitismo wahhabita».
La differenza fondamentale, secondo Escobar, è che Al-Qaeda e Isis/Isil/Daesh «sono dei rinnegati wahhabiti che intendono, alla fine, prendere il posto della Casa di Saud – fantoccio comandato dall’Occidente – instaurando in modo ancora più intollerante il potere salafita e/o del Califfato». Per cui, «quando questa “bomba” ancora segreta verrà fuori dal vaso di pandora arabico, crolleranno i presupposti che reggono quel dono che viene continuamente elargito dagli Usa, la “Guerra al Terrore” (guerra infinita)». Non è rassicurante nemmeno il nuovo capo della Casa di Saud, il principe Salman, che «negli anni ’90 era uno strenuo sostenitore del salafismo e del Jihad», inclusa la pratica Bin Laden. Più tardi, come governatore di Riyadh, «si distinse nell’avversione più totale verso gli sciiti, che poi si espandeva nell’odio verso l’Iran nel suo complesso – per non parlare poi del suo odio per qualsiasi cosa che lontanamente ricordasse la democrazia all’interno dell’Arabia Saudita». Assurdo aspettarsi che Salman sia un “riformatore”, «come è assurdo aspettarsi che l’amministrazione Obama interrompa una volta per tutte la sua storia d’amore con i suoi “bastardi preferiti” del Golfo Persico».
Ma ora, aggiunge Escobar, c’e’ un nuovo elemento chiave: «La Casa di Saud è disperata. Non è un segreto a Riyadh e in tutto il Golfo che il nuovo Re e i suoi consiglieri ammaestrati dall’Occidente stiano letteralmente perdendo la testa. Si ritrovano circondati dall’Iran – che, per giunta, è sul punto di concludere un accordo nucleare con il Grande Satana l’estate prossima». La situazione non è allegra: i sauditi «vedono il falso Califfato di Isis/Isil/Daesh che controlla gran parte del “Siraq” – e con gli occhi già puntati verso la Mecca e Medina. Vedono gli sciiti Houthi pro-Iran che controllano lo Yemen. Vedono gli sciiti della maggioranza in Bahrein repressi con grandi difficoltà dalle forze mercenarie. Vedono disordini sciiti diffusi nelle province orientali dell’Arabia Saudita, dove c’è il petrolio. Sono sparsi in tutto il Medio Oriente ancora in preda alla psicosi “Assad deve Pepe Escobarandarsene” (mentre lui non va da nessuna parte). Hanno bisogno di finanziare la “junta” militare al potere in Egitto con miliardi di dollari (l’Egitto è al verde). E oltre a tutto questo, si sono bevuti la storia America-contro-Russia, impegnandosi in una guerra dei prezzi del petrolio che sta consumando il loro budget».
Non ci sono prove che Salman sia deciso a compiere lo sforzo di cooperare con il governo di maggioranza sciita a Baghdad, né che tenterà di raggiungere un compromesso con Teheran: «Al contrario, regna la paranoia, poiché nel momento in cui l’Iran riaffermasse la sua supremazia nucleare, una volta concluso l’accordo atteso per l’estate prossima, i sauditi si ritroveranno emarginati ideologicamente e politicamente». Soprattutto, conclude Escobar, non ci sono prove che l’amministrazione Obama abbia la capacità di riconsiderare le relazioni coi sauditi. «Ciò che è certo è che il più sporco segreto della “guerra al terrore” resterà off-limits. Tutto il “terrore” che stiamo vivendo, sia quello reale sia quello costruito a tavolino, proviene da un’unica fonte: non è “l’Islam”, ma l’intollerante e demente wahhabismo», irresponsabilmente incoraggiato, organizzato e finanziato con la piena collaborazione della Cia. Stesso film: dalla strage di americani innocenti l’11 Settembre alla ricomparsa dei “tagliatori di teste” in Siria, in Iraq e ora in Libia.

fonte: www.libreidee.org

giovedì 5 marzo 2015

Kate Bush



Catherine Bush, nota come Kate Bush, è una cantautrice britannica.

Conosciuta per la sua voce sopranile ha avuto un successo internazionale a partire dal suo debutto nel 1978 con la hit Wuthering Heights ispirata al romanzo omonimo di Emily Brontë. Il brano rimase al numero uno nelle classifiche di quasi tutto il pianeta, Italia compresa, oltre a farle guadagnare un encomio dalla Brontë Society. Oltre a tale brano altri sono stati i successi che scalarono le vette delle classifiche internazionali negli anni come Babooshka, Moving, Running Up That Hill, The Sensual World, The Man with the Child in His Eyes, Don't Give Up (in coppia con Peter Gabriel).

Considerata forse l'artista inglese più eccentrica e talentuosa, e secondo recensioni giornalistiche, la cantautrice con il più cospicuo patrimonio di tutto il Regno Unito, fu introdotta nell'ambiente discografico dall'amico David Gilmour dei Pink Floyd, che riconobbe il suo talento e finanziò le sue prime sessioni demo attirando l'attenzione della propria casa discografica, la EMI. Da allora hanno lavorato spesso insieme, sia su progetti occasionali, che in concerto.

Nei primi anni della sua adolescenza Kate studia danza, mimo, e prosegue i suoi studi musicali al pianoforte iniziati all'età di soli 5 anni. Tra il 1973 e l'anno di debutto l'artista ha modo di comporre alcuni di quelli che successivamente sono stati i suoi primi successi: Moving dedicata al maestro Lindsay Kemp, già maestro di David Bowie appartenente all'album di esordio The kick inside, estratta come singolo e numero 1 in Giappone; Them Heavy People anch'esso singolo e che raggiunse il terzo posto in classifica, The Man with the Child in his Eyes che raggiunse la sesta posizione, oltre a più di 200 demo, la maggior parte dei quali mai pubblicati, e divenuti oggetto di culto da parte dei fans.

È stata la prima artista femminile ad aver raggiunto la prima posizione della classifica inglese con un album, Never for Ever, e successivamente con diversi altri lungo tutta la sua carriera. È inoltre l'unica (al 2013) ad aver avuto almeno un album in top 5 in cinque decadi consecutive.

Con il suo stile singolare, Kate Bush ha influenzato la musica di molti altri artisti, da Tori Amos a Björk, da Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins a Sinéad O'Connor, dai The Cure ai The Futureheads (questi ultimi hanno realizzato una cover della canzone Hounds of Love) fino a Tricky.

Anche nei suoi primi lavori dove il piano era lo strumento primario, la Bush ha raccolto influenze diverse, fondendo musica classica, rock e un'ampia gamma di suoni etnici e folk. Più di un critico ha usato il termine "surreale" per descrivere la sua musica. L'uso non apologetico della voce è uno dei suoi tratti distintivi.

Ha affrontato argomenti delicati e tabù molto prima che farlo fosse "di moda"; Kashka from Baghdad è una canzone che parla di una coppia omosessuale, tematica presente anche nella canzone Wow; Breathing analizza le conseguenze di un disastro nucleare. I suoi testi sono ricchi di citazioni colte e talvolta relativamente oscure, come il riferimento a Wilhelm Reich in Cloudbusting, o a G. I. Gurdjieff in Them Heavy People.

Ha lavorato con Peter Gabriel in due dei suoi album (in entrambi i casi contribuendo a hit di successo: Games Without Frontiers e Don't Give Up); Gabriel è inoltre apparso in uno speciale televisivo su di lei nel 1979, duettando in Another Day, canzone che doveva essere prodotta come singolo con un video già girato e visibile nello special con Kate e Peter che a seguito di incomprensioni pongono fine al loro rapporto amoroso. Il singolo che avrebbe dovuto avere come lato B la canzone Ibiza, non fu più lanciato, ma rimane il video all'interno dello special, considerato dalla critica ben riuscito e toccante. Roy Harper è un altro collaboratore frequente di Kate Bush: compare nella sua canzone Breathing e la Bush compare negli album di Harper HQ, Once (entrambi anche con Gilmour) e The Unknown Soldier.

Ha spesso cantato in duetti con Midge Ure, Big Country e altri artisti nei loro album. Molti artisti importanti hanno lavorato con lei in alcuni dei suoi più recenti album, a partire dal chitarrista rock Jeff Beck, il chitarrista Ian Bairnson, il batterista jazz/rock Stuart Elliot, il chitarrista classico John Williams, gli artisti folk Trio Bulgarka, Prince ed Elton John.

L'esordio (anni settanta)

La sua prima apparizione televisiva avvenne in Germania all'interno del programma Bio's Bahnhof il 9 febbraio del 1978; in Gran Bretagna esordì il 16 febbraio dello stesso anno con Top of the Pops; mentre negli Stati Uniti d'America fece la sua prima comparsa al Saturday Night Live il 9 dicembre sempre del 1978.

In quello stesso anno Wuthering Heights, che era stato al primo posto in classifica per mesi, si aggiudicò il secondo posto al Festivalbar al quale Kate partecipò venendo così in Italia per la prima volta.

Nel 1979 partecipò come superospite alla ventinovesima edizione del Festival di Sanremo eseguendo in playback i brani Wow e Hammer Horror (entrambi tratti da Lionheart).

L'unico tour di Kate Bush è avvenuto tra aprile e maggio del 1979 e in seguito l'artista si è esibita dal vivo solo occasionalmente. Le ragioni della sua riservatezza non sono note e sono state fatte varie ipotesi[senza fonte], tra queste il fatto che ritiene di dover controllare totalmente il prodotto finale, il che è incompatibile con l'esibizione dal vivo sul palco. Si sono registrate però anche voci di una paralisi,[senza fonte] di una irresistibile paura di volare[senza fonte] e si è ipotizzato un profondo shock per la morte a soli 21 anni di Bill Duffield, il suo direttore delle luci, che morì in un incidente durante il suo concerto del 20 aprile 1979 al London Palladium cadendo da un'altezza di sei metri.[senza fonte] La Bush tenne un concerto di beneficenza per la sua famiglia all'Hammersmith Odeon di Londra il 12 maggio, con Peter Gabriel e Steve Harley.

Il maggior successo (anni ottanta)

Dopo il successo mediocre dell'album Lionheart, la Bush torna in classifica nel 1980 prima con il singolo "shock" Breathing, seguito da un altro singolo, Babooshka, quest'ultimo nuovo successo internazionale. I due brani sono inclusi nell'album Never for Ever che esce a settembre di quell'anno e raggiunge il primo posto in classifica in Gran Bretagna. Un ulteriore singolo, Army Dreamers, conferma il successo ritrovato di Bush. Il singolo "natalizio" December Will Be Magic Again, uscito alla fine del 1980, avrà anch'esso un modesto successo. La cantante aveva anche contribuito al terzo album di Peter Gabriel, uscito nello stesso anno; è sua la voce che canta il ritornello "jeux sans frontières" nel brano Games Without Frontiers. La Bush include il nome di Gabriel fra i ringraziamenti nell'album Never for Ever.

Il 1981 vede l'uscita di una solo opera della cantante, il singolo Sat in Your Lap, il quale una nuova direzione nelle sonorità utilizzate dall'artista anche grazie alle nuove tecnologie messe a disposizione. Il brano apre l'album The Dreaming, uscito nel 1982, che avrà un successo minore rispetto all'album precedente. I singoli The Dreaming e There Goes a Tenner non raggiungeranno i primi quaranta posti delle classifiche inglesi e l'album, nonostante raggiunga la terza posizione, sarà l'album meno venduto della carriera della cantante.

Dopo un'ulteriore ritiro dalle scene la Bush torna a sorpresa nel 1985 con l'album Hounds of Love preceduto dal singolo Running Up That Hill (A Deal With God). L'album, diviso in due parti corrispondenti ai due lati del disco: The Hounds of Love e The Ninth Wave. L'album sarà fra i più venduti dell'artista e contiene ben quattro singoli di successo. Nel 1986 l'artista si trova di nuovo nelle classifiche grazie ad una collaborazione con Peter Gabriel, il brano Don't Give Up dall'album So. Sempre nel 1986 esce la prima raccolta di successi della Bush The Whole Story, con un brano inedito Experiment IV ed una nuova registrazione della traccia vocale per la oramai celeberrima Wuthering Heights.

La Bush chiude il decennio con il suo sesto album inedito The Sensual World. Sia l'album che il singolo ononimo, che riprende il monologo di Molly ne l'Ulisse di James Joyce, confermano il successo e lo stile vocale e musicale peculiare del cantante.

Anni novanta e il ritiro dalla scena musicale

All'inizio del decennio esce il cofanetto intitolato This Woman's Work, una raccolta su CD degli album di Kate Bush registrati in studio, i 'lato B' e remix di vari singoli che escono per la prima volta in formato digitale. Nel 1991 esce una cover del brano Rocket Man di Elton John, inserito nell'album Two Rooms.

Nel 1993 diresse e interpretò un cortometraggio, The Line, the Cross and the Curve, un musical con Miranda Richardson come coprotagonista e con le musiche tratte dall'album The Red Shoes, a sua volta ispirato dal film Scarpette rosse (The Red Shoes).

Nel 1996 ha partecipato alla compilation Common Ground - Voices of Modern Irish Music con il brano tradizionale Mná na hÉireann.

Nonostante il successo e una rinnovata direzione musicale dell'artista, si ritira effettivamente dalla scena musicale, forse a causa della morte del chitarrista e collaboratore Alan Murphy, la fine del suo rapporto affettivo con il musicista e collaboratore Del Palmer e la perdita della madre.[senza fonte]

Nel 1999 diede alla luce un bambino, il cui padre è il chitarrista Danny MacIntosh.

Il ritorno (anni duemila)

A più di dieci anni dal suo ultimo album, nel dicembre 2004 scrisse una lettera ai fan in cui annunciava un album per l'anno successivo. L'album doppio Aerial è uscito il 7 novembre 2005 venendo accolto molto positivamente dalla critica. Nel 2007 la cantautrice ha collaborato alla colonna sonora del film fantasy La bussola d'oro con la canzone Lyra.

Ha dato il nome ad un personaggio della serie televisiva giapponese Victory Gundam: è uno dei membri dello Shrike Team, chiamati così in onore di alcune cantanti del XX secolo.

Il 16 maggio 2011 è stato pubblicato Director's Cut, album in cui ha rivisitato una selezione di brani tratti da The Sensual World e The Red Shoes. Nel frattempo ha anche lavorato a un disco di inediti, 50 Words for Snow, pubblicato il 21 novembre dello stesso anno.

Il 1º maggio 2012, in occasione della premiazione del suo ultimo album ai South Bank Sky Arts Awards, è riapparsa in pubblico dopo un'assenza pluridecennale.. Per le Olimpiadi di Londra del 2012, la cantante ha reinciso la sua hit Running Up That Hill. Il 10 aprile 2013 ha ricevuto dalla regina Elisabetta II del Regno Unito, presso il Castello di Windsor, il titolo di Commander of the British Empire.

Nel 2014, dopo ben 35 anni, Kate Bush ritorna a cantare dal vivo in una serie di concerti che si terranno tra agosto e settembre 2014 all'Eventim Apollo di Londra (un tempo Hammersmith Odeon) con uno show intitolato Before The Dawn. Secondo il sito specializzato in compravendita, anche tra privati, dei biglietti, la ricerca dei tagliandi della cantante è salita del 432%, superando persino la richieste per gli show di Lady Gaga e Katy Perry. Il primo concerto della serie si è tenuto il 26 agosto 2014.

Il 31 agosto 2014 Kate Bush stabilisce un nuovo record diventando la prima artista femminile ad avere otto album insieme nello stesso momento in classifica, con due album nei primi dieci posti (The Whole Story e Hounds of Love) e altri sei nei primi quaranta (50 Words for Snow, The Kick Inside, The Sensual World, The Dreaming, Never for Ever e Lionheart), seconda solo ad Elvis Presley con 12 album in top 40 a seguito della sua morte nel 1977 ed i Beatles con 11 album nel 2009.

Discografia

Album

The Kick Inside (1978, #3)
Lionheart (1978, #6)
Never for Ever (1980, #1)
The Dreaming (1982, #3)
Hounds of Love (1985, #1)
The Sensual World (1989, #2)
The Red Shoes (1993, #4)
Aerial (novembre 2005, #2)
Director's Cut (maggio 2011, #2)
50 Words for Snow (novembre 2011, #5)

Altri album

Un baisier d'anfant (1984) EP
Aspect of The Sensual World (1990) EP

Singoli

Wuthering Heights
The Man with the Child in His Eyes
Them Heavy People
Moving
Hammer Horror
Wow
Symphony in Blue
Strange Phenomena
James and the Cold Gun
Room for the Life
Breathing
Babooshka
Army Dreamers
December Will Be Magic Again
Sat in Your Lap
The Dreaming
There Goes a Tenner
Suspended in Gaffa
Night of the Swallow
Ne t'enfuis pas
Un baiser d'enfant
Running Up That Hill
Cloudbusting
Hounds of Love
The Big Sky
Don't Give Up
Experiment IV
Be Kind to My Mistakes per il film Castaway, la ragazza Venerdì
The Sensual World
This Woman's Work per il film Tesoro... è in arrivo un bebè
Love and Anger
Rocket Man
Rubberband Girl
Eat the Music
Moments of Pleasure
The Red Shoes
The Man I Love
And So is Love
King of the Mountain
Sunset/π
Lyra per il film La bussola d'oro
Wild man
Lake Tahoe/Among Angels
Running Up That Hill (2012 Remix)

Raccolte musicali

The Single File (1983) (boxed set di alcuni singoli rilasciati tra il 1978 ed il 1983)
The Whole Story (1986) (include una nuova versione di Wuthering Heights)
This Woman's Work 1978-1990 (1990, rereleased in 1998) (un boxed set dei suoi sei album al tempo, include anche due dischi di singoli e rari b-side)
Director's Cut (2011) (include versioni rivisitate di alcuni brani tratti da The Sensual World e The Red Shoes)

Videoclip

Live at the Hammersmith Odeon (1981)
The Single File (1983)
Hair of the Hound (1986)
The Whole Story (1986)
The Sensual World (1989)
The Line, the Cross and the Curve (1994)

Concerti dal vivo

Live at the Hammersmith Odeon (1989)
On Stage - 4 Live Tracks ( EP ) (1979)

fonte: Wikipedia

THE SENSUAL WORLD

criminali!!! I governi i veri terroristi

Doppio drammatico suicidio in Grecia per il taglio alle pensioni. E il dramma continua...

"Una notifica giudiziaria" sull'unico introito familiare ha portato una mamma pensionata e il figlio al gesto estremo

Il dramma umanitario in Grecia continua a un livello che purtroppo non scuote minimamente le fredde coscienze delle burocrazie di Berlino, Francoforte e Bruxelles. Una donna di 67 anni e suo figlio di 27 anni si sono suicidati, lanciandosi dal quinto piano del loro palazzo: la mamma è morta sul colpo, il figlio due ore dopo in ospedale. La tragedia è avvenuta a Chalkida, nell'isola di Euboia nella Grecia orientale. Lo riporta KTG.

La comunità locale è sotto shock, anche se tutti sapevano che la famiglia stesse combattendo con gravi problemi economici. I media locali riportano che la madre riceveva una pensione di disabilità e che era stata tagliata ed era costretta a rivolgersi costantemente ai centri di accoglienza del comune. “Non era in grado di pagare l'affitto negli ultimi 3 anni e mezzo", lo riporta LamiaReport.gr, che scrive anche come “il padrone di casa conoscesse dei problemi finanziari della famiglia e li ha aiutati finanziariamente”. Sempre secondo i media locali, i poliziotti che sono entrati nell'appartamento hanno trovato “una notifica giudiziaria, probabilmente in relazione con il taglio della pensione”, l'unico reddito della famiglia.

Secondo le ultime notizie, la famiglia ha cercato di rientrare in possesso della pensione di disabilità, ma le autorità hanno rigettato la richiesta. Nel tragitto verso l'ospedale, il giovane ha ripetutamente detto ai paramedici: “eravamo disperati” e i vicini parlano di una donna “molto orgogliosa”. Si tratta dell'ennesimo caso, in un paese in cui il tasso di suicidi è aumentato del 43% dallo scoppio della crisi.

Il dramma umanitario prosegue nella Grecia sotto commissariamento della Troika. Un commissariamento che dopo l'accordo di venerdì prosegue per altri quattro mesi, dopo la firma di venerdì scorso dell'Accordo ponte da parte del nuovo governo di Syriza. L'unica speranza per il futuro della popolazione greca è che Tsipras utilizzi questo tempo, come ha ricordato anche Jacques Sapir, per preparare il paese a rompere questo cappio al collo sul futuro del paese. L'alternativa per Atene è assistere in modo impotente allo stillicidio della sua popolazione.

Notizia del: 26/02/2015


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=10738
http://altrarealta.blogspot.it/

martedì 3 marzo 2015

la scienza è in mano ad una casta... la notizia più ignorata del momento


Le principali riviste scientifiche distorcono il processo scientifico e rappresentano una «tirannia» che va spezzata.

Questo il giudizio del premio Nobel per la medicina 2013.

La denuncia è grave, a maggior ragione perché è la cosa che ha pensato di dire Randy Schekman al Guardian il giorno stesso in cui ha ricevuto il premio Nobel e quindi non solo nel momento più importante per la carriera di un ricercatore, ma anche nel momento di massima visibilità. Ma non basta, la dichiarazione di Schekman era stata preceduta di un paio di giorni da quella di un altro autorevolissimo scienziato, Peter Higgs, notissimo teorizzatore del bosone di Higgs, che sempre al Gurdian aveva denunciato il sistema delle pubblicazioni scientifiche.

Ma se la dichiarazione di Schekman è clamorosa, altrettanto clamoroso è il silenzio con il quale è stata inghiottita dalle testate che si occupano di divulgazione scientifica, alcuni quotidiani le hanno almeno dedicato il “minimo sindacale” come Il Corriere della Sera “Schekman: «Le principali riviste scientifiche danneggiano la scienza»” (poco più che un trafiletto) e l’Unità “Il Nobel Shekman: “Boicottiamo Science e Nature”“, altri hanno però vistosamente dimenticato di pubblicarla. Ma ancor più vistosa è la “dimenticanza” da parte di soggetti che fanno della divulgazione scientifica il loro argomento centrale, non una parola sull’autorevole denuncia da parte delle solite testate come Le Scienze, Oggiscienza, Query, Pikaia e perfino Focus e Ocasapiens, in genere così attente a difendere la buona scienza scegliendosi però bersagli comodi e banali come i creazionisti della Terra giovane o qualche stravagante di turno.

E allora per vedere commentato in modo decente quanto detto da Schekman dobbiamo andare su Wired, un periodico che si occupa in genere di scienza tenendo conto delle sue implicazioni più ampie, per leggere un articolo intitolato “Il Nobel che vuole boicottare le riviste scientifiche“, che inizia con le seguenti parole:

La scienza è a rischio: non è più affidabile perché in mano a una casta chiusa e tutt’altro che indipendente…

Le principali riviste scientifiche internazionali – Nature, Cell e Science – sono paragonate a tiranni: pubblicano in base all’appeal mediatico di uno studio, piuttosto che alla sua reale rilevanza scientifica. Da parte loro, visto il prestigio, i ricercatori sono disposti a tutto, anche a modificare i risultati dei loro lavori, pur di ottenere una pubblicazione.

L’accusa di “tirannia” lanciata da un neo premio Nobel dovrebbe in ogni caso meritare la massima attenzione, ma così come si usa fare per i critici di minore visibilità la tecnica è la stessa: ignorare per non dare visibilità alle idee. Ma Schekman aggiunge dell’altro, qualcosa che da sempre andiamo sostenendo:


Queste riviste, dice lo studioso, sono capaci di cambiare il destino di un ricercatore e di una ricerca, influenzando le scelte di governi e istituzioni.

Ma il suo laboratorio (all’università di Berkeley in California) le boicotterà – ha detto al Guardian –, evitando di inviare alcun genere di ricerca.

Sfruttano il loro prestigio, distorcono i processi scientifici e rappresentano una tirannia che deve essere spezzata, per il bene della scienza. Almeno così la pensa il Nobel.

La scienza con le sue dichiarazioni è un’autorità tale da influenzare le scelte di governi e istituzioni, e se è manipolabile da parte di chi detiene il comando delle principali testate scientifiche è automaticamente vero che le affermazioni su temi sensibili possono essere orientate in base alle convenienze dei governi stessi o delle istituzioni. Le dichiarazioni di Schekman supportano dunque indirettamente che su temi come il Global warming, la pandemia H1N1, l’eugenetica e tutte le implicazioni della visione malthusiana dell’evoluzione, la possibilità di orientare gli studi in un senso “conveniente” è reale.

L’episodio della dichiarazione di Schekman mostra che però neanche per un Nobel per la medicina è facile denunciare i problemi della scienza, figurarsi per soggetti enormemente meno visibili.

La denuncia di Schekman rappresenta però un incentivo ad andare avanti per tutti coloro che ritengono la scienza una realtà preziosa che deve essere difesa dalle strumentalizzazioni e da qualsiasi tentativo di piegarne i risultati a vantaggio di interessi particolari.


http://www.enzopennetta.it/2013/12/la-scienza-e-in-mano-ad-una-casta-la-notizia-piu-ignorata-del-momento/
http://altrarealta.blogspot.it/

brevi sunti




Mmmhhh...no. la ricerca di altro fuori dalla coppia non l'ho mai vissuta come una mancanza o come qualcosa che si potrebbe ricevere anche dal compagno. La persona con cui sto è esattamente con chi voglio essere perché se non lo fosse...sceglierei altro.

Il sentire altri corpi. Il sentire nuovi odori e sapori. Nuovi tocchi. È come concedersi "una strappo alla regola".
Una vacanza. Un week in una beauty dove ti rimetti in sesto.
Che rimane li dov'è. E non ne faresti mai la vita normale.
Discorso più complesso di cosi su cui scriverò appena sono davanti ad un pc.
Partendo da questo assunto Carlottiano.
La fedeltà non esiste ed è contro natura.
Se ogni tanto hai voglia di un gelato alla amarena...mangialo sapendo che...finito di assapporarlo.
Non.esiste. piu.

Carlotta Messalina

Ne scriverò meglio del mio pensiero quando sono a casa con un pc.
Ma posso già darti un indicazione del contro natura.
La fedeltà esiste in natura. Certo. Ne abbiamo molti esempi ma abbiamo anche molti esempi di non esistenza di fedeltà.
La natura è anche diversa per ognuno di noi.
Ci sono cose che per me sono naturali mentre per altri non lo sono.
Siamo mammiferi in evoluzione che ragionano e vanno avanti.
Ma siamo anche istinto. Che deve venire dopo.
La lealtà è ancora un altra cosa. Essere leali è basilare.
Se io mi presento come santa Maria Goretti e poi scopri che di quella santa non ho nemmeno l'ombra.
Beh. Non sono leale.
Ma se ti dico che per me certe cose non sono importanti. Che sono importanti altre. Sono leale. In quanto ti dico esattamente come sono.
E puoi scegliere.
Se stare con una donna che ogni tanto, ma non è detto, si mangia un gelato all'amarena proteggendo il (un) noi coppia o invece no.
Questa è lealtà.
E sai sempre cosa aspettarti.
Chi invece si ammanta di proclami da fedele e poi si innamora della collega facendo una distruzione nucleare della coppia...
No leale.
Ripeto. Sono con il cell non proprio l ideale.

L argomento lo voglio discutere però.

Carlotta NON traditrice

fonte: piccolipensierimpuri.blogspot.it