domenica 24 maggio 2015

rigatoni



SPOT DI FEDERICO FELLINI

Facebook di Nathalie Lengrand)



SUZY KENDALL E CAPUCINE

Armani silos

In questo grande spazio di 4.500 metri quadrati che si sviluppa su quattro piani,edificio costruito nel 1950 originariamente utilizzato come magazzino per i cereali, vi attende una selezione ragionata di abiti dal 1980 a oggi. La selezione, che non segue un criterio cronologico, racconta la storia e l’estetica dello stilista ed è suddivisa per temi, temi che hanno ispirato e che continuano a ispirare il lavoro creativo di Giorgio Armani. Al piano terra, la sezione Stars e la sezione dedicata al Daywear. Al primo piano la sezione Esotismi. Al secondo piano, Cromatismi. Al terzo e ultimo piano la sezione Luce. 
















moda, lusso, eleganza, bellezza.
ambienti soffusi, luce giusta, scale giuste, ragazzi giusti.
tutto veramente chic.
sembra un tempio, una chiesa, una religione.
un po' di piacere, e di gusto, e anche un sorriso...sono solo vestiti...seppure alcuni bellissimi, seppure molto lavoro, seppure molto guadagno, seppure industria e commercio, seppure molta fama e jet set.

fonte: nuovateoria.blogspot.it

venerdì 22 maggio 2015

Cremaschi: chi spacca vetrine e chi sta sfasciando l’Italia

Le reazioni delle istituzioni, dei mass media e dell’opinione pubblica agli incidenti innescati dai black bloc a Milano per l’inaugurazione dell’Expo «hanno mostrato quanto sia oramai devastato lo spirito democratico in questo paese», nonostante la comprensibile indignazione per le 50 auto incendiate e le 15 vetrine devastate. Quanto accaduto, comunque, non è minimamente paragonabile ad altri disordini in città europee: molto peggiore il bilancio a Francoforte all’apertura della nuova sede della Bce, per non parlare di quello che ormai accade normalmente negli Usa, o della rivolta nelle strade di Rio alla vigilia dei mondiali di calcio. Compassionevoli e comprensivi coi problemi lontani, ma «appena questo disagio è comparso in casa nostra, i più moderati tra i commentatori di palazzo hanno chiesto la legge marziale», osserva Giorgio Cremaschi. «Il peggiore mi è apparso il sindaco di Milano. Il grido di sapore biblico da lui lanciato, “nessuno tocchi Milano”, che cosa vuol dire, che altrove si può? E quando la città è stata devastata da ruberie, tangenti, mafie, disoccupazione, devastazioni ambientali, vetrine a migliaia chiuse in periferia per lo strangolamento della crisi e delle banche, non è stata toccata allora Milano?».
Certo, continua Cremaschi su “Micromega”, scendere in piazza in quei frangenti «era più duro e rischioso, magari si sarebbero pestati i piedi a qualche potere forte». Ma la vera indignazione, aggiunge l’ex dirigente sindacale della Fiom, è stata in realtà Black blocper l’immagine dell’Expo offuscata dai disordini. “L’Expo dà lavoro”, ha detto rabbioso uno dei pulitori volontari, rivolto a una ragazza coraggiosa che provava a discutere con i cittadini indignati. “Modello Expo” si disse da destra e da sinistra quando Confindustria e istituzioni insieme a Cgil, Cisl e Uil firmarono l’accordo che autorizzava poco lavoro sottopagato e tanto gratuito. “Modello Expo” si aggiunge ora, «quando gli ipocriti della sinistra benpensante e ancora meglio retribuita hanno presentato la fiera come una specie di Social Forum di sei mesi, impegnato a trovare e ricette contro la fame nel mondo». “Modello Expo” ha chiarito Renzi, «celebrando la fiera come occasione di grandi affari, proprio per questo appaltata a quelle multinazionali che, dice Vandana Shiva, affamano il pianeta».
L’Expo è una fiera che serve a mostrare quanto è vendibile il nostro paese, il suo ambiente, il suo lavoro: l’Italia è sul mercato, e Expo ne è la vetrina. «Questa è la vera risposta alla crisi che Renzi propone e sulla quale, assieme a tutto il potere economico che lo sostiene, gioca la partita del consenso». Ovvero: «Basta con i vecchi scrupoli, i lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo. Basta con l’articolo 18 e con i vincoli ambientali, ha promesso Renzi alla Borsa. Basta con i diritti, rimbocchiamoci le maniche e mettiamoci al lavoro. E chi pone ostacoli è contro la nazione». Un «messaggio reazionario di massa», che di fatto «ha conquistato un Pd sconfitto e rassegnato nei suoi valori, sottomesso al capitalismo globalizzato e alla ricchezza, ma abbarbicato al potere». Renzi? «E’  la sintesi perfetta di questa storia politica e per questo ridicolizza ogni opposizione interna, così come rende oramai inutile la vecchia destra berlusconiana». Con il Jobs Act, la “buona scuola” e l’Italicum, «il governo haRenzi e Camussodevastato ciò che restava dei principi e delle regole fondanti la nostra Costituzione: resta solo da cambiare l’articolo uno, sostituendo “lavoro” con “mercato” e “popolo” con “leader”, e poi tutto è fatto».
Questa Italia sul mercato è quella che ha assunto l’Expo come bandiera, continua Cremaschi. La maggioranza del paese è d’accordo? «Può essere, ma essa non è tutto e chi è contro non è piccola cosa. Solo che chi non accetta questo modello sociale e politico non ha diritto a veder riconosciute le proprie posizioni. La controriforma costituzionale di Renzi afferma la dittatura della maggioranza, anzi della più grossa minoranza. E sopra questo governo neoautoritario sta il potere delle Troika finanziaria e burocratica che comanda in Europa». La Grecia? «Non può decidere liberamente di non far morire di fame i disoccupati, perché, come si diceva una volta, è un paese a sovranità limitata». Nei fatti, «un potere sempre più chiuso e autoritario è poi sostenuto da un sistema mediatico embeded, come la stampa che seguiva sui carri armati le guerre di Bush». Che gli incidenti abbiano oscurato le ragioni dei manifestanti della Mayday di Milano non è vero, obietta Cremaschi: «Il 28 febbraio in diecimila abbiamo manifestato a Milano contro il Jobs Act e il lavoro gratuito per Expo. Eravamo in gran parte militanti del sindacalismo di base e della corrente di opposizione in Cgil, moltissimi erano i migranti. È stata una manifestazione serena e viva che si è conclusa con una assemblea popolare in piazza S.Babila. Non abbiamo lasciato per terra neppure le carte delle caramelle e siamo stati semplicemente ignorati dal circuito dei mass media». D’altra parte, dove mai ci Cremaschisono stati pubblici confronti sulle ragioni dei No Expo? Dove si sono potute liberamente confrontare le due diverse posizioni?
«Non facciamo gli ipocriti, chi è contro il dominio di imprese e mercato nell’Italia di oggi è sostanzialmente clandestino, e se prova a metter fuori la testa c’è chi minaccia di tagliargliela». I tranvieri di Milano hanno scioperato il 28 aprile contro i turni gravosi e pericolosi imposti per Expo. Apriti cielo, ministri della Repubblica han chiesto di liquidare il diritto di sciopero e i più moderati hanno aggiunto: solo durante le fiere. In questi giorni, aggiunge Cremaschi, in Germania i macchinisti dei treni scioperano per sei giorni di seguito bloccando il paese, ma nessun governante chiede leggi speciali. «Da noi avremmo talk shaw ove tra gli applausi si invocherebbe la galera». Subito dopo i fatti di Milano, Renzi è stato contestato pacificamente a Bologna, «ma non uno dei telegiornali ha fatto vedere gli insegnanti precari bastonati duramente dalla polizia». Per Cremaschi, «c’è una sordità e una prepotenza del potere che porta naturalmente alla ribellione di chi non ci sta. E chi si ribella lo fa nei modi che questa società stessa offre». Quindi, «non si può distruggere la Costituzione nata dalla Resistenza, ridurre tutto a merce e mercato e poi usare il linguaggio della Prima Repubblica quando si spaccano le vetrine». La fine dei partiti di massa, dei diritti sindacali, del welfare? Una catastrofe. Per loro, invece, è “il progresso”. «Di questo progresso i fatti di Milano sono inevitabile conseguenza».

fonte: www.libreidee.org

sabato 16 maggio 2015

io sono la legge



Lawman è un film del 1971 diretto da Michael Winner nel 1971, con Burt Lancaster, Robert Ryan e Lee J. Cobb.

Trama

Nella città di Bannock, durante una notte di follia di alcuni mandriani del ranch Bronson, viene ucciso un anziano passante; lo sceriffo Jared Maddox, dopo aver scoperto il nome dei presunti colpevoli, si reca nella cittadina di Sabbath, con l'intento di arrestarli e condurli al processo nella sua città.

Nel frattempo uno dei mandriani sulla lista tenta di sfuggirgli e Maddox lo uccide, portandolo a Sabbath per la sepoltura. Nella città, il nuovo arrivato non è ben visto, in quanto Bronson è il padrone di tutto e, visto che l'omicidio del vecchietto non è accaduto a Sabbath, gli abitanti della città non vogliono che Maddox arresti o peggio, uccida altri del posto.

Anche lo sceriffo del luogo, il disilluso Cotton Ryan, mette in guardia Jared, poi si reca da Bronson per avvisarlo dei nuovi guai e consigliarlo di costituirsi e poi corrompere il giudice di Bannock ma nessuno lo ascolta e, nonostante il divieto di altro spargimento di sangue da parte del proprietario terriero, altri proveranno a fermare Maddox, morendo miseramente.

Nel momento in cui ci si prepara per la resa dei conti finale, Jared Maddox, ammorbidito dall'incontro con una sua vecchia fiamma, decide di lasciar perdere ed evitare altro sangue ma purtroppo, nulla si può contro il destino, e lo sceriffo è costretto ancora ad uccidere e quindi a rinunciare al sogno di una vita tranquilla.

fonte: Wikipedia

SCENA FINALE

deja vu

di Alessandra Daniele

Periodicamente gli italiani si invaghiscono d’un cazzaro. Un cialtrone arrogante e pericoloso, interessato quasi esclusivamente al potere e alla fama, che per anni devasta il paese pur di ottenerli e goderseli il più possibile, con la complicità delle corrotte classi dirigenti che lo hanno politicamente prodotto.



Alla sua inevitabile benché sempre tardiva caduta segue un periodo di Quaresima durante il quale tutti invocano onestà, serietà e sobrietà, amministrato da preteschi tecnocrati (altrettanto cialtroni) che dura solo fino al sorgere del successivo cazzaro.

Pur essendomi fortunatamente perduta l’ovvio precedente storico, il tragico Ventennio originale, nella mia breve vita ho comunque già visto ripetersi questo ciclo per intero due volte. Dopo Craxi (1983 – 1992) c’è stato Berlusconi (1994 – 2011), capisco quindi che Renzi e i suoi accoliti si aspettino di durare almeno fino al 2023, sperando addirittura nel 2030.

C’è però una fondamentale differenza fra Renzi e i precedenti Re Sòla: Matteo è completamente un prodotto, senza nessuna indipendenza economica/politica dalle classi dirigenti che lo hanno creato. Lo si capisce anche dal fatto che non abbia un stile proprio, ma solo un remix giovanilista di campionature craxiane, berlusconiane e veltroniane, con l’accento di Panariello.

La sua forza è il vuoto che lo circonda, l’impotenza, la vigliaccheria, l’incapacità dei suoi oppositori, come dei suoi alleati. Il suo compito, in cambio del quale sta ottenendo la fama che sognava fin da piccolo concorrente di telequiz, è quello di mantenere l’Italia sui ferrei binari economici imposti dall’Europa senza che gli italiani se ne accorgano troppo, rincoglionendoli di slogan stucchevoli, balle trionfalistiche, e cazzate nuoviste, mentre smonta la Costituzione, lo Statuto dei Lavoratori, e qualsiasi altra garanzia democratica che possa ostacolare il cammino dell’Eurotreno BCE.

Renzi durerà quindi solo finché funzionerà bene come diversivo. Il giorno in cui abbastanza italiani si saranno resi conto della fregatura, verrà immediatamente sostituito con un altro diversivo, come è successo a Monti e Letta, i suoi autentici predecessori. Infatti, se Craxi e Berlusconi erano denti marci che s’è faticato ad estirpare dal trono (e la radice è ancora dentro) Renzi è un dente finto, un provvisorio di facciata che può essere rimosso in un attimo.

Dopotutto, anche lui è un precario stagionale.
E certi contratti non durano un ventennio.

Fonte

fonte: freeondarevolution.blogspot.it

ci hanno portato via il lavoro, ecco la causa del disastro

La finanza non spiega tutto: dietro la crisi dell’Occidente, con la fuga dell’industria verso l’ex terzo mondo globalizzato, rappresenta la punizione storica del capitale contro lavoratori evoluti, ben pagati e tutelati da importanti diritti. Lo sostiene Aldo Giannuli, rileggendo il senso della catastrofe in corso, che sta letteralmente devastando l’Europa. «Dalla fine degli anni settanta – scrive lo storico dell’ateneo milanese – si è manifestata a livello mondiale una  tendenza al calo dell’occupazione manifatturiera, nonostante un forte incremento assoluto di produzione industriale». Fenomeno in larga parte spiegabile con il “salto” tecnologico prodotto dalla combinazione fra robot e informatica, che ha drasticamente ridotto la domanda di forza lavoro. Ma attenzione: questo calo non è avvenuto in modo omogeneo: mentre la componente industriale è aumentata vorticosamente nei paesi in via di sviluppo, specie in Asia (Corea e Thailandia, Singapore, Taiwan, e poi Cina, India, Vietnam, Indonesia), coinvolgendo quindi anche Messico, Egitto, Turchia e Argentina), nei paesi avanzati l’occupazione industriale è crollata. Addio lavoro in fabbrica negli Usa, in Europa e in Giappone. Idem nei paesi dell’ex blocco sovietico, salvo Polonia, Germania Orientale e Boemia.
«Questo andamento – scrive Giannuli nel suo blog – è stato determinato in larga parte da un sostenuto processo di deindustrializzazione dei paesi avanzati, nei quali sono stati fortemente ridimensionati settori quali la siderurgia, i materiali da Aldo Giannulicostruzione, la chimica base, il tessile e, parzialmente, l’alimentare». Siamo ormai nella “fabbrica globale”, per cui in alcuni settori (trasporti e meccanica, ma anche informatica e telecomunicazioni) i singoli componenti sono prodotti in diversi paesi emergenti, per essere poi assemblati negli stabilimenti della ditta che firma il prodotto. «Di fatto, in Occidente hanno resistito solo pochi settori (come la chimica fine, l’ottica o la farmaceutica) e hanno conosciuto un incremento (sia in termini di occupati che di fatturato) le sole industrie delle armi, del settore satellitare e del lusso». Questo processo, continua Giannuli, è stato determinato dal massiccio trasferimento di capitali e impianti in paesi dell’Asia e dell’America Latina e dal parallelo processo di smobilitazione industriale nei paesi avanzati. «Tutto ciò è stato il frutto di diversi fattori come il rigetto delle popolazioni locali nei confronti delle lavorazioni altamente inquinanti, ma soprattutto dall’esigenza di parte imprenditoriale di abbattere i salari». Così, le delocalizzazioni «sono state la principale arma imprenditoriale nella rivincita contro i lavoratori».
Un’operazione brillantemente riuscita, grazie alla collaborazione dei governi di Usa, Europa e Giappone, indipendentemente dal loro colore politico: mentre i tassi di disoccupazione sono saliti mediamente del 4-5%, i salari reali sono calati. In più è cresciuta una massiccia fascia di precariato. E dovunque è peggiorata la parte normativa del rapporto di lavoro. Il trasferimento della produzione verso i paesi del Sud del mondo è stato favorito dal minor costo della forza lavoro, spesso priva dei più elementari diritti sindacali, insieme ad altri vantaggi: disponibilità di terreni a costo zero per gli stabilimenti, debole pressione fiscale dovuta all’assenza di un sistema previdenziale e sanitario, assenza di qualsivoglia normativa di tutela ambientale e, soprattutto, prezzi bassissimi dei trasporti. Il periodo tra il 1982 e il 2006 è stato un autentico “bengodi petrolifero”: il prezzo del barile inferiore ai 40 dollari ha consentito uno sviluppo senza precedenti dei trasporti, soprattutto marittimi. Questo, prosegue Cina, fabbricaGiannuli, ha permesso ai prodotti di arrivare sui mercati a prezzi largamente concorrenziali, dopo aver percorso migliaia di miglia marine.
In secondo luogo i cambi: l’introduzione della “fiat money” e la conseguente demetallizzazione del sistema monetario «ha avuto riflessi imprevisti in particolare nei confronti della Cina, la cui moneta non è convertibile (in realtà lo è ma solo attraverso la Boc che, ovviamente, applica i criteri che ritiene più opportuni per sostenere le esportazioni)». Il risultato è il “grande disordine monetario” di valute sganciate da qualsiasi parametro oggettivo, «alcune in reciproco apprezzamento che fluttua di giorno in giorno, altre governate politicamente, altre ancora rette artificialmente dal gioco dei regimi fiscali». Di fatto, «questo ha reso molto più facili le esportazioni dei paesi emergenti, che operano proprio sui margini offerti dal cambio». Si spiega così la provenienza cinese dell’aglio che consumiamo sulle nostre tavole: proprio l’alterazione del regime monetario riesce a rendere più “conveniente” l’aglio prodotto a migliaia di chilometri e trasportato sin qui. Decisivo, in ogni caso, il costo sociale delle delocalizzazioni, che «si sono rivelate il suicidio dell’Occidente». Un piano preciso: «La scelta di deindustrializzare i paesi sviluppati fu orientata in primo luogo a colpire i livelli salariali raggiunti e a smantellare l’organizzazione operaia, che aveva il suo punto di concentrazione nelle grandi industrie».
Da industriali, le nostre economie si sono trasformate, basandosi sui servizi e sull’intermediazione finanziaria. Ipotesi rivelatasi fallimentare già nel medio periodo, «e non solo per il disastro finanziario, ma anche quello della bilancia dei pagamenti, intaccata sia dal deflusso di capitali che dal costante passivo della bilancia commerciale». Lo spiega un economista come Emiliano Brancaccio: la bilancia commerciale rappresenta il principale indicatore della forza competitiva del sistema produttivo nazionale. «Il surplus commerciale segnala che il paese non avrà bisogno di deprezzare la propria moneta per reggere la concorrenza, il che rassicura i creditori circa il valore futuro atteso dei titoli emessi». Per cui, aggiunge Brancaccio, anziché imporre un controproducente pareggio di bilancio pubblico, «bisognerebbe orientare le politiche economiche di tutti i paesi dell’Eurozona al perseguimento tendenziale di un altro pareggio: quello delle bilance commerciali». L’Italia, ad esempio, con un disavanzo verso l’estero superiore al 4% del Pil, «dovrebbe realizzare interventi strutturali realmente in grado di rilanciare una produttività del lavoro da tempo stagnante». Da oltre vent’anni la bilancia commerciale dei paesi sviluppati (con l’eccezione, peraltro non costante, di Germania e Giappone) è sostanzialmente in rosso. E questo per due precise ragioni: intanto, lo sviluppo dei servizi non compensa da solo la flessione occupazionale dell’industria. E poi la Brancaccioconcorrenza dei paesi emergenti (la cui crescita fu troppo sottovalutata all’inizio del processo di globalizzazione) si è fatta sentire anche in quel campo.
«Mentre quasi tutte le merci sono esportabili, non tutti i servizi lo sono», argomenta Giannuli. «Per cui, se posso “esportare” i viaggi aerei con rotte internazionali, non posso esportare il servizio tramviario, allo stesso modo il cui, se posso fornire all’estero servizi di consulenza di vario genere, non posso esportare il servizio dell’anagrafe o quello di chirurgia di urgenza». Una parte significativa dei servizi, per sua natura, è destinata al consumo interno, «per cui è evidente che la bilancia commerciale, attraverso l’esportazione dei servizi, recupera solo una parte di quello che ha perso sul piano della manifattura». In secondo luogo, «le previsioni sulla capacità di sviluppo dei paesi emergenti sono state molto al di sotto della realtà: la Cia, nel 2002 elaborò una ipotesi di scenario per il 2023 nel quale ipotizzava che la Cina avrebbe raggiunto certi traguardi non prima del 2025, ma essi risultarono poi raggiunti già nel 2008». Nel caso dei servizi, aggiunge Giannuli, la grande sorpresa è venuta dall’India: già da tempo New Delhi è definita il “call center del mondo” per i servizi di consulenza più diversi, e oggi inizia ad affacciarsi l’ipotesi di trasferire la diagnostica a medici indiani on line sulla base dei risultati delle analisi cliniche. Inoltre, le università indiane stanno scalando i primi posti per quanto riguarda le facoltà di matematica, e le società indiane offrono servizi di calcolo sempre più sofisticati, mentre le compagnie aeree (Air India, Air Deccan) iniziano a far sentire la loro concorrenza anche sulle rotte internazionali. «Dunque chi pensava che gli “arretrati asiatici” ci avrebbero messo decenni per rivaleggiare anche sui servizi, oggi deve prendere atto che anche qui le cose sono andate molto diversamente». Per dirla in due parole: «Le economie avanzate sono state svuotate, perchè la manifattura è emigrata in Asia e i profitti finanziari sono emigrati a Riccolandia. E questa – conclude Giannuli – è la base della nostra crisi irrisolta».

fonte: www.libreidee.org