martedì 8 agosto 2017

da dove vengono quei simboli che vediamo ogni giorno

Li utilizziamo tutti i giorni per inviare e-mail o per rispondere alle conversazioni su WhatsApp e Facebook Messenger. Stiamo parlando della chiocciola e dello smile, la faccina sorridente, due tra i simboli tecnologici più famosi e usati dagli utenti. La tecnologia e la comunicazione sono oramai sommerse dai simboli e dalle icone. Basta pensare alle emoticon, le faccine utilizzate per rendere più animate le conversazioni e le e-mail, diventate la lingua più parlata al mondo, con oltre due miliardi di persone che ogni giorno si scambiano faccine sorridenti e arrabbiate. I simboli riescono a far diventare universale un’azione: tutti sanno che il cancelletto è il simbolo dell’hashtag, mentre il triangolino è il tasto “Play” che serve per fa partire i video sulle piattaforme di streaming o i film al lettore Dvd di casa.
Smile. Tutti utilizziamo almeno una volta al giorno lo smile, la faccina formata da due occhi e da uno viso sorridente, ma in pochi ne conoscono le origini. Lo smile fu creato nel 1963 da Harvey Ball, un disegnatore che aveva avuto il compito da una smilecompagnia assicurativa di Wonchester, negli Stati Uniti, di creare un simbolo che rallegrasse gli assicuratori durante le trattative con i clienti. Il disegnatore non ha mai registrato la faccina, che in breve tempo si è diffusa prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo. Dalla propria invenzione Harvey Ball non ha mai ricavato nulla, se non i soldi per il lavoro effettuato per la compagnia d’assicurazione.
Chiocciola. Il simbolo della chiocciola è diventato di uso comune grazie soprattutto al fatto di essere presente negli indirizzi di posta elettronica. La chiocciola è quasi sicuramente il simbolo tecnologico più longevo: nell’antica Grecia la @ indicava l’anfora nel suo significato di unità di misura. Nell’accezione moderna di simbolo presente all’interno degli indirizzi mail fu utilizzata per la prima volta nel 1972 quando il programmatore inglese Ray chiocciolaTomlinson la scelse per inserirla negli indirizzi della rete Arpanet. Nella dicitura in inglese degli indirizzi e-mail la @ sostituisce la parola at, che in italiano significa “presso”.
Cancelletto. Con la diffusione dei social network, l’hashtag è diventato un termine di uso comune, così come il cancelletto che lo simboleggia. Ma perché è stato scelto proprio il cancelletto per simboleggiare gli hashtag? Perché in inglese hashtag è l’unione di due parole: hash (cancelletto in italiano) e tag (etichetta, in italiano). Infatti, gli hashtag hashtagnon sono altro che delle etichette utilizzate per raggruppare dei contenuti che parlano dello stesso tema. Il primo a utilizzare un hashtag su Twitter fu Chris Messina, un avvocato di San Francisco nell’agosto del 2007.
Pericolo radiazioni. Un cartello giallo con un simbolo nero e sotto la scritta “Attenzione, pericolo radiazioni”. È il classico avvertimento che si trova vicino a una cabina elettrica o in una centrale nucleare. Ma il simbolo formato da un puntino nero con tre pezzi di eliche attorno cosa simboleggia? In realtà il pallino centrale è un atomo e le tre eliche attorno le radiazioni che sprigiona. Il simbolo viene creato nel 1946 all’Università della California, ma i colori originali radiazionierano il blu come sfondo e il rosso magenta per l’atomo e le eliche. La colorazione rosso/giallo fu scelta nel 1948 dagli scienziati dell’Oak Ridge Lab, mentre in Europa si è diffuso il simbolo con la combinazione nero/giallo.
Accensione. Il simbolo per accendere i dispositivi elettronici domestici è oramai identico in tutto il mondo. Ma la storia e il significato dello strano simbolo che ogni giorno premiamo per accedere televisori e lavatriciaccensionenessuno li conosce. In realtà sarebbe l’unione del numero 1 o dello 0, utilizzati nel sistema binario per programmare l’accensione e lo spegnimento dei device. Nel 1973 la Commissione Elettrotecnica Internazionale lo ha scelto come simbolo da utilizzare in tutti i dispositivi.
Play. Un triangolino con la punta girata verso destra. Questo il simbolo riconosciuto internazionalmente per far partire i video sulle piattaforme di video in streaming o i film nei lettori Dvd. Secondo alcune ricostruzioni, il simbolo è stato utilizzato per le prime negli anni sessanta, quando nel settore dell’audiovisivo si utilizzavano ancora i nastri. Per playmandare avanti una bobina, la si doveva far girare verso destra, e quindi fu scelto come simbolo una freccia (il triangolino) con la punta posizionata verso destra.
Bluetooth. Presente oramai nella maggior parte dei dispositivi, il Bluetooth inizialmente fu creato per collegare i telefonini con le cuffie, in modo che potessero comunicare anche a distanza. Il nome Bluetooth bluetoothderiva dal re di Danimarca Harald Bluetooth, che nel decimo secolo tentò di unire la Scandinavia sotto un’unica bandiera. E anche il simbolo che oramai abbiamo imparato a conoscere e che simboleggia il Bluetooth è in onore al re danese: è la fusione delle iniziali del re (H e B) in caratteri runici.
Usb. Finora abbiamo visto simboli tecnologici che avevano alle spalle una storia e un significato ben precisi. L’icona che simboleggia l’Usb non ha nulla di tutto ciò. Nessuno conosce il reale motivo per cui venga utilizzato una sorta di Usbtridente con all’estremità tre forme geometriche diverse. Alcuni ipotizzano che sia il tridente del dio Nettuno e i simboli geometrici simboleggiano l’universalità della porta Usb, che si adatta a tantissimi dispositivi.
Nuvola. La nuvola è il simbolo del cloud, la tecnologia utilizzata da tantissime imprese per stoccare dati e informazioni in server presenti lontani dai dispositivi. I servizi di cloud storage vengono utilizzati anche dacloudmolti utenti, per trasferire i propri dati in un luogo che sia più sicuro rispetto all’hard disk del proprio computer o la memoria dello smartphone. Come simbolo è stato scelto proprio la nuvola, perché in inglese il termine viene tradotto con la parola cloud.
Wi-Fi. Il simbolo del Wi-Fi oramai lo abbiamo imparato a conoscere molto bene, grazie soprattutto all’utilizzo massiccio che ne fa sui computer e sugli smartphone. L’icona del Wi-Fi è molto semplice: un cerchio con delle onde che si propagano, a simboleggiare proprio il funzionamento della tecnologia. Il cerchio non è altro che il WiFirouter o il dispositivo utilizzato per propagare la connessione Wi-Fi.
(“Il vero significato di 10 simboli tecnologici che vediamo ogni giorno”, da “Libero Notizie” del 27 luglio 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/

il mistero delle donne sacre Khmer, le Devata di Angkor Wat e Yogini di Chaunsat


di Kent Davis

Chi sono le Devata ?

Questo studio è motivato dal desiderio di spiegare il motivo della massiccia presenza di raffigurazioni femminili, le Devata, nel tempio di Angkor Wat.

Comprendere chi siano queste donne Khmer ci permette anche di riconsiderare la vera finalità del tempio e capire il ruolo femminile nello sviluppo di questa straordinaria civiltà.

Per 150 anni, gli studiosi hanno spiegato semplicemente le Devata come presenze accessorie "per intrattenere il re del cielo" o "Decorare le nude pareti di arenaria".
Le nostre ricerche indicano che queste figure hanno un ruolo molto più profondo ed importante della semplice decorazione: non si tratta solo di danzatrici ma di vere e proprie divinità.

Quindi è lecito pensare che la ragione principale per la costruzione di Angkor Wat (in lingua khmer: Tempio della città) potrebbe essere stata quella di onorare queste donne e festeggiare il loro contributo fondamentale all'impero Khmer. Proprio loro, infatti, sono state la chiave per mantenere armoniosa la società khmer, contribuendo alla sua prosperità economica.
L'argomento di questo articolo è il paragone tra Devata e Yogini, le vibranti divinità femminili dell'India, un confronto che può risultare illuminante per comprendere i misteri delle donne di Angkor Wat...


Angkor Wat, il tempio del 12° secolo



Foto: Devata raffigurata nel Bakkan, la parte più alta e più sacra del tempio di Angkor Wat.

Angkor e la civiltà Khmer

Angkor Wat, il famoso tempio indù del 12° secolo, che ora si trova in piena giungla della Cambogia,non è solo la più grande struttura religiosa nel mondo. Questo tempio Khmer ha una particolarità: per quasi 1.000 anni, ha custodito le immagini sacre di oltre 1.796 donne.

Il fatto sconcertante è che nessuno sa chi fossero e quali valori di spiritualità o di governo rappresentassero. Perché tutte queste donne siano state scelte a dominare questo magnifico complesso con la loro presenza rimane un mistero.
Ogni ritratto femminile ad Angkor Wat è nettamente diverso dagli altri, con una miriade di differenze: posizione del corpo, delle mani (mudra), etnia, gioielli, vestiti, capelli e collocazione.

Non è rimasta quasi nessuna documentazione scritta che spieghi come la civiltà Khmer sia sopravvissuta attraverso i secoli. Il miglior racconto è quello del diplomatico cinese Zhou Daguan, che visitò Angkor Wat 150 anni dopo la sua costruzione.

Daguan non fa mistero del suo interesse per le donne Khmer. Infatti riporta dettagliatamente la loro importanza nella conduzione degli affari, il gran numero di donne che vivevano nel palazzo (senza tralasciare un'occhiata a quelle che facevano il bagno seminude). Nonostante il suo affascinante racconto, una delle tante domande cui Daguan non risponde è: "Perché i Khmer popolano i loro più grandi templi con queste immagini ?"

Alcuni indizi si possono trovare in India, dove hanno avuto origine molti aspetti della civiltà Khmer.

In queste pagine quindi analizziamo le tradizioni delle Yogini indiane.
Non è noto se la religione Khmer, al tempo di Angkor Wat, avesse tradizioni simili incentrate su divinità femminili. Tuttavia, è chiaro che i templi Khmer propongano una netta preminenza di figure sacre femminili mentre quelle maschili sono quasi assenti. Alcuni templi indiani Yogini presentano questa stessa caratteristica.

Esamineremo quindi un tempio indiano che, come Angkor Wat, propone prevalentemente immagini femminili: il Tempio di Chaunsat Yogini a Bheraghat Jabalpur, nell'India centrale.

A sinistra: la parola Yogini in sanscrito devanagari

Che cosa è una Yogini? 

L'espressione Yogini, utilizzata in entrambe le tradizioni indù e buddhista, ha molteplici significati.

In primo luogo, può fare riferimento a una donna umana che si dedica a perseguire la conoscenza spirituale e l'illuminazione attraverso la pratica dello Yoga. Un praticante maschio è chiamato Yogi. Attraverso la sua pratica, una Yogini può acquisire determinati poteri soprannaturali compreso quello di controllare le funzioni corporee (vale a dire battito cardiaco, fertilità, resistenza al dolore o al freddo e metabolismo) o anche la capacità di volare.

Nella foto: Lakshmi (ricchezza/soddisfazione materiale), Parvati (potere, amore, soddisfazione spirituale) e Saraswati (apprendimento/ arti, soddisfazione culturale) in un'unica manifestazione di Devi. Dipinto di V.V. Sagar.

Il percorso di una yogini può comprendere la pratica del Tantra (in sanscrito = tessere), una filosofia religiosa incentrata sull'interazione tra le forze maschili e femminili dell'universo incarnate da Shakti e Shiva.

La parola Yogini può anche riferirsi a personificazioni di aspetti della natura, che si manifestano dalla Dea Madre Divina, o Devi (raffigurata in un'immagine qui a fianco). Queste Yogini includono le dieci Mahavidyas (chiamate anche Grandi Saggezze o dakini) che rappresentano tutta la gamma della divinità femminile, dal bello e delicato al violento e terrificante.
In alcune scuole dello Yoga e del Tantra, queste potenti manifestazioni servono come modello da emulare per le Yogini umane.

Un'altra definizione caratterizza Yogini come aspetti della dea indù Durga, che è un'altra forma di Devi.
Durante una battaglia per salvare l'universo, Durga emanò otto Yoginis per raggiungere il suo obiettivo. In alcuni sistemi sono chiamate Màtrikà. Più tardi i testi moltiplicano le Yogini da 8 a 64 per rappresentare l'intera gamma di forze nel mondo che controllano fertilità, malattia, abbondanza, vegetazione, vita e morte.

In sostanza si può dire che le Yoginis incarnano la gamma delle donne, da umane a divine, che rappresentano, il controllo o cercano di controllare le potenti forze della natura, compresa la vita stessa.
Le immagini nei templi Yogini dell'India e coloro che hanno seguito per più di un millennio queste pratiche spirituali sono tutti, in qualche modo, legati alla tradizione Yogini.

Nella foto: Sri Dhanendri - foto di Raju-Indore.

I primi racconti degli europei sulle Yogini erano concentrati sui loro aspetti terribili: come scrisse Miranda Shaw in "Dee buddhiste" o David Gordon White in "Bacio delle Yogini" e "Yoginis, divinità o ... folletti?"

Nella sua relazione del 1862-1865 per la Soprintendenza Archeologica dell'India, il direttore generale Alexander Cunningham, a proposito del tempio yogini di Khajaraho, ha scritto: "Chaonsat Yogini sembra essere il più antico tempio di Khajaraho. Unico per posizionamento è anche il solo in granito, mentre per tutti gli altri sono state utilizzate le cave di arenaria sulla riva orientale del fiume Kane. Le Joginis o Yogini, sono folletti femmina che obbediscono a Kali, la terribile dea della distruzione.
Quando si svolge una battaglia, si dice corrano freneticamente per il campo con le loro ciotole per raccogliere il sangue degli uccisi, che tracannano con piacere. Nel Chandrodaya Prabodha sono chiamate "spose dei demoni che danzano sul campo di battaglia."

"Per questa loro connessione con la dea Kali che beve sangue, è probabile che il tempio originariamente potrebbe essere stato dedicato a Siva, ipotesi che è in parte confermata dalla posizione di un piccolo santuario di Ganesha sullo stesso costone roccioso immediatamente di fronte l'ingresso. Ma poiché i bramini del posto affermano che la dedica di un tempio alle Yogini garantisca la vittoria a chi lo costruisce, è possibile che questo tempio mantenga il suo nome originale".

Vans Kennedy nella sua "Mitologia indù" (p. 490) cita i nomi di sei Yogini: Brahmi, Maheswari, Kaumari, Vaishnavi, Varahi, Mahendri, tutte chiamate da Siva a divorare la carne e bere il sangue del grande Daitya Jalandhara.

"Da questo punto di vista, ci si potrebbe aspettare di trovare numerosi templi dedicati alle Yogini, in quanto molti condottieri sarebbero stati disposti a propiziarsi la vittoria in questo modo. Ma poiché questo è l'unico santuario di queste dee che ho trovato, sono propenso a dubitare della tradizione, e ad attribuire il tempio a Durga o Kali, la consorte di Siva."

Nella foto: Angkor Wat: Devata dalla parete est del Gopura Occidente.

Le donne di Angkor Wat possono essere Yogini?

In contrasto al nulla tramandato sulle donne di Angkor Wat, note anche come Devata o Apsara, è rimasta una notevole quantità di informazioni scritte per quanto riguarda le Yogini dell'India.

Le Devata risultano tutte certamente molto più riservate nel loro comportamento e quindi potrebbero rappresentare solo gli aspetti più dolci del pantheon Yogini.

Le donne di Angkor Wat non mostrano attributi orribili o soprannaturali. In realtà appaiono del tutto normali, prive di zanne, aloni, occhi in più, ali o altre caratteristiche terribili e fantastiche.
Nessuna, infatti, appare come Sakti, la manifestazione femminile di un dio, a volte visto con la testa di animale, cinghiale, toro, cavallo o leone.

Né le donne di Angkor Wat sfoggiano collane o coppe fatte di teschi umani, oppure scheletri o armi tra i loro ornamenti.

Tutte le Devata di Angkor Wat sono in piedi in posa dignitosa con entrambi i piedi ben saldi a terra. Nessuna è seduta. Solo un paio assumono posizioni che possono essere associate alla danza.

Eppure, raffigurate in un tempio, le donne di Angkor Wat, sembrano condividere qualcosa di divino con le loro sorelle Yogini. Alcune mostrano posizioni delle mani (mudra) simili, gioielli e ornamenti associati con piante e fiori dalla natura. Come gli ammiratori hanno osservato per secoli spesso sono molto attraenti.

Le donne di Angkor Wat sembrano rappresentare solo un rapporto armonioso con la natura, mentre le Yogini indiane evocano maggiormente l'intera gamma della creazione, compresi gli aspetti violenti.

Forse c'è una connessione tra questi due gruppi di donne straordinarie, ma non è immediatamente evidente. Un buon punto di partenza è quello di esaminare i templi Yogini indiani, utilizzando l'esempio specifico delle Yogini Chaunsat di Bheraghat Jabalpur.


La pianta del tempio Yogini a Bheraghat mostra il chiostro circolare con le 84 nicchie e il Gauri Sankara centrale, tempio dedicato a Shiva.

I Templi Yogini

In India i bramini hanno a lungo ritenuto che Sangam, la confluenza di due fiumi, sia un luogo particolarmente sacro perché la commistione di due corsi d'acqua è considerata più efficace a lavare via i peccati.

Questo è il motivo per cui Bheraghat, dove si incontrano il Narbada e il Saraswati è un luogo di balneazione particolarmente santo.

Alto su una collina nei pressi della congiunzione dei due fiumi si trova il tempio circolare Yogini, il cui chiostro protegge il tempio di Gauri Sankara dedicato a Shiva.

La forma circolare è inusuale per i luoghi braminici, ma è la forma corretta per i templi dedicati alle Yogini Chaunsat (vale a dire 64 Yogini). Altri due templi Yogini di questa forma sono Hirapur e Ranipur-Jharial. Un quarto tempio yogini, Khajaraho, è oblungo. Tutti sono a cielo aperto.


Il tempio centrale Gauri Sankara a Bheraghat, foto di Raju-Indore.


Il santuario originario centrale fu eretto nel 1155 dC, il che lo rende contemporaneo ad Angkor Wat (1116-1150 dC). E' stato costruito dalla Regina Kalachuri Alhanadevi durante il regno del figlio Narasimhadeva.

Nel tempio compaiono solo due statue maschili.

Le statue del tempio Yogini Bheraghat 

Le statue nelle nicchie del chiostro di Bheraghat si mostrano in due posizioni: in piedi e sedute. Molte sono danneggiate e alcune sono scomparse del tutto. La maggior parte sono divinità a quattro braccia che, come hanno osservato gli antichi scrittori: "sono particolarmente notevoli per il formato del seno".

Le prime relazioni caratterizzano la maggior parte di queste immagini come "Yoginis o demoni femminili che servono Durga". Il tempio è, quindi, comunemente conosciuto come Yogini Chaunsat o "sessantaquattro Yogini".


Otto figure sono identificate come Ashta Sakti, o energie femminili degli dei. Tre sembrano personificare i fiumi. Tutte le figure sedute sono Yoginis, ognuna è molto ornata e fatta di arenaria grigia.

Quattro figure femminili danzanti (n. 39, 44, 60 e 78] sono fatte di pietra arenaria violacea e sono molto meno ornate. Uno (n. 44) si pensa sia la dea Kali. Le altre sembrano essere altre forme di questa divinità.

Shiva e Ganesh [n. 15 e 1] sono le uniche due figure maschili. 

Le statue di questo chiostro circolare possono essere divise in cinque gruppi distinti:
Saktis, comunemente nota come Ashta-Shakti - 8 statue
Fiumi: Gange, Jumna e Saraswati - 3
Dee danzanti: Kali, ecc - 4
Dei: Shiva e Ganesh - 2
Yoginis, o yogini chaunsat, (57 intatte, 7 perse)  -64
Totale: 81
Due ingressi [= 3 spazi] 3
Totale 84 nicchie


Le statue delle Yogini nel tempio Gauri Sankara a Bheraghat. 

Notate le notevoli dimensioni dei seni. 

Nell'immagine qui sotto la veduta frontale 
di una di queste 64 Yogini.


**************



Fonte: 
www.cultorweb.com

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

eventi ed esposizioni minorili


giovedì 3 agosto 2017

Italia: poveri triplicati in 10 anni, mentre l’economia crolla

Da “Bloomberg”, una foto impietosa della relazione tra crisi demografica e crisi economica italiana, basata sul rapporto Istat pubblicato di recente. «Dopo aver perso il 25% della produzione industriale nella crisi più profonda dalla Seconda Guerra Mondiale, con la disoccupazione ufficiale all’11% e la popolazione in povertà assoluta triplicata nell’ultimo decennio e arrivata a quasi 5 milioni di persone, non è difficile capire perché gli italiani facciano meno figli: fare un figlio significa diventare poveri», scrive “Voci dall’Estero”, riprendendo un articolo di “Bloomberg” firmato da Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano. La demografia è ormai il nuovo campo della lotta di classe nel nostro paese? «Gli italiani che vivono al di sotto del livello di povertà assoluta sono quasi triplicati nell’ultimo decennio, mentre il paese attraversava una doppia recessione di durata record». L’Istat ha appena dichiarato che i poveri assoluti, ovvero coloro che non sono in grado di acquistare un paniere di beni e servizi necessari, hanno raggiunto i 4,7 milioni l’anno scorso, dai quasi 1,7 milioni nel 2006. È il 7,9% della popolazione, e molti di questi poveri sono concentrati nelle regioni meridionali dell’Italia.
Italia più povera: gli italiani che non possono permettersi un livello accettabile di vita sono quasi triplicati dal 2006. Mentre il paese tra il 2008 e il 2013 attraversava la sua più profonda recessione, e quindi la più lunga dalla Seconda Guerra Mondiale, Un'anziana tra i rifiuti di un mercatopiù di un quarto della produzione industriale nazionale è stato spazzato via, ricorda “Bloomberg”. Nello stesso periodo, anche la disoccupazione è aumentata, con il tasso dei senza lavoro cresciuto fino al 13% nel 2014, partendo da un livello basso, del 5,7%, nel 2007. La disoccupazione era all’11,3% nell’ultima rilevazione di maggio. Pochi anni di Eurozona (drammatica contrazione della spesa, quindi del Pil, del lavoro e dei consumi, con esplosione della tassazione) sono bastati a mettere il ginocchio l’ex quarta-quinta potenza industriale del pianeta. Poi è arrivata anche l’emergenza demografica: «Per decenni l’Italia ha lottato con un basso tasso di fertilità: solo 1,35 bambini per donna rispetto a una media di 1,58 in tutta l’Unione Europea a 28 paesi nel 2015, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati comparabili», osserva “Bloomberg”.
«Il rapporto sulla povertà mostra che è inutile domandarsi per quale motivo ci siano meno neonati in Italia», dichiara Gigi De Palo, presidente del Forum delle Associazioni Familiari. «Fare un figlio significa diventare poveri, sembra che in Italia i bambini non siano visti come un bene comune». Il numero di poveri assoluti è aumentato l’anno scorso tra le classi sociali più giovani, raggiungendo il 10% nel gruppo di quelli tra i 18 e i 34 anni. Il rapporto Istat ha mostrato anche che tra i più anziani è sceso, arrivando al 3,8% nel gruppo degli ultra65enni. All’inizio di quest’anno, aggiunge “Bloomberg”, il Parlamento italiano ha approvato un nuovo strumento contro la povertà chiamato “reddito di inclusione”, che sostituisce le misure esistenti per il sostegno al reddito. Sarà utile a 400.000 famiglie, per un totale di 1,7 milioni di persone, secondo quanto riferisce “Il Sole 24 Una pensionata rovista nella spazzaturaOre” citando documenti parlamentari. Il programma quest’anno sarà finanziato con risorse per circa 2 miliardi di euro, che dovrebbero salire a quasi 2,2 miliardi di euro nel 2018, sempre secondo quanto riporta il “Sole”.
Anche l’incidenza della povertà relativa in Italia, calcolata sulla base della spesa media di consumo e che interessa un numero di persone più grande, è aumentata l’anno scorso, aggiunge “Bloomberg”. Secondo  il rapporto dell’Istat, gli individui poveri in termini relativi sono quasi 8,5 milioni, il 14% della popolazione, con una incidenza maggiore nelle famiglie con un numero maggiore di bambini e nei gruppi di età inferiore ai 34 anni. Sono gli effetti tangibili dell’efferata politica di rigore somministrata dalla Trojka Ue a partire dal 2011, con la destituzione di Berlusconi e l’imposizione del governo Monti, “disegnato” da Napolitano e sostenuto anche dal Pd di Bersani. Tagli al welfare, devastazione delle pensioni con la legge Fornero, licenziamenti in massa, crollo di migliaia di aziende. Il tutto con l’alibi dello spread e lo spauracchio del debito pubblico. Poi è arrivato Renzi, insieme ai 5 Stelle (all’opposizione), ma nessuno dei due soggetti ha affrontato il problema euro-Ue: la politica italiana oggi non offre nessuna soluzione a questa crisi, basata sul rigore di bilancio imposto da Bruxelles e regolarmente eseguito da tutti i ministri dell’economia, incluso Padoan.

fonte: http://www.libreidee.org/

magnifica


martedì 25 luglio 2017

quando i clandestini eravamo noi e la Romania non voleva gli italiani

La Storia ricorda e narra soltanto ciò che fa più comodo a chi ha il potere di raccontarla. Ecco uno dei tanti esempi, quello dell'emigrazione italiana verso la Romania, forse meno conosciuto di quello dell'emigrazione italiana verso gli Stati Uniti. Forse più taciuto...
Catherine


Il ministero dell’Interno nel 1942 cercò di fermare gli espatri a Bucarest dove i nostri connazionali erano malvisti. A Bombay chi aveva a che fare con la prostituzione veniva chiamato "italiano". Documenti di un'epoca nella quale a varcare le frontiere erano i poveri del nostro Paese, a volte criminali, spesso criminalizzati

di Stefania Parmeggiani

Quando i rumeni eravamo noi… E le cose andavano più o meno come oggi, solo a ruoli invertiti. Gli italiani andavano a Bucarest in cerca di fortuna, per lavorare come falegnami, nelle miniere o nelle fabbriche. Avevano un permesso di soggiorno in tasca, ma alla scadenza restavano oltre confine. Clandestini appunto. Come erano molti rumeni in Italia prima del loro ingresso nell’Unione Europea. Non graditi, come lo sono oggi che vengono guardati con rabbia e sospetto.

A metà del ‘900 non erano gli italiani a considerare i rumeni criminali, ma i rumeni a controllare le dogane per non essere invasi dagli italiani. I nostri connazionali creavano non pochi problemi: violenti, indisciplinati. La loro storia, fatta di stracci e pregiudizi, si è intrecciata con i tentativi italiani di evitare che gli indesiderabili lasciassero i confini nazionali e andassero a creare problemi alla dittatura amica del generale Ion Antonescu ...


Cancellati dalla memoria di un Paese, facile a rovesciare i pregiudizi su altri, i problemi dell’emigrazione italiana in Romania escono dalla polvere degli Archivi di Stato grazie alla mostra “Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra il XVI e XX secolo”. Oltre cento documenti, molti gli inediti. Tra questi una lettera con il timbro del ministero dell’Interno (Il documento.tif) inviata il 28 agosto 1942 a tutti i questori del Regno, al ministero degli Affari esteri, al Governo della Dalmazia, alla direzione di polizia di Zara e all’alto commissario di Lubiana. Diramava un ordine preciso: evitare che gli italiani espatriassero in Romania.

Carmine Senise, uno dei partecipanti alla congiura del 25 luglio, l’ uomo che propose di fare arrestare Mussolini a Villa Savoia, fu anche il capo della polizia che stigmatizzò il comportamento dei connazionali: “La legazione in Bucarest segnala che alcuni connazionali, giunti in Romania a titolo temporaneo, non lasciano il Paese alla scadenza del loro permesso di soggiorno provocando inconvenienti con le autorità di polizia romene anche per il contegno non sempre esemplare da loro tenuto e per l’attività non completamente chiara dai predetti svolta”. La situazione lo preoccupava non poco: “Stante il crescente afflusso di connazionali in Romania si dispone che le richieste di espatrio colà vengano vagliate con particolare severità per quanto riguarda in special modo la condotta morale o politica degli interessati ed i motivi addotti, inoltrando a questo Ministero, Ufficio Passaporti, soltanto quelle che rivestano carattere di assoluta e inderogabile necessità”.

D’altronde che tra gli emigrati non ci fossero solo lavoratori in cerca dell’America, ma anche avventurieri con pochi scrupoli è storia risaputa e testimoniata, in questa mostra, da altre missive, denunce e lamentele. La più antica è una lettera del console italiano in India che nel 1893 informava la madrepatria come a Bombay tutti coloro che sfruttavano la prostituzione venissero chiamati “italiani”. Un’associazione di idee non certo lusinghiera.

I nostri connazionali, come tutti gli emigranti, non rappresentavano solo un problema di sicurezza, ma anche una risorsa economica, tanto che Mussolini, come testimonia una delle circolari esposte, vietò l’espatrio alla manodopera specializzata. Potevano partire solo operai semplici, braccia che rischiavano di finire nel tritacarne dell’immigrazione clandestina. Che esisteva allora come oggi. La mostra documenta una serie di espatri irregolari avvenuti tra il 1925 e il 1973: gli italiani arrivavano in Francia e in Corsica, ma anche in altri paesi, con permessi turistici e poi si fermavano ben oltre la scadenza, altri entravano con in mano un visto di transito, ma non lasciavano il paese in cui erano solo di passaggio. Altri ancora ottenevano passaporti falsi o raggiungevano l’America tramite biglietti inviati, ufficialmente, da parenti e amici. In realtà, una volta dall’altra parte dell’Oceano, ad attenderli erano agrari che li costringevano a turni di lavoro massacranti perché ripagassero, senza stipendio, il costo di quel viaggio della speranza. Anche questo “racket”, documentato con materiale del 1908 (Ministero degli Esteri pag. 1/2/3.tif), contribuisce all’affresco di un’epoca, non troppo lontana, in cui i rumeni – criminalizzati, non graditi o sfruttati – eravamo noi.
(14 aprile 2009)

Fonte: parma.repubblica.it

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

partiti morti, 500 parlamentari (1 su 3) han cambiato casa

Oramai i “nostri” sono diventati specialisti inimitabili. Unici al mondo. Già da qualche anno i parlamentari italiani stavano scalando le classifiche internazionali del trasformismo, ma l’ultimo dato – reso noto da “Openpolis” – fissa un dato strabiliante. Inarrivabile. Dall’inizio della legislatura – era la primavera del 2013 – sino ad oggi i cambi di gruppo sono stati 502, circa 10 al mese: un valzer che ha coinvolto sino ad oggi 324 parlamentari, il 34% del totale. Un “turismo parlamentare” senza eguali nel mondo occidentale e che non trova riscontri nella storia italiana, sia nella stagione che diede il via al trasformismo nell’Ottocento, ma neppure durante la vituperata Prima Repubblica: in quell’epoca la transumanza da un gruppo parlamentare all’altro era un fenomeno pressoché sconosciuto. Fino a quando, nel 1994, curiosamente col sistema maggioritario, i numeri via via si sono ingrossati e nel corso di questa legislatura il “turismo parlamentare” è diventato fenomeno di massa: a memoria d’uomo mai era capitato in una democrazia matura che un parlamentare su tre cambiasse casacca.
Un fenomeno che sembra fatto apposta per essere oggetto di una generica indignazione contro i parlamentari “sporchi e cattivi” di questa ultima generazione. Ma il boom della transumanza parlamentare ha molte cause. Tanto per cominciare i Alfanopartiti non sono più quelli di una volta. Oramai ci mettono poco a sfarinarsi. Le forze politiche entrate in Parlamento ad inizio legislatura hanno subito diverse scomposizioni nell’arco di 4 anni. Il Pdl si è diviso tra la berlusconiana Forza Italia e l’alfaniana Alternativa Popolare, i parlamentari di Scelta Civica di Monti si sono sparpagliati, dando vita ad una frammentata diaspora e un processo simile ha coinvolto Sel di Vendola, Sinistra Italiana, “Possibile” di Pippo Civati. Continue secessioni hanno investito anche il Pd(con la nascita di Mdp) e Cinque Stelle, e soltanto Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno mantenuto la loro conformazione originale. Come documenta “Openpolis”, escludendo il gruppo misto, alla Camera solamente 4 gruppi su 11 sono diretta emanazione di quanto uscito dalle elezioni politiche del 2013: Pd, M5s, Lega e Fratelli d’ Italia. Risultato finale: nella legislatura dei governi Letta, Renzi e Gentiloni, i “trasmigranti” sono quasi raddoppiati rispetto alla precedente.
Ma l’autentico moltiplicatore del “turismo parlamentare” è un altro. Spiega il professor Gianfranco Pasquino, uno dei maestri della scienza politica italiana: «Per effetto di una legge elettorale che ha portato in Parlamento i “nominati”, i parlamentari non rappresentano più nessuno. Né gli elettori del collegio, né quelli che li sceglievano con le preferenze. Nessuno sa chi siano, ma non sappiamo neppure chi siano i loro elettori. Parlamentari svincolati da qualsiasi mandato, e dunque il loro movimento è in gran parte determinato dal calcolo: chi mi rinominerà? Un “movimento” che incide anche sul processo legislativo: quando Pasquinoi parlamentari si spostano, votano come vuole il loro nuovo “padrone” e anche per questo preferiscono il voto palese. In questo trasformismo non c’ è nulla di folcloristico. Solo calcoli, previsioni, aspettative. Per i “nominati” la parola giusta, ahimé, è schiavi».
Un’altra ragione del boom del trasformismo parlamentare la spiega un osservatore privilegiato come Pino Pisicchio, presidente del gruppo misto della Camera, eletto deputato per la prima volta nel 1987: «Il fenomeno è scoppiato con i partiti personali e con l’annullamento totale delle garanzie della democrazia interna: se il leader, che ha in mano la selezione delle nomine parlamentari, fa strame delle regole democratiche, che strumenti ha l’opposizione interna per contrastarlo e far valere le sue ragioni? Nessuno. E infatti l’unica via resta quella della scissione, della secessione, dell’uscita laterale». Il boom delle trasmigrazioni ha determinato fenomeni originalissimi. Come il continuo cambio dei nomi dei gruppi parlamentari. Gli “alfaniani” sono usciti dal Popolo delle Libertà il 18 novembre 2013 e decisero di chiamarsi “Nuovo Centrodestra”. Una definizione presto invecchiata per un partito che ha continuato a far parte di governi a guida Pd, e infatti nel dicembre del 2014 l’Ncd è diventato “Area Popolare” (Ncd-Udc).
Ma a dicembre del 2016 si slitta su “Area Popolare-Ncd-Centristi per l’Italia”, mentre a febbraio del 2017 si passa a “Area Popolare-Ncd-Centristi per l’Europa” e nel marzo dello stesso anno si approda ad “Alternativa Popolare-Centristi per l’Europa-Ncd”. Infinite scomposizioni hanno preso corpo al Senato. Esemplare il caso del gruppo “Grandi Autonomie e Libertà”, che per dare spazio alle sue tante componenti ha cambiato denominazione 14 volte. Ma una volta superato ogni record, fra qualche mese potrebbe maturare la novità: su iniziativa di Pisicchio, la presidente della Camera ha convocato la Giunta del Regolamento e in autunno potrebbe essere approvata una riforma dei regolamenti parlamentari, con tanto di disincentivi per le transumanze “facili”.
(Fabio Martini, “Volete la dimostrazione che i partiti sono morti”, articolo pubblicato da “La Stampa” e ripreso da “Dagospia” il 3 luglio 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/