lunedì 4 giugno 2018

il banchetto umano


I termini cannibale e cannibalismo derivano dalla parola canniba, riportata per primo da Cristoforo Colombo. Il termine era utilizzato dagli amerindi delle Piccole Antille per designare alcune popolazioni dedite all'antropofagia. Cristoforo Colombo, di ritorno da uno dei suoi viaggi nei Caraibi, utilizzò la parola canniba per indicare i costumi dei nativi delle terre che aveva visitato, gettando le basi per giustificare il massacro di quelle popolazioni da parte dei conquistadores. Grazie all'esploratore genovese, la parola cannibalismo è sinonimo della pratica di mangiare i proprio simili. Il termine antropofagia indica un organismo che si nutre di esseri umani. Cannibalismo è impiegato per indicare l'atto di mangiare membri della propria specie mentre antropofagia è sinonimo di cannibalismo umano. (Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Firenze, Edizioni Le Monnier, 1971). 


Cibarsi di carne umana non era prerogativa delle popolazioni indigene dei Caraibi poiché, nel corso del tempo, sono emersi reperti archeologici di ossa umane che sembrerebbero attestare il cannibalismo rituale ad un tempo prima del tempo. Non tutti gli studiosi convengono su questa ipotesi. Un caso celebre è quello dell'antropologoWilliam Arens che negò l'esistenza del cannibalismo, definendolo mito del quale mancano prove materiali concrete. (Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001). 
Per quanto si possa dare credito a William Arens, il cannibalismo è esistito ed esiste e si può distinguere in tre categorie: Alimentare, rituale e pseudo-cannibalismo. (Piero Angela ed Alberto Angela, La straordinaria storia dell'uomo, Milano, Mondadori editore, 1989)
Il cannibalismo alimentare avviene in casi di estrema necessità, quello rituale consiste preferibilmente nel mangiare parti del corpo umano considerate simboliche all'interno di un rito magico o religioso mentre l'ultima classificazione, ovvero pseudo-cannibalismo, attiene al culto dei morti che possono lasciare tracce di macellazione sui corpi. Alla luce delle recenti esternazioni di personaggi che non sono in grado di filtrare le informazioni corrette da quelle inventate, il nostro compito è quello di cercare di portare chiarezza sul tema del cannibalismo rituale, considerato un tabù difficile da affrontare. Il cannibalismo rituale è esistito sin dai primordi della storia umana ed i reperti archeologici confermano tale affermazione: la più antica testimonianza di tale comportamento risale a circa 800.000 anni fa ad opera di Homo antecessor. Le ossa ritrovate a Gran Dolina, in Spagna, presentavano tracce di macellazione, scorticamento, rimozione della carne, apertura della scatola cranica e delle ossa lunghe per l'asportazione del midollo. (Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001)
Altri resti di ossa umane con segni di macellazione, che fanno supporre atti di cannibalismo, sono state rinvenute in molte località europee, tra cui l'Uomo di Saccopastore in Italia. Queste risultanze archeologiche risalgono all'Homo neanderthalensis. Essendo tornate alla luce anche ossa umane con segni di macellazione del periodo dell'Homo Sapiens, alcuni scienziati hanno avanzato la tesi che la pratica del cannibalismo fosse comune prima del paleolitico superiore, ovvero quel periodo compreso tra 40.000 e 10.000 anni fa. (Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001). 


Il cannibalismo rituale scomparve con il progredire dell'umanità? 
Le risultanze archeologiche raccontano di popolazioni dedite a tale pratica, dagli Anasazi agli aborigeni australiani. Quando l'europeo iniziò il suo processo di colonizzazione del mondo entrò in contatto con popoli che avevano usanze, riti e consuetudini diverse da quelle prevalenti nel continente di provenienza. All'inizio dell'epoca coloniale divennero famosi i cosiddetti Niam Niam, parola che significa grandi mangiatori. Il nome Niam Niam, usato sin dal Medioevo nei testi arabi, identificò, nel tempo, varie popolazioni che si succedettero nel bacino del fiume Sue in Sudan. Tutti questi popoli erano noti per l'ostentazione dei loro riti cannibaleschi e per le violente azioni atte allo svolgimento di questi riti. (Giorgetti Filiberto, Il cannibalismo dei Niam Niam, da Africa: journal of the international african institute, num. 2, aprile 1957, Edinburgh university press)


Un caso importante riguarda la società segreta tradizionale degli uomini leopardo (Anyoto/Aniota). Gli adepti di queste società si identificarono misticamente con lo spirito del leopardo indossando costumi, maschere e ornamenti atti a riprodurne l'aspetto. In epoca coloniale, soprattutto nel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, queste società segrete del Congo Belga, della Nigeria e della Liberia, si trasformarono in organizzazione violente fondate sull'omicidio rituale. Gli adepti di queste sette furono incoraggiati all'antropofagia. (Cyrier Jeremy, Anioto: mise d'une patte sur la puissance. Hommes de léopard du Congo belge, Michigan, 1999). 
Atti di cannibalismo sono stati documentati anche nel periodo successivo all'epoca coloniale, soprattutto durante conflitti di natura etnica come le guerre civili del Congo, della Liberia, in Uganda e in Ruanda. 
Un fenomeno correlato, anche se sostanzialmente diverso, è l'utilizzo degli organi umani nei rituali di alcuni guaritori. Un esempio lo possiamo trovare in Tanzania, dove si attribuiscono poteri magici agli organi degli albini. 
Da un punto di vista storico e religioso, un caso molto interessante è quello legato alle terre di Nigeria, Benin, Togo e Sierra Leone. Per comprendere i passaggi successivi dobbiamo conoscere un vasto gruppo etnico-linguistico che conta oltre 40 milioni di persone sparsi tra le nazioni sopra citate, gli Yoruba. Nel periodo della tratta degli schiavi molti abitanti di queste regioni furono deportati nelle Americhe, dal Brasile a Cuba. Le persone portarono con se la pratica delle religioni animiste dei paesi di origine. Gli schiavisti, pena la morte, obbligarono coloro che avevano strappato con la forza alle proprie terre di non praticare culti diversi dal cristianesimo. Gli schiavi, non potendo rinunciare alla propria religione, nascosero il culto dei propri dei dietro l'iconografia cattolica. Nacque così la santeria, termine coniato dagli spagnoli per denigrare quella che a loro pareva una devozione eccessiva ai santi da parte degli schiavi. (Nicolas Kanellos, Handbook of hispanic cultures in the United States: anthropology, Arte Publico, 1994)


Il colonizzatore bianco, credendosi superiore allo schiavo africano, non comprese che la figura del santo altro non era che quella di un dio dell'antica religione africana. Gli Yoruba rimasti nelle terre natali? Con il trascorrere del tempo si convertirono, o furono forzatamente convertiti, al cristianesimo o all'Islam. Negli Stati Uniti gli Yoruba convertiti al cristianesimo sono noti per la loro rigorosità al nuovo credo. In Nigeria e Benin, una piccola parte della popolazione ancora ricorre ai culti tradizionali, rivolgendo le proprie attenzioni ai divinatori, noti come padri dei segreti. 


La letteratura e il cinema hanno creato una visione distorta di tutte le religioni animiste africane o centro-americane. Questo fatto si nota con particolare riguardo alla religione Vodu, Vudù. Il termine letteralmente significa spirito o divinità. Il moderno Vodu è la derivazione di una delle religioni più antiche del mondo, presente in alcune zone dell'Africa sin dagli inizi della civiltà umana. Il Vodu modernamente praticato è una sintesi delle varie espressioni spirituali africane e di alcuni elementi cattolici, un perfetto sincretismo nato nelle colonie tra il XVII e il XVIII secolo a seguito della deportazione forzata degli esseri umani dalle loro zone di origine. Nello stesso periodo di formazione della nuova religione come sintesi di altre, il cattolicesimo perseguitò alcuni aspetti del Vodu ritenuti vicini al satanismo, come i sacrifici animali, l'importanza ritualistica del sangue – dimenticando la transustanziazione ossia la conversione della sostanza del vino nella sostanza del sangue di Cristo – e l'utilizzo rituale di alcuni animali che per i cristiani rappresentavano il male – per esempio il serpente. 
In conclusione, il Vodu è un'antichissima religione che rifiuta la pratica dell'omicidio e del sacrificio umano rituale, come dichiarato recentemente dall'antropologo Giorgio Cingolani durante un'intervista al quotidiano il Resto del Carlino. 

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Dizionario della lingua italiana, Firenze, Edizioni Le Monnier, 197

Tim White, Quando eravamo cannibali, in American Scientific, num. 397, settembre 2001

Laurent Dubois, Vodu ad history in comperative studies in society & history, numero 43 del gennaio 2001 

Giorgetti Filiberto, Il cannibalismo dei Niam Niam, da Africa: journal of the international african institute, num. 2, aprile 1957, Edinburgh university press

Cyrier Jeremy, Anioto: mise d'une patte sur la puissance. Hommes de léopard du Congo belge, Michigan, 1999

Nicolas Kanellos, Handbook of hispanic cultures in the United States: anthropology, Arte Publico, 1994

Deren Maya, I cavalieri divini del Vudù, Il Saggiatore, 1997

Piero Angela ed Alberto Angela, La straordinaria storia dell'uomo, Milano, Mondadori editore, 1989

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

giovedì 31 maggio 2018

Stephen King, delitti rituali e magia

IT” è considerato il libro capolavoro di Stephen King. Un romanzo lunghissimo (circa 1300 pagine) che, come tutti i libri di questo scrittore, non è solo un libro del terrore (oserei dire che non lo è affatto) ma ci introduce nella quotidianità della provincia americana, facendocela assaporare come se la vivessimo noi stessi in prima persona.
Nella dedica iniziale che Stephen King fa alla moglie e ai figli, c’è una frase che è la chiave di interpretazione di tutto il suo straordinario libro: Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste.


Il romanzo è infatti la storia di sette ragazzi che combattono contro le forze del male nella cittadina di Derry; ma la storia è, in realtà, l’occasione per raccontare la realtà in cui viviamo, e per mostrare – a chi riesce a vederlo – il funzionamento di due aspetti molto importanti di questa realtà: il meccanismo operativo della magia, e il modo di agire delle forze esoteriche sulla realtà di tutti i giorni.
Chi ha letto questo romanzo, ha trovato in esso tutte le cose di cui abbiamo parlato e ampiamente trattato nel nostro sito in questi dieci anni: gli omicidi rituali, la pervicace volontà di chi indaga di non accertare la verità; il capro espiatorio, assolutamente improbabile, che viene accusato di una serie di delitti per tacitare l’opinione pubblica; la magia e il suo funzionamento; la lotta tra il bene e il male e le sue dinamiche.
Iniziamo dagli omicidi rituali. La cittadina di Derry è sconvolta da una serie di omicidi, tutti diversi l’uno dall’altro per tipologia, efferatezza, e modalità. Tuttavia, a un certo punto della storia, viene trovato un colpevole unico, che non ha le caratteristiche compatibili per quel tipo di delitti così eterogeneo. Eppure, dal momento che le forze dell’ordine e l’opinione pubblica non vedono l’ora di trovare un capro espiatorio, la versione di Henry Bowers che, tra l’altro si è autoaccusato dei delitti, viene accettata per vera senza neanche una verifica (pag. 709). Il meccanismo descritto dal romanzo è quello che abbiamo raccontato e sottolineato nelle vicende delle Bestie di Satana (che si autoaccusano di efferati delitti, con una versione dei fatti strampalata e incompatibile con lo stato di tempo e luogo della vicenda) e del Mostro di Firenze, ma anche nel caso Manson (anche qui si autoaccusano del delitto alcune ragazze strafatte di droga, con un QI intellettivo molto basso e forti problemi psichici).
Il romanzo è soprattutto una rappresentazione di come funziona la lotta tra bene e male. Il male è rappresentato come una forza insidiosa e silenziosa, che si insinua non in uno o più individui specifici, ma in una collettività. Il male, in pratica, sta nell’atteggiamento della gente, nel non voler vedere la realtà, nel tapparsi gli occhi davanti a verità scomode per il proprio quieto vivere. Per dirla con le parole di Fausto Carotenuto, i poteri oscuri non sono altro che la somma di tutti i nostri sentimenti negativi. Il male può essere sconfitto dall’amore, dall’amicizia (che, come dice qualcuno, è l’amore senza le sue ali) e dal coraggio di andare avanti sconfiggendo le proprie paure (nel romanzo, l’unico dei ragazzi che si lascia sopraffare dalla paura, infatti, si suicida; ucciso quindi non dal mostro che terrorizza la città, ma da lui stesso). “La gente di Derry aveva vissuto da sempre con Pennywise in tutte le sue molteplici manifestazioni; e forse, in qualche modo, era addirittura arrivata a comprenderlo, ad aver bisogno di lui, ad averlo in simpatia. Ad amarlo. Può darsi… si, persino quello può darsi” (pag. 533).
Più in generale, il mostro che terrorizza la città, assume diverse forme, una per ogni paura dei vari protagonisti; il male, cioè, assume di volta in volta proprio la forma più temuta dalla vittima. Da questo punto di vista il romanzo racconta il funzionamento della cosiddetta legge di attrazione e del potere che ha la nostra volontà di materializzare proprio ciò che temiamo di più e ciò che desideriamo.
“Credi di vedermi? – dice un giorno IT ad uno dei protagonisti – Tu in realtà vedi solo quello che ti concede la tua mente (pag. 1217)”.  E difatti, poche pagine prima, Bill pensa tra sé: “IT è solo la forma che ha preso a prestito dalle nostre menti. Sono quanto di più vicino le nostre menti sappiano accettare sulla vera essenza di IT (pag. 1212)”.
Il mostro, che alla fine viene sconfitto, esiste davvero. Ma la morale che se ne trae è che quel mostro viene alimentato dalle paure e dagli atteggiamenti degli abitanti del luogo; in poche parole, si potrebbe dire che il mostro, il male, siamo noi stessi.
“IT e il tempo erano in qualche modo intercambiabili; It aveva tutte le loro facce insieme con le mille con cui aveva terrorizzato e ucciso.. e l’idea che It poteva essere loro era la più devastante” (pag. 564).
“Stai cercando di dire che questo essere non è malvagio? Che è semplicemente parte dell’ordine naturale delle cose?” chiede Eddie a Mike.
E questo mostro – ecco una parte fondamentale nel messaggio del libro – viene sconfitto solo per mezzo della volontà e dell’immaginazione dei ragazzi. Eddie usa come arma il suo inalatore per l’asma; un apparecchio già innocuo di per sé contro un mostro del genere, ma reso ancora più innocuo dal fatto che lo stesso farmacista che lo aveva venduto sapeva che era solo un placebo, pieno in sostanza di acqua fresca e nient’altro. Ciò che rende potente l’arma utilizzata è solo la forza di volontàsprigionata dal protagonista nel momento della battaglia finale.
Ad esempio: “I proiettili d’argento avevano funzionato perché in sette avevano fuso insieme la loro convinzione sull’efficacia di quello strumento”.
Non a caso il gruppo che sconfigge il mostro è costituito da bambini, e poi verrà sconfitto di nuovo molti anni dopo, ad opera dello stesso gruppo ormai formato da adulti, che rinnovano la loro volontà di fanciulli; il chiaro messaggio dietro tutto questo, è che gli adulti non sono in grado, in genere, di vedere la realtà senza preconcetti e di utilizzare l’immaginazione e la volontà. Per utilizzarla, occorre tornare bambini, e forgiare una realtà diversa da quella che gli apparati del potere costituito hanno costruito per noi, come una sorta di ragnatela che ci avviluppa (non a caso IT appare come un gigantesco ragno, che tesse una specie di tela invisibile su una città, che è preda del mostro senza rendersene conto).
A un certo punto del libro compaiono anche le forze del bene, rappresentate da una tartaruga che esiste fin dall’inizio del tempi. La tartaruga non è stata scelta a caso da King, essendo fondamentale nella tradizione di molte religioni: in quella buddista è il simbolo del divino, in particolare dello scorrere lento del tempo, e si narra che il Buddha fosse una tartaruga in una delle sue incarnazioni precedenti. Nella mitologia induista è uno degli Avatar di Visnù; nella mitologia cinese è l’animale che sorregge il mondo; e per i nativi americani è la madre primordiale. Ma quando Bill, uno dei protagonisti, le chiede aiuto contro il mostro, supplicandola, ella risponde: “devi aiutarti da te figliolo… ci sono i tuoi amici” (pag. 1220).
Per quanto riguarda la magia, il libro non ne parla espressamente. Quindi non compaiono maghi, streghe, vampiri, o entità varie, e di per sé pare non parli affatto della magia pura. In realtà tutto il libro è il racconto di come operano le forze della natura sull’uomo (e la magia, come diceva Paracelso e come qualunque esoterista sa, altro non è che la conoscenza delle leggi della natura); ed è quindi il racconto di come immaginazione e volontà (le due componenti fondamentali della magia) possono modificare la realtà e plasmarla a piacimento.
Nel libro c’è addirittura la magia sessuale; uno dei fatti narrati nel romanzo, incomprensibili per chi non conosce la magia, ma che rappresenta un punto cruciale di tutto il racconto, è quando i ragazzi promettono solennemente, dopo aver sconfitto il mostro, che quando questo ritornerà loro si ritroveranno di nuovo tutti insieme a combatterlo, e suggellano questo patto con un rapporto sessuale con la protagonista femminile del romanzo, Beverly Marsch. Il rapporto sessuale, infatti, ha degli effetti magici, nel senso che (come abbiamo scritto nel nostro articolo “Sesso, magia sessuale, tantra e civiltà moderna”) lega le anime delle persone che si congiungono, rafforzandone la volontà, e creando un legame invisibile ma duraturo, che può essere indirizzato verso finalità specifiche, scelte da coloro che hanno il rapporto sessuale. Questo rapporto multiplo crea un legame tra tutti, una specie di promessa, che li porterà nuovamente a riunirsi per adempiere a quel patto.
“Conosco un sistema – rispose Beverly nell’oscurità – So come ridiventare tutti uniti. Perché se non saremo uniti, non usciremo vivi di qui. E’ una cosa che ci unirà per sempre e che serve a dimostrare che vi amo tutti e siete tutti miei amici” (pag. 1246).
Cos’è quindi che fa vincere i ragazzi contro il mostro? E’ “la loro forza unita, resa invincibile dalla forza di quell’Altro, ed era la forza del ricordo e del desiderio, e soprattutto era la forza dell’amore e di un’infanzia dimenticata” (pag. 1264).
Nel romanzo compare anche un’altra idea di fondo: quella che la nostra vita sia guidata da forze invisibili, di cui a stento percepiamo l’esistenza. Forze che solo pochi percepiscono, e che impongono di domandarsi quanto effettivamente l’uomo sia dotato del cosiddetto libero arbitrio: “C’è qualcosa che ci sta chiamando, qualcosa che ci sceglie uno ad uno. Niente di tutto questo è casuale.” Questo pensa Bill, uno dei protagonisti (pag. 421). E questa idea, da fa sfondo invisibile a tutto il racconto.
Il libro “IT” di Stephen King, quindi, considerato da tutti il suo capolavoro, è un romanzo, ma anche un libro sulla magia, sulla magia sessuale, sull’amore, sull’amicizia, sul potere, sul funzionamento della realtà e sul funzionamento delle energie dell’universo, e dunque sulla vita.
Per questo è un libro magico che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo, la maggior parte dei quali all’oscuro del reale significato del romanzo; ma attratti da esso da qualcosa… di magico, appunto.
Non un romanzo del terrore, quindi, ma un libro sulla magia e sulla realtà in cui viviamo.
Fonte tratta dal sito  .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/


venerdì 25 maggio 2018

il mondo del sogno e i sogni lucidi

Può capitare a volte che all'interno di un sogno ci si renda conto di stare sognando; non è un'esperienza comunissima ma nemmeno tanto rara, e può capitare a tutti almeno una volta nella vita. Si parla allora di sogno lucido.

Il primo in epoca moderna a fare un'indagine sui sogni lucidi sperimentandoli personalmente fu Marie Jean Léon Lecoq (Marchese di Hervey-Saint-Denys) che nel 1867 pubblicò anonimamente un voluminoso libro dal titolo “Les rêves et les moyens de les diriger; observations pratiques” (ovvero “I sogni ed i mezzi per dirigerli; osservazioni pratiche”). Potete approfondire la sua storia (e leggere alcuni consigli pratici su come indurre i sogni lucidi) consultando questo articolo.

Il termine sogno lucido (lucid dream) fu coniato da Frederik Van Eeden, psichiatra olandese (probabilmente dotato di una mentalità più aperta di quella dei suoi colleghi) che tenne un diario dei suoi sogni 1898 al 1912. Egli utilizzò l'aggettivo lucido proprio nel senso di chiarezza mentale. La lucidità, generalmente viene acquisita quando il sognatore si rende conto del suo trovarsi in una dimensione onirica, ben diversa dalla realtà, una realtà che spesso si può piegare ai desideri del sognatore, che arriva così a controllare i propri sogni (lucidi). Ma attenzione, la lucidità del sogno (ovvero la coscienza di stare sognando) non implica un totale controllo del proprio sogno lucido , nè un totale controllo del proprio sogno implica necessariamente di essere pienamente coscienti di stare sognando...

La possibilità della presa di coscienza all'interno del sogno non è certo una scoperta moderna, ma fa parte della tradizione sciamanica come della tradizione buddista; più in generale la dimensione del sogno è importantissima per tutte le culture native (indiani d'America, aborigeni australiani, società tribali africane ...) all'interno delle quali il sogno è considerato un mezzo per raggiungere un'altra dimensione, per avere accesso a facoltà extrasensoriali, per incontrare entità animiche, comunicare con gli spiriti degli antenati, ricevere messaggi da persone lontane, accedere a dimensioni parallele alla nostra realtà e che con essa interferiscono (vedi ad esempio i diversi libri scritti da Carlos Castaneda, ed in particolare il libro L'arte di sognare).

In Amazzonia vive la tribù degli indios Huaorani, i quali da tempo immemorabile si svegliano prima dell'alba per il rituale della condivisione dei sogni: ognuno di loro comunica i propri sogni al resto della tribù. Gli Huaorani infatti, così come gli Achuar, pensano che il sogno non appartenga al singolo sognatore ma alla collettività tribale; essi ritengono che il sogno porti messaggi relativi al futuro (pronostici e indicazioni) e che li metta in comunicazione con gli antenati e con resto dell'universo. Essi ritengono addirittura che la dimensione onirica corrisponda alla realtà, mentre considerano una sorta di menzognera illusione ciò viene sperimentato durante lo stato di veglia (1).

Per quanto mi riguarda posso confermare con la mia esperienza non solo l'esistenza di sogni premonitori, ma persino l'esistenza di una comunicazione interpersonale che ha luogo per mezzo del sogno. Nella mia piccola tribù familiare, già ricca di comunicazioni telepatiche e sincronicità, è fin troppo frequente il verificarsi di sogni comuni a due persone. Si va dai sogni molto simili, ai sogni in cui coincide uno dei particolari più importanti, ai sogni contemporanei sullo stesso soggetto. In particolare è accaduto nel giro di un mese che mia figlia nel sonno si mettesse a parlare, la prima volta intervenendo a proposito del sogno che in quel momento stavo facendo io, la seconda volta intervenendo a proposito del sogno che in quel momento stava facendo mia moglie [i soliti ridicoli detrattori o gli increduli incalliti sono pregati di leggere i link precedenti nonchè questo dossier prima di mettersi a ridere].

Nel frattempo esperimenti scientifici controllati hanno mostrato che si può trasmettere un'immagine ad una persona che sogna in modo tale che egli la incorpori nel proprio sogno (vedi questo link in inglese).

Difficile quindi non pensare che, come ritengono gli indios succitati, ci sia una realtà più profonda soggiacente a quella del mondo fisico, e della quale il mondo fisico percepibile coi 5 sensi potrebbe anche essere una mera manifestazione. Per altro le più moderne ricerche della fisica quantistica e gli studi sul campo di punto zero (vedi in particolare la teoria dell'ordine implicato di David Bohm) puntano in una direzione molto simile e mostrano che ciò che chiamiamo materia non è altro che un pacchetto di energia vibrante.

A proposito di buddismo e sogni lucidi riporto quanto segue da un articolo sul blog spiritusardo :

Nel Buddhismo tibetano c'è un tipo di letteratura chiamata milamgyi terdzod, letteralmente "tesori dei sogni". Secondo la tradizione tibetana dello Dzogchen, la chiave del lavoro sul sogno è lo sviluppo di una maggiore consapevolezza nello stato onirico (...) Questi versi buddhisti danno una idea di ciò:

Quando albeggia lo stato del sogno,
non giacere nell'ignoranza come un cadavere.
Entra nella sfera naturale della stabile presenza.
Riconosci i sogni e trasforma l'illusione in luminosità.
Non dormire come un animale. 
Pratica in modo da unificare il sonno e la realtà.

Al momento ho una scarsa esperienza di sogni lucidi, ma sto studiando la questione e sto cercando di approfondire le tecniche che permettono di ottenerli, grazie anche alla lettura del libro Sogni lucidi di Mark McElroy (Macro Edizioni, Diegaro di Cesena, 2009). La prima cosa che ho potuto sperimentare con assoluta certezza è che focalizzando l'attenzione sui sogni (per cercare di ricordarli il più possibile e possibilmente trascriverne il contenuto su un diario) si ottiene in pochi giorni una maggiore coscienza di quello che si sogna e i sogni vengono più frequentemente ricordati (questo è per altro un prerequisito essenziale per qualsiasi ulteriore esplorazione nel campo dei sogni lucidi).

L'acquisizione della consapevolezza di stare sognando è indotta dall'aver notato qualcosa di irreale, come orologi che segnano orari continuamente cangianti, scritte su libri, giornali o manifesti che anch'esse cambiano nel tempo o risultano illeggibili, l'incontro con persone già morte da tempo o molto più giovani di quanto siano in realtà, la propria capacità di volare come un uccello. Un'attenta analisi dei resoconti trascritti dei propri sogni può aiutare a scoprire quali possano essere gli ulteriori segnali di irrealtà che si presentano con maggiore frequenza nei propri sogni. Può capitare a volte, però, che a volte la lucidità all'interno di un sogno, ovvero la coscienza di stare sognando, la si acquisti improvvisamente senza l'osservazione di simili segnali.

Da quanto detto prima deriva una semplice quanto curiosa tecnica per imparare ad acquisire la lucidità nel sogno, quella di controllare ripetutamente se nella dimensione della veglia certe stranezze si notino. Occorre quindi imparare a modificare le proprie abitudini incorporando nel proprio tran-tran quotidiano semplici osservazioni di testi, scritte, libri, manifesti, orologi ... per verificare che tutto sia (o non sia) corrispondente alla realtà quotidiana. Una volta acquisita questa abitudine sarà facile che essa si ripresenti anche nel sogno e quando nel sogno il controllo porterà a notare l'irrealtà della situazione automaticamente ci si ritroverà in una condizione di sogno lucido.

Una guida più completa che spiega come indurre sogni lucidi trovare a questo articolo della guida di supereva, e qualche altro trucco lo potete scoprire partendo dai link presenti su questa pagina.

Presso lo stesso sito potete trovare anche molte altre informazioni sui sogni e sogni lucidi; lo sapevate ad esempio che si esistono tecniche per indurre sogni di un determinato tipo? Ad esempio per esempio si può aumentare la frequenza di sogni di volo, non necessariamente lucidi.

Se vi interessa esiste sul web anche un forum sui sogni lucidi su un sito ad essi dedicato ove trovate pure una chat sui sogni lucidi.

Molto interessanti e complete sono le FAQ del sito lucidity.com che potete leggere tradotte in italiano. Il sito lucidity.com è stato creato da Stephen LaBerge, il primo a dimostrare sperimentalmente l’esistenza del fenomeno dei sogni coscienti e a studiarli con metodo scientifico. La Berge si è laureato in matematica, ma ha poi studiato chimica, psicofarmacologia, psicofisiologia, fino a diventare professore associato del Dipartimento di Psicologia della Stanford University. Egli ha utilizzato i sogni lucidi per studiare le relazioni mente-corpo e ha dimostrato le notevoli potenzialità di tali sogni per risolvere problematiche psicologiche e psico-somatiche.

LaBerge in passato ha anche costruito degli apparecchi per indurre i sogni lucidi (DreamLight), anche se poi ha abbandonato la tecnologia per concentrarsi su tecniche di altro genere.

In italiano potete leggere il suo libro Sogni Coscienti (ed Armenia) e sul web potete leggere una sua intervista.

Fonte: scienzamarcia.blogspot.it

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

venerdì 18 maggio 2018

la storia, "uno scandalo che dura da diecimila anni"

Col presente libro, io, nata in un punto di orrore definitivo (ossia nel nostro Secolo Ventesimo), ho voluto lasciare una testimonianza documentata della mia esperienza diretta, la Seconda Guerra Mondiale, esponendola come un campione estremo e sanguinoso dell’intero corpo storico millenario. Eccovi dunque la Storia, così come è fatta e come noi stessi abbiamo contribuito a farla.

Elsa Morante


"La donna, di professione maestra elementare, si chiamava Ida Ramundo vedova Mancuso. Veramente, secondo l'intenzione dei suoi genitori, il suo primo nome doveva essere Aida. Ma, per un errore dell'impiegato, era stata iscritta all’anagrafe come Ida, detta Iduzza dal padre calabrese. Di età, aveva trentasette anni compiuti, e davvero non cercava di sembrare meno anziana. Il suo corpo piuttosto denutrito, e informe nella struttura, dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata, era coperto alla meglio di un cappottino marrone da vecchia, con un collettino di pelliccia assai consunto, e una fodera grigiastra che mostrava gli orli stracciati fuori dalle maniche. Portava anche un cappello, fissato con un paio di spilloncini da merceria, e provvisto di un piccolo velo nero di antica vedovanza; e, oltre che dal velo, il suo stato civile di signora era comprovato dalla fede nuziale (d'acciaio, al posto di quella d’oro già offerta alla patria per l'impresa abissina) sulla sua mano sinistra. I suoi ricci crespi e nerissimi incominciavano ad incanutire; ma l'età aveva lasciato stranamente incolume la sua faccia tonda, dalle labbra sporgenti, che pareva la faccia di una bambina sciupatella. E difatti, Ida era rimasta, nel fondo, una bambina, perché la sua precipua relazione col mondo era sempre stata e rimaneva (consapevole o no) una soggezione spaurita. I soli a non farle paura, in realtà, erano stati suo padre, suo marito, e più tardi, forse, i suoi scolaretti. Tutto il resto del mondo era un'insicurezza minatoria per lei, che senza saperlo era fissa con la sua radice in chi sa quale preistoria tribale, E nei suoi grandi occhi a mandorla scuri c'era una (dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava a una precognizione). Precognizione, invero, non è la parola più adatta, perché la conoscenza ne era esclusa. Piuttosto, la stranezza di quegli occhi ricordava l'idiozia misteriosa degli animali, i quali non con la mente, ma con un senso dei loro corpi vulnerabili, «sanno» il passato e il fu turo di ogni destino, Chiamerei quel senso - che in loro è comune, e confuso negli altri sensi corporei - il senso del sacro: intendendosi, da loro, per sacro, il potere universale che può mangiarli e annientarli, per la loro colpa di essere nati".


la storia, come Ida, è una specie di destino già scritto, denutrito, e informe nella struttura, povero, misero, lacero, passivo, governato da istinti animaleschi (e nel libro gli animali sono onnipresenti, a tratti più vivi degli uomini), soggiogato ai poteri forti e dominanti, stracciato da violenze insensate, guidato da barbarie profondissime e incurabili, senza conoscenza, solo precorrenza.
Ida, ne La Storia di lsa Morante, è la storia.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

giovedì 10 maggio 2018

il telefono è in ascolto: sa dove sei, chi incontri e cosa dici

Sono negli Usa. Compro un pacchetto di sigari e pago con carta di credito. Arrivo a casa, apro il pc per iniziare il lavoro quotidiano e mi compare una pubblicità di sigari. Pochi giorni fa vado nel bar di un mio amico che aveva messo in vendita su Internet una cucina da ristorante; mi racconta la sua avventura per vendere queste apparecchiature. Torno a casa, apro il cellulare, e mi compaiono annunci di vendita di cucine da ristorante. Quello che mi ha sorpreso è la rapidità con cui il dato che io avevo fornito col mio acquisto (sigari) è stato elaborato per mandarmi una pubblicità mirata. Il tempo trascorso dall’acquisto all’apertura del pc, infatti, era di circa trenta minuti. Un tempo poco superiore è trascorso nell’intervallo in cui ero a casa del mio amico e il momento in cui mi è comparsa la pubblicità delle cucine. Ora, premetto che pur essendo un complottista convinto, non sono affatto preoccupato che venga tracciato tutto ciò che faccio, vendo, compro, ecc. Quando certi strumenti saranno ancora più invasivi, sarà forse la volta buona che inizieremo a lasciare sempre più spesso a casa i cellulari e solleveremo sempre più lo sguardo dagli schermi dei nostri apparecchi elettronici, per volgerlo all’ambiente attorno a noi o al cielo. Le domande che mi faccio sono due, e di altro tipo.
Innanzitutto a me pare che l’analisi dei dati che vengono immagazzinati per dare pubblicità sia sempre più sofisticata e vada molto al di là di quello che ci raccontano. Ci viene detto, infatti, che Google usa decine di indicatori per mandare pubblicitàSmartphonemirate, comprese il luogo in cui siamo. E fin qui ok, lo si può intuire anche dal fatto che ormai quasi tutti i siti ti chiedono “la tua posizione”, quando addirittura non la individuano in automatico. Mi accorgo infatti che se apro il pc in Francia, immediatamente mi compaiono pubblicità in francese; in Usa mi compaiono pubblicità in inglese, e così via. Se faccio una ricerca su Amazon compare in automatico “luogo di spedizione”, seguito dalla nazione in cui mi trovo. A me pare invece che emerga un controllo molto più permeante e globale, che comprende l’analisi immediata e incrociata di tutti i dati possibili, compresi gli acquisti fatti con carta di credito e il luogo specifico in cui ci troviamo (casa, supermercato, indirizzo di un amico, ecc.). Non si tratta, cioè, di un banale (si fa per dire) incrocio di dati, per rilevare la propensione al consumo degli utenti, ma di qualcosa di molto più specifico e permeante.
Leggendo gli esempi che pubblichiamo alla fine dell’articolo, si può intuire che questo tipo di controllo comprende anche le cose che vengono dette a voce, e le attività effettuate nel quotidiano che vengono registrate in molti modi. Allora la domanda che mi pongo è: dal momento che esistono da tempo sistemi per monitorare tramite cellulare o pc gli stati d’animo e le emozioni di chi accede alla rete, tali sistemi sono già attivi sui nostri apparecchi elettronici? E in che misura? Il caso Cambridge Analytica ha fatto emergere un fenomeno molto più importante e grave della semplice raccolta di dati per fini politici (cosa di cui nessuno dubitava): è emerso che con i dati in possesso delle società di analisi si può accedere non solo alle caratteristiche, ai gusti, e alle tendenze dei fruitori della Rete, ma anche ai dati che si vorrebbero tenere nascosti (ad esempio si può capire se una persona è sessualmente impotente, se ha la tendenza al tradimento o meno, e ad altri dati che, in teoria, non Paolo Franceschettisono così evidenti). Detto in altre parole, da Internet si può capire non solo ciò che scriviamo di noi, ma anche ciò che non scriviamo.
Uno dei motivi per cui sulla maggior parte dei cellulari oggi in circolazione non si può togliere la batteria (una cosa assurda, dal punto di vista commerciale, logico, e pratico) è che rimaniamo connessi (quindi rintracciabili e individuabili) anche quando abbiamo il cellulare spento. Se tutto questo è vero, sorge spontanea un’altra domanda: perché non si utilizzano queste informazioni per la prevenzione alle varie forme di criminalità? Perché non le si utilizzano per fare indagini sempre più sofisticate sui crimini commessi? Il sospetto è che, dato il funzionamento della società, essi vengano utilizzati per commetterli, non per prevenirli o difendersi da esso. Mentre la creazione del diritto alla privacy, come abbiamo sottolineato in un altro articolo, è solo l’ennesima presa in giro di un sistema che fa finta di tutelare i cittadini, e poi usa tali strumenti per diminuirne i diritti anziché aumentarli. Di seguito posto quanto raccontato da persone che conosco. Da notare che cose simili erano capitate anche a me, ma le attribuivo alle cosiddette “coincidenze significative” di Jung. Invece era semplice tecnologia.
SG. “Sto cercando una casa in affitto in Appennino e sabato appunto sono andata a fare un giro in una frazione di un paesino che non conoscevo ma che mi avevano detto essere bella. Mi sono fermata nell’unica trattoria della zona e ho chiesto se conoscevano un signore di cui mi avevano dato solo il soprannome dicendomi che affittava una casa molto carina. Quindi mi fermo a parlare con due o tre persone locali e ottengo il num di tel di questo signore. Bene, il giorno dopo, cioè ieri, sulla mia bacheca Fb mi si aprono come al solito le finestrine: persone che potresti conoscere” e tra di loro chi era il primo? Uno di quei tipi con cui ho parlato neanche 5 min in quella trattoria con cui non ci siamo nemmeno presentati e non ci siamo scambiati nessun numero o dato!!! Come mai succede questo?? Hanno rilevato la posizione?? Scusate l’ignoranza ma a me ha fatto un po’ impressione!!!”.
MG: “Mi è capitato solo di scrivere il nome di una marca su Messenger, parlando con un’amica e mi sono ritrovata pubblicità di quella marca su Fb e Google…”.
VN: “Una ragazza leggeva la storia del “piccolo principe” a suo nipote. Non aveva cercato nulla a riguardo online, e nemmeno su Google. Solo con la voce, e leggendo, raccontava il “piccolo principe”. Ebbene, dopo qualche giorno, le appare su Fb un’inserzione pubblicitaria che sponsorizzava gadget e agendine del suddetto racconto. Non si tratta solo di ricerche che noi stessi facciamo online, ma anche dei microfoni e delle fotocamere dei nostri cellulari super tecnologici”.
(Paolo Franceschetti, “La pubblicità e il controllo nell’era di Internet”, dal blog “Petali di Loto” del 26 marzo 2018).

fonte: http://www.libreidee.org/

sabato 5 maggio 2018

gli antichi strumenti trovati in India minano l'ipotesi "fuori dall'Africa"


Una prova di 385.000 anni fa dimostrerebbe molti precedenti incontri tra ominidi africani e indiani.

di Annalee Newitz
Traduzione: Tycho

Immagine a sinistra: La stella rossa indica la posizione di Attirampakkam su questa mappa. Anticamente si trovava vicino al bacino alluvionale di un ruscello. I primi umani iniziarono a venire qui quasi 400.000 anni fa per fabbricare utensili dalle rocce di quarzite portate dalla corrente alla zona.

Gli scienziati hanno reso nota una straordinaria nuova analisi di migliaia di strumenti di pietra trovati in un sito chiamato Attirampakkam in India, a nord-ovest di Chennai, nel Tamil Nadu. Grazie alle nuove tecniche di datazione, un team guidato dall'archeologo Shanti Pappu ha stabilito che la maggior parte degli strumenti ha un'età compresa tra 385.000 e 172.000 anni. 

Ciò che rende queste date degne di nota è che hanno ribaltato l'idea che in India la fabbricazione di utensili è stata trasformata a seguito dell'afflusso di Homo sapiens moderni provenienti dall'Africa a partire da circa 130.000 anni fa ...


Secondo questi risultati, gli ominidi in India stavano fabbricando strumenti che assomigliavano molto a quelli fabbricati in Africa quasi 250.000 anni prima di incontrare gli umani moderni. 

Questa è un'altra prova che il processo "fuori dall'Africa" ​​è stato molto più complesso e articolato di quanto si pensasse in precedenza.



Gli scienziati hanno accuratamente datato gli strati del sito,

creati dai sedimenti di inondazioni regolari.


Pappu ha lavorato per il Sharma Center for Heritage Education di Chennai con un team di geologi e fisici per datare gli strumenti. Hanno usato una tecnica chiamata "luminescenza post infrarossi a stimolazione infrarossa", che misura quanto tempo fa i minerali fossero esposti alla luce o al calore. In sostanza, consente agli scienziati di determinare quanto tempo fa uno strumento è stato sepolto e nascosto dal calore del sole, e utilizza quell'informazione come proxy per l'età dello strumento.

Nell'articolo apparso su Nature, il gruppo spiega che il sito di Attirampakkam è l'ideale per questo tipo di datazione, perché è stato regolarmente allagato da un ruscello vicino, il che significa che gli strumenti scartati sono stati rapidamente coperti dai sedimenti nell'acqua. Quelle inondazioni regolari hanno lasciato una pila relativamente ordinata di strati di detriti, ognuno dei quali poteva essere datato.

Con loro sorpresa, Pappu ed i suoi colleghi hanno scoperto che questa regione - una volta un litorale ombreggiato dagli alberi, ideale per un accampamento a lungo termine - era stata occupata dai primi umani per centinaia di migliaia di anni. In parte perché il fiume trasportava grandi quantità di rocce di quarzite e ciottoli nell'area. Il quarzo era la pietra preferita per gli utensili, ed è ovvio che questo posto fosse un laboratorio. Accanto a asce, coltelli, punte a proiettile e raschietti, il team ha trovato strumenti semilavorati e scaglie scartate create scavando una roccia per fare una lama.

La cassetta degli attrezzi del Paleolitico medio

Ma qui è dove la storia diventa strana. Gli ominidi che costruivano utensili ad Attirampakkam producevano un'ampia varietà di oggetti, alcuni dei quali somigliavano molto allo stile del Paleolitico medio emerso in Africa circa 300.000 anni fa. )

Il Paleolitico medio segna un cambiamento culturale quando gli esseri umani hanno iniziato a creare strumenti più piccoli e più complicati, spesso richiedendo ai creatori di utensili di modellare le loro pietre in un processo a più stadi. Prima del Paleolitico medio, gli ominidi creavano strumenti bifaccia, o semplici asce pesanti a forma di lacrima.

A sinistra: alcune delle migliaia di strumenti e parti di utensili trovate ad Attirampakkam. Si noti che esiste un mix di strumenti bifaccia più antichi e sofisticati strumenti del Paleolitico medio (Levallois).
Questo è un tipico mix e non rappresenta due gruppi diversi.

Un'ipotesi tradizionale "fuori dall'Africa" ​​sostiene che i primi umani in India erano essenzialmente bloccati nell'età del bifacciale, facendo i loro assi elementari fino a che il moderno Homo sapiens si diffuse nel subcontinente circa 130.000 anni fa e portò a tutti le meraviglie degli strumenti del Paleolitico medio. Ma Pappu e il suo team hanno trovato un mix di bifacciali e strumenti del Paleolitico medio ad Attirampakkam. In qualche modo, gli ominidi africani e indiani stavano sviluppando le stesse abilità di fabbricazione di attrezzi all'incirca nello stesso periodo.

Questo cambia la nostra comprensione dello sviluppo umano e dei modelli di migrazione antica. 

Non c'è dubbio che un numero enorme di umani moderni è uscito dall'Africa circa 100.000 anni fa. Ma non erano necessariamente così importanti per lo sviluppo culturale globale come potremmo pensare.

È possibile che gli ominidi africani abbiano iniziato a viaggiare in India quasi 400.000 anni fa, portando con loro nuove idee sulle tecnologie degli strumenti. Pappu ed i suoi colleghi sottolineano nel loro articolo che il sito di Attirampakkam era attivo durante almeno due periodi in cui il clima avrebbe consentito un facile attraversamento dall'Africa all'Eurasia, attraverso una giungla transcontinentale ricca di cibo e altre risorse. Naturalmente, è anche possibile che gli strumenti del Paleolitico medio in Attirampakkam siano un esempio di evoluzione convergente, in cui due culture separate hanno sviluppato le stesse innovazioni all'incirca nello stesso periodo.

Quali umani?

Non abbiamo ancora prove sufficienti per dire quale ipotesi sia più probabile, ma la ricerca di Pappu è ancora un altro indizio del fatto che la moderna cultura dell'Homo sapiens si stava evolvendo al di fuori dell'Africa e al suo interno.

Inoltre, qui dobbiamo usare attentamente la designazione "Homo sapiens". Pappu e il suo team annotano nel loro articolo che solo un fossile umano arcaico, il cranio di Narmada, è mai stato scoperto in India. Ciò lascia molte lacune nel storia.

Immagine: Questi sono di un periodo successivo. Gli strumenti del Paleolitico medio sono spesso più piccoli e richiedono più passaggi da fare rispetto alle bifacciali. Sulla base di queste nuove prove, possiamo vedere che gli strumenti del Paleolitico medio (Levallois) diventano popolari in Africa e in India all'incirca nello stesso periodo, tra 300 e 200.000 anni fa.

Attirampakkam è disseminato dei risultati della produttività umana, ma non ci sono fossili che ci dicano chi fossero questi umani. Un antenato precoce, come l'Homo erectus o l'umano Narmada? Forse Neanderthal o Denisoviani, che stavano vagando per l'Eurasia in quel momento? Qualche ibrido che dobbiamo ancora scoprire?

Indipendentemente da chi fossero questi primi umani, è certo che erano già impegnati nella moderna produzione di utensili prima che l'Homo sapiens arrivasse dall'Africa. La cosa affascinante del sito di Attirampakkam è che le prove suggeriscono che le persone potrebbero aver iniziato a migrare in massa nello stesso periodo in cui lo facevano gli africani. Negli strati più recenti del sito, gli strumenti diventano sparsi. Gli umani venivano in questo posto sempre meno spesso. Le persone di Attirampakkam potrebbero essere fuggite dalle fluttuazioni climatiche causate dall'eruzione di Toba 70.000 anni fa, o potrebbero aver risposto ad altri cambiamenti.

Pappu ed i suoi colleghi scrivono che, in definitiva, i resti di Attirampakkam non sono solo una testimonianza dell'innovazione umana. Sono anche un segno di "placemaking", un cambiamento cognitivo che ha portato gli umani a tornare nello stesso luogo, generazione dopo generazione. Stiamo assistendo all'emergere della memoria collettiva e della conoscenza storica accanto allo sviluppo di sofisticati strumenti di pietra.

Articolo originale: Qui
Articolo pubblicato su Nature: Qui

Fonte: tycho1x4x9.blogspot.it

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

venerdì 27 aprile 2018

Veneziani: vi presento l’altro Pertini, iracondo e stalinista

Ah, Sandro Pertini, il presidente della repubblica più amato dagli italiani. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il presidente-partigiano che esce dal protocollo. L’Impertinente. Il Puro. A quarant’anni dalla sua elezione al Quirinale, in un diluvio celebrativo, uscirà domani al cinema un film agiografico su di lui. Noi vorremmo integrare il santino raccontando l’altro Pertini. Alla morte di Stalin nel ’53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell’“Avanti!” e all’epoca capogruppo socialista, celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa disse su l’“Avanti!”: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace. […] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura… Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Quell’elogio, mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin, non fa onore a un combattente della libertà e dei diritti dei popoli.
Da presidente della Repubblica il compagno Pertini concesse appena fu eletto, la grazia al boia di Porzus, l’ex partigiano comunista Mario Toffanin, detto “Giacca”, nonostante questi non si fosse mai pentito dei suoi crimini per i quali era stato Sandro Pertinicondannato all’ergastolo. Toffanin fu responsabile del massacro di Porzus, febbraio 1945: a causa di una falsa accusa di spionaggio, furono fucilati ben 17 partigiani cattolici e socialisti (la “Brigata Osoppo”), da parte di partigiani comunisti (Gap). Tra loro fu trucidato il fratello di Pasolini, Guido. Dopo la grazia di Pertini a Toffanin lo Stato italiano concesse al criminale non pentito pure la pensione che godette per vent’anni, insieme ad altri 30mila sloveni e croati “premiati” dallo Stato italiano per le loro persecuzioni antitaliane. Pertini partecipò poi commosso al funerale del presidente jugoslavo Tito (1980), il primo responsabile delle foibe, baciando quella bandiera che destava terribili ricordi negli esuli istriani, giuliani e dalmati.
Pertini fu uno spietato capo partigiano. Il suo nome ricorre in molte vicende. Per esempio, quella della coppia di attori Valenti-Ferida. Luisa Ferida aveva 31 anni ed era incinta di un bambino quando fu uccisa dai partigiani all’Ippodromo di San Siro a Milano assieme a Osvaldo Valenti, il 30 aprile 1945, accusati di collaborazionismo, per aver frequentato la famigerata Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch. L’accusa si dimostrò infondata al vaglio di prove e testimonianze; lo stesso Vero Marozin, capo della brigata partigiana che eseguì la loro condanna a morte, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente». I due attori, infatti, pagarono la loro vita tra lussi e cocaina ma non avevano responsabilità penali o politiche tali da giustificarne la fucilazione per collaborazionismo. Nelle dichiarazioni rese da Marozin in sede processuale Pertini fu indicato come colui che aveva dato l’ordine di ucciderli: «Quel giorno – 30 aprile 1945 – Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: “Fucilali, e non perdere Osvaldo Valenti e Luisa Feridatempo!”». Si veda al proposito “Odissea Partigiana” di Vero Marozin (1966) “Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, Ascesa e caduta di due stelle del cinema” di Odoardo Reggiani (Spirali, 2001).
«Pertini si era rifiutato di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva elaborato durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che avrebbero potuto scagionare i due attori da ogni accusa. La casa milanese di Valenti e della Ferida venne svaligiata pochi giorni dopo la loro uccisione. Fu rubato un autentico tesoro (cani di razza inclusi) di cui si perse ogni traccia». È famoso l’episodio accaduto all’arcivescovado di Milano nel ’45, quando Pertini incrociò sulle scale Mussolini, reduce da un colloquio col cardinale Schuster. Pertini disse poi di non averlo riconosciuto, «altrimenti lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella». Poi aggiunse: «Come un cane tignoso». Pertini sosteneva la necessità di uccidere Mussolini, non arrestarlo: se si fosse salvato, disse, magari sarebbe stato eletto pure in Parlamento. Delle responsabilità di Pertini nella strage di via Rasella a Roma, ne scrisse William Maglietto in “Pertini sì, Pertini no” (Settimo Sigillo, 1990).
Al Quirinale, al di là dell’immagine bonaria del presidente che tifa Nazionale, gioca a carte, va a Vermicino per Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, si ricorda il suo carattere permaloso. Ad esempio quando cacciò il suo capo ufficio stampa, Antonio Ghirelli, valoroso giornalista e galantuomo socialista. O quando chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: «Immediata rabbiosa telefonata al direttore della “Domenica del Corriere” Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Pertini con BearzotMassimo Fini. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: “Non credere di fare il furbo con me, imbecille! Chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!” E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…». Lo stesso Pertini disse a Livio Zanetti in un libro-intervista: «Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano». Nenni nei suoi diari considerava Pertini un violento iracondo.
Quando l’Msi celebrò il suo congresso a Genova nel 1960, fu proprio Pertini ad accendere il fuoco della rivolta sanguinosa dei portuali della Cgil col discorso del “brichettu” (il cerino). E vennero i famigerati “ganci di Genova”, coi quali un governo democratico di centro-destra, a guida Tambroni, con l’appoggio esterno del Msi, fu abbattuto da un’insurrezione violenta nel nome dell’antifascismo. Proverbiale era la poi sua vanità. Ghirelli riferì uno sferzante giudizio di Saragat: «Sandro è un eroe, soprattutto se c’è la televisione». E i suoi abiti firmati, le sue scarpe Gucci mentre predicava il socialismo e il pauperismo… Fiorirono poi tante maldicenze su di lui, capo partigiano e poi leader socialista, che vi risparmio; circolavano giudizi dell’Anpi, di Marco Ramperti… Francesco Damato ricordò: «Nel 1973 Pertini mi comunicò di avere appena cacciato dal proprio ufficio di presidente della Camera il segretario del suo partito, Francesco De Martino. Che gli era andato a proporre di dimettersi per far posto a Moro, in cambio del laticlavio alla morte del primo senatore a vita». Poi fu proprio l’onda emotiva dell’assassinio Moro e l’asse Dc-Pci sulla non-trattativa che portò a eleggerlo due mesi dopo al Quirinale. Infine va ricordato il Pertini che agli operai di Marghera, nel pieno infuriare del terrorismo rosso con larghe scie di sangue, disse: «Sono stato un brigatista rosso anch’io», per poi negare che le Br fossero rosse, giudicandoli solo «briganti», così da recidere il filo rosso tra Br e partigiani. Il presidente di una repubblica flagellata in quegli anni dal terrorismo rosso, si definiva orgoglioso «un brigatista rosso».
(Marcello Veneziani, “Il presidente impertinente”, da “Il Tempo” del 14 marzo 2018; articolo ripreso dal blog di Veneziani).

fonte: http://www.libreidee.org/