domenica 21 maggio 2017

Attali: bavaglio al web. Parguez: francesi, ora siete nei guai

«C’erano due opzioni, nel ballottaggio francese per l’Eliseo: estrema destra, contro estrema destra». A formulare l’amara battuta è l’economista francese Alain Parguez, già consigliere di Mitterrand. Fu lui a denuciare il ruolo-ombra, nella storica presidenza socialista, del supermassone reazionario Jacques Attali, il mentore di Macron, l’uomo a cui è attribuita la frase più sinistra, riguardo alla natura del regime oligarchico Ue: «Ma cosa crede, la plebaglia europea, che l’euro l’abbiamo fatto per la loro felicità?». Dopo l’esperienza con Mitterrand, Attali ha lavorato con Sarkozy per poi lanciare il giovane Macron. «Ora avrebbe voluto essere parte del progetto di Macron, ma per quanto ne so è in disgrazia, nonostante le foto che girano», dichiara Parguez a Ivan Invernizzi di “Rete Mmt”. Nessun dubbio sulle prossime mosse di Macron: «Calcherà la mano con l’austerità ancor più di quanto non sia già stato fatto, distruggendo ciò che rimane di Stato sociale». Sul suo sito, lo stesso Attali – a caldo – descrive «l’immensità della gioia» provata per l’elezione del pupillo Macron, che ora ha davanti una sfida enorme: risollevare la Francia dalla crisi. Come? Tanto per cominciare, mettendo il bavaglio al web.
I social media, scrive Attali, sono il luogo della violenza scatenata. «E anche se questa violenza è anonima, dice una verità: quando sei debole, devi gridare e persino insultare, in modo da poter essere ascoltato». Tuttavia, aggiunge, «sarà senza dubbioAlain Pargueznecessario completare i meccanismi esistenti, per far sì che scompaiano più in fretta tutte le menzogne e le diffamazioni che le reti sociali trasmettono così spesso». Un bel repulisti del web, ovviamente «nel pieno rispetto della democrazia». Dice sul serio, Attali: «Ogni parola deve essere pesata», puntando il dito contro certi contenuti e contro «coloro che possono, in mala fede, caricarli». Questa è la prima – e unica – ricetta che l’oligarca Attali si sente di raccomandare a Macron, dopo aver ammesso che «il paese è in uno stato terribile», visto che «c’è una grande privazione sociale e la meritocrazia è rotta». Vasta sofferenza, «al di là delle statistiche sulla disoccupazione e sulla povertà: molte persone percepiscono ansia di fronte a una simile povertà, anche se non lo sperimentano», e vedono compromesso l’avvenire dei propri figli. Il paese, riconosce Attali, «è profondamente diviso tra coloro che credono di poter avere un futuro migliore e coloro che pensano che solo il ritorno al passato possa salvare la nostra identità». La Francia è divisa, «tra coloro che credono che la ricchezza sia scandalosa e chi pensa che sia scandalosa la povertà».
Jacques Attali, finanziere e banchiere internazionale, ci tiene a fotografare il suo protetto Macron, già attivo nel ramo francese della banca Rothschild, come personaggio presentabile, benché ricchissimo: «Non dobbiamo considerare il successo come Attalisospetto e il risultato come malsano». Poi, piange un po’: «La consapevolezza etica del paese non esiste più. Tutti i principi che ci hanno tenuti insieme sono stati messi in discussione. I partiti politici che esistono da 100 anni sono crollati». Lacrime di coccodrillo: se è venuto giù un sistema, demolito dalle fondamenta, lo si deve all’edificazione oligarchica dell’Ue e dell’Eurozona, di cui proprio Attali è stato uno dei massimi architetti. E’ in corso una catastrofe, certo. E questo, chiosa l’anziano Alain Parguez, «mi auguro porterà le persone a radicalizzarsi politicamente». Ma non c’è da contarci troppo: sono tutti scoraggiati, ammette, e non c’è nessuno capace di mobilitare energie sul piano intellettuale. Parguez sostiene che, a questo, si è arrivati anche con il provvidenziale terrorismo a orologeria, targato Isis, utile a seminare il panico e indurre scelte elettorali considerate rassicuranti. Il terrorismo che la colpito la Francia è una provocazione, «è l’incendio del Reichstag». Solo che le pecorelle sono corse dalla parte sbagliata, verso il lupo che le sbranerà: più rigore per tutti, e – come suggerisce Attali – meno proteste sul web.

fonte: http://www.libreidee.org/

domenica 14 maggio 2017

la misteriosa scomparsa del popolo degli Anasazi


I primi contatti dell'uomo moderno con l'antico popolo degli Anasazi è recente, malgrado sia una storia di prima del motore.
Nel 1832 un commerciante, J. Gregg, fu il primo a raccontare e descrivere le rovine di un luogo misterioso e denso di fascino conosciuto come Chaco Canyon. Gregg parlò dei luoghi da lui visitati con ammirazione, specificando che erano costruiti con fine arenaria.
Nel 1849, un distaccamento dell'esercito statunitense visitò le rovine. Gli antichi insediamenti era lontani dalla vita dell’epoca, distanza che comportò il fatto che le rovine restarono praticamente isolate per quasi mezzo secolo. I primi scavi ufficiali iniziarono nel 1896. Gli esploratori restarono 5 anni, riportando a New York oltre 60.000 artefatti.
Del popolo degli Anasazi non si conosce praticamente nulla.
Secondo gli archeologi questo popolo ebbe il momento di massimo splendore nelle terre del Nord America in un periodo compreso tra i primi secoli dopo la nascita di Cristo e la fine del 1300. Tracce archeologiche di questa cultura si trovano già nel 1500 avanti Cristo in tutta la zona che corrisponde al confine incrociato di Utah, Colorado, Arizona e Nuovo Messico.
Non siamo nemmeno in grado di affermare se potessero conoscere la scrittura, come la intendiamo noi uomini moderni.
Conosciamo il fatto che fossero in grado di incidere la roccia. Nel 2006 un archeologo dilettante scoprì una serie di petroglifi che raffiguravano scene di caccia e di raccolto. I petroglifi sono delle incisioni rupestri ovvero dei segni scavati nella roccia con strumenti appuntiti di vario genere. Per completezza d'informazione devo aggiungere che l'interpretazione di queste figure è da sempre discussa in ambito accademico, dove alcuni ritengono siano legate a rituali religiosi di tipo sciamanico e altri che fossero il passatempo di pastori fermi a guardia delle greggi. Chiaramente la mia posizione privilegia la prima ipotesi poiché in molti luoghi ove sono state riscontrate incisioni rupestri sono regioni o valli, parlando dell'Italia, dove il cristianesimo faticò ad esprimere il suo credo a causa del perdurare di antichi riti agresti.


Il termine Anasazi fu istituito nella terminologia archeologica nel 1927. L'archeologo Linda Cordell riportò che «il termine Anasazi significa “antenati nemici” nella lingua Navajo. La parola Navajo è anaasazi che deriva da anaa, nemico, e sazi, antenata».
Perché si è utilizzato un nome Navajo per identificare questi antichi popoli?
I Navajo sostituirono gli Anasazi nelle terre da loro calpestate nei secoli precedenti. Definirono “antenati nemici” o “antenati diversi da noi” con rispetto ed ammirazione gli antichi popoli che furono in grado d'erigere le costruzioni che loro sfruttarono negli anni successivi all'insediamento.
Vi sono diversi altri nomi per identificare queste popolazioni: i nativi americani Hopi li chiamarono Hisatsinom, che significa “coloro che sono venuti prima”.
Ancora oggi non siamo in grado di specificare come le antiche popolazioni usassero definirsi.
Non sappiamo neppure se decisero di farlo.
Un punto centrale di questa narrazione riguarda i petroglifi.
Le incisioni rupestri rinvenute un decennio addietro cosa rappresentano?
Le immagini sono dense di scene di caccia e di raccolto. Le figure incise sulla pietra rappresentano la vita di una civiltà sviluppata, in grado di costruire edifici che rimasero le più alte costruzioni erette dall'uomo sino all'avvento dei grattacieli.
I petroglifi ricordano che il popolo degli Anasazi aveva una buona conoscenza dell'astronomia. Su una collina di Chaco Canyon, nello stato del New Mexico, tre blocchi di arenaria determinano una fessura attraverso la quale passano i raggi del sole che raggiungono due spirali scavate nella roccia. Questi raggi indicarono al popolo, con esattezza, i solstizi e gli equinozi.


Gli Anasazi erano ossessionati dai fenomeni celesti?
Una delle incisioni rupestri rappresenta una mezzaluna insieme ad un disco munito di raggi. Nelle vicinanze sono visibili una mano e un punto circondato da due cerchi. Alcuni astronomi ritengono che queste incisioni possano rappresentare un fenomeno celeste, l'avvicinamento di Venere alla Luna.
Un aspetto enigmatico di questo antico popolo riguarda l'interesse manifestato per il contatto con le forze della Terra. Questo coinvolgimento è rappresentato dai Kiva, stanze circolari presenti in tutti gli insediamenti Anasazi. Il più grande ha un diametro di 20 metri e una profondità di 5. Sono tutti coperti da tetti in legno e presentano un foro al centro. Secondo gli studiosi l'ipotesi più accreditata è che i Kiva fossero usati per le cerimonie sacre.
Il foro posto al centro di questi cerchi a cosa poteva servire?
Forse ad entrare in contatti con le forze della terra, forse.
L'antico popolo realizzò delle architetture sorprendenti. Gli antichi centri abitati, Chaco Canyon o Mesa Verde, hanno portato notorietà agli Anasazi poiché sono costituiti da complessi di appartamenti simili, costruiti con pietre o mattoni di fango. Destano meraviglia le strutture scolpite ai lati delle pareti dei canyon, alcune delle quali sono raggiungibili esclusivamente calandosi dall'alto o arrampicando dal basso. I centri abitati erano collegati da strade. Attraverso le immagini satellitari, gli archeologi hanno individuato almeno 8 strade principali che corrono per più di 300 km e che sono larghe oltre 10 metri. Le vie di comunicazione sono state scavate e livellate nella roccia, in altri casi fu asportata la vegetazione per permettere la costruzione. Ai lati delle strade sono stati rinvenute delle semplici costruzioni, come terrapieni o piccole pareti.


Le vie di comunicazione mettevano in contatto i vari centri abitativi?
Non sempre. Alcune strade portano a luoghi naturali come sorgenti, laghi, cime delle montagne o pinnacoli. Secondo una parte degli archeologi, queste strade avevano la semplice valenza di mettere in contatto le varie popolazioni sparse nel territorio di appartenenza. Altri studiosi avanzano la teoria che lo scopo principale del sistema stradale sia da ricercare nella religione, poiché forniva il percorso per pellegrinaggi periodici. Dato che alcuni rami stradali sembrano non portare da nessuna parte, gli archeologi hanno avanzato la teoria che possano essere collegati ad osservazioni astronomiche.
Siamo in presenza di un popolo con elevate capacità costruttive, una solida religione ed un sistema stradale sviluppato.
Perché e come questo antico popolo scomparve nel nulla? 
Per una volta la conquista delle terre da parte dell'uomo bianco non ha colpe.
Perché gli Anasazi lasciarono le loro case abitate stabilmente nei secoli compresi tra il XII e il XIII non è chiaro. Fattori esaminati e discussi comprendono il cambiamento climatico globale, o locale, periodi prolungati di siccità, il degrado ambientale, la deforestazione o l'ostilità dei nuovi popoli che si erano stabiliti nelle vicinanze. Interessante la teoria che questo antico ed enigmatico popolo abbia potuto subire l'influenza delle culture mesoamericane.
Secondo coloro che potrebbero essere i moderni discendenti degli antichi popoli, gli odierni nativi americani Hopi, gli Anasazi non scomparvero nel nulla ma emigrarono in zone del sud-ovest dove vi erano precipitazioni più intense e corsi d'acqua perenni. Gli antichi Anasazi si fusero con altre popolazioni, e i discendenti popolano oggi l'Arizona e il New Mexico. Questa teoria fu avanzata agli inizi del XX secolo da diversi antropologi, tra cui Cushing e Kidder.


Per quanto concerne la teoria che i componenti di questo misterioso popolo scomparvero in seguito all'afflusso di popolazioni meno stanziali, Shoshone o Utes che potrebbero aver avuto origine in quella che è oggi la California, si possono analizzare i risultati di scavi compresi tra la fine del XX secolo e gli inizi del XXI. Nel 1997 furono trovati i resti di 24 scheletri umani, che evidenziarono segni di violenza o smembramento, con forti indicazioni di cannibalismo. Il luogo nelle vicinanze di Dolores in Colorado fu abbandonato nello stesso periodo di tempo. Nel 2010 uno studio sostiene che nelle vicinanze di Durango, sempre in Colorado, furono rinvenute prove fisiche che, secondo Potter e Chuipka autori di vari scritti che seguirono gli scavi archeologi, possono essere interpretate come pulizia etnica.
Le tesi legate al cannibalismo e alla pulizia etnica sono oggetto di accesi dibattiti.
Perché un popolo con avanzate conoscenze costruttive e con una solida presenza abitativa dovrebbe ricorrere al cannibalismo?
Le alternative includono il fatto che una comunità possa soffrire la pressione psicologica e fisica della fame, lo smembramento come rituale in risposta ad un conflitto religioso o l'invasione di popoli che praticavano il cannibalismo come atrocità calcolata per la soppressione di un altro popolo.


Le prove del pasto cannibalico?
Il ritrovamento di coproliti, escrementi fossili di buone dimensioni, umani contenenti mioglobina, oltre a femore e altre ossa lunghe umane spaccate per estrarne il midollo.
Il rinvenimento di questi resti potrebbe essere motivato dal fatto che nella fase di decadimento della società degli Anasazi per sopravvivere ricorressero al cannibalismo?
Mangiare il proprio simile per sopravvivere.
Secondo un recente studio, però, questa popolazione, come quella dei Maya, fu sterminata dalla siccità causata dal riscaldamento globale. Infatti, dopo essere migrata verso terre migliori, la siccità dovuta al caldo eccessivo le ha impedito di rifornirsi di acque e di fare lunghi tragitti. Questa scoperta è stata confermata dallo studio dei tronchi d'albero: infatti gli studiosi hanno analizzato gli anelli dei tronchi di quella zona e hanno notato che il periodo piovoso, umido, era quello degli anelli spessi, mentre quelli più fini indicavano un'annata secca; nel periodo dell'estinzione di questa civiltà gli scienziati hanno notato un susseguirsi di molti anelli sottili. L'evoluzione della vegetazione presente durante la civiltà degli Anasazi e il progressivo disboscamento sono stati dimostrati tramite lo studio delle tane dei ratti del deserto.


Il forte impatto della misteriosa scomparsa di questo popolo è ritrovabile anche in un numero speciale del fumetto Tex, uscito nel novembre del 2015 e intitolato "Il segreto degli Anasazi". L'edizione speciale è basata su una missione archeologica guidata dal professor Lovestock che si avventura nelle terre degli Hopi alla ricerca dell’antico popolo scomparso degli Anasazi. Ma il giovane capo Tumak non accetta l’idea che i bianchi calpestino le tombe degli antenati sepolti in quella valle ed è pronto a scatenare un massacro. Tex, chiamato in causa dallo stregone Tasupi, dovrà impedire che nella valle scorra il sangue. Nel frattempo, la spedizione di Lovestock giunge al villaggio fantasma degli Anasazi, e inizia una pericolosa ricerca della “camera sacra”, dove dovrebbe celarsi un favoloso tesoro.

Molte sono le ipotesi, che restano sempre tali. 
Certezze non ne abbiamo se non forse collegandoci a quanto scrisse un giorno Douglas Adams: “esiste una teoria che afferma che, se qualcuno scopre esattamente quale è lo scopo dell'universo e perché è qui, esso scomparirà istantaneamente e sarà sostituito da qualcosa di ancora più bizzarro e inesplicabile. C'è un'altra teoria che dimostra che ciò e già avvenuto”.

Fabio Casalini


Ringrazio Sergio Amendolia per alcune fotografie, le altre sono rintracciabili sui siti di wikipedia. 

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Jared Diamond – Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere – Einaudi, 2005 

Giuseppe Meloni – Sul tema dei villaggi abbandonati. Gli insediamenti Anasazi – Annali Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Sassari – 2009 

Childs Craig – House of Rain: Tracking a Vanished Civilization accross the american southwest – Litte, Brown and Company, 2007 

Giulio Magli – Misteri e scoperte dell'archeoastronomia. Il potere delle stelle, dalla preistoria all'isola di Pasqua – Newton-Compton, 2006 

Linda Cordell – Ancient pueblo peoples – St. Remy Press and Smithsonian Institution, 1994 

Fabio Civitelli e Claudio Nizzi – Tex. Il segreto degli Anasazi – Sergio Bonelli editore, 2015


Magaldi: il supermassone Macron è un bambino nato morto

«Se avesse vinto Marine Le Pen, forse il ripensamento sull’Europa sarebbe stato più rapido. Così invece, per scuotersi, bisognerà soffrire la continuazione della stagnazione, per la Francia e per l’Europa. Vale quello che dissi tanti anni fa per Berlusconi: lasciatelo governare, e si capirà che è un cattivo statista». Gioele Magaldi non ha dubbi: Emmanuel Macron riuscirà nella “missione impossibile” di far rimpiangere addirittura Hollande, passato alla storia come il meno stimato di tutti i presidenti francesi: «Macron è il prodotto “surgelato”, preconfezionato e perfetto per non cambiare nulla, cioè per riproporre quella stessa subalternità politica, istituzionale e sostanziale nell’adesione a un certo paradigma economico che hanno avuto Sarkozy e Hollande». Lo strano entusiasmo manifestato anche dal mainstream italiano per il neo-inquilino dell’Eliseo, paragonato a Renzi all’insegna del “nuovo”? Ma no: «Renzi e Macron sono vecchi: sono personaggi vecchi, anche se appaiono giovani grazie ai loro modi pieni di ritmo». E attenzione, non hanno un gran futuro davanti: «Così come Renzi non inganna più nessuno – la sua vittoria nel Pd è un po’ il canto del cigno – così Macron è un bambino nato morto, politicamente».
All’indomani del voto francese, in collegamento con David Gramiccioli di “Colors Radio”, si esprime senza mezzi termini il massone progressista Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt e autore del bestseller “Massoni, società a responsabilità Gioele Magaldiillimitata”. Emmanuel Macron, insiste Magaldi, rappresenta «la perfetta continuità rispetto a quello che è stato il mediocre Hollande», ma forse il successore «ha capacità anche minori di Hollande, che era un oscuro burocrate di partito ma almeno aveva una sua “praticaccia”: Macron invece non ha altrettanta esprienza». Già banchiere Rothschild, ha fatto il consulente e poi il ministro proprio di Hollande. In più è il pupillo del supermassone reazionario Jacques Attali. Non a caso, aggiunge Magaldi, lo stesso Macron vanta precise ascendenze massoniche, «nella Ur-Lodge “Fraternitè Verte” dove lo ha portato lo stesso Hollande, e nell’ambigua superloggia “Atlantis Aletheia”, dove hanno convissuto moderati, sedicenti progressisti e reali conservatori; un circuito che fu importante, a suo tempo, nel traghettare la dittatura dei colonnelli in Grecia verso il ritorno alla democrazia».
Il suo mentore Attali? «Un raffinato massone, un intellettuale di spessore», ma che purtroppo «operando sul versante del sedicente centro-sinistra ha compartecipato alla costruzione di quest’Europa matrigna, tecnocratica e oligarchica». Un’operazione cosmetica, quella che ha portato Macron all’Eliseo. E, nonostante i lodevoli sforzi per rendere più laica la sua piattaforma, Marine Le Pen non poteva vincere: «Con un’avversaria così, impossibilitata a diventare maggioritaria, vincerà sempre l’altro, il candidato della continuità con questa gestione pessima dell’Europa». Magaldi poi sorride, di fronte a «tutta questa empatia sbandierata da Gentiloni e Renzi per Macron», e spiega: «Sarebbe come esultare se in Germania vincesse Schulz sulla Merkel – due che sono come i ladri di Pisa, litigano di giorno ma poi, la notte, vanno a rubare insieme». Stessi programmi, identico paradigma per l’Europa. «Macron riprodurrà quello stile renziano, fatto di velleitari distinguo rispetto all’austerity, apparenti “abbaiamenti” per chiedere lo 0,1% in più di spesa pubblica. E non avrà nemmeno bisogno di Macron e Attaliabbaiare molto, perché alla Francia è stato sempre concesso tutto: in questa gestione dell’Europa, alla Francia la mancia è sempre stata assicurata, senza che nemmeno la chiedesse».
Completamente da bocciare, quindi, ogni investimento di credito nei confronti di Macron. Se non altro, «il nuovo quinquennio servirà a smascherare definitivamente tutti questi impostori, che prendono sul serio l’idea renziana-macroniana dei piccoli aggiustamenti, riverniciata di gioventù e ottimismo, come se i piccoli aggiustamenti bastassero davvero a correggere il percorso europeo». Per Magaldi, in questa Europa, «il dramma è che al vertice di governi e istituzioni ci sono solo dei pesci lessi, che stanno lì e amministrano un copione scritto da altri, e lo fanno in modo grigio». Che fare? «Più che indignarsi, c’è da rimboccarsi le maniche e costruire coalizioni realmente progressiste, sia in Francia che in Italia che altrove, uscendo da questa ormai insopportabile narrazione D'Alema e Renzi“destra, centro, sinistra” che ha perso di senso, mentre ha sempre più senso la divaricazione tra chi vuole conservare l’attuale paradigma politico-economico e chi vuole progredire su un’altra via».
Di una cosa, Magaldi è assolutamente certo: Renzi e Macron «vengono entrambi da una tarda interpretazione della cosiddetta “terza via” enunciata a suo tempo da Anthony Giddens», il sociologo che ispirò Bill Clinton e Tony Blair negli anni ‘90. Ovvero: «L’idea che la sinistra – laburista, democratica, post-socialista – nel nuovo millennio non dovesse proporre paradigmi alternativi a quello del neoliberismo ormai imperante, da Thathcher e Reagan in poi, con tutto il lavorio supermassonico di corredo». Quella sinistra doveva azzerare i diritti, e l’ha fatto: rigore nei bilanci pubblici, svalutazione della sfera pubblica, deregulation senza contrappesi. «Alla sinistra spettava il ruolo di dare una spruzzata di benevolenza sociale e di solidarietà più sbandierata che praticata. Quindi: smantellamento sistematico del welfare system, e una serie di iniziative economico-finanziarie non troppo dissimili da quelle predicate, con più asprezza, dai teorici fanatici del neoliberismo». Questa è stata la “terza via”. «E chi oggi in Italia contesta Renzi da posizioni di “sedicente sinistra”? Massimo D’Alema, che da presidente del Consiglio è stato uno degli interpreti “all’amatriciana” di quella strada. Così è stato Bersani, che oggi si presenta come contestatore. E così è Renzi, a distanza di vent’anni».

fonte: http://www.libreidee.org/

venerdì 5 maggio 2017

non si butta via niente!

La donna e il suo ruolo di recupero del materiale e dell'immateriale


NB: Il presente saggio è un aggiornamento dell’omonimo contributo pubblicato sul libro a cura di Silvano Crepaldi “La metà imperfetta”, edito da Asino Chi legge nel 2014.
Il ruolo della donna, tradizionalmente, è sempre stato molto complesso, soprattutto nel territorio del Vco. Erano le donne, ad esempio, quelle che si occupavano di tramandare le tradizioni, che erano le "depositarie" del mantenimento del sapere, soprattutto quello "magico" e religioso.
Inoltre questo aspetto di mantenimento risulta particolarmente evidente in ambito culinario: sono le donne quelle che si occupano del "riciclo" degli avanzi, del loro riutilizzo, spesso unendovi una abilità manuale che ne conferiva un "valore aggiunto", ancora oggi "spendibile" in campo turistico ed enogastronomico.
La donna assume quindi il ruolo di "trade d'union" tra passato e futuro, tra tradizione ed innovazione. La logica che sta alla base di questo lavoro, se vogliamo, è quella del "non si butta via niente": in una economia tendenzialmente povera come quella tradizionale agricola e montana, non era consentito buttare via gli "avanzi", soprattutto quelli di cibo. Ma il discorso, naturalmente, può essere allargato ad altri oggetti: il cosiddetto "bricolage contadino" portava a non buttare via le falci spuntate, ma a tenerle da parte per trasformarle in coltelli, dar loro nuova vita (Grimaldi, 1998). E così accadeva anche per molti oggetti di casa: nei rari casi in cui si doveva buttare un paio di scarpe, piuttosto che di pantaloni, un tempo (ma l'usanza è viva ancora oggi) si "salvava il salvabile", ovvero si toglievano tutti gli oggetti che avrebbero potuto essere recuperati, dai bottoni alle zip ai lacci.
La cosa maggiormente interessante è che la tendenza femminile al "riciclo" si è tramandata anche nel campo delle tradizioni, in una singolare ri-creatività che mischia tradizione ed innovazione. Gli antichi saperi erboristici precristiani, giusto per fare un esempio, sono stati salvati dalle donne, che a loro volta hanno subito la stigmatizzazione sociale nel periodo medioevale diventando streghe, incarnazione del male, ma che a loro volta sono rientrate nella società attraverso i riti "cristiani" di raccogliere e benedire le erbe. Analogo discorso per i culti precristiani di matrice vegetale, reinseriti nella liturgia e che rischiavano, anche recentemente, di finire nella "discarica", nel dimenticatoio. Proprio grazie all'impegno (o ingegno?) femminile, certi riti ed usanze non solo si sono salvate, ma addirittura si sono rafforzate tornando ad assumere livelli di partecipazione paragonabili a quelli del secolo scorso.


Le druidesse ovvero il recupero della sapienzialità antica

Che le donne fossero, quantomeno nell'immaginario folklorico, correlate a saperi magico-medicamentosi è facilmente riscontrabile anche nello studio dell'immaginario leggendario ossolano (cfr Ciurleo, 2005). Le cosiddette fate bianche, infatti, diffuse in area montana, prevalentemente in boschi ed ambienti naturali, altro non erano, secondo diversi studi, che le eredi delle antiche druidesse. Analogo discorso sulla figura, spesso ambigua, di fata e strega: si trattava di figure prevalentemente negative (l'equazione strega - brutta e cattiva e fata - bella e buona è spesso fallace, almeno analizzando il folklore ossolano), ma che rappresentavano le depositarie degli antichi saperi, delle ritualità perdute piuttosto che delle conoscenze erboristiche.
Erano infatti le streghe e le fate che si occupavano di curare i casi più gravi, loro che sapevano cosa utilizzare in caso di avvelenamento, loro che sapevano mischiare gli ingredienti e le erbe dell'orto per preparare decotti e "pozioni". È cosa nota che nelle Alpi trentine si coltivasse il papavero da oppio e che con questo si preparassero dei decotti che venivano somministrati ai bambini. Oppure l'utilizzo dell'erba ruta, che poteva, a seconda del dosaggio, "scacciare i vermi" o essere utilizzata come erba abortiva.
Anche in ambito cristiano erano le donne quelle che si occupavano della raccolta delle erbe magiche, nella notte di san Giovanni, anch'esso un periodo ritualmente molto importante, poiché a ridosso del solstizio d'estate e dell'inizio della bella stagione. Si tratta, anche in questo caso, di una interessante permanenza che sottintende una sessualizzazione di alcuni ambiti rituali molto importanti. Molto spesso, nel territorio ossolano, si assiste anche ad una divisione sessuale, in molti casi ancora oggi in vigore, all'interno delle chiese, con le donne che si dispongono nei primi banchi, insieme ai bambini, mentre gli uomini occupano gli ultimi banchi, quando non si piazzano direttamente in piedi in fondo (se non all'esterno) dell'edificio di culto. Ed anche intervistando le persone, salvo rari casi, si nota che l'educazione religiosa dei figli era affidata alle donne (Cfr Ciurleo, 2010; Ciurleo 2014).


Il recupero della tradizione: case study

Che le donne abbiamo un ruolo fondamentale per il recupero delle tradizioni, soprattutto religiose, è evidente. A tal proposito penso che sia necessario citare il  caso della rinascita delle Cavagnette a Trontano.
A Trontano c'è l'usanza di portare in processione, in occasione della festa patronale della Madonna e di san Leonardo (rispettivamente la prima domenica di agosto e la seconda di novembre) le cavagnette, degli alberi rituali particolarmente diffusi sul territorio ossolano. Si tratta di un elemento vegetale alberiforme adornato con fiori, monili, reliquie (per la precisione immagini sacre) e coccarde, che parte da un cestino e che viene portato all'offertorio ed in processione in origine dalle ragazze in età da marito (cfr Ciurleo 2012, in Crepaldi, 2012). La prima volta che feci ricerca su questa complessa realtà rituale fu nel 2008. In quell'occasione vennero portate, da uno sparuto gruppo di donne, tutte abbastanza su di età, tre cavagnette (ve ne era anche una quarta, molto antica, ma non fu portata in processione). La tradizione sembrava stesse oggettivamente per morire, a causa anche di un ricambio generazionale che sembrava essere assente. Iniziò così, da una parte grazie all'interesse suscitato anche in ambito accademico da questo fenomeno degli alberi rituali ossolani (molto diversi da quelli diffusi in Piemonte) e dall'altra grazie all'intervento del gruppo Folk e tradizioni, guidato da Rosalia Zaccheo, una vera e propria sistematica riscoperta del rito, con risultati veramente sorprendenti. Nel giro di pochissimi anni si è assistito ad un'importantissima opera di valorizzazione, dapprima con il restauro di cavagnette antiche, poi con la creazione di nuovi oggetti rituali. E, guarda a caso, la "sapienzialità", o se vogliamo la "direzione artistica", è stata in tutti i casi femminile. È stata una donna a fornire il modello costruttivo entro cui inserire le variazioni del caso, è stata una donna che si è occupata del reperimento dei materiali, è stata una donna a coinvolgere altre donne ed insegnar loro il corretto modo per portarle. Già perché portare la Cavagnetta a Trontano non significa solamente poggiarla e mantenerla in equilibrio sulla testa.
Nel corso di pochi anni si è riusciti a riportare la festa ad una versione, seppur inevitabilmente aggiornata agli standard sociali del XXI secolo, nella sua sostanza molto simile a quella originale. Si è assistito pertanto ad un importante ringiovanimento delle ragazze, che hanno tornato ad essere, anagraficamente, le "ragazze da marito", come testimoniato simbolicamente dall'uso di un fazzoletto piegato posizionato tra i capelli ed il fondo del cestino. Nell'agosto 2014 sono state portate in processione ben una decina di cavagnette, accompagnate ognuna da due donne (che si occupano di tenere aperta la gonna per evitare che si inciampi), per un totale di oltre trenta donne in costume (con l'inserimento di molte ragazze sotto i vent'anni).
Il caso di Trontano è senza dubbio emblematico, ma non è unico in Ossola. Nell'ultimo quinquennio si è assistito ad un vero e proprio revival delle Cavagnette e del folklore legato agli alberi rituali. Ad esempio a Viganella, dove si sono costruite nuove cavagnette, dopo diversi lustri. O a Cravegna, frazione di Croveo, dove, dopo  quasi mezzo secolo di interruzione, sono nuovamente uscite, nel 2012, le Corbelle, portate da un nutrito gruppo di fanciulle biancovestite.


Il costume femminile

Il costume femminile, come è noto, è di fondamentale importanza per la comunità: il "vestito della festa", che accompagnava le donne "dalla culla (o meglio dal matrimonio) alla bara" era un simbolo di appartenenza. Il costume, infatti, era diverso a seconda del paese di provenienza, e le differenze, in particolare nel caso ossolano, erano nei particolari. Il foulard, piuttosto che l'allacciatura del "panet" e la capigliatura sottostante (ad esempio le trecce - quazz - in uso a Vogogna [cfr Ciurleo, 2014]) piuttosto che il ricamo sul petto o i vari colori erano simbolo di appartenenza ad una comunità.
Partiamo dal dire che il costume tipico che oggi ci è stato consegnato è un chiaro retaggio del XIX secolo, quando cioè la moda borghese cittadina, che prediligeva colori scuri quali il nero o il viola, si impose anche in ambito montano (Cfr Saiu, 2008) e, di conseguenza, in Ossola.
Sono state proprio le donne le ultime ad abbandonare l'uso del costume, in anni anche relativamente recenti: gli uomini si conformarono ben presto alla cosiddetta "divisa borghese", con pantaloni a sigaretta a cravatta che annullassero i richiami alla sessualità (cfr MacLaren, 1999). E, allo stesso modo, sono state proprio le donne, in anni ancora più recenti, a recuperarne (e talvolta codificarne gli elementi) l'uso in ambito folk.
L'uso del costume in tempi recenti è stato testimoniato ad esempio a Luzzogno, in Val Strona, dallo studio condotto da Battista Saiu, che ha fotografato, ancora pochi anni fa, donne che, in alcuni paesi del Piemonte, portavano ancora quotidianamente il costume tipico.
In Ossola l'uso del costume è oggi limitato alle feste che hanno qualche matrice folk, in primis la patronale. Ma così non era: fino agli anni '50 (e nei paesi montani quali Cravegna addirittura fino ai '70 / '80)  le donne portavano ancora il costume tipico. A testimonianza di quanto detto basta farsi un giro nei cimiteri ed osservare le foto delle defunte. Almeno fino a metà del XX secolo troviamo foto di donne che indossano elementi del vestito tradizionale, in particolare i copricapi ed i foulard.
Quelle stesse donne che venivano seppellite con il vestito tipico (motivo per cui, ancora oggi, difficilmente, si trovano abiti tradizionali originali).
Proprio le donne, che come detto per ultime hanno abbandonato l'abito tipico festivo, sono state però le prime a recuperarlo, con la nascita dei vari gruppi folk.
E l'Ossola risulta molto ricca di queste associazioni, prevalentemente femminili, di donne in costume. Una parte, ad esempio, si è riunita nel gruppo "Le donne del Parco", associazione che riunisce i vari gruppi folk delle comunità del Parco Valgrande. Ma, ancora in questi anni, sono nati nuovi gruppi che si sono occupati di codificare (o anche inventare) il costume tipico di un comune, come ad esempio il gruppo I takar di Montecrestese, nato pochi anni fa e composto prevalentemente da giovani (tra cui anche molti maschi, caso abbastanza singolare).
Un'opera di riscoperta del proprio passato, certamente, ma anche di ri-appaesamento, un tentativo di costruzione (o ri-costruzione) di una propria identità che passa attraverso il ritorno alle simbologie passate, in una sorta di folk-revival.
È molto bello assistere, ad esempio, alla festa dei santi Gervasio e Protasio, patroni di Domodossola, e vedere sfilare, come accaduto nel 2014, centinaia di donne in costume, divise in gruppi a seconda del paese / gruppo folk di provenienza, precedute da apposito stendardo che sottolineava (ma un tempo non sarebbe stato necessario) l'individualità del gruppo (e naturalmente l'affermazione identitaria avviene per contrasto con l’alterità...).
Quella del portare il costume è una problematica che va affrontata con una certa lucidità. Come spiega Rosalia Zaccheo «Portare i costumi è per noi un gesto di recupero della memoria del territorio, è il modo per esprimere la nostra orgogliosa appartenenza ad esso e sottolineare il nostro ruolo femminile di conservazione della tradizione» (Zaccheo, 2012, p. 143).
Una presa di posizione molto forte, che pone l'accento sulla differenza che intercorre tra folklore e folklorismo, o, meglio, tra folk e fake (cfr Ciurleo, 2013b).
Si può dire, quindi, che, oggi, esistano almeno due linee filosofiche riguardo all'utilizzo del costume. Da una parte troviamo la frangia conservatrice, che "sacralizza" l'abito (o se vogliamo vede il costume come un oggetto rituale, che deve essere utilizzato solo in determinate occasioni); dall'altra una visione più "esibizionista" che vede il vestito come un valore aggiunto "spendibile" anche in ambito turistico. Ecco quindi che le "uscite" dei gruppi e le loro partecipazioni agli eventi performativi possono essere un valido tornasole per scoprire la filosofia del gruppo e la concezione del vestito. Se vogliamo estremizzare i due pensieri da una parte troviamo l'abito / feticcio usato solo in occasioni "sacre", dall'altro l'abito / travestimento, utilizzabile anche a fini turistici o carnevaleschi.

Polpette e torte di credenza: il ruolo della donna nel recupero alimentare

La donna come "regina del focolare", colei a cui è (o meglio era) demandato il compito di pulizia della casa e, soprattutto, di cucinare. Un classico stereotipo, ma naturalmente non è questa la sede opportuna per aprire un dibattito sulla sessualizzazione dei ruoli e sulle modificazioni avvenute nel corso del tempo. Quello su cui vorrei riflettere è invece la peculiarità, tutta femminile, di recupero sistematico degli avanzi, in un perfetto lavoro di rielaborazione a cui aggiunge il “valore aggiunto” della manualità. Mi spiego meglio: il caso tipico è senza dubbio quello dei raviolini “del plin”, specialità piemontese rinomata in tutta Italia e non solo. Si tratta di un particolare tipo di agnolotto (prodotto tipico della tradizione piemontese) il cui ripieno è composto, prevalentemente, da avanzi di carne. La peculiarità e data appunto dalla forma molto piccola: grazie alla manualità, al tempo necessario per effettuare ogni singolo raviolino, la donna, si può dire, “sopperisce” alla povertà degli ingredienti.
Proprio questa manualità diviene particolarmente importante oggigiorno, e si configura come un vero e proprio valore aggiunto, spendibile anche nel campo della ristorazione. Ad esempio il caso, secondo me emblematico, della Sagra della patata di Montecrestese (cfr Ciurleo, 2007), dove un vero e proprio esercito di donne lavora per preparare, ogni anno, migliaia di porzioni di gnocchi. Gnocchi che sono diventati richiamo per migliaia di visitatori provenienti da Piemonte, Svizzera e Lombardia grazie anche ad una raffinata operazione di “marketing” che puntava sul concetto di “tradizione”, “antichità della ricetta” e “sapienzialità / manualità casalinga”. Un aneddoto: proprio gli studi condotti per il conferimento agli gnocchi di patate della certificazione DeCo, Denominazione comunale, hanno fatto emergere da un lato che la ricetta è tramandata oralmente (bisogna conoscere l’esatta consistenza dell’impasto, che può variare a seconda della tipologia di patate utilizzate), dall’altro che la preparazione casalinga degli gnocchi (che sembra venissero preparati anche per smaltire le patate “vecchie”, e qui ritorna il discorso della donna come principale artefice del recupero alimentare) è diventata sempre più rara.
La considerazione generale che va fatta, naturalmente, e che va di moda anche oggi, dove diverse tonnellate di alimenti vengono quotidianamente buttati causa piccoli difetti estetici che li rendono poco appetibili per la vendita, è quella secondo cui il gettare il cibo è peccato, vuoi per le contingenze economiche, vuoi anche per gli aspetti rituali. In particolare era “tabu” buttare via il pane, soprattutto per via delle simbologie e della sacralità dell’alimento. Se leggiamo le ricette tradizionali troviamo un’ampia gamma di preparazioni che si basano sull’uso del pane raffermo. Dai canederli trentini sino ai passatelli, senza dimenticare le varie torte a base di latte (che serviva per ammollare) ed “avanzi di credenza” (cfr Ciurleo, 2013B).


Le principesse Disney

Come visto le donne nella tradizione, non sono figure passive, sottomesse all’uomo. Ed è interessante notare come si sono evolute alcune figure di eroine femminili nella cultura pop.
E parlando di cultura pop non si può che iniziare dal primo lungometraggio Disney, risalente agli anni ’30 del Novecento: Biancaneve e i sette nani.
La protagonista, una bambina pre adolescente, scappa nel bosco, trova la casa dei nani e “ne prende possesso”. Il suo atteggiamento non è così sottomesso: dopo aver ordinato tutto, detta le sue regole ai nani, che sono costretti ad ubbidirle. Memorabile la scena in cui prima di offrire la cena “obbliga” i nani a lavarsi la mani, indifferente alle lamentele di Brontolo. Per non parlare della regina cattiva, la cui autorità non viene mai messa in discussione: lei è la regina, e la figura del re nemmeno è citata…
Le principesse Disney sono figure paradossalmente molto autonome, che hanno dato luogo addirittura ad un brand (Disney’s Princess appunto). E tutte sono caratterizzate da una grande autonomia, eccezion fatta forse per Cenerentola. Ariel che disubbidisce al padre alla scoperta delle usanze degli uomini, Jasmine che canta “Il mondo è mio”, e poi la “barbara” Merida (che rappresenta un punto di svolta se vogliamo nella narrativa Disney), fino al duo Anna & Elsa, le eroine di Frozen, dove il ruolo maschile è ridotto a comprimario (e narrativamente quasi inutile: uno è un principe Hans che si rivela il cattivo, l’altro è Kristoff, il cui ruolo è quasi da macchietta comica, rischiando di ricordarsi maggiormente della sua renna Sven…). E che dire poi di Oceania, dove Vaiana riesce, con l’aiuto di Maui, a restituire il cuore di Te Fiti?
Questa la brevissima panoramica sulle principesse DIsney - a cui andrebbe inserita di diritto anche Leila di Guerre Stellari -, ma la cinematografia pop sembra, negli ultimi anni, rivalutare il ruolo femminile trasformandole in protagoniste molto forti. Almeno in apparenza…
Pensiamo ad esempio a Katniss, la protagonista di Hunger games: la ragazza decide volontariamente di offrirsi come tributo per salvare la sorella, dimostrando il suo enorme carattere. Ma poi, nei sequel, viene incastrata nel sistema, diventa eroina quasi controvoglia, la sua immagine viene strumentalizzata tanto dal presidente Snow che dalla Ribellione… O la protagonista di un altro romanzo adolescenziale quale Twilight, che ha “edulcorato” (rendendola nauseante, nda) la figura del vampiro. In questo caso la protagonista, Belle, si trova impalata in mezzo - e la “recitazione” di Kristen Steward di certo non aiuta - ad uno scontro tra vampiri e licantropi, indecisa su chi scegliere.
Ed il medesimo ruolo di donna quasi succube la si trova anche nel romanzo e nel film “Cinquanta sfumature di grigio”: una donna degli anni ’10 del Duemila molto più succube e sottomessa - non solo fisicamente - di quelle della tradizione o della Biancaneve - che compie 80 anni -.
E che dire di Mary Poppins, una sorta di Mr Wolf tarantiniano (meno pulp naturalmente) che “risolve problemi”.
Tornando a Twilight pensiamo come l’omonima protagonista del cartone animato La bella e la bestia - ed anche del recentissimo film -, sia terribilmente più indipendente, anche se di oltre 20 anni più antica rispetto all’eroina di Meyer. La Belle della Disney vuole leggere, rimprovera ed affronta più volte la Bestia, non esita, come Katniss, ad offrirsi come vittima per salvare il padre, non ha paura a rifiutare apertamente Gaston; la Belle di Meyer esiste (non si può dire che agisca, è una figura estremamente passiva) e non riesce nemmeno a prendere una decisione chiara su chi preferisce!

Conclusioni

All’interno del cosiddetto “gioco della tradizione” la donna assume quindi un ruolo fondamentale, in Ossola come in altre realtà contadine ed alpine, facendo un’importantissima opera di “recupero” e di salvataggio. Ed il recupero, come visto, può essere quello dei polpettoni che “tolgono dalla spazzatura” un arrosto troppo grosso (e magari non eccellente), piuttosto che dei bottoni di un vecchio cappotto logoro. E l’immagine dei bottoni penso sia forse la migliore metafora di quanto fa la donna nell’ambito delle tradizioni, soprattutto religiose, o più semplicemente nel folk: si salvano elementi di una ritualità e si trapiantano su un’altra struttura, magari modificandola e trasformandola. Se infatti il bottone del cappotto può sostituire il bottone di una mantella, ma può anche diventare collana o oggetto ornamentale, così il nostro “bottone della tradizione” può a sua volta assumere nuovi usi. E trasformarsi, da momento in cui le ragazze “da marito” di mostravano alla comunità, ponendosi sul mercato matrimoniale, a (forte) rito di riappropriazione identitaria (Trontano docet).

Luca Ciurleo

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Ciurleo, Luca
2005 - L'immaginario folklorico ossolano. Dal valico al traforo del Sempione, Prova finale del corso di laurea in Studio e gestione dei beni culturali, Università del Piemonte orientale, Vercelli
2006 - Sempione: la sottile linea scura (a cura di), Comitato Cent’anni Sempione, Vercelli
2007 - Tradizioni e neotradizioni in Ossola: tra riscoperta del passato e rilancio per il futuro, Tesi di laurea in Antropologia culturale ed etnologia, Università di Torino, Torino
2010 - Gente di paese, paese di gente. Indagine etnografica sul comune di Piedimulera, Edizioni GraficaElettronica, Napoli
2012 - L’Ossola, in Crepaldi, 2012, pp. 394-421
2013A - Tradizioni di pastafrolla, Edizioni Ultravox, Domodossola
2013B - C’era un volta in Ossola: rettili, streghe e uomini selvaggi, in Crepaldi, 2013
2014 - All’ombra del castello, sotto il manto di Re Lupo, Landexplorer, Domodossola

Crepaldi, Silvano (a cura di)
2011 - Geografia dell’immaginario, Lampi di stampa, Milano
2012 - Santi e reliquie, Lampi di stampa, Milano
2013 - Cüntuli dal favlé - Storie dell’Alto e Basso Novarese, Lampi di stampa, Milano

Ferraris, Sebastiano Adolfo
1936 - Tradizioni popolari ossolane. Ingiurie, imprecazioni e nomignoli ossolani, in Bollettino storico della Provincia di Novara, anno XXX, pp. 171-188
1997 - Novelle e leggende ossolane ed altri scritti, Edizioni Grossi, Domodossola

Gallo Pecca, Luciano
1987 - Le maschere, il Carnevale e le feste per l’avvento della primavera in Piemonte e nella Valle d'Aosta, Gribaudo, Cavallermaggiore

Grimaldi, Piercarlo
1993 - Il calendario rituale contadino. Il tempo della festa e del lavoro tra tradizione e complessità sociale, Franco Angeli editore, Milano
1996 - Tempi grassi, tempi magri. Percorsi etnografici, Omega, Torino
2012 - Cibo e rito. Il gesto e la parola nel cibo tradizionale, Sellerio, Palermo

Jorio, Piercarlo
2006 - Attorno al fuoco - Leggende delle terre alpine, Priuli e Verlucca, Ivrea

Parco Valgrande
2012 - Tanti superbi modi di ornarsi - Costumi tradizioni femminili nei comuni del Parco Valgrande, Ente Parco Valgrande, Vogogna

Saiu, Battista
2008 - Il vestito della luna - Abiti cerimoniali e quotidiani delle donne piemontesi del III millennio, Circolo Su Nuraghe, Biella


Zaccheo, Rosalia
2012 - Indossare il costume oggi, in Parco Valgrande, 2012, pp. 143-145

domenica 30 aprile 2017

protocolli dei "savi anziani" di Sion

Premessa: L'antisemitismo "storico" è il classico odio contro gli ebrei, ma anche contro i palestinesi che sono per la quasi totalità arabi, quindi semiti.
E' razzismo puro, non soltanto ideologico ma militarizzato, proprio come quello messo in pratica dal regime sionista di Israele (con l'appoggio USA and Co.), con o senza l'accordo degli stessi israeliani ..
Non bisogna fare confusione, il sionismo non è l'ebraismo e l'antisionismo non è antisemitismo.
Se i Protocolli avessero soltanto un fondo di verità avvalorerebbero senz'altro l'esistenza della cospirazione sionista globale.
Catherine


Il Times di Londra l'8 maggio 1920 dava un largo sunto dei "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", annunziando che questi furono pubblicati in Russia a Tsarkoye Sielo nel 1905 e che la biblioteca del British Museum ne possedeva una copia col timbro di entrata del 10 agosto
1906, n. 3926 d 17.

Il libro fu presentato al popolo russo dal professore Sergyei Nilus. Di seguito qualche passo della sua "Introduzione":

"Chi esamina questi appunti può, a prima vista, riportarne l'impressione che essi contengano ciò che di solito chiamiamo assiomi; vale a dire delle verità più o meno conosciute, quantunque espresse con un'asprezza ed un sentimento d'odio che di solito non accompagnano le manifestazioni di simili verità. Ribolle fra le righe quell'arrogante e profondo odio di razza e di religione che per lungo tempo è riuscito a nascondersi; ora questo odio gorgoglia, si riversa e sembra che trabocchi da un recipiente colmo di furore e di vendetta, odio pienamente conscio della meta agognata che si avvicina!

Debbo avvertire che il titolo di questo libro non corrisponde esattamente al contenuto. Non si tratta precisamente di verbali di adunanze, ma bensì di un rapporto, diviso in sezioni non sempre logicamente seguentisi, presentate da un potente personaggio. Il documento dà l'impressione di essere una parte di un complesso minaccioso e di maggiore importanza, del quale manca il principio. 
L'origine, già menzionata, di questo documento è evidente....


Secondo le profezie dei Santi Padri, le gesta degli Anti-Cristo devono sempre essere una parodia della vita di Cristo, ed essi pure debbono avere il loro Giuda. Ma, ben inteso, dal punto di vista terrestre questo Giuda non raggiungerà il suo scopo; e perciò, - benché di breve durata, - una vittoria completa di questo "Sovrano del mondo" (l'Anti-Cristo) è assicurata. Si comprende che questo accenno alle parole di W. Soloviev non è adoperato qui come prova della loro autorità scientifica. Dal punto di vista escatologico, non è la scienza che lavora, ma bensì il destino che eseguisce la propria parte importante. Soloviev ci fornisce il canovaccio, sarà il manoscritto che eseguirà il ricamo.

Ci si potrà rimproverare la natura apocrifa di questo documento, ma se fosse possibile di provare l'esistenza di questo complotto mondiale per mezzo di lettere e di testimonianze, e di smascherare i capi tenendone i fili sanguinolenti per le mani, i "Misteri dell'iniquità" sarebbero violati. Secondo la tradizione non devono essere smascherati completamente sino al giorno della incarnazione del "Figlio della perdizione" (l'Anticristo).

Non possiamo, nell'attuale complicazione di procedimenti delittuosi, sperar di avere prove dirette, ma dobbiamo contentarci della certezza acquistata mediante l'insieme delle circostanze, per cui non rimarrà alcun dubbio nella mente di ogni osservatore cristiano. Ciò che segue dovrebbe esser prova sufficiente per tutti coloro che hanno "orecchi per sentire": è lo scopo che ci siamo prefissi, di spingere tutti a proteggersi a tempo e a tenersi in guardia."

Una grave questione si è dibattuta recentemente sull'autenticità dei Protocolli. 

Noi non vogliamo dissimularla, sia per omaggio alla verità, sia perché i poco scrupolosi non ne abusino. Anzi noi eviteremo di voler risolvere quella questione nel senso formale, e d'altronde la discussione è troppo lunga e complessa perché qui possiamo riprodurla, tanto più che vi sono sempre convinti sostenitori d'ambo le parti.

A mo' di esempio rammenteremo questo punto: il fatto indiscutibile innanzi accennato che i Protocolli furono pubblicati in Russia nel 1905 (l'anno seguente il British Museum ne registrava una copia) è citato dagli assertori dell'autenticità come una prova, giacché nessuno potrà dire che la prodigiosa realizzazione odierna dei Protocolli sia il volgare trucco di una opera stampata après coup con una data anteriore. I negatori dell'autenticità citano questo stesso fatto per la loro tesi, dicendo che quando in Russia comparvero i Protocolli, e poi furono ripubblicati, essi non furono presi in considerazione dagli stessi giornali e circoli antisemiti russi che pur avevano tutto l'interesse di farlo: segno, dicono i negatori della autenticità, che si sapeva esser quello un prodotto della celebre "Okhrana".

Qui potete scaricare i Protocolli di Sion, fotografati pagina per pagina.
Si tratta di 24 paragrafi (detti "protocolli")..un breve sunto:

“I popoli della Cristianità sono fuorviati dall'alcool; la loro gioventù è resa folle dalle orgie classiche e premature alle quali l'hanno istigata i nostri agenti - e cioè i precettori, i domestici, le istitutrici, gli impiegati, i commessi e via dicendo -; dalle nostre donne nei loro luoghi di divertimento; ed a queste ultime aggiungo anche le cosiddette "Signore della Società" - loro spontanee seguaci nella corruzione e nella lussuria.
Il nostro motto deve essere: "Qualunque mezzo di forza ed ipocrisia!".
In politica vince soltanto la forza schietta, specialmente se essa si nasconde nell'ingegno indispensabile per un uomo di Stato. La violenza deve essere il principio; l'astuzia e l'ipocrisia debbono essere la regola di quei governi che non desiderano di deporre la loro corona ai piedi degli agenti di una potenza nuova. Il male è l'unico mezzo per raggiungere il bene. Pertanto non dobbiamo arrestarci dinanzi alla corruzione, all'inganno e al tradimento, se questi mezzi debbono servire al successo della nostra causa.”

“I nostri principi sono altrettanto potenti quanto i mezzi coi quali li mettiamo in atto. Questo è il motivo per cui non solo con questi mezzi medesimi ma anche con la severità delle nostre dottrine, trionferemo ed assoggetteremo tutti i Governi al nostro Super-Governo.”
“Il nostro appello di: "libertà, uguaglianza, fratellanza", attirò intiere legioni nelle nostre file dai quattro canti del mondo attraverso i nostri inconsci agenti, e queste legioni portarono i nostri stendardi estaticamente. Nel frattempo queste parole rodevano, come altrettanti vermi, il benessere dei Cristiani e distruggevano la loro pace, la loro costanza, la loro unione, rovinando così le fondamenta degli Stati.” (Protocollo 1).

“Non crediate che le nostre asserzioni siano parole vane: notate il successo di Darwin, di Marx e di Nietsche, che fu interamente preparato da noi.”
“Per mezzo della stampa acquistammo influenza pur rimanendo dietro le quinte. In virtù della stampa accumulammo l'oro: ci costò fiumi di sangue ed il sacrificio di molta gente nostra, ma ogni sacrificio dal lato nostro, vale migliaia di Gentili nel cospetto di Dio.” (Protocollo 2).

“Oggi vi posso assicurare che siamo a pochi passi dalla nostra mèta. Rimane da percorrere ancora una breve distanza e poi il ciclo del Serpente Simbolico - emblema della nostra gente - sarà completo.”
“Per indurre gli amanti del potere a fare cattivo uso dei loro diritti, aizzammo tutte le Potenze, le une contro le altre, incoraggiandone le tendenze liberali verso l'indipendenza. Abbiamo fomentato ogni impresa in questo senso, ponendo così delle armi formidabili nelle mani di tutti i partiti, e abbiamo fatto sì che il potere fosse la mèta di ogni ambizione. I governi li abbiamo trasformati in arene dove si combattono le guerre di partito. Fra poco il disordine ed il fallimento appariranno ovunque.”

“Sosteniamo i comunisti, fingendo di amarli giusta i principii di fratellanza e dell'interesse generale dell'umanità, promosso dalla nostra massoneria socialista.”
“Noi governiamo le masse mediante i sentimenti di gelosia ed odio fomentati dall'oppressione e dalla miseria. Ed è facendo uso di questi sentimenti che togliamo di mezzo tutti coloro che ci ostacolano.
Quando verrà il giorno dell'incoronazione del nostro Sovrano Mondiale, provvederemo con questi stessi mezzi, e cioè servendoci della plebe, a distruggere tutto ciò che potrebbe ostacolare il nostro cammino.”

“Questo odio diventerà ancora più acuto quando si tratterrà di crisi economiche, perché allora arresterà i mercati e la produzione. Determineremo una crisi economica universale con tutti i mezzi clandestini possibili coll'aiuto dell'oro, che è tutto nelle nostre mani. In pari tempo getteremo sul lastrico folle enormi di operai, in tutta l'Europa. Allora queste masse si getteranno con gioia su coloro dei quali, nella loro ignoranza, sono stati gelosi sin dall'infanzia, ne saccheggeranno gli averi e ne verseranno il sangue. A noi non recheranno danno, perché il momento dell'attacco ci sarà ben noto, e prenderemo le misure necessarie per proteggere i nostri interessi.”

“Ricordatevi della rivoluzione francese, che chiamiamo la Grande Rivoluzione: ebbene, tutti i segreti della sua preparazione organica ci sono ben noti, essendo lavoro delle nostre mani. Da allora in poi abbiamo fatto subire alle nazioni una delusione dopo l'altra, cosicché esse dovranno perfino rinnegarci, in favore del Re Despota, uscito dal sangue di Sionne, che stiamo preparando al mondo.”

“La parola "libertà" porta la società a lottare contro tutte le potenze, persino contro le potenze della Natura e di Dio. Questo è il motivo per cui, quando noi arriveremo al potere, dovremo cancellare la parola "libertà" dal dizionario umano, essendo essa il simbolo della forza bestiale che trasforma le popolazioni in belve assetate di sangue. Occorre però tener presente che queste belve si addormentano appena saziate di sangue e che in quel momento è facile affascinarle e ridurle in ischiavitù. Se non si procura ad esse del sangue, non si addormenteranno ma lotteranno fra di loro.”
(Protocollo 3).

Per approfondire: www.radioislam.org

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/