domenica 20 agosto 2017

i massacri delle foibe


Foiba è il termine con cui s’indicano grandi inghiottitoi tipici della regione carsica e dell’Istria. Le foibe non sono particolari tipologie di caverne, come spesso troviamo indicato, ma voragini rocciose a forma d’imbuto rovesciato creato dall'erosione dei corsi d’acqua.
Alcune di loro possono raggiungere i 200 metri di profondità. La voce foiba deriva dal termine dialettale dell’area giuliana, che a sua volta deriva dal latino fovea (fossa).
Il più antico documento dove compare tale termine è una relazione ufficiale del 1770, scritta dal naturalista Alberto Fortis.
Le foibe sono entrate nella memoria collettiva, a fatica e con oltre mezzo secolo di ritardo, per gli eccidi ai danni della popolazione italiana del confine orientale, avvenuti nel periodo compreso tra la seconda guerra mondiale e l’immediato dopoguerra.
Le foibe restano un argomento complesso da narrare, ad oltre settant'anni dallo svolgimento degli eventi.
Nelle foibe furono gettati i corpi di migliaia di cittadini italiani, eliminati per motivi politici dall'esercito di liberazione jugoslavo di Tito.


Quali le possibili motivazioni alla base di questi massacri?
Esistono delle spiegazioni possibili per i massacri, anche perpetrati in tempo di guerra?
Vi possono essere almeno due cause scatenanti, proviamo a leggerle: da una parte l’italianizzazione perseguita durante il periodo fascista nelle aree mistilingue del confine orientale e dall’altra la politica espansionistica di Tito, compresa l’ambizione di annettere alla nuova Jugoslavia comunista Trieste e il goriziano. [1]
Le prime esecuzioni avvennero nel 1943, nelle ore che seguirono la firma dell’armistizio.
Il primo risultato dell’armistizio del giorno 8 di settembre fu l’immediato collasso del Regio Esercito. Dal 9 settembre i tedeschi occuparono Trieste, Pola e Fiume lasciando sguarnito il resto della regione. I partigiani riuscirono ad impadronirsi delle zone non occupate dall’esercito tedesco.
Il 13 settembre fu proclamata, a Pisino, l’annessione dell’Istria alla Croazia da parte del consiglio di Liberazione Popolare per l’Istria. Nel breve volgere di poche ore furono istituiti improvvisati tribunali che rispondevano ai comitati di Liberazione. Questi tribunali emisero centinaia di condanne a morte. I condannati non si trovavano esclusivamente nelle file dei fascisti, ma anche in quelle d’italiani che potevano essere considerati nemici del futuro stato comunista jugoslavo. [2]
Il numero dei morti relativi all’autunno del 1943 potrebbe aggirarsi tra i 400 e i 600.
L’armistizio, con relativa fuga del Re e del maresciallo Badoglio, è lontana nel maggio del 1945 quando in buona parte dell’Italia settentrionale la guerra è finita. Quasi tutte le regioni del settentrione guardano al futuro dopo la resa dei conti avvenuta nel mese di aprile. 
Una parte del nostro paese è ancora avvolta dalle nebbie: a Trieste, Gorizia, Monfalcone e in altri centri dell’est Italia si vivono giornate oscure e dense di morte.
«Folate di paura che corrono per le strade. Le città e i paesi sono serpeggiati da una epidemia mortale che può insinuarsi in ogni casa[3]
In quei frangenti le popolazioni del Venezia Giulia maledicono la lentezza delle operazioni alleate poiché debbono confrontarsi con l’occupazione delle forze partigiane di Tito.
Una nuova tragedia è alle porte, alimentata dal ricordo degli infoibati del 1943.
Trieste occupata scivola nella paura: «Divieto assoluto di circolazione in città per i civili dalle 8 di sera alle 10 del mattino». Il giorno seguente un nuovo avviso: «Domani 4 maggio all’una del mattino tutti gli orologi vengono spostati indietro di un’ora, in modo da uniformare il tempo con quello del resto della Jugoslavia[4]


Gli avvisi sono l’anticamera di perquisizioni, fermi, incarceramenti e sequestri di beni. Per gli esseri umani non possiamo parlare di sequestri ma di scomparse: «Molti triestini scomparivano. Uscivano a comprare il pane e le sigarette, e non tornavano più. »[5]
Scomparvero fascisti di basso profilo – che a differenza dei gerarchi non erano riusciti a fuggire – carabinieri, finanzieri, funzionari di banca, insegnanti, avvocati e commercianti.
Una parola correva per le vie delle città: OZNA.
Questo termine alimentava paura e terrore.
L’OZNA era la polizia politica jugoslava: «Non era più l’arroganza burocratica del fascismo, ma qualcosa di molto diverso, ossia un arbitro misterioso, che somigliava a quello del caso o del destino. Tutti comunque si rendevano conto che le cose erano profondamente cambiate, mutate un’altra volta[6]
Si susseguono arresti e scomparse.
Le scomparse come si concludono?
Spesso con uccisioni efferate: tra i tanti da ricordare i casi dei democristiani Carlo Dell’Antonio e Romano Meneghello o, ancora, del prete Don Francesco Bonifacio, torturato e assassinato.
Il corpo di Don Francesco mai sarà ritrovato.
Dagli scritti dell’ex sindaco di Trieste, Gianni Bartoli, e dai documenti inglesi si rileva che «molte migliaia di persone sono state gettate nelle foibe locali». Queste fonti si riferiscono esclusivamente alla città di Trieste, escludendo il resto della Giulia e dell’Istria.
Le informazioni giunsero al governo presieduto da Alcide De Gasperi, che nello stesso maggio chiese ragione a Tito di 2500 morti e 7500 scomparsi nella regione della Venezia Giulia.
Tito confermò l’esistenza delle foibe come luogo d’occultamento dei cadaveri.
L’atteggiamento del governo italiano?
In data 26 luglio 1945 De Gasperi dava alle ambasciate a Washington e a Londra la seguente direttiva: «Di fronte alle continue notizie di vessazioni, violenze, arbitri compiuti dai partigiani di Tito non c’è possibile assistere più oltre passivamente alla tragedia di decine di migliaia di italiani, che supera in crudeltà, metodi e sistemi quanto gli stessi tedeschi hanno compiuto in questi ultimi anni in Europa».[7] 
La conclusione era la richiesta di una Commissione internazionale di indagine sulla Venezia Giulia. Con lettera 28 agosto 1945 era inviata una prima relazione sulle atrocità commesse dagli jugoslavi nella Venezia Giulia. Il giorno successivo un'altra relazione segnalava i nominativi degli agenti della Croce Rossa Italiana arrestati a Trieste e a Pola dalle autorità jugoslave. Il 15 settembre era inoltrata una protesta presso la Commissione alleata per danni alle banche, il 27 settembre 1945 un secondo rapporto documentava le atrocità commesse dagli slavi. [8]


Quale fu la sorte dei triestini e degli abitanti della Giulia?
La voce ad un sopravvissuto, Giovanni Radetticchio: «Trascorsi giorni di dura prigionia, durante i quali fummo selvaggiamente percossi e patimmo la fame. Una mattina sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri – facciamo presto perché si parte subito – infatti fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre al quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia.»[9] Il sopravvissuto continua: «ci fermammo ai piedi di una collina dove ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chili. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba. Uno di noi si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi con mitra puntato su una roccia, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo mi sparò contro. Il proiettile spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba il sasso era rotolato lontano da me. La cavità aveva una larghezza di 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua. Cadendo non toccai il fondo e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia[10]
L’esecuzione sommaria e l’infoibamento sono il destino di una parte degli arrestati.
Basovizza, Opicina, Prosecco, Cruscevizza e molte altre località, sono i nomi ove tutto ciò si consumò.
Quali i numeri di questo massacro?
Gli infoibati sono difficili da conteggiare poiché in moltissimi casi non è stato possibile recuperare il corpo. Agli infoibati sono da aggiungere i prigionieri deceduti nei campi di prigionia della Slovenia e della Croazia.
La cifra più diffusa oscilla tra 10.000-12.000 deceduti.
Una domanda che si dovrebbe porre è la seguente: perché le foibe non sono entrate nel patrimonio collettivo della nazione?
«Le spiegazioni rinviano ad una sorta di silenzio di stato che è caduto sulle stragi già nell’immediato dopoguerra. Sono state infatti le ragioni della politica internazionale e di quella nazionale a limitare la conoscenza..»[11]
il 30 marzo del 2004 con la legge numero 92 fu istituita la solennità civile nazionale denominata “Il giorno del Ricordo”. Lo scopo è quello di conservare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalla loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale. La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di Pace che assegnava alla Jugoslavia l’Istria e la maggior parte della Venezia-Giulia.
Il Giorno del ricordo è celebrato - dal 2006 - dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale al cospetto del presidente della Repubblica, che conferisce le onorificenze alla memoria ai parenti delle vittime. Il testo della legge numero 92 del 30 marzo 2004 riporta, oltre alla motivazione dell’istituzione della giornata: «Nella giornata sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte d’istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende


Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


Fabio Casalini - fondatore del blog I Viaggiatori Ignoranti

Bibliografia

Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002

Diego De Castro – Il Problema Trieste – Editore Cappelli - 1953

Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
Galliano Fogar – Trieste in guerra 1940/1945 – Trieste 1999

Fotografie
1- Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d'Istria negli ultimi mesi del 1943
2- Schema di una foiba tratto da una pubblicazione del 1946 del CNL istriano.
3- Territori controllati dagli Alleati(rosa/rosso) e dai tedeschi (bianco) al 1/5/1945.
4- Recupero dei resti umani dalle foibe.




[1] Josip Broz, conosciuto con il nome di battaglia di Tito, comandò l’esercito popolare per la liberazione della Jugoslavia dal 4 luglio del 1941.
[2] Un esempio di questi massacri: nella città di Rovigno, il comitato di Liberazione compilò una lista contenente fascisti ma anche persone estranee al partito. Furono condotti a Pisino. La maggioranza di loro fu gettata ancora viva nelle foibe.
[3] Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
[4] Galliano Fogar – Trieste in guerra 1940/1945 – Trieste 1999
[5] Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
[6] Carlo Sgorlon – La foiba grande – Mondadori, 1992
[7] Diego De Castro – Il Problema Trieste – Editore Cappelli - 1953
[8] Il Piccolo di Trieste – De Gasperi e le foibe - 2005
[9] Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002
[10] Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002
[11] Gianni Oliva – Foibe – Mondadori, 2002

martedì 15 agosto 2017

Usa, arriva il microchip sottopelle: per timbrare il cartellino

Sapevamo che prima o poi sarebbe accaduto, però un conto è guardarlo nei film di fantascienza, e un altro nella tua mano. Stiamo parlando del microchip che dal primo agosto verrà impiantato tra il pollice e l’indice di tutti i dipendenti della compagnia del Wisconsin Three Square Market, per fare acquisti, aprire la porta dell’ufficio, in sostanza “timbrare il cartellino” e accedere al proprio computer. 32M è un’azienda di River Falls che disegna software per i locali all’interno degli uffici dove gli impiegati vanno nei momenti di pausa. Tutte le compagnie americane li hanno, e in genere contengono macchine dove si possono comprare snack. Anche nella sala stampa della Casa Bianca, tanto per fare un esempio, ce n’è una. Il pagamento un tempo si faceva con le monetine, poi con i dollari di carta, e adesso con le carte di credito. Comunque richiedeva di aver con sé i soldi o il portafoglio. Todd Westby, il ceo di Three Square Market, si è imbattuto nella BioHax International, azienda svedese specializzata in sensori biometrici, che nel paese scandinavo sono già stati adottati dalla startup Epicenter. Considerando il settore in cui opera 32M, a Westby non è parso vero di poter diventare il pioniere della nuova tecnologia, dando l’esempio ai clienti. «I microchip – spiega – sono il futuronel campo dei pagamenti, e noi vogliamo essere parte di questo fenomeno».
Perciò l’amministratore delegato di Three Square Market ha fatto un accordo con BioHax, per comprare i suoi microchip. Sono grandi come un chicco di riso, costano 300 dollari l’uno, e usano le tecnologie delle “near-field communications” (Nfc) e della Jowan Osterlund della svedese Biohax“radio frequency identification” (Rfid). Possono essere usati per acquistare i prodotti che vendono le macchine installate da 32M, ma anche per aprire la porta dell’ufficio in sicurezza, accedere al proprio computer, e chissà quali altre funzioni in futuro. Westby ha offerto questi strumenti ai suoi dipendenti su base volontaria, e quasi tutti i circa cinquanta impiegati dell’azienda hanno accettato di adottarli. Così il primo agosto terranno un “chip party”, e se li faranno impiantare nello spazio sopra al palmo della mano che sta fra il pollice e l’indice. Naturalmente la festa prevede l’offerta snack a base di salsa e chip, dove però non si intendono quelli elettronici, ma quelli cucinati con patate o mais da immergere nel guacamole.
Così Three Square Market diventerà la prima compagnia americana ad adottare questa tecnologia, dove l’Europa ha anticipato jmp micro marketgli Usa. Westby ha rassicurato i dipendenti, spiegando che il microchip adoperato è in sostanza una versione aggiornata della chiave dell’ufficio: «Non contiene un Gps, e quindi non ci consente di seguire i movimenti degli impiegati. Le informazioni che contiene sono criptate, perciò la privacy è assicurata». Non è detto, però, che il futuro sia solo questo. Anzi. 32M ha interesse a promuovere la tecnologia dei microchip per i pagamenti, ma come spesso accade, una volta che liberi il genio dalla lampada non puoi prevedere dove andrà a finire. Questi strumenti possono contenere informazioni di qualunque tipo, incluse quelle sanitarie, e anche adattati per pedinare chi li indossa, magari ascoltando le sue conversazioni in diretta. Sono il futuro, come dice Westby, che potrà essere regolato ma non fermato. Unica consolazione: ai pentiti basterà una piccola pressione sulla mano per farli saltare fuori e tornare al passato.
(Paolo Mastrolilli, “Arriva il microchip sottopelle, per timbrare il cartellino e pagare caffè e bibite”, da “La Stampa” del 25 luglio 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/

domenica 13 agosto 2017

il Dio Sole invincibile


Nel Rinascimento si formò l'idea che il cristianesimo sia stato pesantemente influenzato dal mitraismo e dal culto del Sol Invictus, o addirittura che trovi in loro la sua radice vera.
Esistono fonti che ci permettano di comprendere l'influenza del culto solare nei confronti del cristianesimo? 
V secolo, Roma.
Papa Leone I scriveva: «È così stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa s’inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che è ripetuto per mentalità pagana. I cristiani devono astenersi da ogni apparenza d’ossequio a questo culto degli dei.» [1]


Il Sol Invictus, per esteso Deus Sol Invictus, era un appellativo religioso usato per diverse divinità nel tardo impero romano, tra cui Helios, El-Gabal e Mitra, che finirono per essere assimilate in un monoteismo solare.
Il culto del Sol Invictus ebbe origine in Oriente, dove le celebrazioni del rito della nascita del Sole prevedevano che i celebranti, ritiratisi in appositi santuari, uscissero a mezzanotte annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato come un infante. Questi riti si celebravano in Egitto e Siria.
L’usanza sparì con la diffusione della nuova religione?
Cosma da Gerusalemme testimonia che ancora nel VII secolo s’effettuavano tali cerimonie nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre.


Possiamo affermare che ancora nel 600 le celebrazioni della vergine che partorisce il Sole si effettuavano in paesi dell’Oriente.
Una domanda sorge spontanea: quando il Dio Sole Invitto entrò nelle celebrazioni dei romani?
Il culto acquisì importanza nella città di Roma grazie all’imperatore Eliogabalo che tentò d’imporre il culto d’Elagabalus Sol Invictus, il Dio Bolide della propria città natale, Emesa in Siria. L’imperatore fece costruire un tempio dedicato al nuovo Dio sul Palatino. La morte violenta dell’imperatore, nel 222, comportò la cessazione delle celebrazioni. Tale avvenimento ricorda gli accadimenti dell’Antico Egitto dove il faraone Akhenaton cercò d’imporre il monoteismo, tramite la sostituzione dei culti precedenti con quello relativo al Dio Aton. Alla morte del faraone, il dio e la rivoluzione religiosa d’Akhenaton furono coperti da damnatio memoriae. Una piccola differenza esiste: le celebrazioni continuarono fuori delle mura di Roma, ma all’interno dei confini dell’impero. 


Nel 272, Aureliano riuscì a sconfiggere la Regina Zenobia del Regno di Palmira grazie all’intervento, provvidenziale, delle truppe della città stato d’Emesa. L’imperatore ammise d’aver avuto la visione del dio Sole d’Emesa che interveniva in aiuto delle truppe. L’imperatore fece ritorno a Roma con le truppe ed i sacerdoti del Dio Sol Invictus, ufficializzando così il culto solare d’Emesa. Edificò un tempio sul Quirnale e creò un nuovo corpo di sacerdoti, i pontifices solis invicti.
Possiamo pensare che Aureliano cercò di unificare, sotto le sembianze del Sol Invictus, varie divinità presenti nell’impero?
Vorrei ricordare che Giove e Apollo erano identificati con il sole.
Tertulliano asserì che molti romani pensavano che i cristiani adorassero il Sole.
Aureliano fece del Dio Sole la principale divinità dell’impero romano. Con molte probabilità risale al periodo dell’imperatore la nascita della festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, in altre parole il giorno di nascita del Sole Invitto. 


La data che fu scelta s’innestava con la festa più antica ed importante dell’impero, i Saturnali.
Quale data fu scelta?
Il 25 dicembre come data per la celebrazione del Solo Invitto è riportata solo nel Cronografo del 354.[2]
Nel regno di Licinio la celebrazione del Sol Invictus si svolse il 19 dicembre. [3]
La celebrazione avvenne in date diverse dal 19 o dal 25 dicembre: vi sono esempi che avvenisse dal 19 al 22 d’ottobre.[4]
Le celebrazioni legate al Dio Sole come s’intersecano con la nuova religione?
Legami tra il Sole e la figura del Messia compaiono in una profezia biblica di Malachia: « la mia giustizia sorgerà come un Sole e i suoi raggi porteranno la guarigione...il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi.»[5]
Le associazioni tra il Sole e il Messia appaiono anche nei manoscritti del Mar Morto: « La sua parola è come parola del cielo; il suo insegnamento è secondo la volontà di Dio. Il suo eterno Sole splenderà e il suo fuoco sarà fulgido in tutti i confini della terra; sulla tenebra splenderà. Allora la tenebra sparirà dalla terra, l'oscurità dalla terraferma. »[6]
La prima testimonianza del Natale cristiano, successiva al Cronografo del 354, risale al 380, grazie ai sermoni di Gregorio di Nissa.


La festa del Natale di Cristo non è riportata negli antichi calendari delle feste cristiane: gli adepti della nuova religione prediligevano altre festività quali la Pasqua, l’Epifania e il concepimento. 
Il 380 lo possiamo definire uno spartiacque: la religione del Sol Invictus restò in uso sino all’editto di Tessalonica del 27 febbraio, con cui Teodosio stabiliva che l’unica religione di Stato era il Cristianesimo di Nicea.
Le religioni imposte per legge con gran difficoltà attecchiscono immediatamente.
Il culto del Sole continuò ad attraversare i secoli.
XII secolo, verso la fine.
Un vescovo siriano ammette: «Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la "vera" Natività doveva essere proclamata in quel giorno.»
Jacob bar-Salibi, vescovo siriano, permette di comprendere come alla fine del XII secolo ancora si ricordava la sovrapposizione del culto solare con il cristianesimo delle origini.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/









[1]Sermone tenuto da Papa Leone I nel Natale del 460
[2] Il Cronografo è un calendario illustrato per l'anno 354, accompagnato da altri testi e illustrazioni, opera del calligrafo Furio Dionisio Filocalo, il cui nome è riportato nella dedica sulla prima pagina del codice, offerto ad un aristocratico romano di fede cristiana di nome Valentino. Secondo gli studiosi il Cronografo contiene documenti risalenti almeno al 336
[3] L’ordine ufficiale dato all’esercito di Licinio di celebrare la festa il 19 dicembre, è contenuta in un’iscrizione citata in “Official Policy towards Oriental Cults in the Roman army” di Allan Hoey, 1939
[4] Secondo il Cronografo del 354 in quelle date si svolgevano i Giochi del Sole
[5] Libro di Malachia, 3, 20-21
[6] Giovanni Ibba - Qumran. Correnti del pensiero giudaico – Carocci, Roma, 2007

Immagini
1- Sol Invictus presso il Museo Nazionale Romano
2- Moneta coniata nel 216. A sinistra testa laureata. A destra il Sole tiene in mano il globo.
3- Rappresentazione di Mitra e del Sol Invictus presso i Musei Vaticani.
4- Moneta coniata nel 274. Aureliano con la corono radiata.
5- Moneta del tempo di Costantino con rappresentazione del Sol Invictus.
6- Mosaico del III secolo rinvenuto presso la necropoli cristiana sotto la Basilica di San Pietro. Tra le ipotesi la visione di Cristo rappresentano come il Dio Sole-Apollo.

martedì 8 agosto 2017

da dove vengono quei simboli che vediamo ogni giorno

Li utilizziamo tutti i giorni per inviare e-mail o per rispondere alle conversazioni su WhatsApp e Facebook Messenger. Stiamo parlando della chiocciola e dello smile, la faccina sorridente, due tra i simboli tecnologici più famosi e usati dagli utenti. La tecnologia e la comunicazione sono oramai sommerse dai simboli e dalle icone. Basta pensare alle emoticon, le faccine utilizzate per rendere più animate le conversazioni e le e-mail, diventate la lingua più parlata al mondo, con oltre due miliardi di persone che ogni giorno si scambiano faccine sorridenti e arrabbiate. I simboli riescono a far diventare universale un’azione: tutti sanno che il cancelletto è il simbolo dell’hashtag, mentre il triangolino è il tasto “Play” che serve per fa partire i video sulle piattaforme di streaming o i film al lettore Dvd di casa.
Smile. Tutti utilizziamo almeno una volta al giorno lo smile, la faccina formata da due occhi e da uno viso sorridente, ma in pochi ne conoscono le origini. Lo smile fu creato nel 1963 da Harvey Ball, un disegnatore che aveva avuto il compito da una smilecompagnia assicurativa di Wonchester, negli Stati Uniti, di creare un simbolo che rallegrasse gli assicuratori durante le trattative con i clienti. Il disegnatore non ha mai registrato la faccina, che in breve tempo si è diffusa prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo. Dalla propria invenzione Harvey Ball non ha mai ricavato nulla, se non i soldi per il lavoro effettuato per la compagnia d’assicurazione.
Chiocciola. Il simbolo della chiocciola è diventato di uso comune grazie soprattutto al fatto di essere presente negli indirizzi di posta elettronica. La chiocciola è quasi sicuramente il simbolo tecnologico più longevo: nell’antica Grecia la @ indicava l’anfora nel suo significato di unità di misura. Nell’accezione moderna di simbolo presente all’interno degli indirizzi mail fu utilizzata per la prima volta nel 1972 quando il programmatore inglese Ray chiocciolaTomlinson la scelse per inserirla negli indirizzi della rete Arpanet. Nella dicitura in inglese degli indirizzi e-mail la @ sostituisce la parola at, che in italiano significa “presso”.
Cancelletto. Con la diffusione dei social network, l’hashtag è diventato un termine di uso comune, così come il cancelletto che lo simboleggia. Ma perché è stato scelto proprio il cancelletto per simboleggiare gli hashtag? Perché in inglese hashtag è l’unione di due parole: hash (cancelletto in italiano) e tag (etichetta, in italiano). Infatti, gli hashtag hashtagnon sono altro che delle etichette utilizzate per raggruppare dei contenuti che parlano dello stesso tema. Il primo a utilizzare un hashtag su Twitter fu Chris Messina, un avvocato di San Francisco nell’agosto del 2007.
Pericolo radiazioni. Un cartello giallo con un simbolo nero e sotto la scritta “Attenzione, pericolo radiazioni”. È il classico avvertimento che si trova vicino a una cabina elettrica o in una centrale nucleare. Ma il simbolo formato da un puntino nero con tre pezzi di eliche attorno cosa simboleggia? In realtà il pallino centrale è un atomo e le tre eliche attorno le radiazioni che sprigiona. Il simbolo viene creato nel 1946 all’Università della California, ma i colori originali radiazionierano il blu come sfondo e il rosso magenta per l’atomo e le eliche. La colorazione rosso/giallo fu scelta nel 1948 dagli scienziati dell’Oak Ridge Lab, mentre in Europa si è diffuso il simbolo con la combinazione nero/giallo.
Accensione. Il simbolo per accendere i dispositivi elettronici domestici è oramai identico in tutto il mondo. Ma la storia e il significato dello strano simbolo che ogni giorno premiamo per accedere televisori e lavatriciaccensionenessuno li conosce. In realtà sarebbe l’unione del numero 1 o dello 0, utilizzati nel sistema binario per programmare l’accensione e lo spegnimento dei device. Nel 1973 la Commissione Elettrotecnica Internazionale lo ha scelto come simbolo da utilizzare in tutti i dispositivi.
Play. Un triangolino con la punta girata verso destra. Questo il simbolo riconosciuto internazionalmente per far partire i video sulle piattaforme di video in streaming o i film nei lettori Dvd. Secondo alcune ricostruzioni, il simbolo è stato utilizzato per le prime negli anni sessanta, quando nel settore dell’audiovisivo si utilizzavano ancora i nastri. Per playmandare avanti una bobina, la si doveva far girare verso destra, e quindi fu scelto come simbolo una freccia (il triangolino) con la punta posizionata verso destra.
Bluetooth. Presente oramai nella maggior parte dei dispositivi, il Bluetooth inizialmente fu creato per collegare i telefonini con le cuffie, in modo che potessero comunicare anche a distanza. Il nome Bluetooth bluetoothderiva dal re di Danimarca Harald Bluetooth, che nel decimo secolo tentò di unire la Scandinavia sotto un’unica bandiera. E anche il simbolo che oramai abbiamo imparato a conoscere e che simboleggia il Bluetooth è in onore al re danese: è la fusione delle iniziali del re (H e B) in caratteri runici.
Usb. Finora abbiamo visto simboli tecnologici che avevano alle spalle una storia e un significato ben precisi. L’icona che simboleggia l’Usb non ha nulla di tutto ciò. Nessuno conosce il reale motivo per cui venga utilizzato una sorta di Usbtridente con all’estremità tre forme geometriche diverse. Alcuni ipotizzano che sia il tridente del dio Nettuno e i simboli geometrici simboleggiano l’universalità della porta Usb, che si adatta a tantissimi dispositivi.
Nuvola. La nuvola è il simbolo del cloud, la tecnologia utilizzata da tantissime imprese per stoccare dati e informazioni in server presenti lontani dai dispositivi. I servizi di cloud storage vengono utilizzati anche dacloudmolti utenti, per trasferire i propri dati in un luogo che sia più sicuro rispetto all’hard disk del proprio computer o la memoria dello smartphone. Come simbolo è stato scelto proprio la nuvola, perché in inglese il termine viene tradotto con la parola cloud.
Wi-Fi. Il simbolo del Wi-Fi oramai lo abbiamo imparato a conoscere molto bene, grazie soprattutto all’utilizzo massiccio che ne fa sui computer e sugli smartphone. L’icona del Wi-Fi è molto semplice: un cerchio con delle onde che si propagano, a simboleggiare proprio il funzionamento della tecnologia. Il cerchio non è altro che il WiFirouter o il dispositivo utilizzato per propagare la connessione Wi-Fi.
(“Il vero significato di 10 simboli tecnologici che vediamo ogni giorno”, da “Libero Notizie” del 27 luglio 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/

il mistero delle donne sacre Khmer, le Devata di Angkor Wat e Yogini di Chaunsat


di Kent Davis

Chi sono le Devata ?

Questo studio è motivato dal desiderio di spiegare il motivo della massiccia presenza di raffigurazioni femminili, le Devata, nel tempio di Angkor Wat.

Comprendere chi siano queste donne Khmer ci permette anche di riconsiderare la vera finalità del tempio e capire il ruolo femminile nello sviluppo di questa straordinaria civiltà.

Per 150 anni, gli studiosi hanno spiegato semplicemente le Devata come presenze accessorie "per intrattenere il re del cielo" o "Decorare le nude pareti di arenaria".
Le nostre ricerche indicano che queste figure hanno un ruolo molto più profondo ed importante della semplice decorazione: non si tratta solo di danzatrici ma di vere e proprie divinità.

Quindi è lecito pensare che la ragione principale per la costruzione di Angkor Wat (in lingua khmer: Tempio della città) potrebbe essere stata quella di onorare queste donne e festeggiare il loro contributo fondamentale all'impero Khmer. Proprio loro, infatti, sono state la chiave per mantenere armoniosa la società khmer, contribuendo alla sua prosperità economica.
L'argomento di questo articolo è il paragone tra Devata e Yogini, le vibranti divinità femminili dell'India, un confronto che può risultare illuminante per comprendere i misteri delle donne di Angkor Wat...


Angkor Wat, il tempio del 12° secolo



Foto: Devata raffigurata nel Bakkan, la parte più alta e più sacra del tempio di Angkor Wat.

Angkor e la civiltà Khmer

Angkor Wat, il famoso tempio indù del 12° secolo, che ora si trova in piena giungla della Cambogia,non è solo la più grande struttura religiosa nel mondo. Questo tempio Khmer ha una particolarità: per quasi 1.000 anni, ha custodito le immagini sacre di oltre 1.796 donne.

Il fatto sconcertante è che nessuno sa chi fossero e quali valori di spiritualità o di governo rappresentassero. Perché tutte queste donne siano state scelte a dominare questo magnifico complesso con la loro presenza rimane un mistero.
Ogni ritratto femminile ad Angkor Wat è nettamente diverso dagli altri, con una miriade di differenze: posizione del corpo, delle mani (mudra), etnia, gioielli, vestiti, capelli e collocazione.

Non è rimasta quasi nessuna documentazione scritta che spieghi come la civiltà Khmer sia sopravvissuta attraverso i secoli. Il miglior racconto è quello del diplomatico cinese Zhou Daguan, che visitò Angkor Wat 150 anni dopo la sua costruzione.

Daguan non fa mistero del suo interesse per le donne Khmer. Infatti riporta dettagliatamente la loro importanza nella conduzione degli affari, il gran numero di donne che vivevano nel palazzo (senza tralasciare un'occhiata a quelle che facevano il bagno seminude). Nonostante il suo affascinante racconto, una delle tante domande cui Daguan non risponde è: "Perché i Khmer popolano i loro più grandi templi con queste immagini ?"

Alcuni indizi si possono trovare in India, dove hanno avuto origine molti aspetti della civiltà Khmer.

In queste pagine quindi analizziamo le tradizioni delle Yogini indiane.
Non è noto se la religione Khmer, al tempo di Angkor Wat, avesse tradizioni simili incentrate su divinità femminili. Tuttavia, è chiaro che i templi Khmer propongano una netta preminenza di figure sacre femminili mentre quelle maschili sono quasi assenti. Alcuni templi indiani Yogini presentano questa stessa caratteristica.

Esamineremo quindi un tempio indiano che, come Angkor Wat, propone prevalentemente immagini femminili: il Tempio di Chaunsat Yogini a Bheraghat Jabalpur, nell'India centrale.

A sinistra: la parola Yogini in sanscrito devanagari

Che cosa è una Yogini? 

L'espressione Yogini, utilizzata in entrambe le tradizioni indù e buddhista, ha molteplici significati.

In primo luogo, può fare riferimento a una donna umana che si dedica a perseguire la conoscenza spirituale e l'illuminazione attraverso la pratica dello Yoga. Un praticante maschio è chiamato Yogi. Attraverso la sua pratica, una Yogini può acquisire determinati poteri soprannaturali compreso quello di controllare le funzioni corporee (vale a dire battito cardiaco, fertilità, resistenza al dolore o al freddo e metabolismo) o anche la capacità di volare.

Nella foto: Lakshmi (ricchezza/soddisfazione materiale), Parvati (potere, amore, soddisfazione spirituale) e Saraswati (apprendimento/ arti, soddisfazione culturale) in un'unica manifestazione di Devi. Dipinto di V.V. Sagar.

Il percorso di una yogini può comprendere la pratica del Tantra (in sanscrito = tessere), una filosofia religiosa incentrata sull'interazione tra le forze maschili e femminili dell'universo incarnate da Shakti e Shiva.

La parola Yogini può anche riferirsi a personificazioni di aspetti della natura, che si manifestano dalla Dea Madre Divina, o Devi (raffigurata in un'immagine qui a fianco). Queste Yogini includono le dieci Mahavidyas (chiamate anche Grandi Saggezze o dakini) che rappresentano tutta la gamma della divinità femminile, dal bello e delicato al violento e terrificante.
In alcune scuole dello Yoga e del Tantra, queste potenti manifestazioni servono come modello da emulare per le Yogini umane.

Un'altra definizione caratterizza Yogini come aspetti della dea indù Durga, che è un'altra forma di Devi.
Durante una battaglia per salvare l'universo, Durga emanò otto Yoginis per raggiungere il suo obiettivo. In alcuni sistemi sono chiamate Màtrikà. Più tardi i testi moltiplicano le Yogini da 8 a 64 per rappresentare l'intera gamma di forze nel mondo che controllano fertilità, malattia, abbondanza, vegetazione, vita e morte.

In sostanza si può dire che le Yoginis incarnano la gamma delle donne, da umane a divine, che rappresentano, il controllo o cercano di controllare le potenti forze della natura, compresa la vita stessa.
Le immagini nei templi Yogini dell'India e coloro che hanno seguito per più di un millennio queste pratiche spirituali sono tutti, in qualche modo, legati alla tradizione Yogini.

Nella foto: Sri Dhanendri - foto di Raju-Indore.

I primi racconti degli europei sulle Yogini erano concentrati sui loro aspetti terribili: come scrisse Miranda Shaw in "Dee buddhiste" o David Gordon White in "Bacio delle Yogini" e "Yoginis, divinità o ... folletti?"

Nella sua relazione del 1862-1865 per la Soprintendenza Archeologica dell'India, il direttore generale Alexander Cunningham, a proposito del tempio yogini di Khajaraho, ha scritto: "Chaonsat Yogini sembra essere il più antico tempio di Khajaraho. Unico per posizionamento è anche il solo in granito, mentre per tutti gli altri sono state utilizzate le cave di arenaria sulla riva orientale del fiume Kane. Le Joginis o Yogini, sono folletti femmina che obbediscono a Kali, la terribile dea della distruzione.
Quando si svolge una battaglia, si dice corrano freneticamente per il campo con le loro ciotole per raccogliere il sangue degli uccisi, che tracannano con piacere. Nel Chandrodaya Prabodha sono chiamate "spose dei demoni che danzano sul campo di battaglia."

"Per questa loro connessione con la dea Kali che beve sangue, è probabile che il tempio originariamente potrebbe essere stato dedicato a Siva, ipotesi che è in parte confermata dalla posizione di un piccolo santuario di Ganesha sullo stesso costone roccioso immediatamente di fronte l'ingresso. Ma poiché i bramini del posto affermano che la dedica di un tempio alle Yogini garantisca la vittoria a chi lo costruisce, è possibile che questo tempio mantenga il suo nome originale".

Vans Kennedy nella sua "Mitologia indù" (p. 490) cita i nomi di sei Yogini: Brahmi, Maheswari, Kaumari, Vaishnavi, Varahi, Mahendri, tutte chiamate da Siva a divorare la carne e bere il sangue del grande Daitya Jalandhara.

"Da questo punto di vista, ci si potrebbe aspettare di trovare numerosi templi dedicati alle Yogini, in quanto molti condottieri sarebbero stati disposti a propiziarsi la vittoria in questo modo. Ma poiché questo è l'unico santuario di queste dee che ho trovato, sono propenso a dubitare della tradizione, e ad attribuire il tempio a Durga o Kali, la consorte di Siva."

Nella foto: Angkor Wat: Devata dalla parete est del Gopura Occidente.

Le donne di Angkor Wat possono essere Yogini?

In contrasto al nulla tramandato sulle donne di Angkor Wat, note anche come Devata o Apsara, è rimasta una notevole quantità di informazioni scritte per quanto riguarda le Yogini dell'India.

Le Devata risultano tutte certamente molto più riservate nel loro comportamento e quindi potrebbero rappresentare solo gli aspetti più dolci del pantheon Yogini.

Le donne di Angkor Wat non mostrano attributi orribili o soprannaturali. In realtà appaiono del tutto normali, prive di zanne, aloni, occhi in più, ali o altre caratteristiche terribili e fantastiche.
Nessuna, infatti, appare come Sakti, la manifestazione femminile di un dio, a volte visto con la testa di animale, cinghiale, toro, cavallo o leone.

Né le donne di Angkor Wat sfoggiano collane o coppe fatte di teschi umani, oppure scheletri o armi tra i loro ornamenti.

Tutte le Devata di Angkor Wat sono in piedi in posa dignitosa con entrambi i piedi ben saldi a terra. Nessuna è seduta. Solo un paio assumono posizioni che possono essere associate alla danza.

Eppure, raffigurate in un tempio, le donne di Angkor Wat, sembrano condividere qualcosa di divino con le loro sorelle Yogini. Alcune mostrano posizioni delle mani (mudra) simili, gioielli e ornamenti associati con piante e fiori dalla natura. Come gli ammiratori hanno osservato per secoli spesso sono molto attraenti.

Le donne di Angkor Wat sembrano rappresentare solo un rapporto armonioso con la natura, mentre le Yogini indiane evocano maggiormente l'intera gamma della creazione, compresi gli aspetti violenti.

Forse c'è una connessione tra questi due gruppi di donne straordinarie, ma non è immediatamente evidente. Un buon punto di partenza è quello di esaminare i templi Yogini indiani, utilizzando l'esempio specifico delle Yogini Chaunsat di Bheraghat Jabalpur.


La pianta del tempio Yogini a Bheraghat mostra il chiostro circolare con le 84 nicchie e il Gauri Sankara centrale, tempio dedicato a Shiva.

I Templi Yogini

In India i bramini hanno a lungo ritenuto che Sangam, la confluenza di due fiumi, sia un luogo particolarmente sacro perché la commistione di due corsi d'acqua è considerata più efficace a lavare via i peccati.

Questo è il motivo per cui Bheraghat, dove si incontrano il Narbada e il Saraswati è un luogo di balneazione particolarmente santo.

Alto su una collina nei pressi della congiunzione dei due fiumi si trova il tempio circolare Yogini, il cui chiostro protegge il tempio di Gauri Sankara dedicato a Shiva.

La forma circolare è inusuale per i luoghi braminici, ma è la forma corretta per i templi dedicati alle Yogini Chaunsat (vale a dire 64 Yogini). Altri due templi Yogini di questa forma sono Hirapur e Ranipur-Jharial. Un quarto tempio yogini, Khajaraho, è oblungo. Tutti sono a cielo aperto.


Il tempio centrale Gauri Sankara a Bheraghat, foto di Raju-Indore.


Il santuario originario centrale fu eretto nel 1155 dC, il che lo rende contemporaneo ad Angkor Wat (1116-1150 dC). E' stato costruito dalla Regina Kalachuri Alhanadevi durante il regno del figlio Narasimhadeva.

Nel tempio compaiono solo due statue maschili.

Le statue del tempio Yogini Bheraghat 

Le statue nelle nicchie del chiostro di Bheraghat si mostrano in due posizioni: in piedi e sedute. Molte sono danneggiate e alcune sono scomparse del tutto. La maggior parte sono divinità a quattro braccia che, come hanno osservato gli antichi scrittori: "sono particolarmente notevoli per il formato del seno".

Le prime relazioni caratterizzano la maggior parte di queste immagini come "Yoginis o demoni femminili che servono Durga". Il tempio è, quindi, comunemente conosciuto come Yogini Chaunsat o "sessantaquattro Yogini".


Otto figure sono identificate come Ashta Sakti, o energie femminili degli dei. Tre sembrano personificare i fiumi. Tutte le figure sedute sono Yoginis, ognuna è molto ornata e fatta di arenaria grigia.

Quattro figure femminili danzanti (n. 39, 44, 60 e 78] sono fatte di pietra arenaria violacea e sono molto meno ornate. Uno (n. 44) si pensa sia la dea Kali. Le altre sembrano essere altre forme di questa divinità.

Shiva e Ganesh [n. 15 e 1] sono le uniche due figure maschili. 

Le statue di questo chiostro circolare possono essere divise in cinque gruppi distinti:
Saktis, comunemente nota come Ashta-Shakti - 8 statue
Fiumi: Gange, Jumna e Saraswati - 3
Dee danzanti: Kali, ecc - 4
Dei: Shiva e Ganesh - 2
Yoginis, o yogini chaunsat, (57 intatte, 7 perse)  -64
Totale: 81
Due ingressi [= 3 spazi] 3
Totale 84 nicchie


Le statue delle Yogini nel tempio Gauri Sankara a Bheraghat. 

Notate le notevoli dimensioni dei seni. 

Nell'immagine qui sotto la veduta frontale 
di una di queste 64 Yogini.


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Fonte: 
www.cultorweb.com

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