martedì 13 febbraio 2018

Toffa e il cancro

 di Giulia Fresca

Non è possibile che ogni TG ed ogni giornale italiano non si siano posti la domanda se la notizia potesse ferire chi lotta anni per combattere il cancro...e magari alla fine soccombe rimanendone sconfitto! Tutto il rispetto per Nadia Toffa ma innanzitutto occorre avere rispetto per chi il cancro lo vive davvero. Diffondere la notizia che in due mesi ci si è sottoposti a chemioterapia ed a radioterapia senza specificare quale tipo di farmaco si è assunto e  quale fosse la gravità del male significa fare terrorismo, altro che eroismo! Il cancro necessita di cure lunghe ed i protocolli chemioterapici sono di diversa natura e composizione farmacologica. Parlare genericamente di "chemioterapia" e di  radioterapia a livello miracolistico in un paio di mesi, significa non avere rispetto verso i medici ed i malati oncologici che assumono veleni devastanti per mesi e mesi di terapie ufficiali e riconosciute dal nostro sistema sanitario nazionale. La signora Toffa ha avuto il suo incontro "lampo" con il Male. A lei i migliori auguri per essere già guarita...a noi tutte e tutti, che lottiamo dicendo la verità senza banalizzare ne spettacolarizzare il nostro male, la forza di andare avanti.

fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

sabato 3 febbraio 2018

le civiltà del deserto americano: i misteriosi Fremont


"... quale valore possono mai avere gli oggetti di un lontano passato se non ci lasciamo toccare da loro: sono vivi, hanno una voce, ci ricordano cosa significa essere umani, che è nella nostra natura sopravvivere, essere intraprendenti ed essere attenti al mondo in cui viviamo ... " (Terry Tempest Williams - Exploring the Fremont).

“La cittadina di Vernal si trova nella parte nord orientale dell’Utah, sulla confluenza di Green River e Yampa River al confine tra Colorado e Wyoming, in quella terra di nessuno che neanche i primi pionieri mormoni si preoccuparono di colonizzare nella loro ricerca della terra promessa, preferendo classificare quei luoghi generalmente come zona di caccia degli indiani Uintah. Tutta l’area, ancora oggi, è particolarmente selvaggia, con la sua vicinanza al deserto del Great Basin e a territori boscosi e impervi come le Uinta mountains e la Ashely National Forest, tuttora semi inesplorati e caratterizzati da fiumi impetuosi che scorrono in profondi canyon. In questi territori gli Stati Uniti hanno ricavato il Dinosaur National Park, un’enorme area disabitata sconosciuta al turismo di massa, dove 150 milioni di anni fa vivevano Stegosauri, Allosauri e altri incredibili mostri del Giurassico. Ed è qui che, in un’assolata mattina di giugno, dopo aver visitato la splendida rupe-museo appena fuori dal Quarry Visitor-Center, con la sua esposizione di oltre 1.500 resti fossili, mi muovo alla ricerca di antiche tracce umane: migliaia di anni fa, infatti, in questi luoghi viveva il misterioso popolo Fremont.”

Dinosaur National Park - Area di Vernal

I cronisti messicani all’epoca della colonizzazione spagnola del XVI sec., con il termine “Chichimechi” indicavano genericamente i selvaggi barbari del nord, dotati di “grande resistenza fisica, ferocia, allegria e crudeltà”, penetrati nel Messico centrale dopo il 1150/1200 D.C., nomadi cacciatori - raccoglitori appartenenti a quella cultura del deserto della quale, in realtà, facevano parte anche popoli sedentari e dediti all’agricoltura, ben più antichi, il cui approccio alla civiltà rimane ancora oggi in gran parte avvolto nel mistero. Importanti informazioni sui contatti tra le grandi civiltà mesoamericane e questi popoli del nord ci giungono dalle antiche rotte commerciali del mais, del cotone e del turchese, materiale quest’ultimo molto apprezzato in Mesoamerica ma proveniente dai giacimenti del New Mexico e dell’Arizona (dove peraltro sono state trovate statuette dell’Ara Macao, pappagallo tipico del Chiapas); figure mitologiche comuni a varie zone del sud ovest degli Stati Uniti, come il Kokopelli, antico viandante della cultura Navajo e Hopi, munito di flauto, guaritore e spirito guida associato a riti di fertilità, presente anche tra gli Aztechi con il nome di Pochtecas; oppure le varie differenziazioni del gioco della palla, dal Tlachtli dei popoli Maya fino al Baggataway degli indiani americani. Secondo le notizie reperite dai conquistadores (in particolare Coronado fu il primo a vedere e a combattere queste popolazioni, sacrificandole sul rogo quando non massacrate in battaglia) tra questi antichi abitanti figuravano anche le stirpi Nahua, arrivate in tempi remoti nella Mesa centrale fino alle aree degli odierni Guatemala e Honduras (dando forse origine durante le migrazioni successive alle stesse civiltà Tolteca e Azteca) provenienti probabilmente dalle Montagne Rocciose o addirittura dalla zona dei Grandi laghi. Tale ipotesi è suffragata dalle ricerche che hanno reso sempre più evidente la presenza stabile e prolungata di misteriosi popoli capaci di sviluppare complessi culturali unici in quella vasta area semi-desertica che oggi rappresenta il sud-ovest degli Stati Uniti, dalla bassa California all’Arizona al New Mexico, ma anche verso nord a comprendere parti di Utah, Colorado e Nevada, con resti enigmatici che si spingono fino al Wyoming, come la Medicine Wheel sulle Big Horn Mountains (1). Il fatto che tali genti, al contrario delle civiltà centro e sud americane, non abbiano lasciato resti grandiosi e ben documentati, ha inizialmente spinto gli archeologi a relazionarne frettolosamente le caratteristiche in maniera fredda ed austera, suddividendo e catalogando i ritrovamenti come appartenenti a nomadi cacciatori - raccoglitori, piuttosto che ad agricoltori - sedentari, secondo l’assunto che alla povertà materiale debba corrispondere un’analoga povertà intellettuale. Per anni, infatti, in questo teatro di ombre, solo i protagonisti mesoamericani hanno destato l’interesse dei ricercatori; tutti gli altri sono rimasti praticamente ignorati nella loro diversità e nella loro storia millenaria. Tali concezioni tuttavia stanno mutando, anche perché i molti reperti di arte rupestre, le elaborate usanze funerarie, le approfondite conoscenze astronomiche, denotano una sorprendente diversità e ricchezza culturale: Hohokam, Mogollon, Anasazi, Patayan, Fremont, popoli misteriosi che conoscevano la coltivazione del mais, dei fagioli e della zucca al pari delle civiltà meridionali, e come loro interagivano con l’universo con sorprendente consapevolezza e cognizioni cosmologiche.

Civiltà del deserto americano

I discendenti culturali di questi antichi popoli vivono oggi tra gli indiani Pueblo del Nuovo Messico e dell’Arizona, tra gli O’odham (indiani della famiglia linguistica Pima) dell’Arizona e probabilmente anche tra i Raramuri e i Tepehuan, rispettivamente di Chihuahua e Durango. Ma specifici ricordi ancestrali albergano anche nelle leggende degli indiani Ute, Paiute, Shoshoni, Navajos, Apaches e Zuni. E’ ormai chiaro che queste popolazioni tra loro confinanti, si incontrarono commerciando e si scontrarono anche in maniera violenta tra loro nei secoli in cui popolarono il deserto americano, possedendo nella loro struttura i meccanismi sociali necessari per aggregare attorno ai propri rappresentanti grandi numeri di persone e concentrando il potere in veri e propri sistemi politici. Tra queste antiche popolazioni, quella di cui sappiamo meno – e che spesso non compare nemmeno tra gli scritti archeologici - è la cosiddetta “cultura Fremont”, così chiamata per la sua scoperta avvenuta attorno al corso dell’omonimo fiume che scorre nell’Utah centrale, ma poi estesa a vaste aree adiacenti il Colorado River ed il Green River. Terra di grotte inesplorate e canyon nascosti. Chi erano costoro? Gli odierni indiani Hopi li assimilano agli “Hisat’sinom - la gente antica” del nord dell’Arizona; per le tribù Paiute sono gli “WeeNoonts - i popoli che vissero nel modo antico”. Per quanto ne sappiamo i resti Fremont compaiono principalmente sul confine settentrionale dell’area di influenza degli Anasazi (Utah, Idaho, Colorado e Nevada) già 10.000 anni fa (area di Capitol Reef – Utah) e se ne registrano segni di permanenza fino al 1300 D.C., periodo in cui tali genti scompaiono lasciando come misteriosa firma del loro passaggio le sconcertanti pitture ed incisioni su roccia. Relativamente a questi antichi abitanti, in verità, alcuni tasselli temporali sembrano più fuori posto di altri, come ad esempio l’incredibile petroglifo rinvenuto nell’Havasupai Canyon, a nord-ovest dell’Arizona da una spedizione di archeologi nel 1924, ufficialmente classificato come uccello, ma che parrebbe ritrarre addirittura un adrosauro, sauropode estintosi parecchi milioni di anni prima della comparsa dell’uomo.

Petroglifo rinvenuto nell'Havasupai Canyon in Arizona

Questi misteriosi abitanti vivevano con tradizioni e pratiche che sono state identificate come uniche e separate dai vicini Anasazi (o Pueblo ancestrali) (2) ad essi contemporanei ma con caratteristiche stanziali e non nomadi: si pensa vivessero prevalentemente in “case a pozzo” scavate nel terreno, ma inizialmente anche in villaggi a cielo aperto, secondo una struttura sociale composta probabilmente da piccoli gruppi, liberamente organizzati, suddivisi in diverse famiglie o clan, organizzati in simbiosi con l’ambiente naturale in cui erano inseriti, al cambiare del quale mutavano e diversificavano i loro modi di vivere. Come gli Anasazi i Fremont integravano la propria alimentazione derivante dalla cacciagione di cervi, pecore bighorn, conigli, uccelli e pesci, con i prodotti dell'agricoltura, in particolare la coltivazione di mais, fagioli e zucca. Conoscevano sofisticate tecniche di irrigazione, traevano essenze medicinali da erbe, piante e tuberi, lavoravano singolari cesti in vimini, tessevano stoffe, modellavano ceramiche in argilla, a differenza degli Anasazi non indossavano sandali bensì mocassini ricavati dalle zampe dei grandi predatori, che adattavano fino a coprire la parte inferiore della gamba. Le statuette rinvenute mostrano piccole figure antropomorfe con strani copricapi, orecchini, collane, vestiti, acconciature e decorazioni facciali. La maggior parte di esse hanno il petto e la schiena appiattita, di forma trapezoidale, nasi schiacciati, occhi perforati, gambe e piedi sporgenti, a volte invece sono rappresentate senza braccia, mani, dita e si ritrovano spesso anche nei numerosi pittogrammi (dipinti su superfici rocciose) e petroglifi (scolpiti e intagliati sulla superficie delle rocce) che i Fremont ci hanno lasciato in luoghi spesso inaccessibili, lungo pareti scoscese ed in profondi canyon, accanto a raffigurazioni zoomorfe, disegni astratti, forme geometriche ed impronte di mani. Il significato dell'arte rupestre Fremont è tuttora sconosciuto: i disegni potrebbero aver registrato eventi religiosi o mitologici, migrazioni, episodi di caccia, percorsi di viaggio, informazioni celesti o altre importanti conoscenze. Molti archeologi sostengono che la complessità e la natura dei cicli riprodotti non possa essere catalogata come una semplice espressione artistica ma sia piuttosto frutto di una precisa volontà di fornire una serie di informazioni dedicate all’osservatore, che tuttavia restano tutte da decifrare.

Petroglifi Fremont - Dinosaur National Park

“Secondo la mappa in mio possesso, il sentiero che si snoda nel “Dry Fork Canyon” parte ripido e scosceso dall’area di pertinenza di un terreno privato, il ranch McConkie. Al termine di una strada sconnessa parcheggio il suv a noleggio davanti ad una fila interminabile di palchi di alce appesi in bella mostra, quasi come avvertimento per l’incauto visitatore che intende procedere oltre. Nella piccola casetta di legno impresenziata ci sono alcune cartine dell’Ente parco ed una cassetta per chi vuole lasciare un’offerta libera: non c’è anima viva ma, ricordandomi delle corna appese, inserisco cinque dollari e comincio a salire. Lo stretto percorso si sviluppa, a mezza costa, attorno ad un’alta rupe di roccia rossa. Il paesaggio è sublime. E’ passato da poco mezzogiorno e, mentre riprendo fiato all’ombra di un pino ponderosa, scorgo davanti ai miei occhi, come in una mostra allestita ad hoc, numerosi arazzi dipinti e incisi negli anfratti rocciosi. Figure umanoidi, animali, strane spirali, una vista incredibile. Molte scogliere di arenaria si scuriscono con la polvere del deserto, gli antichi abitanti hanno modellato le naturali macchie di ferro, di ossido di manganese, in una tela naturale sopravvissuta per secoli. Alcuni disegni sono ben delineati sulla parete, altri scolpiti seguendo le venature rocciose, altri ancora allineati in filari di figurine dentro piccole fenditure. Le figure antropomorfe sono testimoni inquietanti di un mondo scomparso. Mentre procedo, un cartello indica la scritta “head hunter?”, due figure cornute impugnano armi e tengono teste umane in mano: avevo letto qualcosa in proposito, magari il resoconto di un incontro con nemici. Cannibali?”.

Cacciatori di Teste? - Dry Fork Canyon

Un’ipotesi avanzata da diversi ricercatori è che l’iniziale interazione pacifica e commerciale tra i Fremont e gli Anasazi, possa essere sfociata dapprima in scontri violenti – temporalmente corrispondenti alla creazione del sistema regionale del Chaco Canyon che determinò la massima espansione dei siti Pueblo Ancestrali – seguiti poi da una pace pan-regionale con le altre popolazioni vicine, una sorta di Pax-Chaco associata a specifiche pratiche e cerimonie religiose, comprendenti forse anche atti di cannibalismo rituale, con possibili finalità di dominio e potere. Fermo restando che la discussione su questi temi continuerà certamente per molti anni ancora, l’unica certezza sta nel fatto che anche i Fremont, come gli Anasazi e le altre antiche popolazioni del deserto, scomparvero improvvisamente dall’area in cui erano insediati, forse per l’improvvisa siccità o, più probabilmente, per una sorta di “clima pazzo” in cui non sia stato più possibile incanalare con periodicità programmabile le piogge stagionali. Pur conoscendo l’irrigazione, infatti, sia Anasazi che Fremont vivevano in aree in cui i corsi d’acqua, particolarmente incisi nel territorio, non seguono lievi pendenze all’interno dei canyon favorendo invece grandi ed improvvise quantità d’acqua, concentrate in poco tempo e alternate a grandi periodi di siccità, tali da non consentire più in condizioni climatiche estreme un’adeguata conservazione e sfruttamento delle risorse idriche.

Green River nei pressidi Vernal -Red Canyon

E’ questo il periodo finale delle civiltà del deserto, il momento in cui secondo le leggende Hopi gli “Hisat’sinom” hanno fatto ritorno alle stelle, nel centro dell’Universo, il tempo in cui i rituali “Katchina” sono nati e si sono sviluppati come un modo per unire le popolazioni provenienti dai villaggi che via via venivano abbandonati, per confluire nell’area dell’alto Little Colorado (XV sec.). La diffusione di tali credenze è individuabile nei simboli delle ceramiche, nei petroglifi e soprattutto nei murales dipinti sulle pareti delle kivas (locali a base circolare utilizzati dai Pueblo per le loro funzioni religiose ed assemblee). Per le popolazioni Pueblo insediatesi successivamente, infatti, i Katchina sono esseri sovrannaturali che fungono da mediatori tra gli uomini e gli dei, portando all’attenzione di questi ultimi il bisogno che le genti hanno di pioggia e fertilità. Sono anche esseri ancestrali generalizzati, dal momento che si ritiene che alcuni defunti divengano Katchina.
“Mi fermo nei pressi di un grande anfratto affrescato, il silenzio mi avvolge e quegli strani individui sembrano guardarmi come per raccontarmi qualcosa. Erano solo anonimi cacciatori – raccoglitori, eredi impauriti dei giganteschi mostri del giurassico, o invece erano qualcosa di più? Hanno forse a che fare con i lontani progenitori di quelle grandi culture mesoamericane, gli antichi abitanti del misterioso Chicomoztoc, il luogo in cui tutto ha avuto inizio? Il mitico nord con le sette caverne in cui le leggende azteche collocano l’origine del mondo Nahua? La matrice primordiale, prima della quale non vi era nulla, solamente l’oscurità, la non storia, l’oblio?Anche se i resti ci appaiono oggi incerti e confusi, anche se il destino di queste genti ci è tuttora sconosciuto, anche se i conquistatori bianchi hanno spazzato via troppe vite umane e con esse molti ricordi atavici, credo che la parola indigena non sia affatto morta e non tutto si sia cancellato di quel che riguarda il lontano tempo di Chicomoztoc, di quell’epoca nella quale lungo i sentieri del sud ovest americano molti riconoscevano la musica di Kokopelli e la donna con la superba acconciatura a farfalla, quando circolavano i ricordi di celebri guerrieri e di giocatori di palla, quando si scambiavano pietre verdi, uccelli dal piumaggio vistoso e bei sonagli di rame. I pensieri si affollano, mi accorgo che è ormai pomeriggio inoltrato e mi avvio lentamente sul sentiero del ritorno, nel mentre una domanda mi sfiora: saremo capaci di riscoprire le voci dei saggi che nel corso dei secoli hanno meditato sulle tradizioni dei loro antenati e sono stati ascoltati dai loro compagni, guidandoli nel presente? La voce di quei popoli indigeni che ora più che mai rivendicano il loro ruolo di protagonisti della loro storia e non quello di semplici oggetti di studio? Forse un giorno non lontano, uomini e donne native Pueblo, Hopi, Pima, Zuni, Navajo, Apache, Ute, Shoshoni, riannoderanno un dialogo interrotto da secoli, vincendo distanze e diffidenze siederanno insieme agli archeologi ed ai ricercatori di buona volontà riallacciando i loro pensieri per dare nuova luce al loro passato. Le parole troveranno l’origine comune sotto una di queste antiche rocce rosse e forse si vincerà così il pesante silenzio di tanti secoli di oblio.”

Pittogrammi Freemont - Sego Canyon

“Vi sono certe genti e popolazioni che chiamano Chichimechi; sono genti molto barbare … invio ora sessanta a cavallo e duecento fanti … a scoprire il segreto di quelle province e di quelle genti … e se non volessero essere obbedienti facciano loro guerra e li prendano come schiavi … e sarà così servita la vostra maestà e favoriti gli spagnoli perché estrarranno oro dalle miniere …” (Hernan Cortes – Anno Domini 1526).

Sergio Amendolia

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Approfondimenti


Bibliografia
- Beatriz Braniff C. – la civiltà del deserto americano – Jaca Book;
- Materiale informativo dal National Park Service, U.S. Department of the Interior – Dinosaur National Monument;

Sitografia
- historytogo.utah.gov › Utah Chapters › American Indians;
- www.nps.gov/grba/learn/.../fremont-indians.htm

SERGIO AMENDOLIA
Nato 55 anni fa a Genova, sposato con 2 figli, 2 gatti e un cane, ho sempre guardato con stupore l'orizzonte e tutto ciò che quella linea rappresenta e contiene, convinto che dove il cielo finisce si celano sempre spazi e tempi lontani, spesso inesplorati o conosciuti poco e male. Forse per questo mi attira l'impostazione di questo blog ed i veli della Storia che gli articolisti provano spesso a sollevare, perché conoscere è importante e aiuta a capire ciò che siamo e come lo siamo diventati. Oltre alla nostra bella Italia ed alla sua impareggiabile ricchezza di arte e storia, mi affascinano molto gli scenari mozzafiato dell'Ovest Americano. In questi ultimi anni ne ho percorsi alcuni, ancora una volta cercando di varcare orizzonti i cui contorni sfuggono in continuazione, dimensioni che ho provato a malapena ad intuire nei volti dei nativi che ancora oggi si incontrano nelle riserve: a volte duri, scolpiti e aridi come i monoliti di arenaria rossa, probabilmente gli unici in grado di metabolizzare la sensazione di infinito che pervade quelle terre lontane. Per questo mi piace, quando il tempo libero me lo permette, collaborare con riviste e pagine web, tentando di approfondire le vicende che hanno caratterizzato la storia di quei popoli d'oltreoceano, in particolare l'epopea del West, con un occhio particolare agli uomini e alle donne che la vissero davvero, fuori dai luoghi comuni e dai grandi miti costruiti da Hollywood.

giovedì 1 febbraio 2018

"l'assassinio di Cristo"


Risultati immagini per Pilato che impartisce l’ordine di crocifiggere Gesù
"L’assassinio di Cristo" di Wilhelm Reich ... Recensione

“È Pilato che impartisce l’ordine di crocifiggere Gesù, ma è il popolo che lo spinge a farlo. [...]
La favola dei grandi sacerdoti che aizzano il popolo contro Cristo è un’invenzione degli spacciatori di libertà. Come potrebbe una decina di sacerdoti aizzare le masse contro qualunque cosa se quel che può essere aizzato contro Cristo non esistesse già dentro l’anima del popolo?
Smettete di scusare il popolo e ciò che fa. [...]
Per la prima volta Cristo si rende conto dell’abisso che lo separa dai suoi concittadini e dalla sua epoca.
Accetta la cosa con calma. Non ne viene colpito. I suoi amici non sono mai stati amici veri. Gli sono stati amici finché hanno potuto ottenere qualcosa da lui: eccitazione, conforto, pace, piacere e ispirazione. Adesso, mentre la peste emozionale urla intorno a lui se ne vanno. Nemmeno una di queste sanguisughe è presente. Cristo non li odia né li disprezza, si rende semplicemente conto della situazione e rimane in silenzio, solennemente. Fissa un abisso profondo e oscuro dove la mente malata dell’uomo metterà nei secoli a venire coloro che vengono torturati nell’Inferno.
Cristo è circondato da un’atmosfera di silenzio esteriore e di intima incandescenza pacifica, come se fosse protetto da uno scudo. Non c’è nulla in realtà che lo tocchi o che lo possa toccare. È aldilà dello stupido spettacolo che si svolge davanti ai suoi occhi. Pietà per i disgraziati va carponi dal suo silenzio. Vale la pena di salvarli? Certamente no. Tuttavia, Cristo vive in piena coscienza ciò che essi gli fanno.
Il silenzio incandescente e pacifico di Cristo in questo momento è avvertito da quanti assistono al disgustoso tumulto. La moglie di Pilato ama Cristo; lo ha visto in sogno e il suo destino la riempie di tristezza. Le donne lo hanno sempre amato sinceramente. Lo hanno amato di quei sentimenti che le donne felici provano per l’uomo di cui sono innamorate. Le donne sanno. Conoscono uomini come Cristo nel loro corpo. La moglie di Pilato cerca invano di salvarlo. Avverte la silenziosa, calda incandescenza che è in Cristo in quei momenti. E proprio su questo silenzioso splendore di fiducia, che va molto oltre la miserabile cattiveria umana, che in seguito si fonderà la forza silenziosa dei primi cristiani pacifici. Continuerà a esistere fino al momento in cui queste righe vengono scritte: nessuna manifestazione malvagia della peste umana può colpire questa calda, intima incandescenza. È lo splendore della Vita.
È la calda, intima incandescenza che accompagna Cristo nelle ore dell’agonia. Presto il mondo o dipingerà con un’aureola luminosa intorno al capo. Cristo rimarrà in silenzio quando si contorcerà di dolore. Rimarrà in silenzio quando le forze gli mancheranno. Rimarrà in silenzio quando la gente lo insulterà e lo sbeffeggerà, anche se sarà questo che più lo addolorerà, ma come da lontano. [...]
La tranquilla e silenziosa incandescenza della Vita vivente non può venire distrutta con nessun mezzo. È una fondamentale manifestazione dell’energia stessa che fa muovere l’universo. Questo splendore lo si trova nel cielo notturno. È il fremito silenzioso del cielo illuminato che vi porta a dimenticare i brutti scherzi. È la tranquilla incandescenza degli organi sessuali delle lucciole. Aleggia sulle chiome degli alberi all’alba e al tramonto, e lo si scopre negli occhi di un bambino fiducioso. Lo si vede in un tubo di vetro nel quale è stato fatto il vuoto e che l’aria ha caricato di energia vitale, e lo si può vedere nell’espressione di gratitudine sul volto di un uomo ammalato dalla peste emozionale, il cui dolore avete sollevato. È lo splendore che si nota di notte sulla superficie dell’oceano o sulla cima degli alberi.
Non c’è nulla che possa distruggere queste forza splendente e silenziosa. Essa penetra ovunque e governa ogni movimento di ogni cellula dell’organismo vivente. È ovunque e riempie tutto lo spazio che è stato svuotato dagli uomini inariditi. È la causa dello splendore delle stelle e del loro ammiccare. Lo splendore della pelle è per il vero medico un segno di salute, così come la mancanza è segno di malattia. Quando si ha la febbre, lo splendore aumenta poiché esso combatte l’infezione mortale.
È l’incandescenza della forza vitale che continua anche dopo la morte dell’organismo. È l’incandescenza dell’anima, ma dopo la morte non rimane come «forma». Si disperde nell’infinito oceano cosmico, nel «Regno di Dio» da cui proviene.
[...] La consapevolezza che questa Forza Vitale universale e del retrostante universo che ne è colmo è, nell’uomo, indistruttibile perché egli la sente” (pp. 209, 211-212, 215).

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Brano tratto dall’opera di Wilhelm Reich, L’assassinio di Cristo
Risultati immagini per "L’assassinio di Cristo" di Wilhelm Reich vedi
La Meditazione come Via –  mentenaturale@virgilio.it
fonte http://paolodarpini.blogspot.it/2018/01/lassassinio-di-cristo-di-wilhelm-reich.html

fonte: http://alfredodecclesia.blogspot.it/

martedì 23 gennaio 2018

il pensiero positivo? Nato da Stalin, copiato da Hitler e Usa

La filosofia dei desideri è un po’ meno americana di quel che pensavo. Naturalmente poi in America ha avuto un suo particolare “giro”: la legge dell’attrazione, e tutto il resto. Già alla fondazione degli Stati Uniti d’America, 1776, uno dei personaggi principali di questo fenomeno era Benjamin Franklyn – il taccagno, quello con la faccia da Paperon de’ Paperoni, che dice “I want you”. Già a quei tempi i desideri andavano forte. Una delle frasi più famose di Franklyn, illuminista, è: «Se una persona realizzasse metà dei suoi desideri, avrebbe il doppio dei problemi che ha». E’ chiaro: se tu desideri troppo, tutta la vita basata sul tuo “considerare” salta per aria – e questo agli americani non è mai piaciuto. Come sapete, noi siamo debitori degli Stati Uniti di due notevoli disgrazie culturali, che sono il pensiero positivo e l’autostima, cioè i due nemici più terribili del desiderio e i due alleati più potenti del “considerare”. Molto americani, nella loro diffusione, ma l’origine è russa: l’inventore di entrambi è Stalin. Negli anni Trenta, Stalin ha cominciato a schiacciare la Russia, in una maniera inaudita, nel mondo, fino a quel momento (secondo alcuni storici ha firmato 20 milioni di condanne a morte, secondo altri 40 milioni). Per giustificarsi, Stalin ha avuto l’intuizione – molto perversa – del pensiero positivo: noi siamo lo Stato migliore del mondo, da noi tutto va bene, e se qualcuno dice il contrario deve andare in galera o in manicomio, perché è pazzo.
Quindi la critica non è permessa, è intesa come un esempio di psicosi. Vai in manicomio perché hai detto che c’era qualcosa su cui non eri d’accordo: hai pensato negativo. Stalin l’ha fatto, facendo sparire dalla Russia intere classi sociali – contadini, Igor Sibaldiborghesi, militari. E il primo che l’ha preso seriamente in considerazione è stato Hitler. Al tempo del “Mein Kampf” no, negli anni Venti non ancora: Hitler allora era sempre incazzato e andava forte, cresceva tanto. Ma, una volta arriavato al potere, ha messo in moto il pensiero positivo staliniano con i tedeschi, dicendo: cari tedeschi, voi siete spaventati, terrorizzati, istupiditi dalla crisi economica, ma sbagliate, state pensando negativo. Pensiamo positivo: noi siamo il popolo superiore del mondo, non per motivi ideologici (come quei bastardi dei russi), ma per motivi razziali. Noi siamo gli ariani, siamo meglio di chiunque altro, e qualsiasi cosa sia ariana va bene. Questo è pensiero positivo – un misto di pensiero positivo e di autostima. In questo modo Hitler è riuscito ad avere un controllo formidabile su un popolo, e l’ha esteso ai minimi dettagli. Per esempio, cosa c’era scritto all’ingresso di diversi campi di concentramento? “Arbeit macht frei”, il lavoro fa diventare liberi. Cosa voleva dire? Dentro, mica lavoravano. Però uno scendeva dal treno, vedeva scritto “arbeit macht frei” e poteva pensare, vabbè, è un posto civile. Era un modo, quello lì, che poi gli americani hanno teorizzato e capito bene.
Quando sono arrivati i russi, ad Auschwitz, hanno visto il campo di concentramento e han detto: sono dilettanti, non si fa così, la gente la si ammazza “normale”. Gli americani, invece – ingenui, ma pratici – vedono e contano: quanti prigionieri ci sono? Dodicimila. E quante guardie? Cento, e con anche una piscina per loro (quindi le guardie stavano rilassate). E pensano: come han fatto? Ci interessa. Come han fatto, in cento, a tenerne a bada dodicimila, che peraltro non avevano nessuna speranza di sopravvivere e quindi, in qualsiasi momento, potevano ammazzare quei cento, prendendosi almeno la soddisfazione? Si son detti: qui bisogna chiamare gli organizzatori. Presi, prelevati, arrivati in America insieme a un sacco di scienziati. E lì è venuto fuori il “positive thinking”. Però gli americani gli han detto: sentite, noi non siamo come voi pazzi, che usate queste cose per Stalinsterminare le persone. A noi interessa solo vendere. Ci interessano tre cose: vendere tanto, non avere comunisti tra i piedi e far sopportare alla gente l’inquinamento – non quello delle auto, quello radioattivo, che sta crescendo a livelli esponenziali.
Nei bollettini meteorologici degli anni ‘50, in America, c’era scritto: per oggi è prevista pioggia, la temperatura sarà questa, il livello di radiazioni oggi sarà tollerabile. Uno legge questa roba e dice: «Voi siete pazzi. Livelli di radiazioni? Siete matti». Invece, dicono gli americani agli ex nazisti, noi vogliamo che i nostri concittadini siano contenti. Potete aiutarci? Sennò tornate in galera. E loro: eccoci pronti. Tanti sociologi ne hanno parlato – Adorno, Marcuse. L’idea era proprio: qui bisogna convincerli che tutto va bene. E la teoria che c’è dietro è bellissima. Rispetto a “Good”, l’espressione “Bad” vale cinque volte tanto, a livello energetico: per bilanciare un’esperienza “Bad” occorrono cinque esperienze “Good”. Quindi, se vuoi dominare un popolo, gli dai esperienze belle. Come si faceva, nei campi di concentramento, quando torturavano qualcuno? Chiamavano l’orchestrina. Non per coprire le urla: per abbassare l’energia. Se tu tieni la gente a livello “Good” per 10-15 anni, dopo puoi fargli quello che vuoi, perché sono tutti diventati deboli. Gli dai esperienze “Bad”? Non puoi fargli pagare le tasse al 73%, come adesso. In Francia non puoi, ti spaccano tutto. Il francese, dicono, è un italiano arrabbiato. Si permette esperienze “Bad”, non per niente ha fatto la rivoluzione – l’italiano no. Ma “Bad” non vuole dire cattivo, brutto. Vuol dire: difficile.
Una cosa che colpisce, nel pubblico italiano, è che – a tutti i livelli – salta fuori qualcuno che dice: questo libro è difficile, cioè è “Bad”, ha un coefficiente di avversità alto. Dice: preferisco il libro “Good”. Ma non è vero che lo preferisce, è che non ce la fa più, non ci arriva più. A forza di esperienze “Good”, è cambiato in Italia il livello di attenzione, nell’arco di una sola generazione. Provate a guardare, su YouTube, un qualsiasi Carosello degli anni Sessanta. Dura tre minuti, erano 15 minuti in tutto e c’erano 5 Caroselli. Non riesci a seguirlo: non ce la fai, ti distrai. “La stella di Negroni vuol dire qualità”. Lo vedevano tutti, anche i bambini. Dopo, cos’è successo? “Good”, “Good”, “Good”, e l’energia cala. Ti do un libro “Bad”? Non ce la faccio più, non reggo. Devi fare un libro “Good”, perché la gente non ce la fa più. Ecco il prodotto del pensiero “Good”. Autostima, Auschwitzuguale: pensiero “Good”, applicato al singolo individuo. Se uno si autostima, cosa vuoi che desideri? Se per di più pensa positivo è già a posto, no? Ci mancherebbe che uno che si autostima avesse un’esperienza “Bad” come un desiderio.
Il desiderio è un’esperienza “Bad”, perché vuol dire che tu dichiari che nella tua vita, alla tua età, ti manca ancora quella roba lì. E’ “Bad”, perché ammetti che ti manca. Ti spiace, riconosci questa mancanza. Gli altri ce l’hanno, quella cosa, e tu no. Ma, se hai dentro questa esperienza “Bad”, hai un desiderio: e allora la tua vita comincia a salire. Se invece sei abituato al “Good”, ti fermi. Pensi: non mi serve niente, ho già tutto. Naturalmente, uno che pensa positivo e ha un sacco di autostima, a un certo punto vede che qualcun altro esprime desideri. Allora ci prova anche lui, per evitare di avere un’esperienza “Bad”. Ma sono desideri finti, non sono cose davvero desiderate: sono cose copiate, e se non si realizzano non gliene frega niente. Ricordate Gesù? Due tizi salirono al tempio a pregare. Uno era un fariseo, e diceva quella bella preghiera farisaica che era tutta pensiero positivo: ti ringrazio, mio Signore, d’avermi fatto nascere ebreo, ricco e maschio. Si complimentava con Dio, per averlo creato bene. Invece l’altro era un pubblicano, cioè un mafioso, un delinquente, che diceva: che merda, mi sa che quando vengo qui a Te dà fastidio, Ti volti dall’altra parte, che brutta roba che sono… Chi dei due sarà piaciuto di più a Dio? Esatto: meglio l’esperienza “Bad” dell’esperienza “Good”.
Autostima e pensiero positivo sono utilissimi nelle negoziazioni. C’è un aspirante suicida, in bilico sul cornicione al ventesimo piano, a un passo dal trovare il tremendo coraggio di lanciarsi nel vuoto? Cosa usa, nei suoi confronti, il negoziatore della polizia? Pensiero positivo e autostima. Un così bel ragazzo, perché vuoi buttarti giù? Non vedi che belle prospettive hai davanti? Via via che il negoziatore parla, gli fa calare l’energia. Alla fine, l’aspirante suicida ha talmente paura, che rientra. Gli cala l’energia, non ha più il coraggio di uccidersi. Se sei un suicida, ovviamente, pensiero positivo e autostima sono utilissimi – ma se non sei un suicida, no. Vuol dire che hai paura. Di cosa? Di quello che succede se cominci a desiderare – cioè a uscire dal “sidera”, dalle tue “stelle” prestabilite. Vengono fuori delle parti di te che sono spiazzanti, impreviste. Perché, se mollo il Pauraguinzaglio, salta fuori l’altro problema grosso, che è la paura. Non c’è praticamente mai, nella nostra vita, ma è il più grosso dei problemi che abbiamo. Se fai un testacoda, in macchina, ti ricordi che in quel preciso momento eri calmissimo; la paura è sopraggiunta dopo, quando eri già al sicuro. Ma quella non è paura, è paura derivata: paura di aver paura.
La paura della paura ti tranquilizza: tu non ci sali, sul trampolino da dieci metri. Però vedi gli altri, in piscina, che invece ci salgono. E pensi: quasi quasi ci salgo anch’io. E senti che la tua “paura della paura” diventa un po’ agitata. E allora ricorri a un’altra cosa ancora: la paura della paura della paura. E’ il fatto che, in piscina, non ti volti mai verso il trampolino da dieci metri. E così finisci per non andarci neppure più, in piscina. Perché hai paura della paura di aver paura. E questo è il sentimento più diffuso, nel mondo occidentale. Uno molto coraggioso ha paura: arriva in certi stati in cui ha paura. Non che sia questa gran cosa, la paura: è energia frenata. Il topolino che spia il tuo frigorifero, quando scappa o lotta, non ha paura. E’ astuto e ride, o ringhia, o piange – però non ha paura. La paura è quando tu non puoi fare delle cose che sai fare: quella è paura, energia frenata. Produce una serie di ormoni, che girano nel cervello limbico: una serie di reazioni fisiche sono innescate da ormoni precisi, che scattano quando sei impedito nel fare qualcosa. Per cui una persona coraggiosa, che prova la paura, la prova per pochissimi istanti – se è libera. La prova giusto il tempo di accorgersi della sua energia frenata: allora la mette in moto e, da quel momento, non ha più paura. Poi gli resta la memoria di quella paura che ha avuto, che gli produce la paura della paura.
Se fai un testacoda, hai una scarica di adrenalina forte che per un po’ rimane in circolo. Ti spingerebbe, dopo un quarto d’ora, a fare un’altra cavolata. Non puoi farla, allora freni l’energia e viene fuori la paura, quando ormai sei al sicuro. Proprio per la paura di aver paura, quanti trampolini non vedi, durante il giorno? Quanta parte della tua vita non frequenti più, per paura della paura? Tanta. Naturalmente, “consideri”. Poi vedi che tutti gli altri fanno uguale, e allora dici: sono normale, va bene così. E no, che non va bene: perché poi ti accorgi che il desiderio non ce l’hai più. E formuli quel pensiero tremendo: se vengo via, non vado più a lavorare. Nelle lingue dell’Europa nord-occidentale, ma anche in latino e in greco, sono due le parole che indicano “lavoro”: in inglese sono “work” e “job”. In italiano ce n’è una sola, dal latino “labor”, che vuol dire: lavoro degli Schiavitùschiavi. In inglese, se dici “I work” non è “I have a job”. “Job” è sgobbare, suona anche uguale. “Work” è: fare delle opere, che ti piacciono. Le volte che trovo un bambino incustodito, gli dico: mi raccomando, tu non lavorare mai. E questo lo capisce al volo.
Secondo la Bibbia, il lavoro è la piaga principale dell’umanità. La parola che indica “lavoro”, nella Bibbia, è la stessa che indica “schiavitù”, tale quale all’italiano “labor”, lavoro di schiavo, e al francese “travail”, nonché allo spagnolo “trabajo”. Il travaglio era uno strumento di tortura medievale, una gabbia fatta di travi. C’è gente che vive di “travaglio”, e poi dice: “Io, nel mio tempo libero”, e non si accorge mai di cosa sta dicendo. Nel tuo tempo libero fai le scemate e guardi Facebook? Ma tu sei pazzo. Tempo libero? E il resto del tempo cos’è? Tempo lavorativo. Il tempo dello schiavo, del travagliante. Ecco, se si comincia a mettere in discussione questo, si sa da dove si parte ma non dove si arriva. E’ lo stesso principio dell’Esodo: molliamo l’Egitto per andare dove? Si va verso di te, naturalmente. Però quel “tu” verso cui vai dà una bella preoccupazione – e poi vaglielo a spiegare, a casa, quando comincia ad andarvi stretto un po’ tutto, dal guardaroba al colore delle pareti, fino al coniuge…
(Igor Sibaldi, estratto da YouTube della conferenza di presentazione del libro “Il mondo dei desideri”, sottotitolo “101 progetti di libertà”, edito da Tlön nel 2016).

fonte: http://www.libreidee.org/

sabato 20 gennaio 2018

vietato pensare

L’INCUBO DI ORWELL E’ GIA’ REALTA’

«Conosco bene tutti gli argomenti contro la libertà di pensiero e di parola, gli argomenti che affermano che non può esistere e quelli che dicono che non dovrebbe esistere. Rispondo semplicemente che non mi convincono e che la nostra civiltà nell’arco di quattrocento anni si è basata sull’avviso opposto».
Siamo nel 1972: con trent’anni di ritardo viene pubblicato il breve saggio La libertà di stampadi George Orwell a cui appartiene questa citazione. Esso era stato scritto come introduzione al romanzo La Fattoria degli Animali, composto tra il 1943 e il 1944, ma pensato durante la guerra civile in Spagna (1936-1939), a cui l’autore aveva preso parte tra le fila del Partito Operaio di Unificazione Marxista prima che questo venisse sciolto. In quegli anni Orwell fu testimone del sabotaggio del governo proletario a opera del Partito Comunista spagnolo, supportato militarmente e finanziariamente dall’URSS di Stalin. Quell’esperienza, raccontata nel 1938 in Omaggio alla Catalogna, lo condusse a una graduale disillusione che avrebbe poi rielaborato nello scenario distopico 1984: qua la forma di dittatura sadica e cupa immaginata dall’autore è applicabile a tutte le società dove si combattono guerre perpetue, i Media sono in mano a pochi, la popolazione è controllata da misure draconiane e il passato viene falsato e modificato a piacimento grazie al Ministero della Verità (il Miniver in neolingua).
Tematiche straordinariamente attuali: basta una veloce rassegna stampa quotidiana per constatare a quale livello di isteria sia arrivata la battaglia contro le fake news e la sua strumentalizzazione per imbavagliare l’informazione alternativa. Oggi sembra che in Occidente l’obiettivo primario dei governi sia censurare il web e pertanto la libertà di espressione.
In 1984 il Miniver si occupa di falsificare l’informazione e la propaganda per rendere il materiale diffuso conforme alle direttive e all’ideologia del Socing. Il Grande Fratello, infatti, sottomette le menti dei cittadini tramite il “controllo della realtà”, ossia il bipensiero e niente deve sfuggire alle maglie del suo dominio onnipervasivo. Il “controllo della realtà” e la falsificazione costante del passato servono a soggiogare il popolo tenendolo imprigionato in una forma di eterno presente: privo di memoria storica e senza più la capacità di usare la coscienza critica, l’uomo comune è costretto a crollare di fronte alla dissonanza cognitiva che viene indotta dal Grande Fratello, senza nemmeno accorgersi delle bugie a cui viene bombardato quotidiano. Dovrà quindi allinearsi completamente all’ortodossia, accettare e credere qualunque menzogna come dogma, anche qualora si dica che 2+2 fa 5.
Il peggior peccato che una persona può commettere è infatti lo psicoreato.Il Grande Fratello ha compreso che, per avere la totale sottomissione del popolo, deve penetrare nell’immaginario, nella mente di ogni cittadino per rimodellarla. Persino Winston verrà spremuto attraverso la tortura fino a “svuotarlo” per poter essere riempito dall’Ortodossia.
Il Partito studia e costruisce inoltre una neolingua dove i termini a disposizione siano così rarefatti e insignificanti da non permettere più a chi la usi di esprimere con parole concetti proibiti. La neolingua permette «di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero», rendendo di fatto «lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole con cui poterlo esprimere».
Psicopolizia, bipensiero e neolingua insieme controllano le menti dei membri del Partito, rendendo letteralmente impossibile formulare concetti appartenenti al passato. Il ricorso a sempre nuovi neologismi creati ad arte permette di pensare non più con le parole, ma a far sì che siano le parole stesse a pensare per noi. Ciò avviene perché esse sono svuotate di significato, sclerotizzate così come la mente delle persone è diventata schizofrenica a furia di essere manipolata e di vivere in un eterno presente in cui la storia viene costantemente riscritta. Il linguaggio viene ridotto all’osso, le parole diventano gusci vuoti, ideali per veicolare i concetti del bipensiero.
A quasi settant’anni di distanza dalla pubblicazione del capolavoro orwelliano le tematiche cardine del romanzo sembrano più attuali che mai.
Il pensiero unico oggi non richiede ancora la censura violenta ma rende ogni individuo censore di sé stesso.
Oggi più che mai assistiamo a una denigrazione continua di quei liberi pensatori che si arrischiano ancora a mettere in discussione certe scelte o dinamiche promosse dal potere. Non sono più necessari i metodi violenti per disincentivare un giornalista o un intellettuale (o sono comunque rari): lo si screditerà fino a farlo vergognare dei propri pensieri, lo si deriderà facendogli rischiare persino multe o la galera, gli si renderà impossibile scrivere e lavorare, affamandolo.
Su un altro fronte si rende più solerte la battaglia contro lo psicoreato. Ogni giorno alcune parole vengono “vietate” e ne nascono di nuove: neologismi che si conformano al diktat del politicamente corretto e che impediscono di pensare “male” e di deviare dall’Ortodossia.
Come se non bastasse, l’attuale diatriba sulle cosiddette fake news ha portato alla promozione di un clima di isteria che potremmo definire una “caccia alle streghe 2.0”. In un pieno rigurgito di maccartismo, dove al posto dei comunisti vengono perseguitati coloro che non si allineano al pensiero unico, è in atto una campagna che da un lato strumentalizza la violenza e il cyber bullismo dei social e dall’altro, in piena modalità schizoide, fa uso di questi metodi per attaccare, dileggiare, denigrare e screditare i ricercatori e i giornalisti “alternativi”. Costoro, come anticipato, arriveranno a vergognarsi di ciò che pensano, abbracciando il silenzio o “dandosi alla macchia”. I meno coraggiosi preferiranno non prendere posizione lasciando che siano altri a combattere le battaglie per procura.
In questo caso l’opinione pubblica, sapientemente manipolata, sembra legittimare l’uso della forza, la denigrazione, il clima di intolleranza, arrivando persino ad accettare di introdurre, il reato di opinione: una forma di psicoreato orwelliano secondo cui verrebbe punita non più l’azione ma la libertà di espressione e ancora prima di pensiero.
Non si potrà più pensare male: i propri pensieri e le proprie emozioni dovranno allinearsi al pensiero comune, globale, globalizzato. Sarà semplicemente vietato pensare fuori dal coro: la mente di tutti noi sarà definitivamente sotto controllo. Apparentemente, per una “buona” causa. Saremo cioè stati convinti, gradualmente, e sull’ondata dell’indignazione collettiva, a ritenere giusto che si apportassero misure di restrizione al web.
Dopo la globalizzazione delle merci stiamo assistendo a una globalizzazione delle coscienze. Ciò continuerà ad avvenire finché non decideremo di riappropriarci del nostro pensiero critico, ribellandoci all’attuale dittatura del pensiero unico.

Fonte tratta dal sito  .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/