martedì 2 aprile 2013
policlorobifenili
I policlorobifenili, noti spesso con la sigla PCB, sono una classe di composti organici la cui struttura è assimilabile a quella del bifenile i cui atomi di idrogeno sono sostituiti da uno fino a dieci atomi di cloro. La formula bruta generica dei PCB è C12H10-xClx. Sono considerati inquinanti persistenti dalla tossicità in alcuni casi avvicinantesi a quella della diossina.
Proprietà
La maggior parte dei PCB si presenta in forma di solidi cristallini incolori; le miscele di uso industriale sono liquidi viscosi, la cui viscosità è generalmente proporzionale al tenore di cloro presente.
Benché le loro proprietà fisiche varino all'interno della classe, tutti i PCB sono caratterizzati da una bassa solubilità in acqua e da una bassa volatilità. Sono inoltre tutti molto solubili in sostanze idrofobe come oli e grassi. Sono sostanze molto stabili, che possono essere distrutte solo per incenerimento o attraverso processi catalitici.
Le miscele di PCB sono state usate in un'ampia gamma di applicazioni. Di questi oli, generalmente indicati con il termine askarel, fanno parte dei fluidi dielettrici per condensatori e trasformatori, fluidi per scambio termico, fluidi per circuiti idraulici, lubrificanti e oli da taglio, nonché come additivi in vernici, pesticidi, carte copiative, adesivi, sigillanti, ritardanti di fiamma e fissanti per microscopia.
Il loro ampio uso commerciale nasceva principalmente dalla loro elevata stabilità chimica, da cui la sostanziale non infiammabilità, e da utili proprietà fisiche quali l'essere degli isolanti termici ed elettrici. La loro stabilità è tuttavia anche responsabile della loro persistenza nell'ambiente. IL PCB, nell'iniziale accezione di miscela di diversi isomeri di posizione e diverse molecole a differente grado di clorurazione, è un prodotto brevettato dalla Monsanto.
Tossicità e rischi ambientali
L'uso dei PCB è andato declinando dagli anni settanta, a causa dell'allarme ambientale sorto attorno ad essi che ha portato al bando della loro produzione in numerose nazioni. Il loro grado di tossicità resta comunque oggetto di controversia, anche se ormai è acclarata la sua enorme tossicità per cancerogenesi.
La tossicità dei diversi PCB varia molto da composto a composto come pure il meccanismo di azione biologica; i cosiddetti non-orto PCB, o Co-PCB (PCB coplanari rispetto ai due anelli aromatici) sono i più tossici e i più simili alla diossina per proprietà e per effetti a corto e lungo termine. Inoltre, negli stessi, l'ossidazione parziale, anche in seguito a combustione incompleta, può originare diossine clorurate, tra cui TCDD.
Gli effetti più comunemente osservati sulla salute umana per contatto diretto sulla pelle sono la cloracne e le eruzioni cutanee di tipo vescicolare e bolloso, quindi gli stessi evidenziati sia a Seveso Italia, negli Stati Uniti, che a Bophal in India, dopo che lo scoppio per sovrapressione di una vasca che lo conteneva, ha propagato il gas in atmosfera, provocando danni anche per inalamento, sulle vie aeree. Alcuni sono stati i morti nei giorni seguenti a Seveso e decine in India, mentre non si ha la statistica reale dei morti provocati dall'assorbimento nelle cellule, ma si presume che siano svariate migliaia
Studi su lavoratori esposti hanno mostrato alterazioni nell'analisi di sangue e urine correlabili a danni a carico del fegato.
Pochi sono gli studi che associano l'esposizione ai PCB al cancro al fegato ed alle vie biliari; secondo la statunitense EPA e l'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro IARC i PCB sono composti probabilmente cancerogeni per gli esseri umani. Questo per evitare alla Monsanto, sia produttrice che detentrice del brevetto, abbia il minimo danno alla società, anche con metodi non legali o quantomeno discutibili.
La Convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti pone dal 2001 tra i suoi obiettivi l'eliminazione o diminuzione d'uso di alcune sostanze nocive per la salute umana e per l'ambiente, gli Inquinanti Organici Persistenti (POP). I POP sono composti chimici con proprietà tossiche che si propagano nell'aria, nell'acqua o nel terreno e, a causa della loro scarsa degradabilità, risiedono nell'ambiente per lungo tempo. In questo approccio 12 inquinanti principali: aldrin, clordano, dicloro difenil tricloroetano, dieldrin, endrin, eptacloro, mirex, toxafene, esaclorofene e tre classi di composti: policlorodibenzodiossine (PCDD o più comunemente detta diossina), policlorodibenzofurani (PCDF). e i policlorobifenili (PCB), sono accomunati per azione e persistenza.
Il PCB entra soprattutto nei sistemi acquosi, penetra nel corpo degli animali ed essendo liposolubile, passa e si accumula nei tessuti adiposi. La tossicità diretta non è quella più pericolosa, in quanto per uccidere un topo occorrono circa 5 grammi di PCB per ogni chilo corporeo, invece è la somministrazione prolungata e quindi l'accumulo che porta alla morte. Il PCB penetra e si diffonde nel fegato, nei tessuti nervosi e in tutti gli organi e tessuti ad alta componente lipidica.
Il caso Brescia [modifica]
La produzione di PCB è stata vietata per la prima volta in Giappone nel 1972, a seguito di un incidente che coinvolse 2000 persone. Successivamente, fu vietata negli Stati Uniti a partire dal 1977, e in Italia a partire dal 1983. In quell'anno ha terminato l'attività l'unico stabilimento italiano che produceva PCB, situato a Brescia. L'azienda locale Caffaro produceva PCB dal 1932, a seguito dell'acquisizione dalla Monsanto, nel 1930 dei diritti di utilizzo di tale brevetto.
Brescia ed Anniston, negli USA, rappresentano i maggiori casi a livello mondiale di contaminazione da PCB nelle acque e nel suolo, in termini di quantità di sostanza tossica dispersa, estensione del territorio contaminato, numerosità della popolazione coinvolta, durata della produzione. I valori rilevati dalla ASL bresciana sono dal 1999, anche 5000 volte al di sopra dei limiti fissati dal DM 471/1999 (livelli per area residenziale, 0,001 mg/kg). A seguito di quella ed altre indagini, a giugno 2001 viene presentata una denuncia di disastro ambientale alla Procura della Repubblica di Brescia. Altre indagini a campione sulla popolazione bresciana adulta hanno evidenziato che i residenti di alcune aree urbane hanno valori di PCBemia superiori anche di 10-20 volte rispetto quelli di riferimento.
sabato 30 marzo 2013
Ruzante
« Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto... anche in Italia. Ma che è senz'altro il più grande autore di teatro che l'Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell'avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l'ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia »
(Dario Fo, discorso per il Nobel)
Angelo Beolco detto Ruzzante o Ruzante è stato un drammaturgo, attore e scrittore italiano.
Figlio naturale del medico Giovan Francesco Beolco, professore presso la facoltà di medicina dell'Università di Padova, ebbe una lunga e proficua collaborazione con l'amico Alvise Cornaro, ricco proprietario terriero e letterato. Autore di numerosi trattati di architettura e di agraria, il Cornaro rappresenta un'importante figura di intellettuale proprio per il carattere "laico" del suo operato. Con l'intento di rappresentare alla corte dei cugini Marco e Franco, cardinali, la realtà del contado, commissionò a Ruzante le due orazioni. Quando conseguì il traguardo di amministratore del vescovato padovano, ridusse l'amico al ruolo di fattore, per poi tornare a rivalutarlo dopo che l'incarico gli era stato revocato.
Documenti storici sulla vita
Riguardo alla data di nascita sussistono ancora numerosi dubbi e non è stato ancora possibile rinvenire un documento attestante una data certa di nascita di Angelo Beolco. È vero, tuttavia, che, nel corso degli ultimi trent'anni circa, le ricerche archivistiche (specialmente per merito di due studiosi veneti, Menegazzo e Sambin) hanno permesso di retrodatare progressivamente la nascita di Angelo Beolco, che ora si ritiene possa essere stata intorno al 1496. Il Beolco, infatti, appare come teste in documenti notarili successivi di una ventina d'anni: per farlo doveva, secondo la legge, avere già raggiunto la maggiore età, che all'epoca era di venticinque anni. Se consideriamo che l'atto notarile di delega da parte del padre quale curatore degli affari famiglia risale al 1521, il conto è presto fatto.
È ignoto anche il luogo di nascita, sebbene nella Prima Orazione si legga: de quigi, saìu, che se ciama dotore, perché, se gi è igi do-tore, a' ghe son mi tre de le tore (di quelli, sapete, che si chiamano dottori, perché, se hanno due-torri, ci sono io che ho tre torri); è al riguardo probabile che richiamasse lo stemma araldico di Pernumia, che reca, appunto, tre torri e che secondo questa interpretazione dovrebbe essere, appunto, il luogo di nascita.
Morì a Padova in casa del Cornaro il 17 marzo 1542. Alvise Cornaro, in un suo scritto, attribuì la morte del Ruzzante ai troppi "disordini" e alle "dissipatezze", accreditando così l'immagine di un commediografo sregolato, probabilmente non coincidente con il vero. Dal tono della dichiarazione, si intende che il Cornaro ambisse più ad elogiare sé stesso, che non a commiserare l'amico defunto, e che intendesse compiacere anche l'amico Sperone Speroni (il testo è contenuto appunto in una lettera rivolta a lui), che occupava un ruolo di rilievo nella Padova dell'epoca. Il Cornaro, d'altra parte, teorico della vita sobria, arrivò a disporre per sé di essere sepolto "con Ruzzante e messer Giovanni Maria Falconetto", anche per sottolineare il legame intercorso con i due.
Una lapide funeraria commemorativa è posta nella chiesetta di San Daniele in Padova, mentre nella casa di fronte si individua il sito della residenza padovana dell'autore.
Le opere
Per la cronologia delle sue opere, esistono differenti datazioni, una basata su criteri filologici, il cui più importante esponente è Ludovico Zorzi, curatore dell'unica omnia ruzantiana nei Millenni della Einaudi, ed una su una progressione semantica, rappresentata, ad esempio, da Giovanni Calendoli. Potremmo così riassumere:
Data Opera Note
1517 - 1520 La Pastoral Il codice in cui l'opera è conservata la riporta al 1518.
1521 Prima orazione Datazione certa. È stata recitata nel giorno dell'Assunta
1522 - 1524 Lettera giocosa Forse recitata il 4 febbraio
1524 - 1525 Betìa Conservata da due codici. Alcuni studiosi la collocano tra La Pastoral e la Prima orazione.
1528 Seconda orazione
1529 Dialogo facetissimo
1529? Primo Dialogo de Ruzante (o Parlamento)
1529? Moscheta Esistono tre redazioni di quest'opera, di cui una del 1530-31 e una successiva al 1531 conservata dai codici.
1530? Secondo Dialogo de Ruzante (o Bilora)
1531-1532? Fiorina
1532? Piovana
1533? Vaccària
1534? - 1535? Anconitana
1536 Lettera all'Alvarotto In realtà il 1537 more veneto
? Lettera al Duca d'Este
? Le Canzoni
? Sonetti
Resta da datare l'Anconitana, che Zorzi colloca tra il 1522 ed il 1526, mentre Calendoli la pone dopo il 1528.
La critica
Nella critica, l'immagine di Ruzzante è variata nel tempo. Creduto autore "tutto istinto", come lo definì Emilio Lovarini, tra i suoi primi studiosi, oggi Ruzzante è unanimemente considerato autore "colto". Tra le altre prove di questa sua cultura ci sono le citazioni o i riferimenti interni alle sue opere, che spaziano dalla cultura classica a echi della cultura luterana d'Oltralpe. Nel corso dei secoli la sua fortuna è stata alterna. Nei primi decenni successivi alla morte, e fin quasi alla fine del secolo, fu citatissimo, anche se, dalla natura di predette citazioni, dobbiamo pensare che derivino al più da tradizioni orali che dalla lettura dei suoi lavori, le cui pubblicazioni sono tutte postume.
Autore di opere teatrali, trasse per se stesso lo pseudonimo di Ruzzante, dal nome di un personaggio delle sue commedie, un contadino veneto che è stato differentemente caratterizzato di opera in opera. Le varianti del personaggio corrispondono alla diversa prospettiva da cui l'autore ha voluto analizzarlo, in uno scavo progressivo mai viziato da populistico fervore, e che, nel complesso delle opere, porta ad un ritratto "a tutto tondo" della realtà del contado pavano.
Il nome "Ruzzante" era peraltro diffuso (e lo è anche oggi) in un'area geografica che il Beolco frequentava: a Pernumia e dintorni. Quello di Ruzzante era il ruolo che Beolco stesso interpretava nella messa in scena delle sue commedie. Unica eccezione costituisce il Secondo Parlamento de Ruzzante - Bilora in cui interpretò il ruolo dello zio Pitaro.
Fu un grande sperimentatore, mettendo a frutto proprio l'esperienza diretta di attore e regista. La sua frequentazione di diversi generi non fu mai arbitraria. Trovando un argomento, sceglieva, tra le strutture della tradizione, quella che riteneva più idonea a rappresentarlo, ed entrando in essa, la modificava dall'interno. Riuscì così a rinnovare il mariazzo, l'egloga, la commedia pastorale ecc. Insaziabile curioso, non mancò di polemizzare con i più illustri contemporanei, in particolare col Bembo, ampiamente schernito proprio nella Betia.
Gli studiosi hanno individuato, proprio intorno al 1530, un certo cambio di atteggiamento nel Beolco: il mondo dei poveri, degli sfruttati, dei contadini, è presentato con l'amarezza di chi conosce la vita squallida e segnata dalle ingiustizie delle classi subalterne.
Le alterne fortune critiche di Ruzzante si legano a due fattori. Il primo è costituito dalla difficoltà linguistica. Infatti il pavano del suo parlato è di fatto scomparso da più di due secoli e risulta inintelligibile anche ai suoi conterranei. Le riduzioni in italiano perdono lo slancio linguistico, il senso più profondo del gioco legato ai richiami più attinenti alla struttura semiotica. Per questo risultano molto efficaci le riduzioni in altre parlate, tra cui meritano segnalazione quella del 1921, ad opera della Compagnia dello Stabile Lucano, quella del 1950 della Moscheta con la regia di Gianfranco De Bosio e di Ludovico Zorzi lo stesso che ha curato la traduzione più recente dell'opera ruzantiana per Einaudi e quella della Te.A.R., curata da Alberto Ticconi, che nel 1995 fu rappresentata al Convegno Mondiale di Studi Ruzzantiani in Padova nel vernacolo del sud pontino.
Il secondo fattore ha profonde radici storiche. Il definitivo avvento della borghesia ingenerò quella che è la malattia ineliminabile della cultura veneta, e anche italiana: il disimpegno. Tre anni dopo la morte di Beolco fu stipulato il primo contratto della Commedia. Si trattava di un patto tra attori, e la Commedia dell'arte fu essenzialmente questo: un accordo tra professionisti in ottica del divertimento puro. Affermatasi a discapito delle classi subalterne, la borghesia non amava l'inquietante verismo ruzzantiano; i contadini, dopo quella fugace apparizione alla ribalta della scena, dovevano cadere nell'oblio. Per questo, dal seicento in poi, l'opera del Beolco finisce nel dimenticatoio, per riaffacciarsi solo agli inizi del XX secolo agli onori della scena. Le sue opere sono tornate ad essere rappresentate nella Loggia Cornaro, scena rinascimentale per eccellenza.
Il comico italiano Dario Fo, durante il discorso pubblico nel momento in cui veniva insignito del Premio Nobel per la Letteratura, così definiva Ruzzante:
« Uno straordinario teatrante della mia terra, poco conosciuto... anche in Italia. Ma che è senz'altro il più grande autore di teatro che l'Europa abbia avuto nel Rinascimento prima ancora dell'avvento di Shakespeare. Sto parlando di Ruzzante Beolco, il mio più grande maestro insieme a Molière: entrambi attori-autori, entrambi sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo. Disprezzati soprattutto perché portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune, l'ipocrisia e la spocchia dei potenti, la costante ingiustizia »
A Padova gli è stato dedicato un teatro.
In numerose città, tra cui Milano, gli è stata dedicata una via.
Curiosità
Ancora oggi, nel comune di Pernumia, a circa 20 km a sud di Padova, è presente una antica casa padronale ove il Ruzzante è nato o almeno ha trascorso i primi anni della sua vita
mercoledì 27 marzo 2013
l'eccidio delle Fosse Ardeatine
è il massacro compiuto a Roma dalle truppe di occupazione della Germania nazista il 24 marzo 1944, ai danni di 335 civili e militari italiani, come atto di rappresaglia in seguito all'attentato di via Rasella compiuto contro le truppe germaniche avvenuto il giorno precedente. Per la sua efferatezza, l'alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, è diventato l'evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell'occupazione.
Le "Fosse Ardeatine", antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina, scelte quali luogo dell'esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, sono diventate un monumento a ricordo dei fatti e sono oggi visitabili.
Inquadramento storico
Dopo l'8 settembre 1943, l'armistizio di Cassibile, la fuga del Re Vittorio Emanuele III, e l'ingresso delle truppe tedesche dopo gli sfortunati combattimenti di Roma, i nazisti assunsero il controllo effettivo della città dato che il territorio era passato sotto la sfera di controllo degli Alleati cobelligeranti con l'Italia. Fin dai primi giorni dell'occupazione tedesca di Roma si costituirono nella capitale gruppi di resistenza, in particolar modo il Fronte Militare Clandestino ("Centro X") diretto dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e nuclei comunisti, ai quali il generale Carboni aveva fatto distribuire armi fin dal 10 settembre.
Sottoposta pro forma alla sovranità della RSI, con lo status di "città aperta", Roma era in realtà governata solo dai comandi germanici, e lo divenne anche formalmente dopo lo sbarco di Anzio, il 22 gennaio 1944, quando l'intera provincia romana venne dichiarata "zona di operazioni". Il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante del fronte meridionale, nominò capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell'ordine pubblico in città, l'ufficiale delle SS Herbert Kappler, già resosi protagonista della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 16 ottobre 1943, di 1.023 ebrei romani verso i Campi di sterminio.
La campagna del terrore avviata da Kappler, con frequenti rastrellamenti ed arresti di antifascisti e semplici sospetti nei vari carceri romani (fra cui il più tristemente famoso fu quello di via Tasso), sgominò in breve quasi ogni gruppo della resistenza romana, che si ritrovò a perdere prima gli elementi militari, quindi quelli trotzkisti di "Bandiera Rossa". Anche gli aderenti a "Giustizia e Libertà" e al Partito Socialista e i sindacalisti socialisti (come Bruno Buozzi) subirono forti decimazioni negli arresti compiuti dalle varie polizie tedesche, da quella italiana e dalle bande italiane sotto controllo tedesco (come la Banda Koch). Solo i GAP comunisti mantenevano una buona efficienza operativa.
Il fatto che Roma venisse a trovarsi nelle immediate retrovie del fronte ingenerò la convinzione che la città fosse pienamente teatro di guerra. È in questo contesto che i quadri comunisti della Resistenza romana giunsero alla determinazione di reagire con le armi e di attaccare militarmente l'occupante con un'azione che avesse un forte valore simbolico: venne infatti scelto come data il 23 marzo, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento.
L'attentato di via Rasella
Il 23 marzo 1944 ebbe luogo un attentato contro l'11a compagnia del III battaglione dell'SS-Polizei-Regiment "Bozen" in via Rasella, per iniziativa di partigiani dei GAP Gruppi di Azione Patriottica delle brigate Garibaldi, che ufficialmente dipendevano dalla Giunta militare che era emanazione del Comitato di Liberazione Nazionale. Quanto all'appartenenza del Polizeiregiment "Bozen" alle SS, esistono versioni discordanti, in quanto la denominazione, pur solo formale, del reparto in SS-Polizeiregimenter avvenne solo il 16 aprile 1944, 24 giorni dopo l'attentato. Tale reparto fu segnalato come bersaglio da Giorgio Amendola, poiché lo vedeva "passare ogni pomeriggio" "in pieno assetto di guerra", lasciando poi al comando partigiano "assoluta libertà d'iniziativa", non per eventuali responsabilità dei soldati che vi appartenevano. La certezza è che il Battaglione non era composto da soldati anziani o "riservisti", come sostenuto fuorviantemente dalla propaganda filofascista, né tantomeno che fossero disarmati o malarmati. Il battaglione era in pieno assetto di guerra, preceduto e seguito da due motocarrozzette armate di mitragliere pesanti.
L'operazione fu portata a termine da 12 partigiani. Fu utilizzata una bomba a miccia ad alto potenziale; collocata in un carrettino per la spazzatura urbana, confezionata con 18 kg di esplosivo misto a spezzoni di ferro e dopo l'esplosione furono lanciate alcune bombe a mano. Vennero uccisi 32 militari dell'11a Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen e un altro soldato morì il giorno successivo (altri nove sarebbero deceduti in seguito). L'esplosione uccise anche due civili italiani, Antonio Chiaretti, partigiano della formazione Bandiera Rossa, ed il tredicenne Piero Zuccheretti.
La rappresaglia
Alla notizia dell'attentato, il generale Kurt Mälzer comandante della piazza di Roma, accorso sul posto, parlò stravolto di una rappresaglia molto grave e dello stesso parere fu inizialmente Hitler.
Successivamente vari ragionamenti condussero a quantizzare la rappresaglia, e la decisione del comando nazista fu la conta di 10 ostaggi fucilati per ogni tedesco ucciso. La fucilazione di 10 ostaggi per ogni tedesco ucciso fu ordinata personalmente da Adolf Hitler, dopo aver vagheggiato apocalittiche proporzioni di 50 ad 1, la distruzione dell'intero quartiere (che comprende il Quirinale) e la deportazione da Roma di 1000 uomini per ogni tedesco ucciso. La convenzione dell'Aia del 1907 proibisce la rappresaglia, mentre la Convenzione di Ginevra del 1929, relativa al Trattamento dei prigionieri di guerra, fa esplicito divieto di atti di rappresaglia nei confronti dei prigionieri di guerra nell'Articolo 2. Dal punto di vista internazionale l'argomento rappresaglia era contemplato nei codici di diritto bellico nazionali, in cui si faceva riferimento ai criteri della proporzionalità rispetto all'entità dell'offesa subita, della selezione degli ostaggi (non indiscriminata) e della salvaguardia delle popolazioni civili. Alcuni di questi aspetti furono violati: nella selezione degli ostaggi, poiché si procedette alla fucilazione anche di personale sanitario, infermi e malati ed inoltre poiché non risulta che sia stata eseguita da parte tedesca alcuna seria indagine per appurare l'identità dei responsabili dell'attacco, né si attesero le 24 ore di consuetudine affinché gli stessi si consegnassero spontaneamente, condizioni necessarie per la legittimità dell'azione di rappresaglia. Com'è noto, infatti, non venne neppure affisso il consueto bando nelle pubbliche piazze, limitando l'affissione, secondo la testimonianza dell'ambasciatore Roberto Caracciolo, ai soli uffici tedeschi. La notizia della strage e l'idea della rappresaglia contro la popolazione romana non vennero rese pubbliche. Non fu mai pubblicato nessun editto, col quale invitare i patrioti a consegnarsi ai nazisti. La prima notizia, riportata dal quotidiano "Il Messaggero" a mezzogiorno del 25 marzo, si concludeva con la terribile frase "Quest'ordine è già stato eseguito" ("Parole chiare per i romani" in "Il Messaggero" del 25 marzo 1943). Lo stesso Maresciallo Kesselring confermò che non fu mai emesso alcun avviso o richiesta di consegnarsi ai partigiani nel corso della sua deposizione al processo contro i generali Maeltzer e Von Mackensen come criminali di guerra (Testimonianza del Feldmaresciallo Kesselring all'udienza del 25 novembre 1946 presso il tribunale militare di Roma. Atti del processo ai generali Maeltzer e Von Mackensen, 1946/1947, in C. De Simone, Roma città prigioniera, i 271 giorni dell'occupazione nazista (8 settembre '43 - 4 giugno '44), Mursia, Milano 1994, 116 pp.
Nella scelta delle vittime, furono privilegiati criteri di connessione con la resistenza militare monarchica e coi i partigiani, e di appartenenza alla religione ebraica, e se in un primo tempo si tese ad escludere persone rastrellate al momento e/o detenuti comuni, successivamente, per raggiungere il numero di vittime volute, un certo numero di ostaggi fu poi costituito da reclusi condannati (o in attesa di processo) per delitti di natura non politica. Costoro furono prelevati, insieme a militari, membri attivi della resistenza e ad altri antifascisti, dal carcere romano di Regina Coeli, dove erano tenuti prigionieri. La strage iniziò infatti nemmeno 23 ore dopo l'agguato partigiano.
Dalle salme identificate (322 su 335) si ricava che circa 39 erano ufficiali, sottufficiali e soldati appartenenti alle formazioni clandestine della Resistenza militare, circa 52 erano gli aderenti alle formazioni del Partito d'Azione e di Giustizia e Libertà, circa 68 a Bandiera Rossa, un'organizzazione comunista trockijsta non legata al CLN, e circa 75 erano di religione ebraica. Altri, fino a raggiungere il numero previsto, furono detenuti comuni. Quindi circa metà dei giustiziati furono partigiani detenuti; di questi, cinquanta furono individuati e consegnati ai nazisti dal questore fascista Pietro Caruso, dietro minaccia da parte tedesca di procedere con un rastrellamento arbitrario del quartiere di Piazza Barberini. Non mancarono tuttavia tra gli uccisi i rastrellati a caso e gli arrestati a seguito di delazioni dell'ultim'ora.
L'esecuzione
Il massacro fu organizzato ed eseguito da Herbert Kappler, all'epoca ufficiale delle SS e comandante della polizia tedesca a Roma, già responsabile del rastrellamento del Ghetto di Roma nell'ottobre del 1943 e delle torture sui partigiani detenuti nel carcere di via Tasso.
L'ordine di esecuzione riguardò 320 persone, poiché inizialmente erano morti 32 soldati tedeschi. Durante la notte successiva all'attacco di via Rasella morì un altro soldato tedesco e Kappler, di sua iniziativa, decise di uccidere altre 10 persone. Erroneamente, causa la "fretta" di completare il numero delle vittime e di eseguire la rappresaglia, furono aggiunte 15 persone in più nell'elenco ed i tedeschi uccisero anche loro perché, se le avessero lasciate libere, avrebbero potuto raccontare quello che era successo.
I tedeschi, dopo aver compiuto il massacro, infierendo sulle vittime, fecero esplodere numerose mine per far crollare le cave ove si svolse il massacro e nascondere, o meglio rendere più difficoltosa, la scoperta di tale eccidio.
I sopravvissuti del SS-Polizei-Regiment "Bozen", si rifiutarono di vendicare in quel modo i propri compagni uccisi.
L'esecuzione iniziò dopo sole 23 ore dall'attacco di Via Rasella, e venne resa pubblica ad esecuzione avvenuta. La stessa segretezza avvolse la notizia ufficiale dell'attentato subìto dalle truppe occupanti, notizia diffusa assieme a quella della rappresaglia per ragioni propagandistiche secondo una direttiva del Minculpop.
Processi ai responsabili dell'eccidio
Nel dopoguerra, Herbert Kappler venne processato e condannato all'ergastolo da un tribunale italiano e rinchiuso in carcere. La condanna riguardò i 15 giustiziati non compresi nell'ordine di rappresaglia datogli per vie gerarchiche. Colpito da un tumore inguaribile, con l'aiuto della moglie riuscì ad evadere dall'ospedale militare del Celio, il 15 agosto 1977, e a rifugiarsi in Germania, ove morì pochi mesi dopo, il 9 febbraio 1978. Anche il principale collaboratore di Kappler, l'ex-capitano delle SS Erich Priebke, dopo una lunga latitanza in Argentina, è stato arrestato ed estradato in Italia, ove, processato, è stato condannato all'ergastolo per la strage delle Fosse Ardeatine. Attualmente vive a Roma sotto la scorta delle forze armate 24 ore su 24. Anche Albert Kesselring, catturato a fine guerra, fu processato e condannato a morte il 6 maggio 1946 da un Tribunale Alleato per crimini di guerra e per l'eccidio delle Fosse Ardeatine, ma la sentenza fu commutata nel carcere a vita. Nel 1952 fu scarcerato per motivi di salute e fece ritorno in Germania, dove si unì ai circoli neonazisti bavaresi. Morì nel 1960 per un attacco cardiaco.
Il monumento ai martiri delle Fosse Ardeatine
Subito dopo la fine della guerra il comune di Roma bandì un concorso per la sistemazione delle cave ardeatine e la costruzione di un monumento in ricordo delle vittime dell'eccidio nel luogo stesso in cui avvenne: le cave di pozzolana della via Ardeatina; fu il primo concorso d'architettura nell'Italia liberata.
Dalle due fasi del concorso uscirono vincitori ex aequo due gruppi: quello formato dagli architetti Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino e dallo scultore Francesco Coccia e quello formato dagli architetti Giuseppe Perugini e Mirko Basaldella. Ai due gruppi fu assegnato l’incarico di un progetto comune per la costruzione di un sacrario, la sistemazione del piazzale e il consolidamento delle gallerie fatte esplodere dai nazisti dopo l’eccidio: quello che è stato chiamato monumento, o mausoleo, ai martiri delle Fosse Ardeatine.
Il monumento fu inaugurato il 24 marzo 1949
sabato 23 marzo 2013
escursionismo e speleologia di Gia Van Rollenoof
... Scorrevano i giorni e le settimane: a Gia sembrava che il tempo si fosse fermato per divenire piacevolmente infinito.
Un giorno, conversando con Nourhan le espresse un desiderio che aveva da tempo.
«Amore, mi piacerebbe almeno una volta cucinare per voi, siete sempre così care e non mi fate fare mai nulla… se non l'amore. Vorrei darvi una prova tangibile della mia gratitudine per come mi trattate sempre. Tu ormai la mia cucina l'hai conosciuta a Venezia, ma non so se le cose che potrei preparare qui sarebbero gradite anche da Nahed e da Rashida.»
«Ci penserò su e vedrò se posso consigliarti bene» le rispose Nourhan.
Al mattino successivo quando s'incontrarono, lei la prese per mano.
«Vieni amore, ho una sorpresa per te» le disse conducendola nella grande cucina. Aperse il frigorifero e le mostrò il contenuto.
«Non posso credere: mozzarelle di bufala, qui da voi!» esclamò Gia.
«Amore, ormai il mondo è globalizzato, così come a Venezia si può mangiare il kebab, anche qui da noi non ci facciamo mancare delle vostre specialità: credi che un bel giro di pizza fatta da un'adorabile donna veneziana potrebbe andar bene per sdebitarti e farci contente? In giardino c'è anche il forno a legna… solamente dovrai usare la farina integrale, quella con cui facciamo il pane. Nel giardino hai già visto che c'è un orto e lì non mancano né i pomodorini, né il basilico; l'olio d'oliva poi qui da noi è più che extravergine! Gli ulivi li hai visti, no? Ma forse, conoscendoti, tu avresti preferito cucinare del pesce?»
Gia oltre che stupita per aver trovato le mozzarelle, era molto contenta.
«Amore, è perfetto. No, la pizza andrà a meraviglia e poi, prepararla mette sempre tanta allegria!»
«Se è così, saremo tutte a divertirci: le prepareremo insieme così anche noi impareremo a farle come Dio comanda e tu sarai la chef che ci coordinerà» decretò Nourhan.
Ritornarono nel giardino a passeggiare, mano nella mano.
«A proposito di mozzarelle, ricordi a Venezia, Gia?»
E come se lo ricordava, Nourhan era arrivata da appena qualche giorno ed ogni volta che stavano nude, Gia smaniava nel guardala, godendosi con gli occhi quel suo magnifico e generoso corpo bruno.
Lei aveva dei seni pieni e grandi. Gia, troppo emozionata ed eccitata, quella volta si scordò di parlarle in inglese.
«Oddio quanto amo riempirmi la bocca di queste tue morbide, succulente, gustose mozzarelle, stringerle fra le mie mani, Nourhan!»
Lei non comprese.
«Mozzarella? What are they? le chiese.
«Una di queste sere te la farò gustare su di una pizza, amore: prova a ripetere in italiano: m o z z a r e l l a.
Evidentemente Gia non le era stata molto chiara.
«È così che si chiamano le tette in italiano?» le ancora chiese Nourhan.
Da dietro lei, le prese entrambe le mammelle nelle mani, scoppiando a ridere.
«Beh, qualche volta anche sì, ma non è che per davvero queste tue magnifiche poppe siano delle mozzarelle, amore: ma sono egualmente tanto buone da mangiare, morbide da toccare, e se te le strizzo ben bene… così, vedi? Come le migliori mozzarelle di bufala, anche queste fanno la goccia! Ma purtroppo, anche se mi verrebbe di farlo, non te le posso mordere come invece posso fare con una mozzarella vera!» le rispose Gia, e ridendo si spostò in modo da starle di fronte, sollevandole una sua mammella e riempiendosene poi la bocca.
«Dai Gia, scherzi sempre tu: mi hai incuriosita, spiegami, cosa sarebbero allora queste mozzarelle?»
Gia la prese per mano e nude com'erano, la condusse in cucina, aperse il frigo e ne tirò fuori una vaschetta con due mozzarelle annegate nel loro liquido. Ne prese una con la mano e gliela porse.
«Prendila in mano e prova a palparla: ricorda molto la consistenza di una tetta vera. Poi goditela in bocca, mordila forte quanto vuoi e quindi mangiatela… che ne dici, buona?»
«Uhm… divina, anche da noi si trovano, ma buone come questa ancora non ne avevo mai assaggiate: avevi ragione assomiglia molto alle tette, ma preferisco il sapore delle tue, Gia…»
Quell'atmosfera gioiosa, allegra e tanto sensuale che c'era sempre tra loro tutte, si trasferì anche nel cuore e nello spirito di Gia.
Anche per lei ormai, allattare Nourhan era diventata una dolce consuetudine. Si sentiva sempre le mammelle piene, tese e questo le dava una persistente e piacevolissima sensazione… (continua)
giovedì 14 marzo 2013
telefono azzurro
Il Telefono Azzurro è una onlus nata nel 1987 con lo scopo di difendere i diritti dell'infanzia, che sono stati riconosciuti con una Convenzione ONU due anni più tardi.
L'associazione è stata fondata a Bologna dal Prof. Ernesto Caffo, docente di neuropsichiatria infantile all'Università di Modena e Reggio Emilia.
Il 5 dicembre 1990 è stata attivata la linea nazionale gratuita 1678-48048 e il 18 dicembre seguente, Telefono Azzurro, per Decreto del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, diventa "Ente Morale".
Il 26 novembre 1994 il numero diventa breve (19696) per bambini e adolescenti, in funzione tutti i giorni dell'anno, 24 ore su 24. Contemporaneamente l'associazione sviluppa modelli di formazione per operatori esperti sulle tematiche dell'infanzia e dell'adolescenza, fornendo un modello di riferimento anche per altri Paesi europei che implementano la propria linea telefonica per bambini e adolescenti.
La linea l'199151515 nasce con l'obiettivo di dialogare con adulti, famiglie, insegnanti ed educatori, che rilevino situazioni di disagio e vogliano capire come intervenire o come aiutare i bambini coinvolti.
Dal 26 marzo 2003 il Ministero delle Comunicazioni, il Ministero per le Pari Opportunità e il Ministero del Lavoro hanno affidato al Telefono Azzurro la gestione del Servizio Emergenza Infanzia 114. Il 114 è un numero di emergenza al quale rivolgersi tutte le volte che un bambino è in pericolo. È attivo 24 ore su 24, sette giorni su sette ed è gratuito. Chiunque, ragazzo o adulto, può chiamare il 114 per denunciare un'emergenza che coinvolge un bambino o per segnalare immagini, messaggi e dialoghi che possono nuocere ai ragazzi diffusi attraverso televisione, internet, radio e carta stampata.
Dal 25 maggio 2009, infine, è attivo in Italia il numero 116000 - numero per i bambini scomparsi, raggiungibile gratuitamente tramite telefonia fissa e mobile da 10 Stati membri dell'Unione Europea. Il numero assegnato dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni al Ministero dell'Interno viene gestito da Telefono Azzurro in collaborazione anche con la Polizia di Stato, con cui è stato siglato un protocollo d'intesa.
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