giovedì 23 maggio 2013
Patrizio Peci
è un ex terrorista italiano appartenente alle Brigate Rosse, tra le quali militava con il nome di battaglia di "Mauro" e di cui fu anche il primo pentito.
Crebbe a Ripatransone fino al 1962, poi, per motivi legati al lavoro del padre, si trasferì con tutta la famiglia a San Benedetto del Tronto. Era il maggiore di quattro fratelli: Ida, Roberto ed Eleonora.
Dopo aver contribuito alla costituzione dei PAIL (Proletari armati in Lotta), entrò a far parte delle Brigate Rosse nel 1976 e, dopo un periodo iniziale a Milano, militò nella colonna "Mara Cagol" di Torino di cui divenne uno dei principali dirigenti fino al suo arresto il 19 febbraio 1980.
Patrizio Peci risulta aver preso parte ai seguenti delitti ed eventi:
Il 22 aprile 1977 compì la sua prima azione assieme a Raffaele Fiore (nome di battaglia "Marcello") e a Angela Vai (nome di battaglia "Augusta"), ferendo alle gambe Antonio Munari, capo officina della Fiat, dopo averlo pedinato per settimane. L'attentato fu rivendicato il 24 aprile con un comunicato delle BR.
Pedinò Ezio Mauro nel maggio 1977, sebbene poi il giornalista non sia stato colpito.
"Un giorno mi presentai alla riunione di colonna con un promemoria su un giovane cronista piemontese, Ezio Mauro, proprio lui. Illustrai il suo caso, lessi alcune delle cose per nulla tenere che aveva scritto su La Gazzetta del Popolo su di noi. Arrivò a scrivere un libro con il sindaco Diego Novelli, Vivere a Torino, in cui si faceva una mappatura abbastanza esatta delle Br, molto ostile nei nostri riguardi, scritto con l'ambizione di diventare una manifesto antiterrorismo. Conclusi: “Secondo me, abbiamo pronto un nuovo obiettivo. Anche relativamente facile, perché non protetto. Che vogliamo fare?”». (...). «Però i compagni mi risposero: “Adesso ci mettiamo a perdere tempo con i pesci piccoli?”. Obiettai: “Piccolo mica tanto: questo gioca a fare il duro con noi, si sente un opinion leader, influenza gli altri giornali”. Discutemmo per qualche minuto su Mauro, sul tipo di azione possibile. Ovvero se gambizzarlo. Poi un compagno che aveva più voce in capitolo di me, e che mi piacerebbe incontrare di nuovo oggi troncò la discussione: “Per me esageri: Mauro è un pesce troppo piccolo”. So bene che Mauro potrebbe non considerarlo un complimento, ma a quanto pare, invece, sulle sue qualità ci avevo azzeccato io, e in pieno".
Il 30 giugno 1977 prese parte, assieme a Piero Panciarelli e Andrea Coi, al commando che gambizzò il geometra Franco Visca, dirigente Fiat. A sparare fu Andrea Coi, che colpì Visca anche alla milza.
Il 25 ottobre 1977 gambizzò Antonio Cocozzello, militante della DC.
Prese parte al pedinamento e all'agguato del giornalista Carlo Casalegno, condannato a morte per aver offeso, secondo quanto scrisse poi Peci, la memoria di alcuni membri della Rote Armee Fraktion (RAF) morti suicidi in un carcere tedesco nel 1977.
L'arresto
Venne arrestato a Torino, assieme a Rocco Micaletto, il 18 febbraio 1980. Fu il primo pentito delle BR a collaborare con lo Stato e, grazie alle informazioni che fornì nella caserma dei carabinieri di Cambiano al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, rese possibile l'individuazione del covo brigatista di via Fracchia a Genova e l'operazione che ne derivò.
Le convinzioni delle BR sull'arresto
Sulle modalità del suo arresto e sulle ragioni del suo pentimento si scatenò subito una accesa discussione in seno alle BR, con risvolti tragici per la famiglia di Peci. Secondo le fonti ufficiali, Peci fu riconosciuto per caso da due carabinieri e arrestato. Una volta in carcere, sarebbe stata l'abilità del direttore a convincerlo ad incontrare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e a rivelargli gli elementi riguardo all'organizzazione di cui era in possesso. Le BR, invece, si convinsero subito che Patrizio era stato arrestato una prima volta su precisa delazione di suo fratello Roberto, anche lui implicato nelle azioni di formazioni armate, poi rimesso in libertà per acquisire maggiori informazioni e poi riarrestato con grande clamore mediatico.
L'assassinio del fratello
Sulla base di questa convinzione ed in forma di ritorsione, le BR sequestrarono Roberto, lo processarono, lo condannarono a morte e lo uccisero.
«Si sono presi mio fratello Roberto con l'inganno, una mattina. Lo hanno preso e sequestrato, per disperata e insensata logica di vendetta. Lo hanno rapito con un miserabile trucco, con l'obiettivo di allestire un processo farsa contro di lui e di ucciderlo. Ma in realtà lo hanno fatto solo per una feroce rappresaglia contro di me» (...). «Ogni volta che una scheggia di quella storia mi raggiunge, una ferita si riapre. Mi sono accorto solo per caso che io sono l'unico. L'unico che negli anni di piombo abbia abitato entrambi i gironi dei dannati: sia fra le vittime che fra i carnefici, sia fra chi ha amministrato la morte, sia fra chi ha conosciuto la morte, quella di una delle persone più care, quella che ti fa conoscere il senso della perdita irrevocabile».
La parte finale del "processo proletario", compresa l'esecuzione della sentenza, fu registrata in un video, andato più volte in onda anche su televisioni nazionali; il video comprende la lettura della "sentenza", ed ha in sottofondo l'Internazionale. Patrizio ha sempre smentito questa tesi. Nella speranza di salvarlo, fu la sorella ad ammettere temporaneamente, durante i giorni del sequestro, la tesi della delazione, salvo poi spiegare, pentita e quando tutto era finito la ragione delle sue affermazioni.
Periodo successivo
In seguito, Peci, pubblicò con Giordano Bruno Guerri il libro Io, l'infame (Mondadori, 1983) in cui sono raccontati i suoi anni nelle Brigate Rosse e il successivo pentitismo.
"Patrizio Peci è morto il 18 maggio del 1983. Patrizio Peci ero io. Il 18 maggio del 1983, a Torino, l'uomo conosciuto con quel nome entrava in un tribunale di Torino per testimoniare contro i suoi ex compagni, principale teste d'accusa nel processo contro le Br. Fino a quel giorno ero stato un brigatista, dopo di allora divenni il più feroce nemico delle Br» (...). Dopo quel 1983, un nuovo Patrizio, senza più nessuna immagine pubblica, senza volto, senza legami con il suo mondo di prima - insomma io - avrebbe dovuto compiere un nuovo rito battesimale, e ricominciare la propria vita da zero".
Il libro è stato poi ripubblicato nell'ottobre 2008 dalla casa editrice Sperling & Kupfer, in un'edizione aggiornata e con l'aggiunta di una nuova parte riguardante il periodo successivo alla prima pubblicazione.
Nel 1983 rilascia una intervista televisiva ad Enzo Biagi, trasmessa dalla Rai.
Fu condannato a 8 anni di reclusione il 17 febbraio 1986, assieme ad altri componenti della colonna Mara Cagol, i quali ebbero complessivamente comminati 13 ergastoli.
Situazione attuale
Peci attualmente vive in una località segreta e ha cambiato nome. Nel 2008, in Svizzera, la TSI ha mandato in onda per la prima volta un documentario sulla figura dei fratelli Peci, girato da Luigi Maria Perotti e dal titolo L'infame e suo fratello.
Nei 90 minuti di durata, il film (coprodotto da Italia e Germania), mette in risalto la figura della sorella Ida e della sua volontà di capire il perché dell'uccisione del fratello.
Si ricorda anche l'allora silenzio delle istituzioni e l'attività di Radio Radicale che considerava, il fratello di un terrorista, come persona da salvare.
Il documentario è stato mandato in onda, in Italia, all'interno del programma La storia siamo noi, nel giugno del 2008 e dalla tv tedesca Ndr, l' 8 novembre 2010, con il titolo Der Verräter und sein Bruder.
lunedì 20 maggio 2013
capezzoli malandrini di Femmina Gaudente
Capezzoli Malandrini
Che silenzio qui dentro. Ma ho dovuto gironzolare per la città sia ieri che oggi. Il tutto con un clima bizzarro che m'indispone oltremodo ormai.
Caldo. Freddo. Caldo. Un susseguirsi di stagioni nell'arco di un'ora.
Ho la schiena sudata.. e umida di acquazzone. Se chiudo gli occhi posso credere di essere in Nicaragua.
Il vento fa drizzare i miei capezzoli.
A seconda degli eventi atmosferici miei capezzoli in autonomia si ergono a misuratori del vento. Ad un certo punto dalla camicia, dalla maglia, dal bikini.... dallo scafandro del palombaro spuntano i bottoncini dell'amore. Non è una reazione controllabile.Non posso farci niente, loro partono per la carriera di avvistatori di arcobaleni e puntano le antenne verso il cielo.
E a volte mi rendo conto che coloro che stanno chiaccherando con me smettono di ascoltarmi e potrei inserire senza alcun problema una frase a minchia nella conversazione, ad esempio "il cavallo bianco di napoleone" mentre sto parlando di seppie alla livornese, certa che il mio interlocutore non se ne accorgerebbe. Ammetto di averlo fatto sul serio e ho avuto più conferme che smentite su questa teoria.
Lo capisco povero interlocutore è lacerato nella testa, non sa se guardare i miei amici inturgiditi o dissimulare. Da una parte li mangerebbe a morsi, li succhierebbe, li strizzerebbe dall'altra teme la mia reazione,e lo vedo li con gli occhietti che fa un po su e un po giu, l'angioletto e il diavoletto nella sua testa stanno facendo a cazzotti, il comitato neurologico ha quasi raggiunto il quorum per il referendum mentale ZIZZESI vs ZIZZENO (netta maggioranza per i si). Gli estremismi moralizzatori,impavide tracce della sua coscienza di personcina per bene cedono dopo estrema resistenza.
E gli occhi vanno li. Su quei bottoncini che spuntano fuori come a dire "Siamo quiiii, ehi non ci vedi?"
Solitamente mi piace creare un po d'imbarazzo. Mi piace anche l'imbarazzo dei corpi quando li stringo a me. Stringere a me le persone per abbracciarle. Maschi,femmine non importa.
Se poni il tuo petto sul pettodi un altro e stringi vigorosamente è un gesto intimo.
Che puo essere dolcissimo ma anche carico di carne vicina. Come quando si è stretti in un abbraccio tanto vicino al punto che i capezzoli non solo si vedono ma si sentono (deve dare una bella sensazione).La stessa di quando, stringendo un uomo mi accorgo della sua felicità....
E lo sento ragionevolmente ansioso di avermi. E sento quel timido e incontrollato ardire. E lo sento solido premere sulle mie cosce. Tutto sembra conosciuto dal linguaggio non verbale.
Il corpo parla. E noi siamo animali.
Tra l'altro oggi dovevo essere particolarmente in forma. Per strada ho incrociato numerosi sguardi. Sarà che ho osato una mise vezzosetta. Mi piaccio un sacco con i cappelli. La mia vanità mascolina mi fa preferire i cappelli da uomo. Oggi ne avevo uno di stoffa grigio chiaro.
Ho CAMMINATO felicemente dentro me attraversando la città.
E l'ho fatto forse anche grazie a quei malandrini dei miei capezzoli.
E' stato bello portarli a spasso per la città.
FG
Ma come è bella la città...
eyes wide shut
Ultima opera del regista, tratta dal romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler, uscì postuma negli Stati Uniti d'America il 16 luglio 1999 e fu presentata in anteprima europea alla 56ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia il 1º settembre 1999.
La trama del film traspone quella del romanzo dalla Vienna di inizio Novecento alla New York anni novanta. Il protagonista, il medico Fridolin diventa Bill Harford e la moglie Albertine è Alice.
Bill e Alice sono invitati a una sontuosa festa pre natalizia dal milionario Victor Ziegler. Bill, giovane e avvenente, avvicinato da due bellissime ragazze, viene improvvisamente chiamato per prestare le cure del caso a una giovane vittima di un'overdose mentre era in compagnia di Ziegler. Alice, nel frattempo, balla con un affascinante e maturo ungherese il quale non nasconde le proprie intenzioni. Lei però - pur stando al gioco - non cede ad alcuna lusinga ed è anzi prima ingelosita e poi preoccupata dell'assenza di suo marito visto poco prima in compagnia.
La sera successiva marito e moglie parlano della festa ma sotto l'effetto della marijuana la discussione assume toni rabbiosi, facendo affiorare la gelosia. Se Bill sostiene la propria fiducia nella reciproca fedeltà, Alice pare alterarsi raccontandogli di una loro precedente vacanza estiva quando, colpita dall'avvenenza di un giovane ufficiale di Marina intravisto in albergo, ne ha immaginato un rapporto sessuale nonché la fuga dal tetto coniugale. Bill ne resta fortemente turbato quando una telefonata dalla famiglia di un suo paziente appena deceduto, lo distoglie temporaneamente da una situazione critica. Recatosi a casa del defunto per porgere le condoglianze il medico inaspettatamente riceve dalla figlia un'esplicita dichiarazione d'amore che egli declina.
Oramai scosso dagli avvenimenti, Bill anziché rincasare vaga per la New York notturna, fino a farsi adescare da una giovane prostituta con la quale però non consuma alcun rapporto in quanto riceve una telefonata da Alice che non lo vede rincasare. Di nuovo in strada, Bill si reca nel locale dove si esibisce Nick Nightingale, un pianista amico ai tempi dell'università e nuovamente incontrato al party di Ziegler. Questi gli parla di un prossimo lavoro in un luogo segreto dove deve suonare a occhi bendati, dove per entrare occorrono una maschera e una parola d'ordine e trattasi di un convito orgiastico strettamente esclusivo. Bill più che mai curioso, nonostante le preghiere di Nick a desistere, riesce a conoscere alcuni dettagli come la parola d'ordine - "Fidelio" - e l'indirizzo, così di sua iniziativa si reca presso un noleggiatore di costumi slavo, il signor Milich, imbattendosi in un'ennesima situazione scabrosa. I due colgono la figlia adolescente del negoziante nascosta dietro un divano a intrattenersi con due uomini.
Bill in taxi raggiunge finalmente una sontuosa villa dove assiste al convito, caratterizzato da una bizzarra funzione con officiante e baccanti nude, tutti rigorosamente con il volto coperto da maschera. L'atmosfera è inquietante, Nick suona l'organo con gli occhi bendati, accompagnando un canto-parlato maschile che risuona cupamente nel salone. Nelle altre sale Bill assiste a scene di accoppiamenti di ogni tipo quando una delle vestali lo avvicina ammonendolo del grave pericolo che corre assistendovi e pochi istanti dopo, infatti, viene portato al cospetto della loggia per essere interrogato e smascherato come intruso. La donna inaspettatamente interviene offrendosi di espiare al suo posto e ottenendo che egli venga allontanato dalla villa senza danni, a condizione di non rivelare a nessuno quanto visto.
Spaventato a morte, Bill fa rientro a casa, dove ha la brutta sorpresa di trovare Alice in preda a un incubo. Ridestatasi, la donna piangendo gli racconta di aver sognato di essere stata posseduta prima dall'ufficiale incontrato l'estate precedente e poi anche da tanti altri uomini di fronte al marito impotente, uno scenario assai simile a quello da lui vissuto poche ore prima.
Il giorno dopo Bill inizia ad indagare e scopre che Nick è stato prelevato di forza dall'albergo dove alloggiava, senza però conoscerne il destino. Bill, sempre più determinato, si reca all'ingresso della villa dove riceve un messaggio più perentorio che intimidatorio. La notizia della morte di una ragazza, appresa da un giornale, lo spinge a recarsi presso una camera mortuaria dove crede di riconoscere la salma della sua salvatrice.
La stessa sera Bill viene convocato a casa di Victor Ziegler il quale, imbarazzatissimo, rivela di essere stato presente al ricevimento in quanto membro di una setta di personaggi altolocati, dove Bill si è introdotto con l'inganno e la complicità di Nick, pesantemente redarguito e allontanato. La ragazza morta è effettivamente la salvatrice e Ziegler cerca in tutti i modi di tranquillizzarlo riguardo alle circostanze della morte, un'ennesima overdose, questa volta fatale. Quanto accaduto a Bill nel convito è stata solo una macabra messa in scena per terrorizzarlo.
Tornato a casa a tarda sera Bill ritrova la moglie che dorme accanto alla maschera da lui indossata la notte precedente e piangendo le racconta tutto. Epilogo in un grande magazzino dove è Alice a concludere, con parole quasi identiche a quelle del libro, dicendo che "è un bene essersi destati dai propri sogni e che sarà meglio rimanere svegli a lungo", aggiungendo una frase conclusiva assente nel romanzo, che la sola cosa che resta a loro due di importante da fare "è scopare".
Analisi del film
Percorsi paralleli, quelli di marito e moglie, nello smarrimento e nella presa di coscienza di sé. Percorso tutto interiore e verbale quello femminile (Kubrick sceglie di non mostrare mai il corrispettivo di ciò che Alice racconta, se non per interposta persona, da parte di Bill), percorso oggettivo (empirico) quello maschile, di cui, tuttavia, non è mai chiaro quanto sia reale e quanto sia frutto della proiezione perturbata del protagonista.
Come gli spettatori del film, anche il protagonista di quest'opera definitiva si trova a sperimentare "mediante la coscienza del disorientamento… che cosa significa veramente guardare, imparare, conoscere, vedere".
"La coscienza del disorientamento" (Annette Michelson) è precisamente ciò che per il regista consente di giungere a una più profonda comprensione del mondo, e l'occhio è ovviamente lo strumento privilegiato attraverso cui tale conoscenza si rende possibile, poiché "occorre attraversare l'accecamento per imparare nuovamente a guardare, conoscere e riconoscere la scena del mondo". Il titolo diventa dunque metafora del film stesso e della visione in generale, racchiudendone il senso più intimo all'interno della contraddizione che esprime.
L'etica di Kubrick non è mai impudica né oscena, non c'è niente di ammiccante nelle immagini delle orge. Piuttosto c'è una rappresentazione asettica di un sesso disanimato, artificiale. Kubrick analizza da maestro la povertà del sesso consumato come una ginnastica erotica o come una coazione consumistica. L'eros reale torna ad accendersi solo quando due persone che si amano, una donna e un uomo, che si illudevano di fuggire dalle secche del matrimonio, si ritrovano dopo aver provato la noia della trasgressione programmata.
Il tedio del vivere è un altro tema ricorrente nel film. Non esplicitamente espresso tramite stati d'animo o espressioni del protagonista, si può considerare tuttavia la forza movente che porterà Bill nell'ambigua situazione che costituisce le fondamenta sulle quali è costruito il film. Il dottore, per l'appunto, non sembra affatto turbato della banalità della festa di apertura, né scocciato, per esempio, della routine giornaliera, presentataci tramite il via vai di pazienti. Tuttavia, è il tedio che induce Bill a cercare diversità, cadendo in tentazione prima con la giovane Domino, lasciandosi sedurre, e con il rito esoterico poi. Un concetto di tedio che viene affrontato con leggerezza, poiché non inteso e sviluppato come concetto di "tedium vitae" ma divulgato più come una sorta di noia dovuta ad una vita povera di spunti e situazioni interessanti e inaspettate.
Inoltre, viene dipinto il quadro completo sulla figura umana. Kubrick ci mostra l'incongruenza tra le necessità mentali e quelle fisiche dell'uomo. Considerando il bisogno di vivere su delle certezze (l'origine della creazione della società), l'uomo, essendo l'animale dominante sulla terra, ma pur sempre un animale, non è in grado di resistere ai propri istinti. Illuminando l'ipocrisia del matrimonio, quindi, viene affrontato il discorso di come gli esseri umani (sia uomini che donne) soccombano alle tentazioni derivanti dall'istinto sessuale. Caratteristica prevalente nella scena della festa all'inizio del film, che si può catturare, quando Alice balla con l'ungherese e Bill gioca con le due modelle. Più che mai esaltata durante la confessione di Alice a Bill, quando gli spiega dei suoi desideri sessuali nei confronti di un ufficiale della Marina, ammettendo che l'impeto del desiderio fu forte a tal punto che sarebbe stata disposta a lasciare lui e sua figlia pur di fuggire con l'altro.
L'ultimo Kubrick
"C'è inoltre un romanzo di Arthur Schnitzler, Doppio sogno, che vorrei fare ma su cui non ho ancora cominciato a lavorare". Così dichiarava Stanley Kubrick a Michel Ciment nel corso di un'intervista all'epoca dell'uscita di Arancia meccanica. Il testo di Schnitzler, scoperto agli inizi degli anni cinquanta, l'aveva profondamente affascinato ("Esplora l'ambivalenza sessuale di un matrimonio felice e cerca di equiparare l'importanza dei sogni e degli ipotetici rapporti sessuali con la realtà"), al punto di decidere di trasformarlo, dopo 2001: Odissea nello spazio, nel suo prossimo progetto cinematografico.
Nell'aprile del 1971 un comunicato della Warner Bros. (la casa di produzione con la quale Kubrick avrebbe realizzato tutti i suoi film a partire da Arancia meccanica), dichiarava che il nuovo film del regista sarebbe stato, appunto, Traumnovelle (titolo originale dell'opera di Schnitzler).
Distolto dal progetto dall'intenzione di portare sullo schermo il romanzo di Anthony Burgess (mentre nel frattempo pensava di realizzare, e accantonava il monumentale film su Napoleone Bonaparte) Kubrick avrebbe tenuto in serbo il testo schnitzleriano fino al 1994, quando decideva di contattare lo scrittore Frederic Raphael, già collaboratore di Stanley Donen e John Schlesinger, per trarne una sceneggiatura.
Il clamore e la curiosità morbosa intorno al progetto del regista, di nuovo al lavoro nove anni dopo Full Metal Jacket (le riprese di Eyes Wide Shut iniziano nel novembre del 1996 e si concludono nel gennaio del 1998), il fatto di avere scelto come protagonisti due star come Tom Cruise e Nicole Kidman, ai tempi sposati anche nella realtà, (si sarebbero separati a breve, restando questo film l'apice della carriera in coppia), nonché la sua morte improvvisa meno di una settimana dopo averne completato il montaggio, hanno fatto del suo ultimo film, prima ancora di essere visto, uno dei più chiacchierati e attesi della storia del cinema. Alla sua uscita il film suscita l'ormai scontata (per ogni opera del regista a partire da 2001: Odissea nello spazio) contrapposizione tra gli entusiasti e i detrattori, spartiti da una folta schiera di perplessi.
Ancora una volta la critica e il pubblico si trovano al cospetto di un oggetto spiazzante, impervio (alla pari di 2001: Odissea nello spazio, Barry Lyndon, Shining, Full Metal Jacket), la cui mancata collocazione nell'ambito canonico di un genere di appartenenza non ne facilita l'avvicinamento. Insieme a Shining, nel giudizio di Enrico Ghezzi, "il film più lavorato e complesso che sia dato di vedere", un film "che richiede espressamente un "di più" di uno sguardo attento", Eyes Wide Shut (di cui si può dire esattamente lo stesso, non a caso, essendogli Shining coessenziale), opera postuma, definitiva, resta tra tutte quelle di Kubrick una delle più sofisticate.
Curiosità
Dei due mesi previsti per le riprese si arrivò ad abbracciare due anni (due settimane solo per filmare la scena dell'acquisto e la lettura del giornale). Kubrick morì appena completato il montaggio. Per la colonna sonora dovette ultimare il lavoro il regista suo amico Steven Spielberg.
Il film è fitto di rimandi extratestuali ad altre opere di Kubrick, tanto da poter essere considerato una vera e propria summa di autocitazioni, da Lolita, a 2001: Odissea nello spazio, da Arancia Meccanica a Shining, e nel pedinamento notturno di cui Tom Cruise è oggetto da parte di un uomo calvo, a Rapina a mano armata (il pedinatore è praticamente il sosia di Kola Kwariani, l'attore che in quel film interpreta la parte di Maurice, il lottatore e giocatore di scacchi).
Il celebre quartiere newyorchese del Village è ricostruito negli studi cinematografici londinesi di Borehamwood. Secondo un'intervista a Cruise, la ricostruzione manca della grande sporcizia e dei numerosi sacchi della spazzatura presenti sui marciapiedi. Da notare un cestino dei rifiuti ricorrente in diverse scene e recante il medesimo graffito.
Il cognome del protagonista, Harford, è un omaggio ad Harrison Ford.
Sky Dumont, nel ruolo del maturo corteggiatore ungherese di Alice, è un caratterista tedesco interprete di diversi episodi della celebre serie poliziesca L'ispettore Derrick.
Secondo Frederic Raphael, la scena dell'orgia (o del consesso mascherato) trae in parte la sua ispirazione da una presunta festa organizzata dal duca Valentino, Cesare Borgia, e tenutasi in Vaticano il 31 ottobre 1501, giorno di Ognissanti, a cui parteciparono ben cinquanta cortigiane. A proposito di questa festa, Richard Sennett, nel suo libro Flesh and Stone, racconta che per l'occasione erano presenti il Papa (Alessandro VI), il duca e sua sorella Lucrezia Borgia, e che agli uomini presenti in grado di copulare con il numero maggiore di cortigiane venivano offerti in premio vari capi di abbigliamento pregiato, tra cui giustacuori di seta, scarpe e cappelli.
Nel celebre libro Il codice da Vinci l'autore Dan Brown descrive le cerimonie segrete del Priorato di Sion citando esplicitamente la similitudine con la scena del film di Kubrick.
La parola d'ordine che Tom Cruise carpisce dall'amico pianista, necessaria per entrare nella villa, è Fidelio, diversamente da quella presente nel libro, "Danimarca". Ha un significato nascosto? Alcuni l'hanno semplicemente visto come traduzione di "fedele". Altri fanno invece riferimento al Fidelio, opera lirica musicata da Beethoven, che parla della fedeltà coniugale ma che tratta anche il tema della lotta contro la tirannia dei potenti.
Rade Šerbedžija, nel ruolo del negoziante di costumi, doppia sé stesso nella versione italiana.
Nella sequenza dell'orgia, il cerimoniere mascherato che officia il rito è interpretato da Leon Vitali, collaboratore abituale di Kubrick e già interprete di Lord Bullingdon in Barry Lyndon. Altro assistente del regista, Emilio D'Alessandro, anch'egli di origine italiana, appare fuggevolmente e non accreditato, come l'edicolante di giornali.
La litania dell'officiante è presa da una registrazione di un rito pasquale ortodosso rumeno ed eseguita al contrario.
Sul giornale che Bill compra durante la scena del pedinamento, è possibile notare la scritta, a caratteri cubitali, sul fronte del giornale, "Lucky to be alive", "fortunato ad essere vivo", riferimento, probabilmente, da collegarsi al protagonista stesso e ai fatti della notte precedente.
Originariamente la parte interpretata da Marie Richardson era stata interpretata da Jennifer Jason Leigh. Dopo avere visto il girato, Kubrick, insoddisfatto del risultato, decise di convocare nuovamente l'attrice, la quale era però impegnata sul set di Existenz di David Cronenberg. A causa dell'indisponibilità della Leigh, la scena venne girata nuovamente con la Richardson al suo posto.
La parte di Victor Ziegler, l'amico faccendiere di Tom Cruise, era stata inizialmente assegnata a Harvey Keitel, il quale abbandonò a metà riprese, esasperato dalla certosina lentezza del regista, e venne poi sostituito da Sydney Pollack.
Nel novembre del 1999 la Warner Bros. dichiarò pubblicamente che con un guadagno globale di 155.655.000 $, Eyes Wide Shut si assestava come il maggiore successo commerciale di Kubrick.
La scena dell'orgia, nella versione per il mercato americano, è stata censurata elettronicamente nei punti più scabrosi, per esempio apponendo dell'indumento intimo alle due baccanti altrimenti totalmente nude e coprendo degli individui in copula con delle sagome di persone spettatrici.
Il protagonista del film è un medico newyorchese, l'autore del romanzo era un medico austriaco, e Stanley Kubrick era figlio di un medico austriaco emigrato da Vienna a New York.
Il titolo del film è un gioco di parole: l'usuale espressione eyes wide open (occhi largamente aperti, cioè spalancati) diventa "Occhi largamente, completamente chiusi". e richiama l'ambiguità del tema trattato, il matrimonio.
Nel film Nicole Kidman dichiara di essere sposata da nove anni, come di fatto erano Tom Cruise con la stessa Nicole Kidman prima della loro separazione.
Nella versione cinematografica si evidenzia un errore di ripresa, incredibile per Kubrick, nella scena della sala da bagno di Ziegler: in uno scaffale in ottone è riflessa la troupe, errore ovviato elettronicamente in post produzione per la versione home video.
Com'era oramai consuetudine dei film di Stanley Kubrick, i testi scritti come lettere o giornali, erano tradotti nella lingua della rispettiva versione, per esempio il delirante dattiloscritto in Shining. Per la versione italiana Kubrick si avvaleva dei suoi amici e stretti collaboratori Riccardo Aragno e Mario Maldesi. Purtroppo nell'edizione dvd, il cognato Jan Harlan - secondo alcuni, per invidia nei loro confronti - ha fatto eliminare tutte le parti tradotte e l'accreditamento dei loro nomi.
Sulla lettera che l'uomo passa a Bill attraverso il cancello c'è scritto: "Al Dr. William Harford. Rinunci alle sue indagini, sono completamente inutili e consideri questo un secondo avvertimento. Speriamo, per il suo bene, che sia sufficiente“.
Lo stesso soggetto venne messo in scena alcuni anni prima nel film di serie B italiano di Mario Bianchi Ad un passo dall'aurora, del 1989, ambientato a Venezia e interpretato da Tinì Cansino. Qui il convito è casto ma il protagonista diviene vittima totale del ricatto.
Nel 2009 esce una parodia del film a carattere pornografico prodotto dalla casa Brazzers con protagonista la pornostar Lisa Ann, dal titolo "Eyes Wide Slut".
Le maschere presenti sulla copertina dell'album "Dance Of Death" degli Iron Maiden ricordano notevolmente quelle apparse nel film.
venerdì 10 maggio 2013
Prospero Gallinari
è stato un ex terrorista italiano, militante delle Brigate Rosse durante gli Anni di piombo. Dopo aver fatto parte del gruppo originario che aveva costituito l'organizzazione nel 1970, venne arrestato una prima volta nel novembre 1974; evaso dal carcere di Treviso nel gennaio 1977, assunse un ruolo di grande importanza come dirigente della colonna romana e membro del Comitato Esecutivo. Molto determinato e fortemente motivato ideologicamente, fece parte del nucleo armato che assassinò gli uomini della scorta di Aldo Moro nell'agguato di via Fani e durante il sequestro svolse il ruolo di carceriere dell'uomo politico nell'appartamento di via Montalcini 8 a Roma.
Dopo la fine del sequestro continuò a dirigere la colonna romana partecipando direttamente ad altri gravi fatti di sangue fino al suo arresto nel settembre 1979 dopo uno scontro a fuoco con agenti di Pubblica Sicurezza in cui rimase gravemente ferito alla testa. Condannato all'ergastolo, rigido e intransigente, mantenne una totale non collaborazione durante gli anni del carcere; negli anni novanta a causa di seri motivi di salute venne disposta la sospensione della sua pena.
Le origini
Di estrazione contadina e famiglia comunista, militante fin da giovanissimo della FGCI del Partito Comunista Italiano, Prospero Gallinari, insieme ad altri giovani estremisti di sinistra di Reggio Emilia, tra cui Alberto Franceschini, Fabrizio Pelli, Attilio Casaletti, Tonino Paroli, Roberto Ognibene, assunse posizioni di critica della politica del partito considerata troppo moderata e partecipò alla costituzione nel 1969 del cosiddetto "Collettivo politico operai-studenti", noto anche come gruppo "dell'appartamento". Gallinari si impegnò nell'attività politica e, pur continuando il suo lavoro di contadino, contribuì al dibattito ideologico all'interno del gruppo, manifestando grande interesse per la figura e le teorie di Ernesto Guevara.
Dalla prima metà del 1969 il gruppo "dell'appartamento" entrò in contatto con Renato Curcio e Margherita Cagol, provenienti dal Movimento dell'Università di Trento, e con Raffaello De Mori, uno dei dirigenti del Comitato Unitario di Base (CUB) della Pirelli; ben presto molti dei componenti originari del gruppo reggiano si trasferirono temporaneamente a Milano dove, dalle varie componenti dell'estremismo di sinistra, nacque il cosiddetto CPM (Collettivo Politico Metropolitano) in cui confluirono anche i militanti dell'"appartamento", tra cui Gallinari che continuò ad alternare il lavoro nei campi con la militanza politica. Egli non poté partecipare al convegno di Chiavari del dicembre 1969 ma fu invece presente al convegno di Pecorile, in località Costaferrata, dell'agosto 1970 dove circa settanta-ottanta militanti discussero per la prima volta il problema concreto della lotta armata, dell'organizzazione e della clandestinità.
Nel settembre 1970 una profonda frattura sulle scelte politico-operative divise il gruppo originario "dell'appartamento"; dopo il convegno di Pecorile emersero due posizioni contrapposte: una principalmente concentrata sulla costituzione di strutture clandestine segrete, separate dalla realtà sociale, il cosiddetto Superclan guidato da Corrado Simioni, Duccio Berio, Vanni Mulinaris, e una al contrario, guidata da Curcio, Franceschini e la Cagol, intenzionata a radicare la lotta armata all'interno delle fabbriche per inserirsi nella realtà concreta dei contrasti di classe, costituendo strutture organizzative semiclandestine meno rigide. Prospero Gallinari decise in un primo tempo di aderire al Superclan, distaccandosi dalla maggior parte dei sui compagni del gruppo reggiano che stavano per dare vita alle Brigate Rosse.
L'esperienza di Gallinari nel Superclan non fu felice; mentre le Brigate Rosse crescevano in efficienza ed in organizzazione e moltiplicavano i loro interventi all'interno delle lotte operaie nelle grandi fabbriche del nord, egli trascorse il periodo dall'ottobre 1971 all'agosto del 1972 tra Milano, Torino e Genova in una deludente e sterile militanza clandestina priva di risultati. Egli decise quindi di abbandonare il Superclan e ritornare temporaneamente a Reggio Emilia per riprendere contatto con la propria famiglia. Dopo aver ripreso una vita normale di lavoro e aver riattivato i contatti con militanti dell'estremismo di sinistra, Gallinari si riavvicinò ai suoi vecchi compagni delle Brigate Rosse, nonostante la diffidenza dei brigatisti, in particolare di Alberto Franceschini, verso gli ex militanti del Superclan
La lotta armata
Dal rientro nelle Brigate Rosse al primo arresto
Dopo aver ripreso contatto a Reggio Emilia con alcuni militanti dell'organizzazione, tra cui Lauro Azzolini, Gallinari all'inizio del 1974 entrò quindi ufficialmente nelle Brigate Rosse e si trasferì in Veneto, dove era già presente Fabrizio Pelli, per costituire una nuova colonna; venne assunto in un'azienda alle dipendenze del Petrolchimico di Porto Marghera dove egli svolse attività di proselitismo e propaganda all'interno della grande fabbrica. Gallinari rimase in Veneto anche durante la cosiddetta "Operazione Girasole", il sequestro del magistrato Mario Sossi dal 18 aprile al 20 maggio 1974 a cui egli non prese materialmente parte. L'attività delle Brigate Rosse era in fase di crescita; Gallinari prese parte alla sua prima azione partecipando ad una rapina in una banca in Toscana insieme a Alfredo Bonavita e Attilio Casaletti, quindi, dopo essere tornato in Veneto, venne individuato dalle forze dell'ordine e dovette fuggire entrando definitivamente in clandestinità e trovando in un primo momento rifugio a Reggio Emilia.
Nell'estate 1974 Gallinari fu uno dei tre brigatisti, insieme a Alberto Franceschini e Fabrizio Pelli, che si trasferirono a Roma per iniziare il lavoro organizzativo necessario per costituire una nuova colonna e per individuare gli eventuali obiettivi politici. Ben presto tuttavia l'arresto di Curcio e Franceschini a Pinerolo l'8 settembre 1974 mise in crisi l'organizzazione e Gallinari fu richiamato al nord e inviato di nuovo a Torino dove entrò in contatto con Margherita Cagol e con alcuni militanti provenienti dal vecchio gruppo reggiano presenti nel capoluogo piemontese: Tonino Paroli, Lauro Azzolini, Attilio Casaletti.
Gallinari venne arrestato durante un controllo casuale della polizia in strada a Torino il 5 novembre 1974 insieme ad Alfredo Bonavita; egli e il suo compagno si dichiararono "prigionieri politici" e rifiutarono di collaborare con le autorità. Dopo essere stato assegnato in un primo tempo al carcere di Alessandria, Gallinari nei mesi successivi venne continuamente trasferito da un carcere all'altro secondo le disposizioni previste dalle autorità nei confronti dei detenuti ritenuti particolarmente pericolosi: Belluno, La Spezia, Verona, San Vittore, Udine, Vicenza, Trento.
Il 9 giugno del 1976 durante il processo al "nucleo storico" delle Brigate Rosse nella Corte d'Assise di Torino, si rese protagonista di uno dei più clamorosi gesti pubblici delle organizzazione, tentando di leggere in aula la rivendicazione dell'omicidio del procuratore di Genova Francesco Coco e dei suoi agenti di scorta, avvenuto nel capoluogo ligure il giorno prima. Il tentativo di Gallinari venne subito interrotto dall'intervento delle forze dell'ordine presenti e diede luogo a tafferugli in aula.
L'evasione e il trasferimento a Roma
Il 2 gennaio 1977 riuscì ad evadere dal carcere di Treviso insieme ad altri detenuti comuni e raggiunse Padova dove riprese contatto con le Brigate Rosse; fu Franco Bonisoli, componente del Comitato Esecutivo, che incontrò Gallinari e gli descrisse gli ultimi sviluppi della lotta armata e i progetti dell'organizzazione. In un primo tempo Gallinari si trasferì di nuovo a Torino quindi nel giugno 1977 raggiunse Firenze nell'appartamento di Giovanni Senzani, abitato da Bonisoli e Maria Carla Brioschi ed entrò a far parte del cosiddetto "Fronte della controrivoluzione", la struttura dell'organizzazione incaricata di occuparsi degli sviluppi politici nazionali e degli apparati dello stato.
Nel settembre 1977 venne deciso il trasferimento di Gallinari, conosciuto con il "nome di battaglia" di "Giuseppe", a Roma dove era in fase di rafforzamento la nuova colonna brigatista e dove era prevista l'organizzazione di un'azione clamorosa per attaccare direttamento il "cuore dello stato". Gallinari entrò in contatto con Mario Moretti "Maurizio" ed andò ad abitare come clandestino nell'appartamento di Anna Laura Braghetti e Germano Maccari in via Montalcini 8 in cui era previsto di organizzare una base per un sequestro politico di grande importanza. Gallinari entrò a far parte della direzione della colonna insieme a Moretti, Valerio Morucci "Matteo", Adriana Faranda "Alessandra" e Barbara Balzerani "Sara".
Gallinari prese parte all'attentato contro il politico della Democrazia Cristiana Publio Fiori il 2 novembre 1977; egli era incaricato insieme a Bruno Seghetti "Claudio" della funzione di appoggio mentre la Balzerani avrebbe dovuto sparare alla gambe dela vittima, ma Fiori era armato e rispose al fuoco. Gallinari quindi intervenne a sua volta e colpì gravemente al torace l'uomo politico che cadde a terra e venne ancora raggiunto da altri colpi alle gambe.
Pur non essendo un militante particolarmente addestrato militarmente, Gallinari dimostrò durante le azioni di fuoco grande determinazione e freddezza e anche in altre circostanze intevenne in situazioni impreviste. Il 14 febbraio 1978, impegnato in appoggio di Raimondo Etro, il militante del nucleo operativo incaricato di uccidere il giudice Riccardo Palma, dovette di nuovo impegnarsi direttamente a causa del crollo emotivo del compagno che non riuscì a sparare. Fu quindi Gallinari che entrò in azione al posto di Etro e ferì mortalmente a colpi di mitra il giudice Palma.
L'agguato di via Fani e il sequestro Moro
Gallinari svolse un ruolo di grande rilievo durante il sequestro di Aldo Moro nella primavera del 1978; egli partecipò alla fase organizzativa preliminare e prese parte alle riunioni della direzione della colonna romana a Velletri. Il 16 marzo 1978, egli era uno dei quattro componenti del nucleo di fuoco, gli altri tre erano Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Franco Bonisoli, che, travestiti da avieri Alitalia, in via Fani a Roma uccisero gli uomini della scorta del Presidente della Democrazia Cristiana.
Armato di un mitra TZ45 residuato bellico, apri il fuoco contro l'Alfa Romeo Alfetta di scorta con a bordo gli agenti di Pubblica sicurezza Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino e, dopo l'inceppamento del suo mitra, continuò a sparare, insieme a Franco Bonisoli, con la sua pistola Smith & Wesson sull'agente Iozzino che, essendo riuscito ad uscire dall'auto, tentava una reazione. Dopo il cruento agguato, Gallinari e gli altri brigatisti riuscirono a fuggire ed a far perdere le loro tracce; egli si recò all'appuntamento finale nel garage sotterraneo della Standa dei Colli Portuensi, dove il sequestrato, nascosto in una cassa di legno, fu caricato sull'auto di Anna Laura Braghetti e quindi condotto fino all'appartamento di via Montalcini; secondo Gallinari egli avrebbe raggiunto a piedi la casa, mentre l'auto con il sequestrato sarebbe stata guidata da Moretti, con a bordo la Braghetti e Germano Maccari.
Prospero Gallinari rimase chiuso dentro l'appartamento per tutti i 55 giorni del sequestro senza mai uscire e senza mai rivelare la sua presenza; egli svolse la funzione di carceriere del sequestrato, mentre Moretti interrogò l'uomo politico; la Braghetti e Germano Maccari, l'"ingegner Luigi Altobelli", erano ufficialmente i proprietari e gli abitanti della casa. Oltre ad occuparsi dell'esigenze del sequestrato e predisporre la sicurezza della base, Gallinari durante il rapimento si impegnò anche a studiare ed elaborare gli argomenti utili per l'interrogatorio di Moro; considerato all'interno delle Brigate Rosse come un esperto della storia della Democrazia Cristiana, collaborò con Moretti all'elaborazione delle domande da porre all'uomo politico.
Nell'ultima parte del rapimento, Gallinari appoggiò la decisione del Comitato Esecutivo, condivisa dalla quasi totalità dei militanti dell'organizzazione, di uccidere il sequestrato. Il 9 maggio 1978 secondo il suo racconto, egli non avrebbe partecipato direttamente all'assassinio di Moro ma sarebbe rimasto in attesa nell'appartamento mentre Moretti e Maccari, appoggiati dalla Braghetti, avrebbero concluso tragicamente il sequestro, uccidendo l'uomo politico. Dopo l'epilogo della drammatica vicenda Gallinari si affrettò, insieme agli altri brigatisti, a smantellare le strutture della prigione di Moro e dopo l'estate abbandonò l'appartamento di via Montalcini che in autunno, quando sembrò evidente che le forze dell'ordine avevano dei sospetti, venne evacuato anche dalla Braghetti che entrò a sua volta in clandestinità.
Dal sequestro Moro al secondo arresto
Dopo la tragica conclusione del sequestro Moro, Prospero Gallinari rimase nella colonna romana delle Brigate Rosse ed entrò a far parte del Comitato Esecutivo, mentre Mario Moretti lasciò la capitale e ritornò al nord. La colonna romana era lacerata dai contrasti tra Morucci e Faranda e gli altri militanti sulle scelte politico-militari e Gallinari condusse in modo intransigente l'accesa polemica contro i due brigatisti dissidenti che si concluse nel febbraio 1979 con la loro brusca uscita dal'organizzazione. Nonostante queste difficoltà, i brigatisti continuarono ad incrementare la lotta armata nella capitale e Gallinari prese parte il 21 dicembre 1978 all'agguato contro gli agenti della scorta del politico democristiano Giovanni Galloni. Il nucleo di fuoco entrò in azione da un'auto guidata da Alessio Casimirri, con a bordo anche Rita Algranati, mentre Gallinari e la Faranda spararono dalla parte destra della vettura ferendo due agenti di scorta, Gian Antonio Pelegrini e Giuseppe Rainone.
Nella primavera 1979 la colonna romana delle Brigate Rosse organizzò una serie di attacchi contro uomini politici e strutture organizzative della Democrazia Cristiana; il 3 maggio 1979, nell'imminenza delle elezioni politiche, un nucleo armato composto da oltre una dozzina di brigatisti fece irruzione nella sede del partito in Piazza Nicosia. Prospero Gallinari guidava uno dei tre gruppi impegnati nell'assalto e dopo l'irruzione all'interno dei locali egli ridiscese all'ingresso dove appoggiò il gruppo guidato da Francesco Piccioni che era incaricato di sorvegliare la piazza per intervenire in caso di complicazioni. L'arrivo di una pattuglia in borghese della polizia, allertata da una segnalazione, provocò un violento conflitto a fuoco a cui partecipò anche Gallinari armato di pistola, mentre altri brigatisti spararono con i mitra. Due poliziotti, Antonio Mea e Pietro Ollanu, furono uccisi e uno, Vincenzo Ammirato, seriamente ferito; i brigatisti poterono completare con successo l'azione e fuggire in salvo; Gallinari in un primo momento rimase isolato dagli altri e si allontanò a piedi riuscendo infine a tornare alla sua base.
Nell'estate 1979 Gallinari partecipò insieme ad altri militanti della colonna romana, tra cui Renato Arreni, Bruno Seghetti e Alessio Casimirri, al tentativo di organizzare una grande evasione dal carcere speciale dell'Asinara dei brigatisti detenuti, appartenenti al gruppo "storico" dei fondatori. Egli quindi si trasferì ripetutamente in Sardegna dove vennero studiate sul posto le reali possibilità di effettuare l'azione sfruttando il sostegno fornito da gruppi estremistici locali di Barbagia Rossa. Le difficoltà operative vennero tuttavia ritenute insormontabili e, dopo una riunione finale del Comitato Esecutivo a Porto Torres, l'organizzazione decise di abbandonare il tentativo.
Il 24 settembre 1979 Prospero Gallinari venne sorpreso dalla pattuglia di polizia della volante "Falco 8", allertata da una telefonata anonima della presenza di alcuni giovani in via Verulonia, quartiere Appio Metronio, che apparentemente stavano agendo con fare sospetto intorno ad una macchina. Gallinari era impegnato, insieme ad altri militanti, a cambiare la targa di una Alfa Romeo Giulia blu da utilizzare per una azione già pianificata per rapinare il Ministero dei Trasporti. Il brigatista aprì immediatamente il fuoco con la sua pistola contro gli agenti e ne seguì una violenta sparatoria, ma dopo aver esaurito un caricatore venne gravemente ferito alla testa e arrestato; due altri militanti riuscirono a fuggire, mentre la brigatista Mara Nanni venne catturata dopo un drammatico inseguimento. Le condizioni di Gallinari erano gravissime e in un primo momento si diffuse la notizia che fosse morto.
Trasportato all'Ospedale San Giovanni, Gallinari venne operato e sopravvisse pur lamentando inizialmente notevoli problemi di memoria e di concentrazione; dall'ospedale, dove a suo dire avrebbe incontrato alcuni dipendenti, medici e infermieri, simpatizzanti delle Brigate Rosse, venne ben presto trasferito a Regina Coeli e quindi al carcere delle Nuove di Torino dove incontrò gli altri brigatisti del "nucleo storico" sottoposti a processo.
Il carcere
Durante gli anni di prigionia Gallinari non collaborò con i magistrati, ma anzi, continuò a prendere parte all'analisi politica delle Brigate Rosse che nel frattempo si stavano progressivamente disgregando a causa dell'attività sempre più efficace degli organi di prevenzione dello stato.
Nei primi anni ottanta le Brigate Rosse vengono pian piano smantellate, ci sono diverse scissioni, Gallinari fino all'ultimo rivendica la sua appartenenza al movimento rivoluzionario in quel caso definito UCC (Unione Comunisti Combattenti).
Quando nel 1988 vengono arrestati anche gli ultimi militanti dell'UCC in libertà, Gallinari, assieme ad altri "irriducibili" decidono di unirsi alla "battaglia di libertà" lanciata mesi prima da Renato Curcio, Mario Moretti e Barbara Balzerani.
Il comunicato di chiusura con la lotta armata inizia così: "Partiamo una volta tanto da un fatto che ci riguarda. Oggi, ottobre 1988 le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri delle Brigate Rosse". Il comunicato tende a difendere l'esperienza personale e politica della scelta rivoluzionaria. Nella metà degli anni novanta Gallinari, a causa di gravi motivi legati alla salute (dovuto ai proiettili ricevuti durante l'arresto del 1979), dopo quindici anni di prigione riesce ad ottenere i primi permessi premio per poter tornare a casa.
La morte
Il suo corpo senza vita è stato rinvenuto nel garage della sua abitazione a Reggio nell'Emilia il 14 gennaio 2013 all'età di 62 anni. Il decesso è stato con ogni probabilità determinato da un malore improvviso.
Il rapimento Moro
Per anni si è parlato di Gallinari come dell'esecutore materiale dell'uccisione di Moro, nel 1993 Mario Moretti lo discolpa in un libro-intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca prendendosi la responsabilità del gesto (questa però è una verità discussa da molti storici in quanto, al momento della confessione di Moretti, Gallinari aveva fatto la richiesta di uscire dal carcere per motivi di salute, richiesta poi accolta).
Nel marzo 2006 esce per Bompiani Un contadino nella Metropoli, libro di memorie scritto di pugno da Gallinari fornendo il suo punto di vista, decisamente radicale, sulle ragioni, e sugli avvenimenti in cui le Brigate Rosse sono state protagoniste.
Opere
Dall'altra parte. L'odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici, con Linda Santilli, Milano, Feltrinelli, 1995.
Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse, Milano, Bompiani overlook, 2006.
Postfazione a Andate e ritorni. Conversazioni tra passato presente e futuro con Loris Tonino Paroli, a cura di Giovanna Panigadi e Romano Giuffrida, Paderno Dugnano, Colibrì, 2009
giovedì 9 maggio 2013
nato il quattro luglio
Born on the Fourth of July è un film del 1989 diretto da Oliver Stone. Tratta le vicende vissute da Ron Kovic (ex militare e poi attivista e scrittore impegnato per la pace) in Vietnam e, al ritorno, negli Stati Uniti.
Il film è dedicato alla memoria dell'attivista politico Abbie Hoffman.
È una delle prime interpretazioni impegnate di Tom Cruise assieme a Rain Man - L'uomo della pioggia.
Trama
Ron Kovic è un giovane americano nato il 4 luglio, giorno in cui si festeggia l'indipendenza americana, proveniente da una famiglia di stampo cattolico e tradizionalista; i suoi interessi ed attività sono lo sport, la scuola ed una normale vita da ragazzo americano, ma con profonde convinzioni negli ideali americani e nell'agonismo sportivo ed il suo motto ricorrente è «O ami l'America o te ne vai».
Nel 1967 decide di arruolarsi volontario nel corpo dei marines e viene destinato a partire per la guerra del Vietnam, spinto da uno spirito di servizio alla patria come i suoi antenati nelle guerre mondiali e nella guerra d'indipendenza ma in Vietnam scopre la realtà crudele di una guerra che non risparmia donne e bambini, unita al rimorso dell'uccisione per errore del soldato Wilson, avvenuta a seguito di un veloce ripiegamento.
Nel gennaio del 1968 egli viene ferito durante un combattimento alla spina dorsale e come conseguenza perde l'uso delle gambe e diventa impotente. Tornato in America la scopre cambiata ed affronta il suo difficile reinserimento scoprendo la generale sensazione di inutilità della guerra. Si sente un eroe, ma così non è trattato, la guerra non è sentita dal Paese e si ritrova a fare i conti con il proprio handicap che non interessa a nessuno e l'unico conforto gli viene dall'amico Timmy, anche lui reduce e con problemi di tossicodipendenza. Incontra di nuovo Donna, la compagna di liceo amata prima della partenza, divenuta attivista del movimento pacifista, la quale lo conduce ad una manifestazione di protesta che si svolge alla Syracuse University, dove, pur non condividendo quanto ode dai relatori, vive per la prima volta in prima persona la repressione violenta della polizia contro gli studenti.
Rientrato a casa inizia a bere ed ha scontri sempre più aspri in famiglia fino a fare diventare la convivenza impossibile, al punto che decide di lasciare la propria casa per recarsi a Villa Dulce, un luogo oltre la frontiera con il Messico dove vive una comunità di reduci che si rivela essere un luogo dove i ragazzi vivono una misera esistenza. Lì fa conoscenza con Charlie, che sta naufragando lentamente tra droga e mezcal. Un giorno, dopo un furibondo litigio con Charlie, decide di tornare in America per impegnarsi affinché altri giovani come lui non soffrano a causa della guerra.
Il primo passo che compie Ron è il confrontarsi con il proprio passato e, recatosi a casa della famiglia di Wilson, confessa quanto è successo ed anche se non ne riceve il perdono, intuisce che loro hanno compreso il dramma che ha vissuto e che continua a vivere e, divenuto decisamente attivo nel movimento contro la guerra, nel 1972 a Miami, dopo una marcia di protesta, una delegazione di reduci con lui a capo fa ingresso nella sala dove Richard Nixon sta parlando durante la convention del Partito Repubblicano ma, nonostante siano accreditati, viene impedito loro di parlare e vengono scacciati; egli stesso sfugge all'arresto da parte di un poliziotto infiltrato grazie all'intervento dei compagni.
All'esterno della struttura avviene il caos ed i reduci vengono caricati e bastonati dalla polizia, ed anche Ron, nonostante sia paralizzato, subisce l'aggressione da parte degli agenti; feriti e contusi i reduci cercano di riorganizzarsi e Ron, a dispetto delle ferite e della commozione cerebrale che ha subito, raggruppa i manifestanti per tentare di occupare la sala, ma solo dopo altri quattro anni di lotta e la pubblicazione di un libro riuscirà a parlare alla nazione, durante la convention del Partito Democratico che si svolge a New York nel 1976.
Ispirazione
Per la creazione del film, Oliver Stone si è liberamente ispirato alla vera storia di Ron Kovic, personaggio realmente esistito, partito volontario per la Guerra del Vietnam e ferito in battaglia alla spina dorsale. Tornò a casa senza più l'uso delle gambe e decise di dedicarsi all'attivismo pacifista. Oggi è uno scrittore, nel proprio libro, Nato il quattro luglio, narra la propria vita, descritta dal film omonimo di Stone.
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