martedì 16 settembre 2014

l'ultima cena di Leonardo



 è un affresco parietale a tempera grassa (e forse altri leganti oleosi) su intonaco (460×880 cm) di Leonardo da Vinci, databile al 1494-1498 e conservato nell'ex-refettorio rinascimentale del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano.

Si tratta della più famosa rappresentazione dell'Ultima Cena, capolavoro di Leonardo e del Rinascimento italiano in generale. Nonostante ciò l'opera, a causa della singolare tecnica sperimentale utilizzata da Leonardo, incompatibile con l'umidità dell'ambiente, versa da secoli in un cattivo stato di conservazione, che è stato almeno fissato e, per quanto possibile, migliorato nel corso di uno dei più lunghi e capillari restauri della storia, durato dal 1978 al 1999 con le tecniche più all'avanguardia del settore.

Nel 2013 è stato l'undicesimo sito statale italiano più visitato, con 410.157 visitatori e un introito lordo totale di 2.173.031,25 Euro.

La commissione e la creazione

Deluso dall'abbandono forzato del progetto del monumento equestre a Francesco Sforza, a cui aveva lavorato quasi dieci anni, Leonardo ricevette però quell'anno un'altra importante commissione da Ludovico il Moro. Il duca di Milano aveva infatti eletto la chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie a luogo di celebrazione della casata Sforza, finanziando importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento di tutto il complesso; Donato Bramante aveva appena finito di lavorarvi quando si decise di procedere con la decorazione del refettorio.

Venne decisa una decorazione tradizionale sui lati minori, rappresentante la Crocifissione e l'Ultima Cena. Alla Crocifissione lavorò Donato Montorfano, che elaborò una scena di impostazione tradizionale, terminata già nel 1495. In questa scena, oggi scarsamente leggibile, Leonardo dovette rappresentare, verso il 1497, i Ritratti dei duchi di Milano con i figli.

Sulla parete opposta l'artista avviò l'Ultima Cena (o Cenacolo), che lo risollevò dalle preoccupazioni economiche e nella quale riversò tutte le conoscenze assimilate nel corso di quegli anni. Leonardo realizzò numerosi studi, oggi in parte conservati, come la Testa di Cristo alla Pinacoteca di Brera.

Nella novella LVIII (1497) Matteo Bandello fornì una preziosa testimonianza di come Leonardo lavorasse attorno al Cenacolo:

« Soleva [...] andar la mattina a buon'ora a montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v'avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente contemplava, considerava ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava. L'ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di solito partirsi e andar altrove. »

(Matteo Bandello, Novella LVIII)

Come è noto Leonardo non amava la tecnica dell'affresco, la cui rapidità di esecuzione, dovuta alla necessità di stendere i colori prima che l'intonaco asciughi imprigionandoli, era incompatibile con il suo modus operandi, fatto di continui ripensamenti, aggiunte e piccole modifiche, come testimonia dopotutto il brano di Bandello. Scelse di dipingere quindi su muro come dipingeva su tavola; i recenti restauri hanno permesso di appurare che l'artista, dopo aver steso un intonaco piuttosto ruvido, soprattutto nella parte centrale, e steso le linee principali della composizione con una specie di sinopia, lavorò al dipinto usando una tecnica tipica della pittura su tavola. La preparazione era composta da una mistura di carbonato di calcio e magnesio uniti da un legante proteico e prima di stendere i colori l'artista interpose un sottile strato di biacca (bianco di piombo), che avrebbe dovuto far risaltare gli effetti luminosi. In seguito vennero stesi i colori a secco, composti da una tempera grassa realizzata probabilmente emulsionando all'uovo oli fluidificanti. Ciò permise la particolare ricchezza della pittura, con una serie di piccole pennellate quasi infinite e una raffinata stesura tono su tono, che consentì una migliore unità cromatica, una resa delle trasparenze e degli effetti di luce, e una cura estrema dei dettagli, visibili solo da distanza ravvicinata; ma la tecnica fu anche all'origine dei problemi conservativi, soprattutto in ragione dell'umidità dell'ambiente, confinante con le cucine.

L'opera era già terminata nel 1498, quando Luca Pacioli in data 4 febbraio di quell'anno la ricordò come compiuta.

Le copie

Copia dell'Ultima Cena (1550 circa) a Ponte Capriasca, Chiesa di Sant'Ambrogio
La fama del Cenacolo vinciano è testimoniata, oltre che dalle fonti scritte, dalle numerose copie che se ne fecero, sia a grandezza naturale (affreschi, tele e tavole), sia su supporti leggeri, come disegni e incisioni. Queste copie appaiono oggi particolarmente preziose per capire come il dipinto dovesse figurare in origine.

Tra le opere a grandezza naturale spicca, per pregio e antichità, la copia del Giampietrino, assistente di Leonardo, opera proveniente dalla Certosa di Pavia (1520 circa), acquistata nel 1821 dalla Royal Academy di Londra, e che, sebbene tagliata nella parte superiore, oggi si trova esposta al Magdalen College di Oxford.

Un'altra ancora, leggermente più piccola, è quella attribuita a Marco d'Oggiono a olio su tela (549 × 260 cm, 1520 circa) ora al Musée de la Renaissance nel Castello di Écouen, poco a nord di Parigi, di proprietà del Louvre. Anche il museo dell'Ermitage di San Pietroburgo ne possiede una, attribuita genericamente a un "artista lombardo" del XVI secolo, forse l'unica in cui appare chiaramente il soffitto come doveva essere in origine, con i lacunari contornati da sottili righe colorate.

Altre copie sono quella conservata nella chiesa dei Minoriti di Vienna (voluta da Napoleone nel 1809) o quella esposta nel Da Vinci Museum dell'abbazia belga di Tongerlo. In Ticino esiste una copia di un anonimo allievo di Leonardo, nella chiesa parrocchiale di Ponte Capriasca, vicino a Lugano (1550 circa).

Scolpita nella roccia salina della Miniera di sale di Wieliczka è invece una copia nella Cappella di Santa Kinga.

Il degrado

Appena terminato il dipinto, Leonardo si accorse che la tecnica che aveva utilizzato mostrava subito i suoi gravi difetti: nella parte a sinistra in basso si intravedeva già una piccola crepa. Si trattava solo dell'inizio di un processo di disgregazione che sarebbe continuato inesorabile nel tempo; già una ventina di anni dopo la sua realizzazione, il Cenacolo presentava danni molto gravi, tanto che Vasari, che la vide nel maggio del 1566, scrisse che "non si scorge più se non una macchia abbagliata". Per Francesco Scannelli, che scriveva nel 1642, dell'originale non era rimasto altro che poche tracce delle figure, e anche quelle tanto confuse che non se ne poteva ricavare alcuna indicazione sul soggetto.

Le cause che provocarono quel degrado inarrestabile erano legate all'incompatibilità della tecnica utilizzata con l'umidità della parete retrostante, esposta a nord (che è il punto cardinale più facilmente attaccabile dalla condensa) e confinante con le cucine del convento, con frequenti sbalzi di temperatura; lo stesso refettorio era poi interessato dagli effluvi e dai vapori dei cibi distribuiti.

Per capire quanto siano stati devastanti i danni basta confrontare l'originale con una delle numerose copie dell'opera, come quella del Giampietrino. L'idea è quella che, ragionevolmente, i colori originali fossero sostanzialmente simili a quelli visibili nella copia, molto più brillanti e accesi.

L'opera subì numerosi tentativi di restauro nel tempo, che cercarono di porre rimedio ai danni, stabilizzando le cadute e, spesso, provvedendo a vere e proprie ridipinture. Si tentò soprattutto di evidenziare i contorni offuscati, per recuperare la leggibilità generale, e di tamponare i fenomeni di degrado. Kenneth Clark, nell'introduzione al catalogo della mostra Studi per il Cenacolo scrisse che in molti casi gli apostoli che vediamo oggi non sono più quelli dipinti da Leonardo:

«Pietro, con la fronte bassa da criminale, è una delle figure che disturbano di più nell'intera composizione; ma le copie mostrano che la sua testa era in origine piegata indietro e vista di scorcio. Il restauratore non è stato capace di seguire questo difficile brano di disegno e così ne è uscita una deformità. Lo stesso insuccesso si verifica quando si tratta di avere a che fare con pose non comuni come quelle delle teste di Giuda e di Andrea. Le copie mostrano che Giuda era prima in profìl perdu, un fatto confermato dal disegno di Leonardo a Windsor [cat. 13]. Il restauratore l'ha rigirato, collocandolo in netto profilo e pregiudicandone così l'effetto sinistro. Andrea era quasi di profilo; il restauratore l'ha portato a una veduta convenzionale di tre quarti. E inoltre ha trasformato il dignitoso vecchio in un tipo spaventoso di ipocrisia scimmiesca. La testa di Giacomo Minore è interamente opera del restauratore, che con essa dà la misura della propria inettitudine».

All'inizio del XIX secolo le truppe napoleoniche trasformarono il refettorio in bivacco e stalla. Negli anni dieci del Novecento il pittore Luigi Cavenaghi reincollò le particelle che si andavano staccando dal muro.

Danni ancora più gravi vennero causati durante la seconda guerra mondiale, quando il convento venne bombardato nell'agosto del 1943: venne distrutta la volta del refettorio, ma il Cenacolo rimase miracolosamente salvo tra cumuli di macerie, protetto solo da un breve tetto e da una difesa di sacchi di sabbia, rimanendo esposto per vari giorni ai rischi causati dagli agenti atmosferici.

L'ultimo restauro

Nel 1977, dopo molti studi e ricerche, prese il via un grande e delicato progetto di restauro. Un'operazione destinata a durare più di un ventennio, e a mobilitare scienziati, critici d'arte e restauratori di tutto il mondo. La superficie del Cenacolo era ormai ovunque scrostata e lesionata; in milioni di interstizi microscopici si era infilata la polvere, trattenendo l'umidità delle pareti, e creando così le condizioni per la graduale e inesorabile scomparsa del dipinto.

Nel lavoro di ripulitura ci si è resi conto che il Cenacolo era stato in parte spalmato di cera per essere predisposto al distacco: un distacco, per fortuna mai eseguito. L'impiastro di colle, resine, polvere, solventi e vernici, sovrapposte nei secoli in maniera disomogenea, avevano peggiorato notevolmente le condizioni, già di per sé molto delicate, della pellicola pittorica, consegnando ormai alla fine degli anni settanta un Cenacolo che sembrava ormai irreparabilmente compromesso. Solo una meticolosa e rigorosa opera di restauro, sostenuta da rilievi ed esami tecnologici approfonditi, ha permesso di restituire all'umanità uno dei capolavori della storia dell'arte più travagliati.

La campagna ha permesso di documentare e consolidare le tracce autografe nel dipinto, mettendo anche in luce tutti gli aspetti della tecnica usata. Una volta eliminate le ridipinture, e ritrovata l'opera originale di Leonardo, i restauratori si erano posti il problema di come riempire le parti mancanti In un primo tempo le zone mancanti erano state riempite semplicemente con un colore neutro; poi si è deciso di dar loro dei colori leonardeschi, basati sui frammenti ritrovati, e anche sulle copie d'epoca del Cenacolo. Oggi l'opera ha ritrovato in alcuni dettagli una luminosità e freschezza cromatica finora insospettate.

Tra le tante scoperte insperate, si è trovato il buco di un chiodo piantato nella testa del Cristo: qui Leonardo aveva appeso i fili per disegnare l'andamento di tutta la prospettiva (punto di fuga). Si sono riscoperti anche i piedi degli apostoli sotto il tavolo, ma non quelli di Cristo: questa parte fu infatti distrutta nel XVII secolo dall'apertura di una porta che serviva ai frati per collegare il refettorio con la cucina.

Tra i particolari più deteriorati e irrecuperabili si segnala la parte inferiore del viso di Giovanni dove, come scrive la restauratrice Pinin Brambilla, le narici e la bocca erano ormai "ridotte a piccoli tratti scuri". Pure il soffitto della scatola prospettica che vediamo oggi non è l'originale dipinto da Leonardo ma frutto di un totale rifacimento settecentesco che sempre secondo la restauratrice "non rispetta il sapore e il ritmo leonardeschi". Dell'originale rimane traccia solo in una sottile fascia a destra, che evidenzia come i cassettoni in origine fossero più larghi, profondi e caratterizzati da modanature con sottili fasce rosse e lacunari dal fondo blu-azzurro.

L'opera è stata dichiarata nel 1980 patrimonio dell'umanità dall'Unesco, e insieme ad essa vengono protetti anche la chiesa e il limitrofo convento domenicano (la motivazione della nomina dei due edifici fa esplicita menzione del dipinto).

Descrizione e stile

Ricostruzione dei personaggi

« Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. »  

(Giovanni 13, 21-26 Gv13,21-Gv13,26)

Il dipinto si basa sul Vangelo di Giovanni 13:21, nel quale Gesù annuncia che verrà tradito da uno dei suoi apostoli. L'opera si basa sulla tradizione dei cenacoli di Firenze, ma come già Leonardo aveva fatto con l'Adorazione dei Magi, l'iconografia venne profondamente rinnovata alla ricerca del significato più intimo ed emotivamente rilevante dell'episodio religioso. Leonardo infatti studiò i "moti dell'animo" degli apostoli sorpresi e sconcertati all'annuncio dell'imminente tradimento di uno di loro.

L'ambientazione e la figura di Cristo

Dentro la scatola prospettica della stanza, rischiarata da tre finestre sul retro e con l'illuminazione frontale da sinistra che corrispondeva all'antica finestra reale del refettorio, Leonardo ambientò in primo piano la lunga tavola della cena, con al centro la figura isolata di Cristo, dalla forma pressoché piramidale per le braccia distese. Egli ha il capo reclinato, gli occhi socchiusi e la bocca appena discostata, come se avesse appena finito di pronunciare la fatidica frase.

Col suo gesto di quieta rassegnazione, Gesù costituisce l'asse centrale della scena compositiva: non solo delle linee dell'architettura (evidente nella fuga di riquadri scuri ai lati, forse arazzi), ma anche dei gesti e delle linee di forza degli apostoli. Ogni particolare è curato con estrema precisione e le pietanze e le stoviglie presenti sulla tavola concorrono a bilanciare la composizione.

Dal punto di vista geometrico l'ambiente, pur essendo semplice, è calibrato. Attraverso elementari espedienti prospettici (la quadratura del pavimento, il soffitto a cassettoni, gli arazzi appesi alle pareti, le tre finestre del fondo e la posizione della tavola) si ottiene l'effetto di sfondamento della parete su cui si trova il dipinto, tale da mostrarlo come un ambiente nell'ambiente del refettorio stesso, una sorta di raffinato trompe l'oeil. Secondo uno studio recente, il paesaggio che si intravede dalle finestre potrebbe essere un luogo ben preciso, appartenente al territorio dell'alto Lario.

Gli apostoli

Attorno a Cristo gli apostoli sono disposti in quattro gruppi di tre, diversi, ma equilibrati simmetricamente. L'effetto che ne deriva è quello di successive ondate che si propagano a partire dalla figura del Cristo, come un'eco delle sue parole che si allontana generando stati d'animo più forti ed espressivi negli apostoli vicini, più moderati e increduli in quelli alle estremità. Ogni singola condizione psicologica è approfondita, con le sue peculiari manifestazioni esteriori (i "moti dell'animo"), senza però compromettere mai la percezione unitaria dell'insieme.

Pietro (quarto da sinistra) con la mano destra impugna il coltello, come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell'ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni chiedendogli "Dì, chi è colui a cui si riferisce?" (Gv. 13,24). Giuda, davanti a lui, stringe la borsa con i soldi ("tenendo Giuda la cassa" si legge in Gv. 13,29), indietreggia con aria colpevole e nell'agitazione rovescia la saliera. All'estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone esprimono con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità. Giacomo il Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza.

La probabilità che certi particolari della composizione possano essere stati suggeriti dai domenicani (forse dallo stesso priore Vincenzo Bandello) è data dal fatto che questo ordine religioso dava grande importanza all'idea del libero arbitrio: l'uomo non sarebbe predestinato al bene o al male ma può scegliere tra le due possibilità. Giuda infatti nel dipinto di Leonardo è raffigurato in modo differente dalla grande maggioranza delle ultime cene dell'epoca, dove lo si vede da solo, al di qua del tavolo. Leonardo raffigura invece Giuda assieme agli altri apostoli, e così aveva fatto pure il domenicano Beato Angelico, nell'Ultima Cena dell'Armadio degli Argenti esposta al Museo di San Marco a Firenze, lasciandogli l'aureola al pari degli altri. Altra evidente differenza tra l'opera di Leonardo e quasi tutte le ultime cene precedenti è il fatto che Giovanni non è adagiato nel grembo o sul petto di Gesù (Gv. 13,25) ma è separato da lui, nell'atto di ascoltare la domanda di Pietro, lasciando così Gesù solo al centro della scena.

Che la scena raffigurata da Leonardo derivi dal quarto vangelo è intuibile, oltre che dal "dialogo" tra Pietro e Giovanni, dalla mancanza del calice sulla tavola. Diversamente dagli altri tre, detti vangeli sinottici, nel quarto non è descritta la scena che viene ricordata durante la messa al momento della consacrazione: "Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati" (Matteo 26,27). Giovanni, dopo l'annuncio del tradimento, scrive invece così: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv. 13,34).

Infine la figura di Tommaso, subito a sinistra di Gesù col dito puntato verso l’alto, è anatomicamente sproporzionata, con un braccio troppo lungo, e pare collocata nell’unico spazio disponibile in modo un po’ posticcio.Secondo recenti scoperte sui disegni preparatori dell'opera infatti,Leonardo,per ricordarsi tutti i nomi degli apostoli li aveva dovuti appuntare sotto ciascuna figura quindi,si suppone che l'artista avesse dimenticato di inserire l'apostolo, e che abbia dovuto rimediare di corsa.

Le lunette

Sopra l'Ultima Cena si trovano, oltre una cornice baccellata all'antica, tre lunette, in larga parte autografe. Esse contengono imprese degli Sforza entro ghirlande di frutta, fiori e foglie, e iscrizioni su sfondo rosso; la lunetta centrale in particolare, di dimensione maggiore di quelle laterali, è in uno stato di conservazione buono, con una precisa descrizione delle specie botaniche.In questa si è scoperto,grazie ad un restauro digitale del dipinto, effettuato dal centro ricerche Leonardo,anche in base alla scoperta di alcuni bozzetti inediti dell'opera,quello che si ritiene essere il drago simbolo della famiglia nobiliare, il famoso Biscione. Secondo Mario Taddei, il curatore del progetto,sulla base del ritrovamento del disegno preparatorio che lo raffigura,lo si potrebbe invece interpretare come un serpente che striscia verso l’alto quasi a voler uscire dal dipinto. Un serpente che si trova sospeso esattamente sopra la testa del Gesù.

L'Ultima Cena secondo Dan Brown

Una diversa lettura del dipinto è richiamata dal popolare romanzo giallo Il codice da Vinci dello scrittore Dan Brown. Secondo tale ipotesi, che vuole dare un significato esoterico al dipinto, e che Dan Brown ha ricavato dai precedenti libri di Lynn Picknett e Clive Prince, il discepolo alla destra di Gesù Cristo sarebbe da interpretare, complici i tratti femminei del volto, come una donna, con cui Leonardo avrebbe voluto rappresentare Maria Maddalena. Tale interpretazione è funzionale alla trama del romanzo. Nella narrazione alcuni particolari del dipinto, quali l'opposta colorazione degli abiti di Gesù e della presunta Maria Maddalena, l'assenza dell'unico calice citato nel Nuovo Testamento (tutti i commensali, compreso Gesù Cristo, hanno un piccolo bicchiere di vetro senza stelo), la mano posata sul collo della presunta donna come in un gesto di minaccia (scrive Dan Brown che la mano sinistra di Pietro "simile a una lama faceva il gesto di tagliarle il collo") e infine la presenza di un braccio con la mano che impugna un coltello e che si dice non appartenga ad alcun soggetto ritratto nel quadro, sono utilizzati per cercare di dimostrare che Maria Maddalena fosse la possibile amante di Gesù, un'ipotesi respinta dalla Chiesa, in quanto priva di alcuna prova o fondamento.

Questa interpretazione del dipinto è tuttavia confutabile attraverso un'attenta analisi dell'opera, basata sull'episodio dell'Ultima cena narrato nel vangelo di Giovanni. Il coltello "misterioso" è infatti impugnato da Pietro, così come in innumerevoli altri dipinti rinascimentali con questo stesso soggetto (Domenico Ghirlandaio, Luca Signorelli, il Perugino, Andrea del Castagno, Jacopo Bassano, Jaume Huguet, Giovanni Canavesio, solo per citarne alcuni) ed è in diretto rapporto con la scena successiva, in cui l'apostolo con quel coltello (una machaira, ovvero un grosso coltello con la lama ricurva, nel testo originale greco) taglierà l'orecchio a Malco, il servo del Gran Sacerdote (Gv 18:10). In questo caso Pietro tiene il braccio piegato dietro la schiena, col polso appoggiato all'anca, posa riscontrabile in tutte le numerosissime copie dell'Ultima cena e in uno schizzo dello stesso Leonardo. Dopo il restauro è anche facilmente verificabile come la confusione potesse nascere dal colore scuro dell'ombra del braccio sull'abito di Pietro, simile all'incarnato della mano e oggi più facilmente distinguibile.

Del calice col vino non si fa parola nel vangelo di Giovanni, nel quale, a differenza dei tre sinottici, non è neppure narrata l'istituzione dell'Eucaristia; la mano di Pietro posata sulla spalla di Giovanni è il gesto narrato nello stesso quarto vangelo, in cui si legge che Pietro fa un cenno all'apostolo più giovane e gli chiede chi possa essere il traditore (Gv 13:24). L'aspetto di Giovanni infine fa parte dell'iconografia dell'epoca, riscontrabile non solo nell'opera di Leonardo ma in tutte le "ultime cene" dipinte da altri artisti tra il XV e il XVI secolo, in cui si rappresentava l'apostolo più giovane (il "prediletto" secondo lo stesso quarto vangelo) come un adolescente dai capelli lunghi e dai lineamenti dolci che oggi possono sembrare femminei ma che all'epoca erano la consuetudine. In particolare ricordiamo che nella Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, voluminoso repertorio duecentesco di vite di santi ed episodi evangelici, usatissimo come fonte di soggetti per le opere d'arte, Giovanni viene descritto come un "giovane vergine" il cui nome "significa che in lui fu la grazia: in lui infatti ci fu la grazia della castità del suo stato virginale".

Anche la mancanza delle aureole, che a certi scrittori di mistero è parsa "sospetta", in realtà non ha nessuna valenza eretica. Tanti altri artisti prima di Leonardo, soprattutto di area nord-europea, avevano omesso le aureole nelle loro opere di soggetto sacro. Un esempio famoso è l'Ultima Cena dell'olandese Dieric Bouts, dipinta attorno al 1465. Tra gli artisti italiani che spesso hanno "dimenticato" le aureole possiamo citare Giovanni Bellini e Antonello da Messina.

il congresso di Vienna



« Gli abusi del potere generano le rivoluzioni; le rivoluzioni sono peggio di qualsiasi abuso. La prima frase va detta ai sovrani, la seconda ai popoli. »

(Klemens von Metternich)

Il Congresso di Vienna fu una conferenza tenutasi nell'omonima città, allora capitale dell'Impero austriaco, dal 1º novembre 1814 al 9 giugno 1815 (benché diverse datazioni riportino l'inizio e la fine del Congresso al 18 settembre 1814 e al 9 giugno 1815). Vi parteciparono le principali potenze europee allo scopo di ridisegnare la carta dell'Europa e ripristinare l'Ancien régime dopo gli sconvolgimenti apportati dalla Rivoluzione francese e dalle guerre napoleoniche. Con il Congresso di Vienna si apre infatti quella che viene definita come l'età della Restaurazione.

La nuova concezione romantica della storia

« S'identificò la storia della civiltà con la storia della religione, e si scorse una forza provvidenziale non solo nelle monarchie, ma sin nel carnefice, che non potrebbe sorgere e operare nella sua sinistra funzione se non lo suscitasse, a tutela della giustizia, Iddio: tanto è lungi dall'essere operatore e costruttore di storia l'arbitrio individuale e il raziocino logico. »

(Adolfo Omodeo, L'età del Risorgimento italiano, Napoli, 1955)

Nel Congresso di Vienna si confrontarono due linee politiche contrapposte: coloro che volevano un puro e semplice ritorno al passato e quelli che sostenevano la necessità di un compromesso con la storia trascorsa; «Conservare progredendo» era la loro parola d'ordine. Questo contrapposto modo di pensare l'azione politica nasceva paradossalmente da un unico punto di origine ideale.

Nell'età della Restaurazione avanzava infatti una nuova concezione della storia che smentiva quella illuminista basata sulla capacità degli uomini di costruire e guidare la storia con la ragione. Le vicende della Rivoluzione francese e il periodo napoleonico avevano dimostrato che gli uomini si propongono di perseguire alti e nobili fini che s'infrangono dinanzi alla realtà storica. Il secolo dei lumi era infatti tramontato nelle stragi del Regime del Terrore e il sogno di libertà nella tirannide napoleonica che, mirando alla realizzazione di un'Europa al di sopra delle singole nazioni, aveva determinato invece la ribellione dei singoli popoli proprio in nome del loro sentimento di nazionalità.

Dunque la storia non è guidata dagli uomini ma è Dio che agisce nella storia. Esiste una Provvidenza divina che s'incarica di perseguire fini al di là di quelli che gli uomini ingenuamente si propongono di conseguire con la loro meschina ragione.

La concezione reazionaria

Da questa nuova concezione romantica della storia opera della volontà divina si promanano due visioni contrapposte: la prima è una prospettiva reazionaria che vede nell'intervento di Dio nella storia una sorta di avvento di un'apocalisse che metta fine alla sciagurata storia degli uomini. Napoleone è stato con le sue continue guerre l'Anticristo di questa apocalisse. Dio segnerà la fine della storia malvagia e falsamente progressiva ed allora agli uomini non rimarrà che volgersi al passato per preservare e conservare quanto di buono era stato realizzato. Si cercherà in ogni modo di cancellare tutto ciò che è accaduto dalla Rivoluzione a Napoleone restaurando il passato. I sovrani restaurati dal Congresso di Vienna tenteranno di ripristinare le vecchie strutture politiche e sociali spazzate via dalla Rivoluzione francese e da Napoleone ma il loro sarà un compito impossibile.

«L'aratro della Rivoluzione» scrive lo storico tedesco Franz Mehring  «aveva sconvolto troppo in profondità il suo terreno, fino ai campi di neve della Russia; un ritorno alle condizioni che avevano dominato in Europa fino al 1789 era impossibile».

È stato detto che mentre Napoleone veniva sconfitto sui campi di battaglia gli ideali di cui si era fatto portatore ispiravano, sia pure forzatamente, quei sovrani reazionari che lo combattevano. Si erano visti sovrani conservatori pressati dai tempi nuovi come Ferdinando IV di Borbone re di Napoli e Ferdinando VII di Spagna che fin dal 1812 avevano concesso ai loro sudditi addirittura la Costituzione. Vero è che questi stessi sovrani, dopo la caduta di Napoleone, cancellarono con un tratto di penna quanto avevano concesso ma dovettero poi affrontare moti insurrezionali interni che riuscirono a fatica a controllare solo con l'intervento della Santa Alleanza.

Gli ideologi della Restaurazione

La concezione reazionaria politica-religiosa nella Restaurazione la troviamo espressa soprattutto nel pensiero di François-René de Chateaubriand, che nel Génie du Christianisme (Genio del Cristianesimo, 1802) attaccava le dottrine illuministiche prendendo le difese del Cristianesimo, e soprattutto nel pensiero mistico-teocratico di Joseph de Maistre, che arrivava nell'opera Du Pape (Del Papa, 1819), al punto di auspicare un ritorno dell'alleanza tra il trono e l'altare, riproponendo il modello delle comunità medioevali protette dalla religione tradizionale contro le insidie del liberalismo e del razionalismo.

La concezione progressista

Un'altra prospettiva, che nasce dalla stessa concezione della storia guidata dalla Provvidenza, è quella che potremo definire liberale che vede nell'azione divina una volontà diretta, nonostante tutto, al bene degli uomini escludendo che nei tempi nuovi ci sia una sorta di vendetta di Dio che voglia far espiare agli uomini la loro presunzione di creatori di storia. È questa una visione dinamica della storia che troviamo in Saint Simon con la concezione di un nuovo cristianesimo per una nuova società o in Lamennais che vede nel cattolicesimo una forza rigeneratrice della vita sociale. Una concezione progressiva quindi che è presente in Italia nell'opera letteraria di Alessandro Manzoni e nel pensiero politico di Gioberti con il progetto neoguelfo e nell'ideologia mazziniana.

L'apertura del Congresso

Il Congresso di Vienna si tenne nella capitale dell'allora Impero austriaco, dal 1º novembre 1814 al 9 giugno 1815. Un ruolo di primo piano ebbe la partecipazione delle quattro nazioni europee vincitrici, che tentarono così di dare un nuovo stabile assetto all'Europa dopo l'avventura napoleonica. Insieme ad altre delegazioni di diversi stati anche la Francia partecipò al congresso per l'abile azione diplomatica di Talleyrand, vescovo prima della rivoluzione dell'89, deputato rivoluzionario, collaboratore di Napoleone ed ora ministro degli esteri di Luigi XVIII. Egli riuscì a far applicare per la Francia, vittima del tiranno napoleonico, il principio di legittimità secondo il quale dovevano essere restaurati sui loro troni i sovrani illegittimamente spodestati da Napoleone. La Francia del resto aveva già stipulato la pace con un precedente trattato siglato a Parigi il 30 maggio 1814.

Le discussioni continuarono malgrado il ritorno dell'imperatore Napoleone dall'esilio e la sua riassunzione del potere in Francia nel marzo 1815, e l'atto supremo del Congresso fu firmato nove giorni prima della sua finale disfatta nella battaglia di Waterloo (18 giugno 1815).

Tecnicamente, si potrebbe notare che il Congresso di Vienna non si svolse realmente, dato che il Congresso non si riunì mai in sessione plenaria, e la maggior parte delle discussioni avvenne in sessioni informali tra le grandi potenze.

Le decisioni prese dal Congresso seguirono due linee-guida per l'assegnazione dei territori europei ai vari sovrani:

il principio di equilibrio era stato concepito con lo scopo di non concedere ad alcun paese la supremazia territoriale in Europa, ma, al contrario, di equilibrare le forze delle varie potenze europee, in modo che nessuna di queste potesse prevalere sulle altre: questo principio fu applicato ad esempio al Regno dei Paesi Bassi;
col principio di legittimità si intendeva riassegnare il trono ai legittimi sovrani dei loro Stati, come ad esempio accadde nella Francia post-rivoluzionaria, a capo della quale venne nominato sovrano Luigi XVIII, successore di Luigi XVI; in questo modo veniva ripristinata la monarchia, anche se in questo caso si trattava di una monarchia costituzionale. Questo principio tuttavia non venne sempre rispettato: ad esempio le repubbliche di Venezia e di Genova non vennero ricostituite.

Si le Congrès danse, il ne marche pas (Se il Congresso danza, non cammina)

Dopo la caduta e l'abdicazione di Napoleone a Fontainebleau (6 aprile 1814) e la ratifica della prima Pace di Parigi, la sesta coalizione venne sciolta, mentre sul trono di Francia fu posto il legittimo sovrano, Luigi XVIII di Borbone, fratello minore del decapitato Luigi XVI. Secondo l'articolo XXXII del trattato di pace si sarebbe dovuto riunire a Vienna un congresso plenario delle potenze vincitrici per dare un nuovo assetto ed un ordine durevole all'Europa, che per quasi vent'anni era stata calpestata, devastata e ridotta allo stremo dalla lunga guerra contro l'Imperatore francese.

I sovrani vincitori ed i loro ministri plenipotenziari si incontrarono in un primo momento a Londra; soltanto nell'autunno del 1814 il Congresso ebbe inizio a Vienna, al quale presero parte le delegazioni diplomatiche di quasi tutte le nazioni europee. Dall'ottobre 1814 al giugno 1815 Vienna, e soprattutto il luogo d'incontro, il Dipartimento di Stato (più tardi anche la Cancelleria di Stato) nel Palazzo di Ballhausplatz, sede del Principe di Metternich, divenne il cuore del Continente per la sua centralità politica. Anfitrione di questo grande consesso fu l'imperatore d'Austria Francesco I d'Asburgo-Lorena. Gli ospiti cercarono di rendere il soggiorno delle personalità d'alto rango il più piacevole possibile.

Il susseguirsi di riunioni informali, di balli e di altri divertimenti fecero venir in mente al principe Charles Joseph de Ligne la famosa immagine del "Congresso danzante"[4] In una lettera al principe de Talleyrand del 1º novembre 1814, Ligne scrisse:

« Mi attribuiscono il motto "Il Congresso danza, ma non va avanti". Ed esso non stilla nulla come il sudore di questi signori che ballano. Credo anche d'aver detto: "Questo è un congresso di guerra, non un congresso di pace." »

Anche diversi contemporanei, benché deplorando l'immobilità politica, misero però in risalto la magnificenza e lo splendore dell'evento. Il segretario-generale del Congresso, il conte Friedrich von Gentz, in una lettera del 27 settembre 1814, scrisse:

« La città di Vienna offre ai presenti una visione spettacolare; tutta l'Europa è qui rappresentata dalle più illustri personalità. L'imperatore, con l'imperatrice e le grandi principesse di Russia, il re di Prussia con parecchi principi della sua casa, il re di Danimarca, i re ed i principi ereditarii di Baviera e del Württemberg, i duchi ed i principi delle case di Maclemburgo, Sassonia-Weimar, Sassonia-Coburgo, Assia ecc., metà dei vecchi principi e dei conti dell'Impero, e poi un numero immenso di diplomatici provenienti dai più vari reami d'Europa. Tutto questo non fa che dar vita ad un movimento ed a una tale varietà di immagini ed avvenimenti che solo la straordinaria epoca, nella quale noi viviamo, sarebbe in grado di produrre. Gli affari di Stato nel frattempo, con lo sfondo di tali singolari cose, non stanno andando avanti affatto. »

Tuttavia alcuni storici sono dell'opinione che il Congresso non trascurò i suoi impegni effettivi tra i vari balli e tutti gli altri intrattenimenti, ma stabilì le linee guida del nuovo ordine di pace e stabilità dell'Europa, anche se la grossolana quanto pungente opinione del feldmaresciallo Blücher sembrerebbe dare un'altra impressione.

« Il Congresso assomiglia ad una fiera in un piccolo paese, in cui ognuno dà una lucidata al dorso del proprio bestiame per venderlo e barattarlo. »

Partecipanti

Al Congresso, il Regno Unito fu prima rappresentato dal ministro degli esteri, il visconte Castlereagh; dopo il febbraio 1815, dal Duca di Wellington; e nelle ultime settimane, dopo che Wellington se ne andò per affrontare Napoleone, dal Conte di Clancarty. L'Austria era rappresentata dal principe Klemens von Metternich, il ministro degli Esteri, e dal suo delegato, Barone Wessenberg. La Prussia era rappresentata dal principe Karl August von Hardenberg, il cancelliere, e dal diplomatico e studioso Wilhelm von Humboldt.

La Francia di Luigi XVIII era rappresentata dal ministro degli Esteri Charles Maurice de Talleyrand-Perigord. Sebbene la delegazione ufficiale della Russia fosse guidata dal suo ministro degli Esteri, il Conte Karl Vasil'evič Nesselrode, lo zar Alessandro I per lo più operò personalmente. Inizialmente, i rappresentanti delle quattro potenze vincitrici sperarono di escludere i francesi da una seria partecipazione ai negoziati, ma Talleyrand riuscì abilmente ad inserirsi nei dibattiti interni sin dalle prime settimane.

Poiché la maggior parte del lavoro al Congresso fu svolta da queste cinque potenze (assieme, per certi temi, con le rappresentanze di Spagna, Portogallo e Svezia; sui temi tedeschi, di Hannover, Baviera, e Württemberg; su quelli italiani, dello Stato Pontificio e dei Regni di Sardegna e di Napoli), la maggior parte delle delegazioni non ebbe molto da fare al Congresso, e l'ospite, imperatore Francesco I d'Austria sostenne splendidi intrattenimenti per mantenerle occupate.

Le materie su cui si discusse furono molteplici e in generale solo le perdite territoriali a danno dei francesi non furono oggetto di discussione. Queste erano già state decise riportando i confini francesi a quelli precedenti le avventure napoleoniche.

Mutamenti territoriali

In particolare le materie trattate furono quelle polacche-tedesche e italiane.

Per quanto riguarda le prime, lo Zar presentò un piano in cui prevedeva la creazione di una Polonia indipendente satellite della corona russa. Questo piano fu fortemente osteggiato dalle altre potenze, e alla fine si giunse ad un accordo spartendo la Polonia e attribuendo gran parte della Sassonia al sovrano prussiano. In generale si portò la composizione della Confederazione Tedesca a 39 stati sotto il controllo di Austria e Prussia.

L'oggetto più controverso al Congresso fu, infatti, la cosiddetta crisi sassone-polacca. I russi e prussiani avanzarono una proposta secondo la quale la maggior parte dei territori austriaci e prussiani della Polonia sarebbero andati alla Russia, che avrebbe creato un regno polacco indipendente in unione personale con la Russia, con lo zar Alessandro quale re.

In cambio, i prussiani avrebbero ricevuto come compensazione tutta la Sassonia, il cui re veniva considerato abdicante per non aver abbandonato Napoleone abbastanza in fretta. Gli austriaci, i francesi, e gli inglesi non approvarono questo piano, e, ispirati da Talleyrand, firmarono un trattato segreto il 3 gennaio 1815, consentendo alla guerra, se necessario, per impedire che il piano russo-prussiano producesse il suo effetto.

Sebbene nessuna delle tre potenze fosse particolarmente pronta alla guerra, i russi non vollero sfidarle, e si elaborò presto una composizione amichevole, per cui la Russia ricevette il grosso del Ducato napoleonico di Varsavia come Regno di Polonia (chiamato Polonia del Congresso), ma non ricevette il distretto di Poznan (Granducato di Poznan), che fu dato alla Prussia, né Cracovia, che rimase una città libera. La Prussia ricevette il 40% della Sassonia (più tardi nota come provincia di Sassonia), con la restante parte resa al Re Federico Augusto I di Sassonia (Regno di Sassonia).

La Gran Bretagna ne uscì come la potenza che aveva più interesse per l'equilibrio in Europa, ma all'esterno dell'Europa si rafforzò acquisendo le ex colonie francesi delle Indie Occidentali o che appartenevano a stati in passato alleati della Francia: acquisì così dai Paesi Bassi il Sudafrica e il capo di Buona Speranza. L'Inghilterra era rappresentata da lord Castlereagh, ministro degli esteri, un nobile irlandese che aveva ricevuto istruzioni di poter mettere sulla bilancia dei negoziati i territori inglesi extraeuropei per potersi avvantaggiare in Europa. Ma egli non seguì tale indicazione, percependo che gli altri stati non si erano resi conto dell'importanza delle colonie: quest'abile mossa permetterà alla Gran Bretagna di rimanere la più grande potenza coloniale sino alla fine della seconda guerra mondiale.

Altri mutamenti

Il principale risultato del Congresso (a parte la ratifica della perdita dei territori che la Francia si era annessa tra il 1795 ed il 1810, che era già stata stabilita dalla "Pace di Parigi") fu l'accrescimento della Russia, che guadagnò il grosso del Ducato di Varsavia, e della Prussia, che acquistò la Westfalia e la Renania settentrionale.

Il consolidamento della Germania dai quasi 300 stati del Sacro Romano Impero (disciolto nel 1806) in un sistema – molto più gestibile – di trentanove stati fu confermato. Questi stati andarono a costituire una blanda Confederazione Tedesca sotto la guida di Prussia ed Austria.

I rappresentanti al Congresso concordarono numerosi altri mutamenti territoriali. La Norvegia fu trasferita dalla Danimarca alla Svezia. Un grande Regno Unito dei Paesi Bassi fu creato come stato cuscinetto per il principe Guglielmo d'Orange-Nassau, e comprendeva sia le vecchie Province Unite sia i territori precedentemente governati dall'Austria, i quali avrebbero poi costituito dal 1830 in avanti il Belgio.

Ci furono altri, meno importanti, aggiustamenti territoriali che comprendevano significativi guadagni territoriali per i regni tedeschi di Hannover (che guadagnò la Frisia orientale a scapito della Prussia e vari altri territori della Germania nord-occidentale) e di Baviera (che guadagnò il Palatinato renano e territori in Franconia). Il Ducato di Lauenburg fu trasferito da Hannover alla Danimarca e la Pomerania svedese fu annessa dalla Prussia. Il trattato riconobbe inoltre i diritti portoghesi su Olivença, ma essi furono ignorati e l'area rimase sotto controllo spagnolo.

Il nuovo assetto politico territoriale italiano

Dopo il congresso di Vienna l'Italia fu divisa in una decina di stati (che si ridussero ad otto, entro una trentina di anni dal Congresso, a causa di alcune annessioni di stati minori ad entità più vaste).

Regno di Sardegna, governato dai Savoia, riottenne il Piemonte e la Savoia e venne ulteriormente ingrandito con i territori della ex Repubblica di Genova, senza alcun diritto di opposizione da parte di quest'ultima e senza plebiscito.
Nel resto del nord venne costituito il Regno Lombardo-Veneto sotto il controllo dell'Austria, comprendente i territori di terraferma della Repubblica di Venezia (Veneto, Friuli e Lombardia orientale), che contrariamente ai principi-guida del Congresso non venne ricostituita, uniti alla parte rimanente della Lombardia. Ad esso fu annessa la Valtellina, per la quale furono respinte le richieste svizzere, che questa valle - appartenente alla Svizzera dal 1512 al 1797 - ritornasse al Canton Grigioni o fosse unita alla Confederazione, come cantone autonomo. Nel Lombardo-Veneto inoltre fu inserita anche la Transpadana ferrarese, un territorio appartenente allo Stato Pontificio, un lembo di terra a nord del fiume Po, storicamente e culturalmente associato all'Emilia.

Sotto forte influenza austriaca si trovavano inoltre:

Il Granducato di Toscana sotto la dinastia degli Asburgo-Lorena (che annesse i territori del Principato di Piombino e l'Elba).

Il Ducato di Modena sotto la dinastia degli Austria-Este.

Il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla assegnato a titolo vitalizio a Maria Luisa d'Austria, moglie di Napoleone, alla sua morte avvenuta nel 1847 il titolo tornò ai Borbone di Parma.

Il piccolo Ducato di Lucca venne assegnato a titolo provvisorio come compensazione per i Borbone di Parma, in attesa della morte di Maria Luisa e quindi del loro legittimo rientro a Parma (Lucca in seguito venne annessa al Granducato di Toscana nel 1847).

Il Ducato di Massa e Carrara venne assegnato a titolo vitalizio alla madre del Duca di Modena (l'ultima esponente della casa d'Este: Maria Beatrice d'Este) ed alla sua morte nel 1829, venne annesso a Modena stessa.

Indipendenti, ma legati all'Austria da vincoli di alleanza e interesse:

Il papa fu restaurato nello Stato Pontificio, che oltralpe perdeva però definitivamente la città di Avignone e il Contado Venassino, lasciate al Regno di Francia.
Nell'ambito dei confini pontifici rimase la piccola ed indipendente Repubblica di San Marino, che non venne toccata dagli eventi napoleonici e che rimase sempre estranea agli eventi politici successivi.
Nel Sud Italia il cognato di Napoleone, il maresciallo napoleonico Gioacchino Murat, fu originariamente autorizzato a mantenere il Regno di Napoli. Tuttavia, in seguito al sostegno da lui fornito al cognato durante i "Cento Giorni", egli venne deposto e la corona fu assegnata a Ferdinando IV di Borbone, che l'8 dicembre 1816 riunì il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia in un solo regno, nella denominazione già precedentemente adottata di Regno delle Due Sicilie. Quindi il Re assunse la denominazione di Ferdinando I delle Due Sicilie.
La dinastia dei Borbone di Napoli fu rappresentata al Congresso di Vienna da don Luigi de' Medici appartenente ai Principi di Ottaviano.

La Santa Alleanza

Effetto del clima romantico dove la politica era concepita in termini di mistica religiosa fu la costituzione della Santa Alleanza. Lo zar Alessandro voleva impegnare in questo patto sacro i contraenti di Prussia, Russia, Austria ad impegnarsi a conformarsi nel governo dei loro popoli ai principi della carità cristiana scritti «nell'eterna religione di Dio salvatore».

Sebbene ampiamente deriso da molti statisti al Congresso (Castlereagh lo chiamava «un pezzo di sublime misticismo ed assurdità» e Metternich un «nulla altisonante»), il 26 settembre 1815 i sovrani europei vi aderirono, eccetto il Papa, avverso ad un'alleanza che univa assieme cattolici, luterani ed ortodossi; il sultano della Turchia, che non era particolarmente interessato ai princìpi cristiani; ed il Principe-Reggente del Regno Unito, che non poteva assentire ad un tale trattato senza coinvolgimento ministeriale (in effetti egli firmò nel suo ruolo di Reggente di Hannover), ma soprattutto perché il Regno Unito temeva che questa alleanza nascondesse la volontà della Russia di avere mano libera nei Balcani.

In seguito, la Santa Alleanza fu progressivamente associata con le forze della reazione in Europa, e particolarmente con gli orientamenti politici di Metternich, che aveva come supremo criterio di politica internazionale quello del mantenimento dell'ordine europeo.

Quadruplice e Quintuplice Alleanza

Il 20 novembre 1815 fu redatto un secondo patto tra Prussia, Austria, Russia che con l'adesione della Gran Bretagna prese il nome di Quadruplice Alleanza.

Al Congresso di Aquisgrana, dell'ottobre-novembre 1818, gli alleati, in cambio del pagamento delle riparazioni di guerra (ancorché ridotte), approvarono il ritiro dei propri corpi di occupazione, stanziati in Francia sin da Waterloo. La Francia di Luigi XVIII venne invitata ad aderire al patto che prese il nome di Quintuplice Alleanza e che sopravvisse fino alla morte dello zar Alessandro nel 1825.

La presenza della Francia era ancora formale data la diffidenza delle altre quattro potenze europee che avevano stipulato contestualmente anche un protocollo segreto, che confermava la garanzia reciproca in funzione anti-francese.

La vera promozione della Francia da potenza sconfitta ad alleato dev'essere fatta risalire, al Congresso di Verona del 9-14 ottobre 1822, quando, nonostante il dissenso inglese, Austria, Russia e Prussia autorizzarono i ministri di Luigi XVIII alla spedizione militare in Spagna per restaurare il governo assoluto di Ferdinando VII di Borbone: quello fu, in effetti, il vero evento che sancì il reingresso di Parigi nel consesso delle grandi potenze europee. Il corpo di spedizione denominato "I centomila figli di San Luigi" con la vittoriosa battaglia del Trocadero (1823) restaurò l'assolutismo monarchico di Ferdinando VII di Borbone.

Gli strumenti dell'alleanza

Per il mantenimento dell'ordine, l'alleanza si basava sul principio di intervento: nel caso uno Stato avesse avuto dei problemi causati da disordini rivoluzionari che non fosse in grado di sedare e che potessero contagiare gli altri Stati, questi si ritenevano in obbligo d'intervenire per sedare le rivolte. Al principio di non ingerenza negli affari interni di uno stato si sostituiva così il principio politico della sovranità limitata degli Stati e l'ideale della solidarietà internazionale, da attuarsi con la periodica consultazione dei governi europei nei Congressi e tramite quello strumento di polizia internazionale che era la Santa Alleanza.

I paesi coinvolti nel Congresso si accordarono infatti di riunirsi ad intervalli, a norma dell'Articolo VI:

« Per assicurare l'esecuzione del presente Trattato e consolidare i legami ora così uniti i Quattro Sovrani per la felicità del mondo hanno concordato di rinnovare i loro incontri a periodi prefissati […] per la considerazione di misure per la serenità e prosperità delle Nazioni e per il mantenimento della Pace in Europa. »

Ciò portò all'istituzione del sistema del Congresso, ed ai successivi congressi: i più importanti saranno quello di Aquisgrana (1818), di Troppau (1820), di Lubiana (1821) che autorizzò l'intervento austriaco nel napoletano e infine il congresso di Verona (1822) già citato.

I rappresentanti più importanti

Flag of Bavaria (striped).svg Baviera: Maximilian Joseph Graf von Montgelas – Carl Philipp Joseph von Wrede
Pavillon royal de la France.svg Francia: Charles Maurice de Talleyrand – Alphonse de Lamartine – François-René de Chateaubriand – Marie-Joseph Motier, marchese de La Fayette – Jean Anthelme Brillat-Savarin
Flag of the United Kingdom.svg Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda: Robert Stewart, marchese di Londonderry e visconte Castlereagh – Arthur Wellesley, duca di Wellington – Robert Banks Jenkinson, II conte di Liverpool – George Hamilton Gordon, IV conte di Aberdeen – Henry John Temple, III visconte Palmerston – Edward Gibbon Wakefield – John George Lambton, conte di Durham
Kgr hannover flagge.jpg Hannover: Ernst, conte di Münster
bandiera Stato Pontificio: Ercole Consalvi
Mecklescudo.jpg Meclemburgo: Leopold von Plessen
Flag of the Netherlands.svg Paesi Bassi: Hans Christoph Ernst von Gagern
Flag Portugal (1707).svg Portogallo: Pedro de Sousa Holstein, conte di Palmela
Flag of the Habsburg Monarchy.svg Austria: Klemens Wenzel, principe di Metternich – Friedrich von Gentz – Adam Müller – Franz Anton, conte di Kolowrat-Liebsteinsky
Flag of the Kingdom of Prussia (1750-1801).svg Prussia: Karl August, principe di Hardenberg – Wilhelm von Humboldt – Alexander von Humboldt – Karl August Varnhagen von Ense
Flag of Russia.svg Russia: Karl Robert, conte di Nesselrode – Ioannis Kapodistrias – Heinrich Friedrich Karl vom Stein
Flag of Saxony.svg Sassonia: Detlev conte di Einsiedel
Flag of Switzerland (Pantone).svg Svizzera: Hans von Reinhard – Johann Heinrich Wieland – Johann von Montenach
Flagge Königreich Württemberg.svg Württemberg: Georg Ernst Levin, conte di Wintzingerode

Critiche ed elogi

« Raramente l'incapacità dei governi a frenare il corso della storia si è manifestata in maniera più evidente che nella generazione successiva al 1815. Prevenire una seconda Rivoluzione francese, o la catastrofe ancora peggiore di una rivoluzione generale europea sul modello di quella francese era l'obiettivo supremo di tutte le potenze che avevano impiegato vent'anni a sconfiggere la prima; e questo era persino l'obiettivo della Gran Bretagna che non aveva in simpatia gli assolutismi reazionari… e sapeva che le riforme non potevano né dovevano essere evitate, ma temeva una seconda espansione franco-giacobina… Eppure mai nella storia europea lo spirito rivoluzionario era stato così endemico… »

(Eric Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi 1798-1848)

Il Congresso di Vienna fu spesso criticato da storici del XIX secolo e più recenti per il fatto di aver ignorato gli impulsi nazionali e liberali, e per avere imposto una reazione repressiva sul continente.

Per la verità, questa critica era già sostenuta dall'opposizione Whig nel Regno Unito al tempo della conclusione del Congresso. Il Congresso di Vienna fu parte integrante di ciò che divenne noto come l'Ordine conservatore, in cui la pace e la stabilità erano barattate con le libertà ed i diritti collegati alla rivoluzione francese.

Nel XX secolo, tuttavia, alcuni storici sono arrivati ad ammirare gli statisti del Congresso, la cui opera, si disse, aveva impedito un'altra guerra generale europea per quasi cent'anni (1818-1914) (cfr. Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, trad. di E. Brambilla, Garzanti, Milano, 1973).

L'abolizione della tratta degli schiavi

Uno dei pochi meriti indiscussi del Congresso di Vienna fu la sottoscrizione, «interponendovi i suoi zelanti uffici Pio VII», di una Dichiarazione contro la tratta dei negri contenuta nell'allegato 15 dell'Atto finale (8 febbraio 1815). Sia pure dettata dagli interessi inglesi nei confronti delle colonie francesi, fu un passo importante nella lotta allo schiavismo.

domenica 14 settembre 2014

la possessione




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La possessione da parte degli spiriti di defunti è un fenomeno vecchio come l'umanità, la Chiesa, in questi casi, usa ed ha usato per secoli l'esorcismo: un modo di scacciare lo spirito invasore violento e senza compassione.

L'approccio clinico rivolto al paziente ed anche allo spirito disturbante, è iniziato qualche decennio fa, quando il Dr. Carl Wickland, uno psichiatra spiritualmente orientato, ha iniziato a rilasciare lo spirito di un defunto, che si era impossessato di una persona vivente, mediante le capacità medianiche di sua moglie Anna. Il loro approccio risultò molto efficace, sebbene un po' ingenuo e limitato nella visione dello Spiritualismo.

Negli anni '70, la dottoressa Edith Fiore ampliò il suo lavoro con la PLT o Past Life Therapy (Terapia relativa alle vite passate), quando scoprì l'esistenza ed iniziò a liberare i pazienti dagli spiriti di possessione.

Il Dr. William Baldwin iniziò i suoi studi su questo soggetto nel 1980, e sviluppò ulteriormente le ricerche fatte dai suoi predecessori. Il suo volume, Spirit Releasement Therapy: A Technique Manual (Il Rilascio degli Spiriti: un manuale con le tecniche adatte), fu pubblicato per la prima volta nel 1991.

Perché uno spirito diventa errante?

Fondamentalmente vi sono quattro cause principali:

Una vita egoistica e/o troppo legata ai piaceri mondani ha causato un "indurimento" eccessivo del corpo vitale (o doppio eterico).
L'odio verso qualche vivente li porta a fare di tutto per potersi vendicare oppure l'amore verto qualcun'altro crea un attaccamento morboso verso una èpersona tuttora in vita.
L'energia vitale continua ad agire nel corpo vitale perché la persona è morta nei primi anni di vita. Questa energia deve essere dissipata e, mentre con la vecchiaia viene dissipata naturalmente, nel caso di una morte prematura fa' in modo che il corpo vitale non si disintigri fintanto che viene il giorno in cui la persona sarebbe morta naturalmente.
Vi sono parecchi casi di suicidi che sono stati costretti a vivere come spiriti erranti fintanto che è arrivato il momento in cui sarebbero morti di morte naturale. Vi sono, comunque, delle possibilità di redenzione anche per loro che sono tanto maggiori quanto più sono vissuti seguendo direttivi spirituali e sono pronti a proseguire il loro percorso evolutivo.
Mancano di iniziativa, convinzione o determinazioni per proseguire verso la luce. Questi spiriti spesso pregano e chiedono di essere liberati dalla loro penosa condizione.

Gli spiriti erranti e i pazzi criminali

Nei prossimi anni, delle varie discipline mediche, saranno la psichiatria e la psicanalisi che, più delle altre, dovranno umilmente rivedere le loro teorie e le terapie derivatene.

Attualmente, per le forme psicotiche o nevrotiche, si interviene con gli psicofarmaci che, secondo il tipo di problema, esercitano un'azione eccitante o deprimente su determinati distretti nervosi. Si completa poi l'intervento con un trattamento psicologico, con cui si cerca di spiegare al paziente i motivi che lo rendono succube degli impulsi inconsci e subconsci che lo disturbano, e come reagire per non venirne travolto.

Una terapia psichica e farmacologica ben condotta, anche se non libera completamente il paziente dal suo disturbo, ne riduce l'entità e finisce per persuaderlo ad accettare ciò che resta del suo problema come qualcosa di ineluttabile, come fosse qualche altro tipo di anomalia legato alla sua costituzione.

La causa di qualsiasi turba psichica sia leggera che grave, normalmente imputata ai cosiddetti impulsi inconsci-subconsci, è invece dovuta agli spiriti erranti presenti nel corpo astrale e/o in quello mentale che riescono ad influenzare determinati centri nervosi del cervello, costringendo la persona a comportamenti, reazioni e ragionamenti irrazionali, spesso assurdi e in contrasto con le sue necessità e i suoi veri interessi.

Ricordiamo che tali comportamenti servono per fornire le energie necessarie agli spiriti erranti che lo dominano e lo depauperano di energia vitale.

Lo psicofarmaco, stimolando o deprimendo un determinato centro nervoso, usato dagli spiriti erranti per influenzare il soggetto, ne ostacola per qualche tempo l'azione, ma non riuscirà mai a liberare il paziente da questa nefasta influenza parassitaria.

Va qui sottolineato che le forme ossessive più gravi e più pericolose, non sono quelle dovute agli elementali, ma quelle esercitate dagli spiriti erranti, ovvero gli spiriti di persone defunte che sono rimaste fortemente legate ai piaceri mondani che ricercavano mentre erano in vita, incuranti delle sofferenze che ciò poteva comportare per coloro con cui vivevano. Vivendo in questo modo essi hanno introdotto nei loro corpi sottili molta materia grossolana, che è stata assorbita nel soddisfare i loro istinti più bassi, i loro vizi e le loro passioni sfrenate.

Gli spiriti erranti gravitano continuamente nelle vicinanze del mondo fisico, perché i loro corpi sottili, essendo molto grossolani, non si disintegrano facilmente come accade per le persone normali. Non solo, ma tali corpi mantengono per un lungo periodo di tempo tutta la carica dovuta ai desideri e le passioni sperimentate mentre la persona era ancora in vita.

Questi esseri, per mezzo del loro doppio eterico, restano coscienti nel mondo fisico come lo erano prima della loro morte, ma, non avendo più il corpo fisico con cui soddisfare le loro brame, cercano di impossessarsi di quelle persone che per debolezza ereditaria, traumi, emozioni negative o sostanze tossiche, come l'alcool o la droga ecc., offrono la possibilità di penetrare nella loro aura psichica ed agire sul loro cervello.

Il malcapitato, che diventa succube di uno spirito errante, viene da questi manovrato secondo i suoi desideri. Utilizzando il sistema nervoso del posseduto, lo spirito errante può servirsi del suo corpo fisico e, con l'ausilio di questo, che è l'unica parte che gli manca, ricostituire la sua entità psico-fisica e, per vendetta o altro, costringere il soggetto a compiere azioni criminali, spesso assurde ed immotivate.

Quando l'entità psico-fisica viene così ricostruita, oltre a permettere allo spirito errante di soddisfare tutte le sue brame, gli consente pure di ricaricare le sue riserve vitali che, nel tempo, sarebbero destinate ad esaurirsi.
I cosiddetti pazzi furiosi o criminali pazzi, non sono altro che le vittime di disincarnati (persone defunte, N.d.r.) degenerati, e potranno essere curati o recuperati non con il carcere o il manicomio, ma con un trattamento che tenga conto della realtà psicologica di questi sventurati.
GLI SPIRITI ERRANTI
E LE MALATTIE FISICHE
Un Gruppo di liberazione è un insieme di persone che pregano cercando di contattare gli spiriti degli individui che sono morti, ma non realizzano di esserlo. Si dice che questi spiriti (gli spiriti erranti, N.d.r.), vagano nell'oscurità, restando vicini alla terra ed ai viventi che essi, per amore o per odio, non riescono a dimenticare. Quello che il Gruppo intende fare, è istruire lo spirito che si è sperduto nei fatti nella morte e della vita dell'aldilà.

Il lavoro viene fatto mediante un medium che accetta di far entrare dentro di sé lo spirito. Questo permette di comunicare con lo spirito perché egli può udire con le orecchie del medium e rispondere con la sua bocca.
Essere posseduti, fortunatamente per poco tempo, da uno di questi spiriti sperduti, è un'esperienza strana davvero, molto diversa da quella in cui si è posseduti dallo spirito di un defunto "normale"; uno che, nell'aldilà, ha trovato la sua via.
Sebbene alcuni medium vadano in uno stato di trance profonda, e non ricordano nulla di quello che hanno fatto, detto o sentito, per altri è possibile rimanere consapevoli mentre "ospitano" lo spirito ed esso comunica con i presenti. Per poter far questo il medium sposta la sua coscienza, è come se la ponesse al suo fianco, anche se questo esempio è scorretto perché, in effetti, non avviene uno spostamento nello spazio. La coscienza del medium è "spostata", però è sempre dentro di lui.
Quando lo spirito entra in voi, sembra proprio che un altro essere si "materializzi" nel vostro corpo e lo pervada completamente. La sensazione, per dare un'idea abbastanza chiara, è come se qualcuno si "mettesse addosso" il vostro corpo, così come voi indossate i vostri vestiti. Nasce perciò un senso molto chiaro e definito del fatto che vi è un'altra persona dentro di voi.
A questo punto potete provare la netta sensazione di avere il corpo di un vecchio, o meglio, di essere un vecchio; una giovane ragazza o altro ancora. È possibile sentire, per esempio, dei dolori artritici alle giunture; le dita possono diventare rigide e nodose, oppure snelle e sottili.
Potete sentirvi alti o bassi, magri o grassi. Se camminate o state eretti lo farete in un modo che non è il vostro. Potete anche avere dei ricordi, però non sono completi, sono solo abbozzati.
Quando parlate, se siete una giovane ragazza, la vostra voce sarà giovane e chiara, senza nessuna nota falsa o innaturale. È la voce di un altro a tutti gli effetti. In conclusione, provate la sensazione di essere la persona che "siete diventati," ma questa persona non siete voi!.
Quando, in un Gruppo di liberazione, un medium sperimenta, o diventa, lo spirito di una persona che è morta a seguito di un grave incidente, l'esperienza diventa ancor più significativa. Egli può sperimentare il dolore atroce di una gamba rotta, i polmoni che scoppiano perché pieni di acqua o la carne fatta a brandelli dopo un incidente stradale.
Questi sono solo alcuni fatti occorsi durante i nostri incontri, sono comunque esperienze che lasciano alquanto sconcertati, anche perché per la scienza ufficiale sono solo fantasticherie.

Fonte Felipe Guerra FB
http://altrarealta.blogspot.it/

http://altrarealta.blogspot.it/

fonte: fuoridimatrix.blogspot.it

giovedì 11 settembre 2014

mi piacciono le doppie


il piano: rovinarci, ma non al punto di provocare rivolte

La recente crisi di governo in Francia, con il “licenziamento” dei ministri anti-austerità e la loro sostituzione con solerti funzionari della politica economica ferocemente antipopolare che vede tutti i governi europei, di destra come di “sinistra”, impegnati a massacrare livelli di occupazione e di reddito e qualità della vita dei propri cittadini, ha scatenato l’entusiasmo dei media italiani, “Corriere della Sera” in testa, che hanno salutato con gioia l’epurazione degli eretici allievi delle teorie dell’odiato neokeynesiano Thomas Piketty e reiterato le lodi nei confronti del nostro amato leader Renzi, immune da analoghe tentazioni paleo-sinistrorse. Prosegue intanto l’assordante silenzio sugli effetti sempre più evidenti di politiche che, in barba allo strombazzato, e a parole universalmente condiviso, obiettivo di rilanciare crescita e sviluppo, appaiono inequivocabilmente autolesionistiche anche dal punto di vista capitalistico. Siamo dunque di fronte a un rincoglionimento generale di politici, media e padroni?
In un articolo ripreso dall’“Huffington Post”, Jaques Attali tenta un’altra spiegazione (già anticipata dal titolo “Il consumatore ha sconfitto il L'euro-tecnocrate francese Jacques Attalilavoratore?”): queste scelte sarebbero il risultato della preoccupazione dei politici di accontentare gli elettori-consumatori, il cui consenso viene giudicato assai più importante di quello degli elettori-lavoratori ai fini della conservazione del potere. Ecco perché l’obiettivo di controllare l’inflazione (e quindi i prezzi di beni e servizi) prevale sull’obiettivo di preservare i livelli di occupazione (e quindi i livelli retributivi). La spiegazione può apparire bizzarra, ove si consideri che consumatori e lavoratori sono sostanzialmente le stesse persone, per cui la tesi adombra una sorta di schizofrenia acquisita dei cittadini-elettori, dovuta al prevalere di una “narrativa” che vede destra e sinistra impegnate a descrivere la società in termini di categorie cultural generazionali (vecchi e giovani, uomini e donne, consumatori e lavoratori, Il neoliberista Tyler Cowenecc.) per cancellare ogni memoria delle “vecchie” appartenenze di classe e dei relativi interessi.
Eppure la tesi non è priva di un qualche merito, ove la si consideri da un altro punto di vista, ove cioè la si rilegga a partire dalle tesi dell’economista conservatore americano, Tyler Cowen, il quale, nel saggio “Average is Over”, descrive con crudo cinismo un processo destinato a generare in breve tempo una società oligarchica. Il mercato del lavoro, sostiene Cowen, è destinato a  subire, a causa della rivoluzione tecnologica in corso, un’irreversibile trasformazione che produrrà tre distinti strati sociali: una minoranza vincente attorno al 10% – che otterrà redditi e qualità della vita sempre più elevati – e una massa di perdenti che si divideranno fra una classe media impoverita e una massa di esclusi ancora più miserabili. Per evitare che scoppi una rivoluzione, argomenta Cowen, occorre un nuovo contratto sociale: bisogna cioè garantire agli esclusi beni e servizi (in primo luogo abitazioni) a basso costo, privarli dei vecchi servizi sociali ma lasciare loro in tasca abbastanza soldi perché non si ribellino. Ecco dunque riformulata la tesi di Attali, non nei termini ideologici dell’interesse del consumatore, bensì nella più cinica e realistica prospettiva di come condurre la “guerra di classe dall’alto” di cui parla Gallino senza provocare pericolose rivolte sociali.
(Carlo Formenti, “Verso una società oligarchica”, da “Micromega” del 29 agosto 2014).

fonte: www.libreidee.org