mercoledì 23 aprile 2014
domenica 20 aprile 2014
il diritto romano
Il Corpus Iuris Civilis in una stampa del XVIII secolo, che raggruppava l'insieme di tutte le leggi romane contemporanee e precedenti alla sua compilazione, avvenuta sotto Giustiniano I (dal 529 al 534)
Con l'espressione diritto romano si indica l'insieme delle norme che hanno costituito l'ordinamento giuridico romano per circa tredici secoli, dalla data della Fondazione di Roma (753 a.C.) fino alla fine dell'Impero di Giustiniano (565 d.C.). Infatti, tre anni dopo la morte di Giustiniano l’Italia fu invasa dai Longobardi: l’impero d’Occidente si dissolse definitivamente e Bisanzio – formalmente imperiale e romana – si allontanò sempre più dall’eredità dell’antica Roma e della sua civiltà (anche giuridica).
(LA)
« IURIS PRAECEPTA SUNT HAEC: HONESTE VIVERE ALTERUM NON LAEDERE, SUUM CUIQUE TRIBUERE. »
(IT)
« Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non danneggiare nessuno, dare a ciascuno il suo »
(Eneo Domizio Ulpiano Libro secondo delle Regole dal Digesto1.1.10 principio)
L'importanza storica del diritto romano si riflette ancora oggi in una lista di termini legali latini. Dopo infatti la dissoluzione dell'Impero romano d'Occidente, il Codice giustinianeo rimase in effetti nell'Impero romano d'Oriente, conosciuto come Impero bizantino (331–1453). Dal VII secolo il linguaggio legale in Oriente fu il greco.
Il diritto romano denota un sistema legale applicato nella maggior parte dell'Europa occidentale fino alla fine del XVIII secolo. In Germania, il diritto romano venne utilizzato più a lungo sotto il Sacro Romano Impero (963–1806). Il diritto romano servì inoltre come base per la pratica legale attraverso l'Europa occidentale continentale, così come nella maggior parte delle colonie delle nazioni europee, inclusa l'America latina e pure l'Etiopia. Il sistema inglese e nord americano della common law fu influenzato anche dal diritto romano, in particolare nel loro glossario giuridico latineggiante (ad esempio stare decisis, culpa in contrahendo o in pacta sunt servanda). Anche la parte orientale dell'Europa venne influenzata dalla giurisprudenza del Corpus Iuris Civilis, specialmente nei paesi come la Romania medievale (Valacchia, Moldova ed alcune altre province medievali ) che creò un nuovo sistema, un mix del diritto romano e locale. L'Europa orientale fu inoltre influenzata dal diritto medievale bizantino.
Storia
Dalla fondazione di Roma alle leggi delle XII tavole (753-451 a.C.)
La prima fase, detta del diritto arcaico o quiritario, comprende il periodo che inizia con la fondazione di Roma e giunge alle leggi delle XII tavole (dal 753 al 451 a.C.). In questo periodo, il diritto privato, compreso il diritto civile romano (ius civile Quiritium) era applicato solo ai cittadini romani, ed era legato alla religione. Si trattava di una forma giuridica non sviluppata, quindi non contenente gli attributi di formalismo rigoroso, simbolismo e conservatorismo (come ad esempio la pratica rituale della mancipatio, una forma di vendita). Il giurista Sesto Pomponio disse: "All'inizio della nostra città, le persone iniziarono le loro prime attività senza alcun diritto scritto, e senza alcuna regola fissa: tutte le cose erano governate dispoticamente dai re". Si ritiene che il diritto romano sia radicato nella mitologia etrusca, con un'enfatizzazione dei rituali.
Diritto repubblicano fino alla seconda guerra punica (451 al 201 a.C.)
L'inizio del secondo periodo coincide con il primo testo di diritto: le leggi delle XII tavole, che si datano attorno alla metà del V secolo a.C. Il tribuno della plebe, Gaio Terentillo Arsa, propose che le leggi fossero scritte, per evitare che i magistrati potessero applicarle in modo arbitrario. Dopo otto anni di scontri politici, i plebei riuscirono a convincere i patrizi ad inviare un'ambasceria ad Atene, per copiare le leggi di Solone; essi inviarono poi altre delegazioni ad altre città greche per ottenerne il consenso.
Nel 451 a.C. secondo quanto ci racconta Tito Livio, furono scelti dieci cittadini romani per mettere per iscritto le leggi (decemviri legibus scribundis). Mentre stavano eseguendo questo lavoro, gli vennero attribuiti poteri politici supremi (imperium), mentre il potere dei normali magistrati venne ridotto. Nel 450 a.C., i decemviri produssero le leggi su dieci tavole (tabulae), ma lasciarono insoddisfatti i plebei. Un nuovo decemvirato, si racconta, aggiunse due ulteriori tavole nel 449 a.C. La nuova legge delle dodici tavole venne ora approvata dall'assemblea poplare.
Gli studiosi moderni tendono a non dar credito all'esattezza di storici romani. Essi in genere non credono che un secondo decemvirate abbia mai avuto luogo. Il decemvirato del 451 a.C. si ritiene abbia incluso i punti più controversi del diritto consuetudinario, e di aver assunto le funzioni principali a Roma. Inoltre, la questione sulla influenza greca trovata nel diritto romano arcaico è ancora molto discussa. Molti studiosi ritengono improbabile che i patrizi abbiano inviato una delegazione ufficiale in Grecia, come gli storici romani credevano. Invece, gli studiosi suggeriscono, che i Romani abbiano acquisito leggi dalle città greche della Magna Grecia, il serbatoio principale dal mondo romano a quello greco. Il testo originale delle XII tavole non si è conservato, anche perché furono distrutte durante il sacco di Roma del 387 a.C. da parte dei Galli.
I frammenti che sono sopravvissuti mostrano che non si trattava di un codice del diritto in senso moderno. Esso non forniva un sistema completo e coerente di tutte le norme applicabili o nel dare soluzioni giuridiche per tutti i casi possibili. Piuttosto, le tabelle contenevano disposizioni specifiche volte a modificare l'allora esistente diritto consuetudinario. Anche se le disposizioni furono valide per tutti i settori del diritto, dove la parte più ampi era dedicata al diritto privato e alla procedura civile.
In seguito le leggi delle dodici tavole vennero integrate da tutta una serie di nuove leggi come:
la Lex Canuleia (del 445 a.C.), che ammetteva il matrimonio (ius connubii) tra patrizi e plebei;
le Leges Licinae Sextiae (del 367 a.C.) che prevedevano restrizioni sui terreni pubblici (ager publicus), come pure che almeno uno dei due consoli fosse plebeo;
la Lex Ogulnia (del 300 a.C.) dove i plebei ottennero l'accesso alle cariche sacerdotali;
la Lex Hortensia (del 287 a.C.) dove i verdetti delle assemblee plebee (plebiscita) ora riguardavano tutte le persone;
la Lex Aquilia (del 286 a.C.), che può essere considerata come la fonte del moderno diritto civile.
Tuttavia, il contributo più importante di Roma alla cultura giuridica europea non fu la promulgazione di leggi ben elaborate, ma l'emergere di una classe di professionisti giuristi (prudentes, sing. prudens, o jurisprudentes) e della giurisprudenza. Questo venne realizzato applicando in modo graduale e con metodo scientifico la filosofia greca al soggetto del diritto, tema che i greci stessi mai trattarono come una scienza.
Tradizionalmente, le origini della giurisprudenza romana sono collegate a Gneo Flavio, il quale sembra abbia pubblicato intorno all'anno 300 a.C., una serie di "modi di dire" contenenti il linguaggio giuridico da utilizzare in tribunale per iniziare un'azione legale. Prima di Flavio, queste formule sembra fossero segrete e note solo ai sacerdoti. La loro pubblicazione rese così possibile, anche per chi non ricopriva cariche sacerdotali, di esplorare il significato di questi testi di legge.
Diritto pre-classico (201-27 a.C.)
Il periodo che successe dopo la fine della seconda guerra punica fino all'avvento del principato (27 a.C.), corrisponde storicamente al periodo del diritto chiamato pre-classico (che invece Biondo Biondi accorpa in un unico periodo con i precedente e chiama "repubblicano"). Questo periodo coincise con una grossa produzione da parte dei giuristi, ed una grande numero di trattati soprattutto a partire dal II secolo a.C. Tra i più famosi giuristi del periodo repubblicano si ricordano Quinto Mucio Scevola che scrisse un trattato voluminoso su tutti gli aspetti del diritto romano, che ebbe grande influenza nelle epoche successive, e Servio Sulpicio Rufo, un amico di Marco Tullio Cicerone. E benché Roma avesse sviluppato un sistema del diritto molto sofisticato, oltre ad una raffinata cultura legale, la Repubblica romana venne rimpiazzata dal principato nel 27 a.C.
In questo periodo possiamo notare lo sviluppo di leggi più flessibili per soddisfare le esigenze del momento. In aggiunta al vecchio e formale ius civile venne creata una nuova classe giuridica: lo ius honorarium, che può essere definita come "la legge introdotta dai magistrati che avevano il diritto di promulgare editti al fine di sostenere, integrare o correggere la giurisprudenza esistente". Con questa nuova legge il vecchio formalismo venne abbandonato e più flessibili principi dello ius gentium vennero adottati.
L'adattamento del diritto alle nuove esigenze fu dedicata alla pratica giuridica dei magistrati, e soprattutto riguardante i pretori. Un pretore non era un legislatore e non poteva tecnicamente creare una nuova legge quando emetteva i suoi editti (magistratuum edicta). I risultati delle sue sentenze godevano di tutela giuridica (actionem dare) ed erano in effetti spesso fonte di nuove norme giuridiche. Il successore del precedente pretore non era vincolato dalle disposizioni del suo predecessore; comunque doveva rifarsi alle norme contenute negli editti del suo predecessore che si dimostrassero utili. In questo modo si generò un modo costante di operare da un punto di vista giuridico, editto per editto (edictum traslatitium).
Così, nel corso del tempo, parallelamente al diritto civile, che andava integrandosi e correggendosi, emerse un nuovo corpo di leggi pretorie. In realtà, la legge pretoria venne così definita dal celebre giurista romano Papiniano:
(LA)
« Il diritto pretorio è una legge introdotta da pretori per integrare o correggere il diritto civile per il bene pubblico. »
(IT)
« Ius praetorium est quod praetores introduxerunt adiuvandi vel supplendi vel corrigendi iuris civilis gratia propter utilitatem publicam »
Alla fine, il diritto civile e il diritto pretoro si fusero nel Corpus Iuris Civilis.
Diritto classico (27 a.C. - 235 d.C.)
I primi duecentocinquant'anni da Augusto (27 a.C.) fino alla morte dell'imperatore Alessandro Severo (235) o comunque attorno alla metà della crisi del III secolo, corrispondono al cosiddetto "periodo classico". Questo momento storico rappresentò per il diritto e la giurisprudenza romana, il momento più alto elevato dell'intera storia romana. I successi letterari e le pratiche dei giuristi di questo periodo hanno dato una forma unica al diritto romano.
I giuristi lavorarono in diverse direzioni, dando pareri legali: su richiesta delle parti private; ai magistrati a cui era affidata l'amministrazione della giustizia, soprattutto, i pretori; nella redazione degli editti dei pretori, quando veniva annunciato pubblicamente l'inizio del loro mandato, su come avrebbero gestito le loro funzioni, oltre alle formule, in base alle quali vennero condotti procedimenti specifici. Alcuni giuristi vennero incaricati di occuparsi di prestigiosi uffici giudiziari e amministrativi.
I giuristi produssero, inoltre, tutta una serie di commentari legali e trattati. Attorno al 130 il giurista Salvio Giuliano redasse un modello standard di come doveva essere redatto un editto di un pretore, che poi venne utilizzato da tutti i pretori da quel momento in poi. Questo editto conteneva dettagliate descrizioni di tutti i casi, nei quali il pretore avrebbe potuto compiere un'azione legale e una difesa. L'editto standard funzionava come un codice di legge completa, anche se formalmente non aveva forza di legge. Esso indicava i requisiti giuridici per un'azione legale di successo. L'editto divenne, pertanto, la base per numerosi commentari giuridici da parte dei giuristi classici di epoca tarda come Giulio Paolo e Eneo Domizio Ulpiano. I nuovi concetti ed istituti giuridici elaborati dai giuristi di epoca pre-classica e classica sono troppo numerosi da menzionare qui. Seguono quindi alcuni esempi:
i giuristi romani separarono chiaramente l'utilizzo di una cosa (proprietà) nel diritto legale, dalla possibilità di utilizzare e manipolare la cosa (possesso). Elaborarono anche la distinzione tra contratto e colpa come fonti delle obbligazioni legali.
I contratti standard (di vendita, di lavoro, locazione, appalto di servizi) furono regolati nei più importanti codici continentali e le caratteristiche di ciascuno di questi contratti furono sviluppati nella giurisprudenza romana.
Il giurista classioco, Gaio (attorno al 160) creò un sistema di diritto privato basato sulla divisione materiale di personae (persone), res (cose) e actiones (azioni legali). Questo sistema fu usato per molti secoli successivi: basterebbe ricordare i Commentaries on the Laws of England di William Blackstone, gli atti francesi del Codice Napoleonico oppure il codice della Germania (Bürgerliches Gesetzbuch).
Diritto post classico (235-565 d.C.)
L'ultimo periodo è quello denominato post-classico che iniziò con la morte di Alessandro Severo (235) e segnò la fine del principato, dilaniato dalle guerre civili per la porpora imperiale e dalle continue invasioni dei barbari del nord e delle armate persiane. Terminò, quindi, con il regno di Giustiniano (565).
In questo periodo le condizioni per il fiorire di una cultura giuridica raffinata, divennero meno favorevoli. La situazione politica ed economica generale si era andata deteriorando, da quando gli imperatori romani avevano assunto un controllo più diretto di tutti gli aspetti della vita politica. Il sistema politico della principato, che aveva mantenuto alcune caratteristiche della costituzione repubblicana, cominciarono a trasformarsi nella monarchia assoluta del dominato. L'esistenza di una giurisprudenza e di giuristi che considerassero il diritto come una scienza, non come mero strumento per raggiungere gli obiettivi politici stabiliti dal monarca assoluto, non si adattarono al nuovo ordine di cose. La produzione letteraria cessò quasi di esistere. Pochi furono i giuristi conosciuti dopo la metà del III secolo. Contemporaneamente la giurisprudenza e la formazione giuridica continuavano ad esistere in una certa misura, nella parte orientale dell'Impero, la maggior parte della giurisprudenza del diritto classico venne ad essere ignorato e, infine, dimenticato in Occidente. Legge classica venne infine sostituita dal cosiddetto diritto volgare.
Eredità del diritto romano
In Oriente
Quando la centralità dell'Impero romano venne spostata ad est della Grecia nel IV secolo, molti concetti legali di origine greca apparvero nelle legislazione ufficiale romana. Questa influenza risulta visibile perfino nel diritto privato inerente ai rapporti tra persone e alla famiglia, che tradizionalmente faceva parte del diritto che cambia di meno. Per esempio Costantino I cominciò a porre delle restrizioni all'antico concetto romano di patria potestas, il potere detenuto dal padre nei confronti della famiglia e dei suoi discendenti, riconoscendo che le persone in potestate, i discendenti, potevano avere diritti di proprietà. Egli apparentemente fece delle concessioni al concetto molto più severo di autorità paterna del diritto greco-ellenistico. Il Codex Theodosianus (del 438) era una codificazione delle leggi di Costantino. Gli imperatori successivi andarono perfino oltre, fino a quando Giustiniano I decretò che un fanciullo in potestate potesse diventare proprietario di tutto ciò che avesse acquistato, ad esclusione di quanto veniva acquistato da suo padre.
Il codice di Giustiniano, particolarmente il Corpus Iuris Civilis (529-534) continuò a costituire la base della pratica legale dell'Impero Bizantino. Leone III Isaurico emise un nuovo codice, denominato Ecloga, nel primo VIII secolo. Nel IX secolo, l'imperatore Basilio I il Macedone e Leone VI il Saggio commissionarono la traduzione del Codice e del Digesto, parti del codice di Giustiniano, in greco, che venne conosciuto sotto il nome di Basilica. Il diritto romano preservato nel codice di Giustiniano e nella Basilica rimasero la base della giurisprudenza in Grecia e nelle corti della Chiesa ortodossa perfino dopo la fine dell'Impero bizantino e la conquista dei Turchi, formando così la base per gran parte del Fetha Negest, che rimase in essere in Etiopia fino al 1931.
Reintroduzione in Occidente
In seguito alle invasioni barbariche il diritto romano scomparve, come principale fonte del diritto in gran parte dell'Europa occidentale. Nel 533, l'imperatore d'Oriente Giustiniano I promulgò il Corpus iuris civilis che nel futuro sarebbe diventato la base per la reintroduzione del Diritto romano nell'Occidente. Nel Corpus, Giustiniano fece confluire tutte le antiche leggi di Roma cercando di armonizzarle con le nuove che nel frattempo erano state promulgate. Il Codice di Giustiniano fu applicato nei territori italiani sottoposti all'autorità di Bisanzio, ma le seguenti invasioni barbariche le cancellarono dall'Occidente, riducendo il diritto romano a mero diritto comune.
In seguito l'insistenza degli imperatori romano-germanici di proclamarsi diretti successori dell'Impero romano, in particolare della Dinastia ottoniana di Sassonia favorì, in seguito anche grazie alle università, la reintroduzione del Diritto romano in Occidente, andando a rimpiazzare le tradizioni giuridiche degli invasori germanici.
Nel Regno di Sicilia il diritto romano fu reintrodotto per volontà dell'imperatore Federico II con le due assise di Capua e Messina (1220-1221).
A partire dalla metà del XVI secolo, il diritto romano venne riscoperto e dominò la pratica legale di molti paesi europei. Un sistema giuridico, in cui il diritto romano venne mescolato con elementi di Diritto canonico e di costume germanico, soprattutto con il diritto feudale. Questo sistema giuridico, che divenne comune in tutta l'Europa continentale venne conosciuto come lo ius commune, termine che viene indicato nei sistemi giuridici anglosassoni come civil law.
Diritto Romano e tutela dei monumenti
La protezione delle opere pubbliche e delle principali opere d’arte com’anche, più in generale, dell’intera consistenza cittadina (incluse tutte le proprietà private) era disciplinata da un insieme organico di statuti, leggi, costituzioni e provvedimenti risalenti già alla prima età repubblicana. Nell'epoca classica si creò una nuova serie di cariche pubbliche che sovrintesero alla tutela di settori sempre più specifici (i curatores viarum, operum publicorum, rei publicae, statuarum ecc.), regolando e inserendo in un sistema altamente efficiente una realtà in precedenza già presente, seppur in forma embrionale, anche nel mondo greco.
Le tracce di come un tanto imponente sistema si sia trasmesso sino ai giorni nostri, influenzando la nascita delle prime moderne forme di protezione dei monumenti pubblici, sono fin troppo evidenti. Si pensi, per esempio, all’istituzione dei magistri aedificiorum et stratarum voluti, nella Roma del Quattrocento, da papa Martino.
Diritto romano oggi
Oggi, il diritto romano non è più applicato nella giurisprudenza moderna, anche se negli ordinamenti giuridici di alcuni Stati come il Sud Africa e San Marino alcune sue parti si basano ancora sullo ius commune. Tuttavia, anche se la giurisprudenza si basa su di un codice, si applicano molte regole derivanti dal diritto romano: nessun codice ha completamente rotto i collegamenti con la tradizione romana. Piuttosto, le disposizioni del diritto romano sono state create su misura in un sistema più coerente, espresso nella lingua nazionale di molti Stati. Per questa ragione, la conoscenza del diritto romano è indispensabile per capire i sistemi giuridici contemporanei. Il diritto romani risulta spesso un argomento obbligatorio per gli studenti di legge nelle varie giurisdizioni di diritto civile.
Come passo fondamentale verso l'unificazione del diritto privato negli Stati membri dell'Unione Europea, viene così adottato il vecchio Ius Comune, che era la base comune della pratica legale in tutto il mondo, permettendo poi molte varianti locali, ed è sentito da molti come un modello basilare.
Divisioni interne al diritto romano
Il diritto romano si suddivide in:
ius Quiritium (deriva da "Quirites", sinonimo di "Romani"), era costituito da un insieme di consuetudini ancestrali, non scritte, talmente remote che i Romani stessi non ne conoscevano l'origine. Riguardava gli ambiti di diritto di famiglia, matrimonio, patria potestas e proprietà privata, e non comprendeva le obbligazioni, che in età arcaica non esistevano. Costituisce il nucleo più arcaico del ius civile.
ius civile, era l'insieme delle norme che regolano i rapporti tra i cives romani, considerato nell'ottica romana come orgogliosa prerogativa dei cittadini di Roma. Di esso il giurista romano Papiniano dà la seguente definizione tramandataci dal Digesto giustinianeo:
(LA)
« Il ius civile è il diritto che promana dalle leggi, dai plebisciti, dai senatoconsulti, dai decreti degli imperatori e dai responsi dei giurisperiti. »
(IT)
« Ius autem civile est quod ex legibus, plebis scitis, senatus consultis, decretis principum, auctoritate prudentium venit »
(Digesto, 1.1.7)
ius gentium, era l'insieme di tutti gli istituti che trovano tutela, oltre che nell'ordinamento statuale romano, anche presso altri popoli.
ius naturale, la lezione stoica proficuamente accolta da Cicerone, si trasfuse nella coscienza giuridica romana. I giureconsulti, però, non essendo filosofi, ne trassero scarsi e rozzi ammaestramenti, interpretando la natura (che per gli Stoici era permeata dalla ragione divina) come atavico istinto comune anche agli esseri irrazionali. Ciò accadde specificamente nella definizione che ne diede Ulpiano, allorché stabilisce che «il diritto naturale è quello che la natura ha insegnato a tutti gli esseri animati. [Da esso] derivano l'unione del maschio e della femmina, che noi chiamiamo matrimonio, la procreazione e l'allevamento dei figli. [...] Vediamo infatti che anche gli altri animali, perfino quelli selvaggi, conoscono e praticano questo diritto». Questo passo di Ulpiano sarà inserito nel Digesto giustinianeo (D. 1, 1, 1, 3) e insieme all'intero Corpus iuris civilis costituirà oggetto di studio per le scuole giuridiche medievali.[20][22]
Gaio propende per una bipartizione del diritto, cioè che il diritto si divida in ius civile, creazione artificiale della civitas, e in ius gentium o ius naturale, diritto comune ai popoli e che trova la sua ragion d'essere nella naturalis ratio, cioè in una ragione naturale, dunque ritenuto anche eticamente migliore poiché ispirato dalla natura: in questa visione la schiavitù è considerata come una situazione naturale già predisposta dalla stessa natura;
Ulpiano propende per una tripartizione del diritto; come Gaio, pensa che il ius civile sia creazione artificiale, ma va oltre affermando che il ius gentium riguarda un regolamento per i soli uomini, mentre il ius naturale sarebbe quello di tutte le creature viventi: in questo caso la condizione di schiavo viene vista come una condizione predisposta dal diritto e non riconducibile alla condizione naturale dell'uomo.
ius honorarium (o ius praetorium), che riguarda le situazioni di diritto o di fatto che, pur non trovando tutela nelle norme dello ius civile, sono state regolamentate dall'attività giurisdizionale dei magistrati dotati di iurisdictio. Lo stesso Papiniano, nel medesimo brano in cui definisce il ius civile, racchiude il concetto di ius honorarium, che egli chiama ius praetorium, nelle seguenti parole:
(LA)
« Il ius pretorium è il diritto introdotto dai praetores al fine di aiutare, aggiungere, emendare lo ius civile per la pubblica utilità; ciò che viene anche chiamato honorarium dall'onore dei pretori. » (IT)
« Ius praetorium est quod praetores introduxerunt adiuvandi vel supplendi vel corrigendi gratia propter utilitatem publicam; quod et honorarium dicitur ab honore praetorum »
Ius legitimum, il cui nome deriva da lex è il diritto prodotto in sede assembleare attraverso la votazione e approvazione di una legge comiziale; lo ius legitimum ha particolare vita in età repubblicana e fiorisce particolarmente con Augusto per poi scomparire dopo la sua morte e la trasformazione dello stato in impero; con il venir meno delle assemblee a favore del duopolio Senato-imperatore e del successivo monopolio imperiale del potere la lex perde il suo carattere di comizialità e viene ad identificarsi con la statuizione di norme da parte dell'imperatore stesso, nella forma della "costituzione imperiale". Da questo momento lo ius legitimum si estingue, confluendo nello ius civile. Durante la repubblica le principali assemblee produttrici di ius legitimum erano i comitia centuriata e i concilia plebis, in minore parte le altre assemblee.
giovedì 3 aprile 2014
tre amici, le mogli e (affettuosamente) le altre
è un film del 1974 diretto da Claude Sautet, tratto dal romanzo La Grande Marrade di Claude Néron. Il regista dirige magistralmente alcuni dei più grandi attori francesi del periodo in una amara commedia che ha per protagonisti tre maturi amici (ai quali si aggiunge il più giovane Jean) che hanno l'abitudine di trascorrere il weekend in compagnia nella casa di campagna di Paul. Ambizioni e frustrazioni, problemi lavorativi e crisi matrimoniali vengono come sempre descritti da Sautet con una maestria unica. Una leggera malinconia di fondo si avverte per tutto il film ma è fondamentale per la descrizione dei vari personaggi che si sono allontanati dalla giovinezza. Durante un colloquio Francois dice con fermezza a Vincent - "Non hai più vent'anni, non abbiamo più vent'anni..." - .
Trama
Vincent è un piccolo imprenditore, esuberante e separato dalla moglie Catherine: ha una storia con Marie, bruna venticinquenne introversa troppo giovane per lui. Francois invece è un medico affermato, è sposato con Lucie e hanno due bambini: lui però la trascura e lei si concede avventure con molti uomini e non ne fa alcun mistero. C'è poi Paul, giornalista-scrittore con un romanzo iniziato da tempo che non riesce a portare avanti: è sposato con Julia e vive in una casa di campagna. I tre amici sono sulla cinquantina e hanno l'abitudine di passare i weekend proprio da Paul, che a volte beve un bicchiere di troppo. Con loro c'è sempre Jean, più giovane, operaio da Vincent e pugile dilettante. Fanno parte della compagnia anche Clovis, proprietario di un ristorante e Jacques, un tecnico tornato a Parigi dopo due anni. Con loro le rispettive mogli e fidanzate. Durante i weekend c'è sempre una misurata allegria, non di rado capita che una discussione prenda toni un pò aspri, ma al termine si danno sempre appuntamento per la settimana dopo. La crisi di mezza età è il fulcro del film e nessuno ne è immune. Vincent deve chiudere la fabbrica per motivi economici ed in più Marie lo lascia. Avrà problemi di salute e andrà in clinica da Francois che gli dirà con risolutezza - "Non hai più vent'anni... Non abbiamo più vent'anni" - Anche per lui un duro momento: Lucie lo lascia per andare a vivere con il più giovane e allegro Jacques. Il più fortunato è il tranquillo Paul: il suo unico cruccio è non riuscire a finire il libro e sua moglie è innamorata di lui come il primo giorno. Risolti in parte i problemi i tre amici si trovano a pranzare da Clovis con Jean, che ha vinto l'ultimo incontro ma chiude con la boxe per diventare operaio specializzato. L'ultima sequenza vede Vincent, Francois, Paul e Jean, amici più di prima, passeggiare per Parigi chiaccherando con aria serena e rassegnata.
Critica
Il Dizionario Mereghetti giudica il film un'«opera corale e delicata» e definisce «straordinaria la direzione e l'interpretazione degli attori». Per il Dizionario Morandini è «un quadro tenero e intimista della Nouvelle Vague giscardiana degli anni '70» e «gli interpreti sono straordinariamente efficaci e credibili»
spesa militare sì, spesa sociale no
Sempre più tagli per le spesa sociale , ma per quella militare i soldi ci sono sempre
Di Salvatore Santoru
Il presidente statunitense Barack Hussein Obama , in questi giorni in visita in Italia , ha detto :
" Sono preoccupato dalla riduzione delle spese militare di alcuni nostri partners della NATO . A medio e a lungo termine, dovremmo esaminare se tutto il mondo contribuisce "
Quindi per l'ex premio Nobel per la " pace " 2009 , i paesi alleati della NATO , in particolare l'Italia , starebbero spendendo troppo poco per sostenere le guerre " umanitarie " degli States .
Ma come ricorda Manlio Dinucci sul quotidiano " il Manifesto " , citando i dati dell'autorevole istituto di ricerca internazionale con sede a Stoccolma Sipri , l'Italia dal 2012 si trova al decimo posto tra i paesi con più alta spesa militare nel mondo , con circa 26 miliardi di euro l'anno , ovvero 70 milioni di euro al giorno , che comprendono le spese per forze armate , armi e missioni militari all'estero .
Eh intanto i tagli alla spesa sociale aumentano , mentre le spese militari non vengono toccate , ed anzi le si vorrebbe pure aumentare per volere dei padroni d'oltreoceano .
Per giustificare gli enormi tagli alla spesa sociale , molti politici affermano che non ci sono più soldi , ma stranamente per le guerre " umanitarie " e la NATO o , per le banche , ci sono sempre .
fonte: terrarealtime.blogspot.it
Maurizio Blondet sostiene
«Italiani, siete seriamente candidati al premio Darwin. Quando una intera nazione è nel vostro stato, si piega a simili governanti, accetta l’euro (lo accettate ancora in maggioranza), stima Draghi il Rettiliano, considera Napolitano un buon vecchio nonno e si aspetta protezione da Washington e aiuti da Berlino, non appende in piazza Loreto i suoi padroni folli, è logico che finisca come i dinosauri». E’ l’invettiva con cui Maurizio Blondet, su “Effedieffe”, conclude il suo grido di allarme sui drammatici sviluppi della crisi con Mosca: Obama ci sta letterarmente trascinando verso una possibile Terza Guerra Mondiale. Lo dimostra la preoccupante escalation politico-diplomatica contro Mosca, con risvolti militari su cui il mainstream tace: con l’Ue, «nuova prigione dei popoli», l’Ucraina ha appena firmato un dossier di assistenza militare in caso di guerra, mentre ci sono anche militari italiani nel team americano che sta sorvolando, ogni settimana, lo spazio aereo russo. E tutti – tranne Berlusconi – applaudono Obama.
«Quelli che decidono a vostro nome sia da Roma, sia soprattutto da Bruxelles, hanno scelto per voi», scrive Blondet, in un post ripreso da “Megachip”.
Escludere Mosca dal G8 e accodarsi a Obama, che si permette di minacciare la Russia «in difesa del governicchio ucraino, frutto delle eversioni americane, ovviamente anch’esso non eletto dagli ucraini». Esplicito, l’inquilino della Casa Bianca: «Agiremo in loro difesa qualunque cosa accada: questa è la Nato». Secondo Obama, «ci sono momenti in cui l’azione militare può essere giustificata». Possibile casus belli, dopo l’Ucraina, la “difesa” dei paesi baltici: Lituania, Estonia e Lettonia hanno una popolazione paragonabile a quella di una media provincia italiana, eppure «a Bruxelles contano più di Italia e Spagna», inoltre «fanno i galletti e sfidano Mosca, si armano spendendo il 4% del loro ridicolo bilancio per gli armamenti, perché si sanno coperti dall’America». E Washington, dice Blondet, li addita ad esempio: «Voi europei grossi e molli spendete troppo poco in armi, l’1, il 2% del Pil, scrive il “Wall Street Journal”, dovete armarvi di più, spendere più dalla Lockheed».
Accusa Blondet: «Ebbene: i vostri politici vi hanno impegnato a difendere i baltici. Hanno detto sì ad Obama, senza nemmeno rimproverargli le manovre eversive americane a Kiev, ampiamente provate». In pratica, i nostri politici hanno «firmato di nuovo il patto di difesa reciproca della Nato», struttura «che avremmo dovuto sciogliere già dal ‘90, quando si sciolse il Patto di Varsavia». Sicché ora, «se uno dei galletti baltici fa qualche provocazione, noi dovremo partecipare alla guerra contro la Russia, e intanto subire le conseguenze economiche dell’embargo decretato anche da noi, per ordine di Washington». Pericolosa, aggiunge Blondet, la pratica dei sorvoli dello spazio aereo russo, avviati dopo la conquista di Kiev da parte delle milizie di piazza Maidan. Gli Usa «hanno cominciato a sorvolare coi loro aerei lo spazio russo, obbligando anche noi a fare altrettanto». Lo fanno «in base al trattato
internazionale Cieli Aperti, “Open Skies”, firmato a Vienna per aumentare la fiducia reciproca nel campo della minaccia nucleare».
Il trattato obbliga i paesi firmatari ad aprire il loro spazio aereo a regolari ispezioni. «In buona fede, Putin ha firmato questo trattato nel 2001. La Cina invece no, e guarda caso nessuno la minaccia». Da giorni, «il sorvolo è diventato una vera passione per Washington». Blondet riferisce che il 3 marzo il sorvolo ha visto ispettori francesi a fianco degli americani, mentre l’11 marzo con gli statunitensi «si sono levati ispettori italiani», imitati il 17 marzo da “ispettori” ucraini («non si sa a che titolo») e il 24 marzo di nuovo da ispettori francesi. Un sorvolo a settimana: «Immaginate solo se Putin pretendesse di fare altrettanto nello spazio aereo americano, in questo momento di estrema tensione: tutti i nostri media, all’unisono con i loro padroni americani, strillerebbero: “Provocazione! Aggressione! Espansionismo paleo-sovietico!”». La cosa preoccupante? «E’ quel che ha detto Obama, piombato in Europa a darci ordini. Ha detto di non essere preoccupato dall’aggressione Russa come minaccia per gli Stati Uniti; ha aggiunto però che quello che lo preoccupa è “un fungo atomico sopra Manhattan”. Sapendo che a Manhattan hanno avuto lo stomaco di far saltare quei due grattacieli (l’11 Settembre, e vi siete bevuti la storia ufficiale) per giustificare l’invasione di Afghanistan ed Iraq nonché l’introduzione della
tortura nel diritto di guerra statunitense e il non-riconoscimento dei nemici come combattenti legittimi».
Blondet riferisce che, nel frattempo, all’Aia si è svolto uno strano vertice sulla sicurezza nucleare. Secondo il ministro degli esteri canadese, John Baird, «al momento attuale la minaccia di terrorismo nucleare resta una delle più gravi per la sicurezza mondiale». Da qui il rafforzamento del partenariato con Israele – presente Yuval Steinitz, ministro dell’intelligence di Tel Aviv – per aiutare «gli Stati del Medio Oriente e altrove a perseguire i pericolosi criminali che conducono attività nucleari illecite». Chi pensava alla solita trama paranoide sionista contro l’Iran, dice Blondet, ora dovrà ricredersi, di fronte alla sconcertante uscita di Obama, che dice di temere «un fungo atomico sopra Manhattan». Siamo sicuri che l’Ucraina abbia consegnato, a suo tempo, tutte le testate che aveva in custodia dall’Armata Rossa? La stessa Yulia Tymoshenko ha appena dichiarato di voler sterminare, con l’atomica, gli 8-10 milioni di russi che vivono nell’Est dell’Ucraina.
Escalation nucleare? «Se accade, italioti, ci siete in mezzo», scrive Blondet. «Vi hanno messo in mezzo i mascalzoni di Bruxelles, vi ci ha messo quel tizio danese che si chiama Anders Fogh Rasmussen, vi ha messo in mezzo il governo Napolitano – pardon, volevo dire il governo Renzi». E per cosa? «Per salvare “la democrazia” in Ucraina», un paese che vuole “venire in Europa” e intanto – a parte le atomiche della Tymoshenko – ha già proibito la lingua russa e spento le televisioni che trasmettevano in russo. E sui nostri media mainstream, naturalmente, notte fonda: si evita di dire che l’Ucraina ha firmato solo il 2% del trattato di pre-adesione all’Ue, cioè la parte che riguarda «un piano per una politica estera e di sicurezza congiunta», e che dopo le elezioni del 25 maggio si trasformerà in «un insieme di condizioni di riforma
militare che equivalgono “ad un accordo con la Nato preliminare all’integrazione”».
Regista dell’operazione, Herman Van Rompuy. «E i nostri politici non hanno eccepito. Anzi, hanno detto: “Sì, escludiamo la Russia dal G8”». Tutti, tranne uno:Berlusconi. «Credo sia avventato e controproducente aver escluso la Russia dal vertice di ieri all’Aia», ha detto il Cavaliere. «Questo contrasta con il lungo lavoro fatto da noi, dal governo italiano: siamo stati noi a trasformare il G7 in G8 a Genova con Putin». Peccato però che Berlusconi non sia più in Parlamento e sia prossimo agli arresti domiciliari, conclude Blondet. Il leader di Forza Italia – l’unico fuori dal coro anti-russo – non ha più alcuna prospettiva di governare in futuro, e dopo tutti i disastri del passato recente – ora appare troppo indebolito per impostare una politica anti-Ue e contraria alle pericolose forzature di Obama. «L’elettorato di centrodestra è nella mani dell’harem, della mignottocrazia, delle concubine». In altre parole, siamo rovinati: se Berlusconi sembra «un decrepito imperatore cinese», tutti gli altri applaudono entusiasti alla guerra che verrà.
fonte: www.libreidee.org
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