giovedì 11 giugno 2015

elezioni 2015, siamo al day-after di un sistema che muore

Il mio motto “Chi va a votare avvelena anche te, digli di smettere” ha trovato un altro 10% di cittadini stanchi di sedersi al tavolo assieme ai bari. Questa inesorabile costante avanzata verso la contestazione globale del sistema di rappresentanza fasulla che ci opprime da quaranta anni (iniziò nel ’76 col 14% di astenuti dal voto) questa volta ha fatto presa in particolare nelle cosiddette Regioni rosse dopo aver trionfato nelle scorse elezioni nelle zone in cui l’elettorato è stato tradizionalmente ostile al centro-sinistra. Anche il cemento armato della gestione clientelare dei governi a guida Pci-Pds-Ds-Pd ha mostrato di non reggere alla infiltrazione dell’acqua cheta dei cittadini che, sempre più numerosi, ripudiano i vecchi idoli e fanno crollare gli altari. Il paese sente di non essere governato e si ribella astenendosi dal partecipare ai ludi elettorali in maniera sempre più massiccia e sprezzante. La disaffezione porta l’anarchia in ogni aspetto della vita associata. La mini-astuzia ministeriale di far votare i cittadini a cavallo della festa della Repubblica e i soldi spesi per la campagna pubblicitaria di partecipazione non hanno funzionato.
È un dialogo tra sordi. Il sistema sanitario veneto era già in pareggio prima della elezione dell’enologo Zaia (è l’eredità  amministrativa austroungarica) e nessuno crede veramente che l’ennesimo cappone del pollaio di Berlusconi farà miracoli in AstensionismoLiguria. I successi dei provocatori Salvini e Grillo sono il sintomo di una malattia, non la cura. Gli italiani aspettano una nuova Repubblica che stronchi la selezione a rovescio della classe dirigente che viene attuata a partire dal 1958 con la riforma Fanfani che aprì la porta delle candidature agli impiegati di partito. La disaffezione verso il sistema ha investito anche l’Europa che era la sola idea nuova scaturita dalle rovine della guerra mondiale. Ora è rappresentata da un vecchietto di modesta statura fisica e intellettuale, incapace di assorbire la crisi greca (tutta la Grecia rappresenta meno del 2% del prodotto lordo europeo: chi non può assorbire una perdita del 2%?).
L’Europa non fa più figli e non vuole adottare quelli provenienti da altri continenti vicini. Li lasciamo annegare mentre noi anneghiamo in solitudine nei nostri eccessi di liquidità che non sappiamo più impiegare che per comprare obbligazioni di banche sclerotizzate. Le Regioni italiane non servono ad altro che ad arricchire alcune centinaia di impiegati delle segreterie di finti partiti che cercheranno di riempirsi le tasche prima del naufragio che sanno inevitabile. Saranno anche più avidi dei predecessori. Giolitti rimproverò Mussolini alla Camera, dicendo «questo governo mangia troppo», e Mussolini di rimando: «Anche ai suoi tempi si mangiava». Risposta di Giolitti: «Sì, ma si sapeva stare a tavola». Bei tempi.
(Antonio De Martini, “Il day after di un sistema che muore”, dal “Corriere della Collera” del 1° giugno 2015).

fonte: www.libreidee.org

incondizionati prioritari amori





martedì 9 giugno 2015

nel cinema, oltre il cinema, la vita


“Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre.”
Novalis. (in Youth, di Paolo Sorrentino)
io anche, nonostante tutto.

giovedì sera sono andata a vedere un simpatico film brasiliano: E' arrivata mia figlia!
un titolo pessimo, da azzeramento delle idee, pericolosamente banale,  ma il film è godibile, eseguito con appropriatezza, dice bene e non si perde in spiegazioni: quel che c'è da capire sui ruoli sociali e la tirannia che si nasconde sotto mentite spoglie di democratica accoglienza, si capisce perfettamente, amabilmente.
la regista, Anna Muylaert, è presente in sala, sta facendo un tour promozionale e l'Anteo non se l'è lasciata sfuggire. l'accompagna qualcuno, un uomo, giovane, non so chi sia, e nemmeno voglio saperlo. lo cito, il meschino, solo perché ha fatto un'affermazione, al contrario, del tutto impropria, se non imbecille. nel presentarsi la gentil regista afferma di aver fatto un film all'italiana e riferisce che a Roma, il giorno prima, le hanno proprio detto che il suo sembra un film italiano. cosa voglia dire non lo so, ma la regista pare lusingata del complimento, invece l'accompagnatore esordisce con un: speriamo però che non sia come i film italiani, che sia meglio dei film italiani!
ora.
o è stato ibernato fino a ieri ed è rimasto ai film dei Vanzina.
o, purtroppo, presenta la regista brasiliana ma non è al corrente dell'attuale andamento della filmografia italiana, per gravi motivi personali e una crudele dissociazione temporo-spaziale è lì a presentare un film ma cosa sia un film non lo sa.
oppure, semplicemente, è un inetto. 
che fastidio.
potrei dire, al contrario, e senza fare un'affermazione azzardata, senza espormi a giudizi di un entusiasmo senza senso, senza sembrare una fanatica, che il cinema italiano gode di ottima salute. veramente un gran figo in splendida forma. complimenti.
"ma chi è?" chiede Michael Caine? "e' dio" risponde Harvey Keitel.
parlano della bellezza, della giovinezza, del corpo divino di chi le abita.
senza spingermi troppo in là citando film poco conosciuti e, purtroppo, scarsamente distribuiti (ma ne ho visti parecchi...), soffermandomi anche solo sulla trade di Cannes, già ampiamente citata da qualsiasi giornale italiano (ma li leggerà il meschino?), posso dire senza tema che ho visto tre bei film.
Mia madre è un bel film di Nanni Moretti, è un film che lascia il segno in chiunque abbia vissuto la perdita della madre. ma soprattutto in chi abbia avuto modo di ripensare alla propria posizione nel momento della perdita della madre, a quel momento, quello in cui sta o starà per perderla. con un colpo di genio non interpreta se stesso ma delega la sua incapacità di accettazione della morte alla Buy, sottraendosi a quegli stereotipi che vogliono, di fronte al dolore, il maschio in un modo, la donna in un altro. chissenefrega dice Moretti, la sorella regista non sa stare nella perdita, si ribella, ne fa una questione di principio, dunque, perdente. il fratello si mostra umile di fronte alla morte, a capo chino, inerme, quindi dentro, quindi prossemico, quindi senza rabbia né rancore, quindi lì, dove deve essere, disarmato e paziente. una in lotta e l'altro arreso, una lontana, presa da sè, l'altro vicino, disposto a perdersi. una lezione esemplare, con una grande Lazzarini, una commozione inesauribile, senza lacrime, per quel distacco non demandabile, inevitabile, necessario. il distacco della vita, il distacco che ci rende, per sempre, soli.
Il racconto dei racconti di Matteo Garrone è un film inaspettato, una grande narrazione fiabesca, un bello spazio per vedere e sognare, il luogo di racconti carichi di significanti e legami. bellissimo il racconto dei fratelli albini, ecco eternamente presente una madre coccodrillo che tutto vuole per se, che divora ogni cosa, anche chi crede di amare ma, invece, solamente deglutisce nelle fauci, vorace di un'approvazione della propria potenza femminea: creo e distruggo. ecco ancora una volta il mito della bellezza, che è nella nostra mente non nell'obiettività della carne, letteralmente nella scorticazione, non della pelle ma dei pregiudizi, sempre mai troppo tardi per capirlo. ma il bello del film sono la fiaba, i luoghi incantati, i palazzi stupefacenti, le stanze, le gole nei boschi magici, gli animali sottomarini, gli scafandri, i draghi e gli indovini. ho immagini nella mente, ho una storia fatata dell'uomo e della donna, negli occhi.
Youth è un film meraviglioso, un capolavoro, più un omaggio all'estetica che alla giovinezza, un film perfetto e ineguagliabile, un racconto del corpo, della sua regalità e decadenza, del suo assoluto dominio e della nostra sottomissione.
"son vecchio e non si sa perché lo sono". Sorrentino ama pontificare - a volte ci riesce benissimo-, mettere frasi e farne dei monumenti, ma la sua forza sta nella musica, nell'immagine, nella costruzione delle sequenze, nella magia del racconto cinematografico. la paura della morte, della vecchiaia sorregge tutto il film e produce la bellezza, la paura fa da guida nell'incanto del corpo, del suo movimento, della musica che lo orienta. il film si compone, improvvisamente e potentemente, in una delle scene finali, quella in cui dopo la costruzione visionaria più estetizzante possibile l'inquadratura si fissa sull'immagine crudele, inaspettata, terrificante, orribile, della morte, di una donna, moglie, fissa e immobile, pietrificata su una finestra, ormai scheletro, ormai putrefatta. è lì che si fa il film, è lì che diventa verità, che ci inchioda sulla croce, è lì che rivela tutta la sua fragilità: un vaso di vetro che va in mille pezzi, si scompone nel peggiore dei modi. eppure abbiamo passato una vita a venerarlo, quel pezzo di vetro. un concerto finale da capogiro, un'orchestra che fluttua su uno sfondo bianco che potrebbe essere l'aldilà, ci consola della nostra miseria, del destino scomposto che ci attende...ma quanta vita prima!!

viva il cinema italiano, viva la nostra vita fragile e mortale.

fonte: nuovateoria.blogspot.it

Ivan Illich: a che servono le crisi?

Paolo Cacciari

Propongo una rilettura di Ivan Illich del lontano 1978 (Disoccupazione creativa, riedito da Boroli, 2005): “Il vocabolo crisi – scriveva – indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i Paesi diventano casi critici. Crisi, parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire ‘scelta’ o ‘punto di svolta’, ora sta a significare: ‘Guidatore dacci dentro!’ Evoca cioè una minaccia sinistra, ma contenibile mediante un sovrappiù di denaro, di manodopera e di tecnica gestionale”.

Come non vedere che è proprio così? Creare una emergenza , provocare un pericolo catastrofico (il default, la disoccupazione, la Grecia) per annullare i diritti, ribadire il dominio della ragione economica dell’impresa e intensificare le forme di sfruttamento, concentrare il potere economico-finanziario. Del resto sono le stesse persone che prima hanno creato la crisi dai loro posti di comando nelle istituzioni bancarie private che ora sono chiamate a “mettere in ordine” nei conti pubblici. Il loro vero obiettivo: impadronirsi anche delle casse degli stati, dei flussi fiscali, dei beni demaniali.

Quando il mondo è sovrastato da una montagna di debiti pericolanti, coloro che manovrano il denaro diventano sempre più potenti e temuti. I tecnocrati alla guida del sistema finanziario possono giocare a piacimento, con qualche telefonata tra amici, sugli spread, sui tassi di interesse, sulle valute… mettendo con le spalle al muro prima l’uno, poi l’altro governo. L’obiettivo è garantire comunque che i rendimenti dei capitali siano pagati a sufficienza. Tutto il resto – i livelli di occupazione e dei salari, il funzionamento dei servizi pubblici e alle persone, l’istruzione e la sanità - non interessa nulla. I possessori dei titoli del debito sono la nuova classe padrona...

Ancora Illich: “La crisi come necessità di accelerare non solo mette più potenza a disposizione del conducente, e fa stringere ancora di più la cintura di sicurezza dei passeggeri; ma giustifica anche la rapina dello spazio, del tempo e delle risorse”.

La “crescita” è il nuovo falso mito. Tutti sanno in cuor loro che non ci potrà più essere (almeno in questa parte del mondo e nelle misure promesse) ma funziona come fattore sociale disciplinante: se non lavori di più a più buon mercato e con meno tutele sei nemico dell’“interesse generale”. La “crescita” è il nuovo patriottismo che dovrebbe mobilitare le masse nella guerra competitiva tra le diverse aree economiche del pianeta globalizzato dal capitale finanziario. Loro (gli “investitori”, i possessori dei titoli di credito) possono muoversi e fare business dove meglio credono, mentre i lavoratori territorializzati sono messi in competizione tra loro. Lo chiamano “multipolarismo”, si legge “aree speciali di sviluppo”, accordi di libero scambio, patti interbancari, ecc.

La “crescita” è la nuova falsa religione. Il nuovo nome della vecchia ideologia egemone del produttivismo e dello sviluppiamo. Non importa sapere cosa dovrebbe crescere, quali produzioni per rispondere a quali bisogni umani. L’importante è costringere, attraverso il ricatto del licenziamento selvaggio, la gente a lavorare a qualsiasi condizione.

“Così intesa la crisi torna sempre a vantaggio degli amministratori e dei commissari (…) una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo”, ma Illich scriveva anche: “’Crisi’ può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa”.

fonte:crepanelmuro.blogspot.it

Ottavio Bottecchia



è stato un ciclista su strada italiano, il primo italiano a vincere il Tour de France.

A lui è intitolato lo Stadio Ottavio Bottecchia di Pordenone, velodromo e teatro delle partite casalinghe del Pordenone Calcio. Nel film Totò e Peppino divisi a Berlino, inoltre, Totò cita Bottecchia quando elenca quelli che, a suo dire, sono i grandi d'Italia.

Detiene il primato assoluto di aver portato la maglia gialla del Tour dal primo all'ultimo giorno, impresa realizzata nel 1924.

Carriera

Soprannominato il Muratore del Friuli, divenne ciclista professionista soltanto a 27 anni; in precedenza aveva lavorato come muratore e carrettiere. Aveva partecipato alla prima guerra mondiale come Bersagliere ciclista ed era stato insignito di Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

Finita la guerra, vincendo alcune corse dilettantistiche si fece notare da Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d'Italia, che lo ingaggiò. Nel 1923 partecipò alla Milano-Sanremo giungendo ottavo e al Giro d'Italia giungendo quinto, ma correndo senza squadra. Venne notato da un italiano incaricato di scoprire ciclisti italiani da invitare al Tour e partecipò all'edizione del 1923, nella quale indossò la maglia gialla e terminò secondo.

Fu la svolta: Botescià, come lo chiamano i francesi, vincerà da dominatore sia l'edizione del 1924 sia quella del 1925, divenendo un eroe in Francia. Con la fama arrivarono anche i soldi e Bottecchia riuscì anche a fondare una ditta per la costruzione di biciclette. Nell'edizione del 1926 del Tour de France fu costretto al ritiro al termine della decima tappa.

La morte

Il 3 giugno 1927 Bottecchia fu trovato agonizzante lungo una strada di Peonis, frazione di Trasaghis. Ricoverato all'ospedale di Gemona del Friuli, morì dopo 12 giorni. Le indagini ufficiali conclusero per la morte accidentale, ma intorno ai fatti vennero formulate varie ipotesi, dall'omicidio per motivi politici (tra l'altro, Bottecchia aveva aderito ai Fasci italiani di combattimento), al racket delle scommesse, sino al movente sentimentale. L'ipotesi del delitto per motivi politici è avvalorata dalla rivelazione fatta in punto di morte dal parroco di Peonis, don Dante Nigris, secondo la quale il campione rimase vittima di un agguato politico.

Inoltre, due persone si auto-accusarono, in seguito, dell'omicidio: un contadino del posto, che sostenne di aver picchiato Bottecchia perché gli stava rubando dell'uva, e un emigrante italiano negli Stati Uniti, che in punto di morte raccontò di aver ucciso su commissione sia Bottecchia, sia il fratello Giovanni poco tempo prima, per motivi legati al racket delle scommesse. Alla storia di Ottavio Bottecchia è stata dedicata una puntata di La storia in Giallo, programma radiofonico ideato e condotto da Antonella Ferrera e trasmesso il 10 dicembre 2005 da Radio3.

Bottecchia oggi riposa nel piccolo Cimitero di Colle Umberto.

Biciclette Bottecchia

Nel 1926, in collaborazione con Teodoro Carnielli, Bottecchia iniziò l'attività di fabbricante di biciclette, utilizzando il proprio cognome come marchio. Dopo la sua morte, l'attività continuò ad espandersi grazie alla famiglia Carnielli, e il marchio Bottecchia divenne con gli anni uno dei più importanti nel settore delle bici da passeggio, mountain bike e da corsa.

Palmarès

1920 (Internazionale Pordenone, dilettanti)

Giro del Piave
Coppa della Vittoria

1921 (Unione Sportiva Pordenonese, dilettanti)

Coppa Gallo - Osimo
Circuito del Piave
Giro del Veneto
Giro del Friuli
Giro del Grappa - Montebelluna
Circuito di Vazzola
Circuito di Cordignano

1923 (Automoto, una vittoria)

2ª tappa Tour de France (Le Havre > Cherbourg)

1924 (Automoto, cinque vittorie)

1ª tappa Tour de France (Paris > Le Havre)
6ª tappa Tour de France (Bayonne > Luchon)
7ª tappa Tour de France (Luchon > Perpignan)
15ª tappa Tour de France (Dunkerque > Paris)
Classifica generale Tour de France

1925 (Automoto, nove vittorie)

Criterium Campano
1ª tappa Tour de France (Paris > Le Havre)
6ª tappa Tour de France (Les Sables-d'Olonne > Bordeaux)
7ª tappa Tour de France (Bordeaux > Bayonne)
18ª tappa Tour de France (Dunkerque > Paris)
Classifica generale Tour de France
Gran Premio di San Giovanni a Teduccio
Cento Giri di Milano
Sei Ore de Buenos-Aires

1926 (Automoto, una vittoria)

2ª tappa Vuelta al País Vasco (Vitoria > Pamplona)

Altri successi

1922 (Ganna)

Classifica juniores Giro del Sannio e dell'Irpinia

1923 (Automoto)

Classifica isolati Giro d'Italia
Classifica juniores Giro d'Italia

1924 (Automoto)

Prova dell'australiana al Giro della Provincia di Milano (con Costante Girardengo)
Classifica finale del Giro della Provincia di Milano (con Costante Girardengo)

1925 (Automoto)

Prova a cronometro su pista Giro della Provincia di Milano (con Costante Girardengo)
Classifica finale Giro della Provincia di Milano (con Costante Girardengo)

Piazzamenti

Grandi Giri

Tour de France

1923: 2º
1924: vincitore
1925: vincitore
1926: ritirato (10ª tappa)

Giro d'Italia

1923: 5º

Classiche monumento

Milano-Sanremo

1923: 9º
1924: 5º

Giro di Lombardia

1922: 8º
1923: 4º
1926: 4º

fonte: Wikipedia

FILMATO

giovedì 4 giugno 2015

Django



è un film del 1966 diretto da Sergio Corbucci.

All'uscita nelle sale fu visto come uno dei film più violenti mai prodotti fino ad allora. Proprio la violenza, la crudeltà e il cinismo messi in mostra contribuirono al suo grande successo e a renderlo una pietra miliare del western all'italiana.
Django fu l'affermazione di Sergio Corbucci come regista di successo e rese Franco Nero uno degli interpreti più noti a livello internazionale del genere spaghetti western. La scena iniziale, in cui Django cammina trascinandosi dietro una cassa da morto, è diventata l'etichetta del film e del personaggio.

Trama

Sud degli Stati Uniti, al confine col Messico, finita la guerra di secessione: Django è un reduce nordista che cammina con una sella in spalla e trascinando una cassa da morto.

Arrivato nei pressi di un ponte che permette di superare le sabbie mobili, da lontano osserva quattro messicani che frustano una donna, Maria, incolpandola di aver cercato di fuggire. Altri cinque uomini, con dei fazzoletti rossi al collo, intervengono uccidendo i messicani. Ma anche loro sono intenzionati a uccidere la donna, che odiano in quanto messicano-statunitense. Sul punto di essere bruciata viva, Maria viene salvata da Django che elimina i cinque, dimostrando grande rapidità e precisione nell'uso della pistola.

Django e Maria raggiungono il saloon del paese più vicino, una città quasi fantasma le cui strade sono ricoperte di fango. Nel locale uniche ospiti sono un gruppo di prostitute, di cui anche Maria tempo addietro faceva parte. L'albergatore, di nome Nataniele, accoglie i due controvoglia; ha paura che la loro presenza venga presto scoperta dal maggiore Jackson, il capo di una setta razzista, i cui membri indossano fazzoletti o cappucci rossi, che è solito sfogare il suo sadismo sparando a messicani inermi dopo averli spinti a scappare.

Infatti al saloon si presentano prima fratello Jonathan, un predicatore razzista venuto a estorcere denaro per conto di Jackson, poi lo stesso maggiore con quattro pistoleri, fra cui il temuto e sfregiato Ringo. Django uccide i quattro e risparmia Jackson. Django è tornato in questa città per vendicarsi della morte della moglie, assassinata in sua assenza dagli uomini di Jackson, ma lo lascia andare perché vuole ucciderlo solo dopo aver sterminato tutti i suoi seguaci.

Dopo aver passato la notte con Maria, grata di avere qualcuno che finalmente la protegga, Django attende in strada, solo con la cassa da morto accanto, il ritorno di Jackson e dei suoi quaranta banditi. Al loro arrivo li sorprende tirando fuori dalla bara una mitragliatrice, sotto i cui colpi cadono quasi tutti i nemici, tranne Jackson e pochi altri che riescono a fuggire.

Mentre Nataniele e Django sono al cimitero di Tombstone, il primo a seppellire i cadaveri, il secondo a visitare la tomba della moglie, in città Jonathan, anch'egli sopravvissuto, dà la colpa di quanto accaduto a Maria e sobilla alcune delle prostitute. Viene interrotto dall'arrivo dei rivoluzionari comandati dal generale Hugo Rodríguez, gli unici messicani che si opponevano agli uomini di Jackson. Il generale, incolpato Jonathan di essere una spia, gli taglia l'orecchio destro e glielo mette in bocca, per poi ucciderlo sparandogli due volte alla schiena.

Rodríguez accoglie entusiasta Django, che in passato gli aveva già salvato la vita, ringraziandolo per aver falcidiato il gruppo avverso. Django gli restituisce Maria, che dice di aver salvato per lui, e poi, grazie alla fiducia guadagnata, convince i rivoluzionari a organizzare un attacco al forte dove Jackson deposita le sue ricchezze. Con l'oro del maggiore i messicani potrebbero comprare altre mitragliatrici con cui poter vincere la rivoluzione.

L'assalto al forte riesce, ma al momento della spartizione del bottino il generale si rifiuta di consegnare subito a Django quanto pattuito. La sera, durante i festeggiamenti al saloon, il messicano Ricardo mette le mani su Maria e, scatenata l'ira del generale, tenta di uccidere quest'ultimo. Django gli salva nuovamente la vita e inizia una dura rissa con Ricardo, che rimane ucciso. Rodríguez come ringraziamento gli offre Maria, ma Django rifiuta, scegliendo un'altra prostituta.
Django non ha intenzione di passare la notte con lei, ma le ordina di spogliarsi in modo da distrarre le sentinelle che la scorgono dalla strada attraverso la finestra. Coperto dal frastuono dei festeggiamenti, Django riesce a raggiungere il capanno dove è custodito il bottino. Riempita con l'oro la bara che si è portato dietro, lascia la mitragliatrice a fare automaticamente fuoco sui messicani che accorrono e fugge su un carro con Maria.

Arrivato al ponte, la donna gli confessa il suo amore, ma Django è intenzionato comunque a separarsi da lei. Caduta la bara accidentalmente nelle sabbie mobili, Django tenta di recuperarla e finisce anche lui nel fango. Maria cerca di salvarlo ma viene colpita apparentemente a morte dai messicani, che tirano poi fuori Django dalle sabbie mobili. Rodríguez gli risparmia la vita, memore di essere in debito con lui, ma non la consueta punizione per i ladri, la menomazione delle mani: gli vengono prima fracassate dal messicano Miguel col calcio del fucile, poi calpestate dagli zoccoli dei cavalli.

Pur se gravemente menomato, Django è ancora intenzionato a vendicarsi di Jackson, che nel frattempo, con l'aiuto dell'esercito governativo, ha sterminato Rodríguez e i rivoluzionari in un'imboscata. Il maggiore uccide poi Nataniele, che dimostra per la prima volta il suo coraggio nascondendo Maria, affidata alle sue cure da Django.

La resa dei conti avviene al cimitero di Tombstone: Django uccide Jackson e i suoi ultimi uomini rimasti e se ne va, lasciando la pistola presso la tomba di una donna, Mercedes Zaro.

Colonna sonora

La colonna sonora del film fu scritta da Luis Enríquez Bacalov, che aveva cominciato l'attività di compositore per il cinema alcuni anni prima, nel 1960. Django fu il suo primo western, seguito già pochi mesi dopo da Quién sabe?.
Sempre composto da Bacalov, ma con la collaborazione di Franco Migliacci, è il tema dei titoli di testa, ripreso anche in quelli di coda. Nel film si può sentire il brano cantato da Rocky Roberts in lingua inglese, ma la RCA Italiana pubblicò nell'album della colonna sonora la versione incisa in italiano da Roberto Fia.

Tracce

La corsa - 1:36
Fango giallo - 2:34
Town of Silence - 1:28
Blue Dark Waltz - 1:04
La corsa (seconda versione) - 2:18
Fruscii notturni - 3:15
El Pajarito - 2:47
Espera Y Ataque - 2:43
Django (strumentale) - 2:52
Django - 2:52
Vàmonos Muchachos! - 1:03
Vàmonos Muchachos! (seconda versione) - 3:02
Vals De Juana Yimena - 1:02
Vàmonos Muchachos! - 2:41
Town of Silence (seconda versione) - 1:18
Corrido - 4:26
Preludio - 1:57
Duello nel fango - 1:18

Gli "altri" Django e il vero seguito

Il successo internazionale di questo film è stato sfruttato da diverse altre produzioni che ne hanno utilizzato il nome del protagonista pur non avendo nulla a che fare con l'originale.

Fra i vari, Django spara per primo (1967) di Alberto De Martino, Pochi dollari per Django (1967) di León Klimovsky, Django il bastardo (1969) di Sergio Garrone, Django sfida Sartana (1970) di William Redford (Pasquale Squitieri), Arrivano Django e Sartana... è la fine (1971) di Dick Spitfire (Demofilo Fidani), Preparati la bara! (1968) di Ferdinando Baldi con Terence Hill nel ruolo di Django.

In Germania diverse decine di spaghetti western vennero distribuiti adattando la traduzione dei titoli affinché contenesse il nome Django.

L'unico vero seguito è Django 2 - Il grande ritorno (1987) di Ted Archer (Nello Rossati), dall'insolita ambientazione colombiana.

Nel 2007, il regista Takashi Miike - con la partecipazione di Quentin Tarantino - ha presentato alla Mostra del cinema di Venezia il film Sukiyaki Western Django. È un tributo al Django originale e una rivisitazione del genere spaghetti western, collocato in uno scenario giapponese.

Inoltre, proprio Tarantino ha girato nel 2012 un suo spaghetti western, ambientato nel Profondo Sud ai tempi della schiavitù, intitolandolo Django Unchained come omaggio a questo film. Il protagonista, interpretato da Jamie Foxx, si chiama anch'egli Django, e Franco Nero compare in un cameo; i titoli di testa sono accompagnati dalla canzone Django di Bacalov e Migliacci (anche se viene attribuita solo a Bacalov).

Citazioni e riferimenti

Nella parodia I due figli di Ringo (1966) con Franco e Ciccio, i due protagonisti, spacciandosi per i figli di Ringo, dichiarano di chiamarsi Django e Gringo.

In una scena dello spaghetti western Indio Black, sai che ti dico: Sei un gran figlio di... (1970), il colonnello Skimmel obbliga i prigionieri a correre per poi sparargli alla schiena, proprio come Jackson in Django faceva coi messicani.

In una scena di Mio caro assassino (1972) di Tonino Valerii una donna guarda la televisione dove vengono trasmesse le prime scene di Django.

Nel film Più duro è, più forte cade (The Harder They Come) (1972), il protagonista Ivan va al cinema per vedere Django, del quale viene mostrata una scena.

In Keoma (1976) Franco Nero, che interpreta il protagonista, si appropria della camera di una prostituta, prendendogli la chiave, come aveva già fatto in Django.

Nell'episodio 139 dell'anime di Ken il guerriero (realizzato nel 1987 e intitolato Prova di amicizia) Orca trascina una bara come Django nel lungometraggio, chiara citazione della pellicola western di Corbucci. Differentemente dal film del regista italiano però, in questo caso nella bara non si cela una mitragliatrice bensì lo stesso Kenshiro in stato di morte apparente.

La scena del taglio dell'orecchio è ripresa nel film Le iene (1992) di Quentin Tarantino.

La pistolera Djustine, protagonista dell'omonimo fumetto horror-western creato da Enrico Teodorani alla fine degli anni novanta, è una fusione tra Django e la Justine del Marchese de Sade.

Nell'episodio Mushroom Samba dell'anime Cowboy Bebop (1999) di Shinichirō Watanabe, la bara trascinata da uno dei personaggi è ritenuta essere un omaggio a Django.

Nella serie di videogiochi Boktai, prodotti dalla Konami e da Hideo Kojima a partire dal 2003, diversi personaggi hanno nomi presi dagli spaghetti western, come Ringo e Sabata, e il protagonista, un giovane cacciatore di vampiri, si chiama proprio Django. Un omaggio al film di Corbucci è inoltre il fatto che, per uccidere i vampiri più potenti, Django deve trascinarli con una catena all'aperto mentre questi stanno dormendo nella loro cassa da morto.

È citato nella canzone Vampiri di Emis Killa (2013), selvaggio come Django.

Oltre al titolo, molti sono i riferimenti presenti in Sukiyaki Western Django:

due clan, che si fanno guerra fra loro, hanno adottato entrambi per simbolo un colore, così come in Django i seguaci del maggiore Jackson avevano per simbolo il rosso;

una bara, copia di quella usata in Django, viene trascinata nel fango e al suo interno è custodita una mitragliatrice, come nel film di Corbucci;

il personaggio dello sceriffo viene ucciso con una croce uguale a quella sulla tomba di Mercedes Zaro in Django;

nella didascalia finale viene rivelato che Heiachi adotterà il nome di Django;

il tema finale è una versione riarrangiata e con un testo in giapponese di quello di Django.

In Django Unchained, oltre al riferimento nel titolo e all'omonimia del protagonista, il film di Corbucci viene omaggiato più volte:

lo stesso Franco Nero ha un breve cameo nel film, nella parte di Amerigo Vassepi.
nei titoli di testa viene ripreso lo stesso tema musicale di Django, scritto da Bacalov e Migliacci e cantato da Rocky Roberts;

in un flashback Broomhilda viene legata e frustata nella stessa maniera in cui, all'inizio di Django, quattro messicani frustano Maria.

Curiosità

L'aiuto regista del film è Ruggero Deodato, in seguito famoso per i suoi crudi cannibal movie.
Il titolo del film deriva dal nome del chitarrista jazz Django Reinhardt.
L'idea della soggettiva nella scazzottata al saloon si deve al maestro d'armi Gilimberto Galimberti.

fonte: Wikipedia

SPEZZONI

grazie Nathalie Lengrand



FREE SPEECH - BBC THREE