lunedì 12 novembre 2018

Dux

io non so dire, di Margherita Sarfatti.


certo era colta, era ricca, molto ricca, anche di famiglia ebrea, era influente, almeno fino alla fine degli anni 20 e poco più, era una curatrice di mostre, prima vicina e poi molto lontana da Anna Kuliscioff, era amante di arte e di molta mondanità, il mercoledì, a Milano, a casa sua si trovava tutta la cultura italiana di quegli anni, era prima socialista, poi fascista, amante del "Dux" (titolo della biografia che gli dedicò) poi, con le leggi razziali del 38, esiliata e poi pentita: "my fault". certo, rientrata dal sud america, era isolata, dimenticata, sgradita, chissà, magari incredula, e scrisse "Acqua passata". non un bel titolo, data l'acqua di cui si è abbeverata.


io non so dire bene e non so in generale, e nemmeno la mostra al Museo del '900 dice troppo bene. cioè si guarda bene dal dire qualcosa in proposito della donna, oltre della curatrice d'arte.
certo, aveva fiuto artistico, sapeva tenere relazioni sociali, sapeva bene dove il flusso era più forte.
lo sapeva così bene che si è spostata da una sponda all'altra senza troppi problemi, anzi, direi con inedito entusiasmo. possiamo dire con passione amorosa, e neppure il delitto Matteotti del '24 sembra averle instillato qualche dubbio.
delle donne di cui era paladina ai tempi della frequentazione di Turati e del circolo socialista si è ben presto dimenticata, forse l'opportunismo è stato più forte di qualsiasi credo.
faccio molta fatica ad apprezzare il lavoro, seppure encomiabile, se il privato è discutibile.



nella sua casa di corso Venezia erano in molti a ritrovarsi, le sue mostre degli anni 20 sono passate alla storia, qualcuno la definisce originale e coraggiosa, certamente imprenditrice accorta, critica attenta, pare piuttosto autoritaria, ma i suoi scritti adottano la retorica del tempo: "La rappresentazione immediata degli eventi del nostro tempo - scrive - non si confà alle tradizioni della grande arte nostra. Si potrebbe forse sostenere che è contraria all'essenza stessa della vera grande arte, di sua natura mistica e leggendaria. Certo è contraria alle mediterranee tradizioni dell'arte italica, la quale, come l'egizia e l'ellenica, è insieme astratta e umanissima. Essa, cioè, traspone i fatti materiali e passeggeri nel campo delle immagini durature e spirituali". certamente pensava in grande, sognava un rilancio internazionale della cultura italiana del novecento, l'avrebbe voluta grande come nel '500 e nel '600, quel pensare enfatico le fa instillare in Benito Mussolini l’idea della romanità e in Dux lo descrive come un condottiero romano.


quando, ai primi del 900, esplode il Futurismo, il salotto di casa Sarfatti diventa il centro dell'avanguardia artistica: Marinetti, Carrà, Boccioni e Russolo alternano le loro riunioni tra casa Sarfatti e casa Marinetti, anch'essa in Corso Venezia. dai Sarfatti, però, in quegli anni si possono trovare anche altri personaggi, giovani per lo più, interessati a tutto il nuovo che la Milano di inizio secolo sembra proporre: Adolfo Wildt e Arturo Martini, i pittori Tallone, Sironi, Funi, Tosi, il giovane architetto Sant'Elia; Palazzeschi, Panzini, Sem Benelli, Mario Missiroli e Ada Negri. quando, più avanti negli anni, nel 1922, nasce  il gruppo “Novecento” sarà  composto inizialmente dai pittori Leonardo Dudreville, Achille Funi, Gianluigi Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci e Mario Sironi. è chiaro che l'arte era sempre stata di casa ma, mi sembra di capire, La Sarfatti amava il potere e  il progetto di agganciare il suo gruppo di artisti al carrozzone le si è sgretolato tra le mani quando ha forzato la mano a un fascismo che non intendeva appoggiarla, Mussolini se ne è liberato infastidito come di una zavorra inservibile, e molti altri come lui. quando si è servita dei «giovani artisti e fascisti, cioè rivoluzionari della moderna restaurazione nell'arte come nella vita sociale e politica», fautori di un «ritorno all'ordine» per sostenere la sua causa, Mussolini non ha gradito e ha rifiutato ogni forma di interferenza nella sua politica, e anche molti degli artisti in causa.
l'arte non vuole ideologia, se se ne serve, si disgrega con essa. e le sue curatrici, anche.

fonte: https://nuovateoria.blogspot.com/

giovedì 8 novembre 2018

la Torah e la vita extraterrestre

Uno degli aspetti unici del Giudaismo è la sua universalità di vasta portata. Non solo il Giudaismo fornisce una lezione per ogni essere umano, ma i suoi insegnamenti si estendono ai confini stessi dell’Universo.

Si tratta di un assioma del Giudaismo il quale afferma che l’intero Universo è stato creato per il bene dell’uomo. In un punto, il Talmud calcola che ci sono alcune (dieci elevato alla diciottesima potenza) stelle dell’Universo osservabile, e afferma esplicitamente che sono state tutte create per il bene dell’uomo. Inoltre va ad affermare che tutti gli angeli e mondi spirituali esistono anche solo per questo scopo.

Naturalmente, questo pone immediatamente una domanda che molti trovano molto difficile. Come è possibile che l’uomo, che vive su un granello di polvere chiamato pianeta Terra, potesse essere il centro dell’Universo? I nostri Saggi hanno realizzato il vasto numero di stelle nell’Universo, e anche reso conto che molte di esse erano di ordine di grandezza maggiori della Terra (Maimonide – Fondamenti della Torah 3:8).

… Dovrebbe essere abbastanza semplice capire che la dimensione e la quantità da sole sono prive di significato a un Dio infinito. Non c’è assolutamente alcun dubbio che il cervello umano sia di gran lunga più complesso di quanto lo sia la più grande galassia, e che contiene inoltre più informazioni di tutto l’Universo osservabile inanimato. Oltre a ciò, l’uomo è dotato di un’anima divina che sovrasta persino le più alte gerarchie di angeli ...


Anche se la creazione di un tale vasto Universo per il bene dell’uomo non sfida la logica, abbiamo ancora bisogno di cercare una ragione per la sua necessità. Alcune fonti affermano che contemplando la grandezza dell’Universo, si può cominciare a capire di Dio, e in tal modo temerlo tanto di più (Maimonide – Fondazioni della Torah 2:2).

Tuttavia, se si parla della possibilità di vita extraterrestre, dobbiamo approfondire la questione un pò di più.

LA QUESTIONE DEL LIBERO ARBITRIO

Uno dei primi a discutere la questione della vita extraterrestre in generale fu il Rabbino Chasdai Crescas (Or Hashem 4:2). Dopo una lunga discussione, giunse alla conclusione che non c’è nulla nella teologia ebraica che precluda all’esistenza di vita su altri mondi. Come possibile evidenza per la vita extraterrestre, cita l’insegnamento Talmudico (Avoda Zara 3b) che “Dio vola attraverso 18.000 mondi “.

Dal momento che si richiede la sua Provvidenza, si può supporre che essi siano abitati.

Naturalmente, questa citazione Talmudica non è un mezzo assoluto di prova, perché può riferirsi a mondi spirituali, di cui un numero infinito è stato creato.
Si potrebbe anche tentare di sostenere questa opinione dal versetto (Salmi 145:13), “Il tuo regno è un regno di tutti i mondi“. Tuttavia, anche qui, può anche essere che si stia parlando di universi spirituali.

Di parere esattamente opposto è quello del Rabbino Yosef Albo, autore dello “Ikkarim“. Egli afferma che, poiché l’Universo è stato creato per il bene dell’uomo, nessun altro può esistere in possesso di libero arbitrio. Dal momento che ogni vita extraterrestre sarebbe non in possesso del libero arbitrio, né in grado di servire una creatura con il libero arbitrio (come gli animali e le piante terrestri servono ad un uomo terrestre), non avrebbero ragione di esistere e quindi del tutto superflue.

Si potrebbe portare un po' di supporto al secondo parere proveniente dalla dottrina Talmudica che ogni terra in cui non è stata decretata per l’uomo di viverci, non è mai stata in seguito abitata. Tuttavia, in questo caso, non è la prova assoluta, dal momento che questo può solo fare riferimento al nostro pianeta.

LA STELLA DI MEROZ

Tra questi due estremi, troviamo il parere del Sefer Habris che afferma che la vita extraterrestre esiste, ma che non possiede il libero arbitrio. Quest’ultimo è di possesso esclusivo dell’uomo, per il quale l’Universo è stato creato. I 18.000 mondi accennati in precedenza, a suo parere, sono mondi fisici abitati. La prova che egli porta per la sua tesi è più geniale. Nella canzone di Deborah, troviamo il versetto, “Maledetto è Meroz … maledetti sono i suoi abitanti” (Giudici 5:23).

Nel Talmud, troviamo l’opinione che Meroz è il nome di una stella. In base a tale parere, il fatto che la Scrittura affermi, “Maledetto è Meroz … maledetti sono i suoi abitanti” è la prova evidente di vita extraterrestre, direttamente dalle parole provenienti dei nostri Saggi.

Naturalmente, anche questa prova è soggetta a confutazione, per lo Zohar segue anche l’opinione che Meroz sia una stella, ma si afferma che la frase “i suoi abitanti” si riferisca al suo “campo“, cioè, molto probabilmente, per i pianeti che la circondano.

Tuttavia, il semplice significato del versetto sembra supportare il parere del Sefer Habris.

Il Sefer Habris continua a dire che non dovremmo aspettarci che le creature di un altro mondo assomiglino alla vita terrestre, non più di quanto le creature marine rassomiglino a quelle della terraferma.

Inoltre egli afferma che, anche se le forme di vita extraterrestri possono possedere l’intelligenza, di certo non possono avere la libertà della volontà. Il secondo elemento è un esclusivo attributo dell’uomo, a cui è stata data la Torah e i suoi comandamenti.

Egli dimostra la tesi sulle basi della sopra menzionata dottrina Talmudica, la quale afferma che tutte le stelle dell’Universo osservabile sono state create per il bene dell’uomo.

ALI PER FUGGIRE DALLA TERRA

… La premessa di base della esistenza di vita extraterrestre è fortemente sostenuta dallo Zohar. Il Midrash ci insegna che ci sono sette terre.

Anche se l’Ibn Ezra cerca di sostenere che queste si riferiscono ai sette continenti, lo Zohar afferma chiaramente che le sette terre sono separate da un firmamento e sono abitate. Anche se non sono abitate dall’uomo, sono il dominio di creature intelligenti. Troviamo pertanto la tesi di base del Sefer Habris, supportate da una serie di chiare dichiarazioni dei nostri Saggi.
Ci possono anche essere altre forme di vita intelligente nell’Universo, ma forme di vita del genere non hanno il libero arbitrio, e, pertanto, non hanno una responsabilità morale.

La libertà di volontà, tuttavia, non è affatto una quantità osservabile. Anche nell’uomo, la sua esistenza è stata oggetto di accesi dibattiti dei filosofi laici. Infatti, la prova principale che l’uomo ha davvero il libero arbitrio deriva dal fatto che Dio gli ha dato la responsabilità morale, vale a dire la Torah. E’ in questo sublimare, ancora di qualità non osservabile, che l’uomo è unico.

Tuttavia, se si assume che questo possa essere vero, ci sarebbe utile tornare alla questione fondamentale del Rabbino Yosef Albo, accennata in precedenza: se tali creature non hanno alcuna utilità per l’uomo, qual’è la loro ragione d’esistere?

Troviamo una risposta più affascinante a questa domanda nello Tikunei Zohar.

Parlando del versetto (Canto dei Canti 6:8), “Mondi senza numero“, nello Tikunei Zohar si afferma: “Le stelle sono certamente senza numero, ma ad ogni stella si richiama un mondo separato. Questi sono i mondi innumerevoli...”.

Inoltre nello Tikunei si afferma che ogni Tzaddik (persona onesta) regnerà su di una stella, e quindi in possesso di un mondo per se stesso. Il quesito dei 18.000 mondi menzionati sopra sarebbe pertanto risolto dichiarando che il numero di stelle, sopra presieduto dai 18.000 Tzaddikim, viene accennato nel versetto (Ezechiele 48:35), “Intorno a Lui sono 18.000.” Tuttavia, essi possono fare riferimento solo a questi mondi visitati quotidianamente dalla presenza divina, ma ci possono essere innumerevoli mondi per lo Tzaddikim minore.

Abbiamo dunque un motivo più affascinante per cui sono state create le stelle, e perché contengono forme di vita intelligente. Dal momento che una Terra sovrappopolata non darà l’ampiezza dello Tzaddikim di cui hanno bisogno, ad ognuna sarà dato il suo pianeta, con tutta la sua popolazione per migliorare la sua crescita spirituale.

Una volta che sappiamo che le stelle e i loro pianeti sono stati creati come una dimora per lo Tzaddikim, viene naturalmente spontaneo chiedersi come saranno trasportati ad essi. Tuttavia, il Talmud fornisce anche una risposta a questa domanda.
Discutendo il passaggio (Isaia 40:31), “Essi si alzano in volo come aquile”, il Talmud afferma che nel mondo futuro, Dio concederà le ali Tzaddikim per fuggire dalla Terra.

Lo Zohar fa un passo avanti e afferma che “Dio darà loro ali per volare attraverso l’intero Universo“.

In un certo senso, questo insegnamento prevede l’avvento dei viaggi nello spazio. Ma più di questo, ci fornisce almeno uno dei motivi per cui il volo spaziale sarebbe inevitabile come parte del preludio dell’era messianica.
Questo, naturalmente, potrebbe portarci ad una discussione generale del ruolo della tecnologia moderna nella prospettiva della Torah, un lungo argomento a sé stante.

Traduzione a cura di Antonio De Comite

Fonte: www.tanogabo.it

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.com/

venerdì 2 novembre 2018

l'indiziato dimenticato del delitto della Cattolica, Milano 1971








Lunedì 26 luglio 1971. Simonetta Ferrero era un'impiegata della Montedison di appena 26 anni. Fu trovata uccisa con 42 coltellate, inferte con inaudita violenza, in un bagno riservato alle donne dell'Università Cattolica di Milano. Colta di sorpresa dal suo assassino, aveva cercato disperatamente di fuggire ma era stata brutalmente trafitta in diversi punti vitali del corpo. Il suo omicidio avvenne di sabato, due giorni prima del ritrovamento all'interno del bagno femminile sulla Scala G, un luogo buio e angusto che evidentemente la ragazza conosceva bene avendo frequentato l'Università qualche anno prima. La mattina di sabato 24 luglio, in una Milano calda e semideserta, Simonetta era uscita per cambiare le lire in franchi prima della partenza per le vacanze in Corsica con la famiglia. Era passata in una tappezzeria, poi in un negozio di estetista in via Dante, per la depilazione prenotata. Dopo aver comprato un dizionario italiano-francese, si era diretta verso la Cattolica: secondo alcune ipotesi per ritirare delle dispense nella libreria interna dell’ateneo, che aveva trovato chiusa, secondo altre proprio per fermarsi ai bagni che ben conosceva nell’ateneo che aveva frequentato per quattro anni. La stampa parlò di uno schizofrenico o un maniaco sessuale che sapeva muoversi in quell'ambiente con disinvoltura, conoscendone bene i corridoi, gli androni, le scale interne. Girare per la Cattolica non era cosa facile per chi non avesse mai bazzicato l'ateneo. Lo scroscio d'acqua del rubinetto lasciato aperto, forse dall'assassino prima della fuga precipitosa, aveva attirato l'attenzione di un seminarista che casualmente quel lunedì passava da quelle parti: Mario Toso, di origini vicentine, all'epoca residente  in provincia di Alessandria,dal 19 gennaio 2015 è l'attuale Vescovo di Faenza e Modigliana. Il giovane si trovò di fronte ad una scena incredibile: il corpo di Simonetta, riverso sul pavimento intriso di sangue raggrumato, coperto da una serie impressionante di tagli. La Polizia Scientifica accertò 42 ferite (anche se in gran parte degli articoli dedicati al caso si parla sempre di 33), alcune delle quali alle mani, segno che la ragazza aveva tentato di difendersi prima di soccombere alla furia omicida. Una nota importante che vale la pena segnalare: in seguito all’esame autoptico, emerse che l’assassino aveva infierito con diverse pugnalate anche dopo la morte. L’arma del delitto non fu mai trovata. L'incarico di investigare fu affidato al maresciallo Nino Giannattasio della "Omicidi". Furono ascoltate più di trecento persone, ma non si raggiunsero risultati concreti. La stampa parlò di scarsa collaborazione da parte della direzione ecclesiastica della Cattolica, che evidentemente riteneva questo caso una pubblicità decisamente negativa per l'immagine dell’ateneo.
Gli inquirenti interrogarono a lungo il seminarista Mario Toso, che sostenne sempre la stessa versione: “Passavo da quelle parti e sono stato attratto dall'incessante scroscio d'acqua di un rubinetto del bagno femminile e sono immediatamente accorso per chiuderlo”. In seminario era addetto proprio a questi controlli, e perciò gli era venuto spontaneo entrare nel bagno per assicurarsi che non ci fosse un inutile spreco d’acqua. Poco d’aiuto fu indagare sulla vita privata della vittima, una ragazza che non nascondeva segreti. Simonetta Ferrero conduceva una vita regolare e tranquilla, fatta di lavoro, famiglia, studio e anche profonda spiritualità. Non aveva legami sentimentali, non frequentava persone sconosciute ed era molto riservata. Laureatasi brillantemente in Scienze Politiche, proprio alla Cattolica, lavorava come impiegata all'Ufficio Personale della Montedison da qualche mese, nella stessa azienda del padre, l’ingegnere Francesco Ferrero, dirigente da alcuni anni. La madre, anch’essa laureata, faceva la casalinga. Con i genitori e due sorelle, abitava in un palazzo d'epoca in via Osoppo, dalle parti di Piazzale Brescia, la strada milanese divenuta famosa nel febbraio del ‘58 perché teatro di una rapina ad un furgone portavalori della Banca Popolare di Milano che rimarrà nella storia della cronaca nera come la "rapina di via Osoppo". Simonetta era nipote del Monsignor Carlo Ferrero, e passava il suo tempo libero come volontaria nelle ‘Dame di san Vincenzo' e nella Croce Rossa. Gli investigatori interrogarono don Antonio Bassi, parroco della chiesa di San Protasio e Gervasio, anch'essa in via Osoppo. Il prete raccontò che tempo prima aveva ricevuto una confidenza da Simonetta: la ragazza stava segretamente maturando l’intenzione di farsi suora.
Fu accertato che il giorno dell’omicidio, alcuni operai stavano eseguendo dei lavori di ristrutturazione all’interno dell’università con l’utilizzo del martello pneumatico,per cui le invocazioni di aiuto della ragazza potevano essere state attutite dal rumore. Gli operai furono ascoltati dall’Autorità Giudiziaria ma furono scagionati. Anche i custodi dell'ateneo negarono di aver udito qualcosa.
In un omicidio così violento, nel quale l'assassino aveva vibrato un così elevato numero di fendenti, gli indumenti e anche le sue scarpe, dovevano essere sicuramente imbrattati di sangue. In quelle condizioni non avrebbe potuto uscire dall'Università e camminare tranquillamente sui marciapiedi senza lasciare tracce di sangue evidenti. Inoltre, cosa mai considerata, a pochi passi dalla Cattolica c’era l’imponente caserma di Polizia Garibaldi, denominata “Sant’Ambrogio”[1] che dava alloggio ad oltre mille agenti. La caserma era contraddistinta da un forte andirivieni di poliziotti e auto di servizio, a qualsiasi ora del giorno e della notte, in particolare delle “volanti” del 113. Da ciò si possono dedurre due fatti: l’assassino non era spaventato dalla vicinanza della caserma, e forse aveva un luogo all’interno della Cattolica,o nelle vicinanze, dove nascondersi, lavarsi e cambiarsi d'abito, nelle ore successive all’omicidio. All’interno dell'Università a parte i bagni e le zone circostanti la Scala G, non furono eseguite perquisizioni in altre stanze, uffici, armadietti del personale delle pulizie, nei ripostigli degli attrezzi, nelle soffitte. E, a quanto pare, non furono controllati nemmeno gli edifici vicini all’università.
L’attività investigativa fu coordinata dal Pubblico Ministero dott. Paolillo della Procura di Milano, il quale dopo qualche mese, su segnalazione del Nucleo Investigativo dei Carabinieri puntò la sua attenzione su un personaggio noto per i suoi precedenti, Manlio Irmici, fino ad oggi mai citato in nessun articolo recente o trasmissione che si sia occupato del caso di Simonetta Ferrero. Di origini pugliesi, Irmici all’epoca aveva quarantadue anni, era entrato nella cerchia dei sospettati a causa dei suoi precedenti penali ed era sospettato, tra l’altro, per l’uccisione avvenuta a Giussano nel milanese il 7 settembre di Danila Salvatore, una ragazza di sedici anni a che faceva la sarta e lavorava all'interno dell'oratorio dove era ospite e collaboratore anche Manlio Irmici. L’uomo aveva prima tentato di violentarla e, davanti alla sua resistenza, l'aveva poi colpita al capo più volte con un tubo di ferro, per infine soffocarla con un sacchetto di plastica in testa. Alcuni anni prima, aveva strangolato a mani nude un tredicenne di San Severo, in provincia di Foggia,sempre perché aveva rifiutato le sue avances. Anche questo delitto era avvenuto all’interno di una struttura ecclesiastica. Irmici aveva scontato otto anni di carcere per il primo omicidio, e poi era stato trasferito al Nord, come ospite ‘protetto’, in alcuni istituti religiosi. Tra questi il "Collegio Fanciulli Sinti", presso la Casa Divina Provvidenza di Badia Polesine in provincia di Rovigo, nel quale rimase circa due anni. Al termine del periodo di permanenza, gli fu addirittura rilasciato un attestato di benemerenza da parte della direzione. Nella lettera di raccomandazione, Manlio Irmici era descritto come persona di massima fiducia e di ineccepibile senso morale, con spiccate doti nell'organizzazione dei giochi e nell'occupazione del tempo libero dei ragazzi del Collegio di Badia Polesine[2]. Dal 1964 al 1971, Irmici era stato ospite del Convitto San Domenico di Fiesole,vicino Firenze. Qui aveva conosciuto un quindicenne che lavorava come cameriere, Ermenegildo Salvatore,  che, pare incredibile, era fratello di Danila, la ragazza che poi assassinò nel '71 a Giussano. Ermenegildo entrò in confidenza con Irmici e fu presto oggetto delle sue attenzioni morbose. L'uomo tentò di violentarlo, ma il ragazzo riuscì a sfuggire alle sue grinfie, nonostante fosse stato ferito al petto e ad un braccio con un colpo di forbici. Probabilmente protetto dalla Direzione del Convitto, Irmici era riuscito a sottrarsi alla giustizia, dopo che Ermenegildo, di ‘comune accordo’, dichiarò all'autorità di Pubblica Sicurezza presso l'Ospedale di Fiesole dove era stato ricoverato, di essersi ferito da solo mentre lavorava.
In seguito alle indagini svolte dalla Mobile milanese e dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di via Moscova, Manlio Irmici entrò dunque nel mirino degli inquirenti, visti i precedenti dei due omicidi di San Severo e Giussano ed il tentato omicidio di Fiesole. Divenne il sospettato principale del delitto della Cattolica. Si ipotizzò addirittura che potesse aver conosciuto, seppur casualmente, Simonetta Ferrero all'ateneo. L'uomo, infatti, vi si recava spesso per conto di alcuni istituti religiosi lombardi per i quali lavorava. Qualche testimone affermò di averlo più volte notato in diversi punti mentre si aggirava con una cartella verde e dei fogli di carta in mano. Manlio Irmici sapeva dunque muoversi disinvoltamente nella struttura universitaria. Qualche giornale cominciò a fare il suo nome e trapelarono le prime indiscrezioni sui suoi crimini violenti a sfondo sessuale avvenuti all'interno di ambienti religiosi. Ciononostante Manlio Irmici aveva insegnato, incredibilmente, in collegi religiosi e oratori di mezza Italia. Alcuni giornali dell'epoca lo apostrofarono come ‘Il professore’.
Gli inquirenti lo arrestarono a Trento, dove pare si fosse nascosto avendo capito di essere sospettato per il delitto di Giussano, e forse era stato pedinato. Il 12 settembre 1971 sul giornale L’Avanti uscì un articolo che recitava ‘Dopo essersi costituito alla Questura di Trento, ha confessato l’assassino della sartina di Giussano. Manlio Irmici sarebbe giunto al suo folle gesto perché assillato dalle continue richieste di denaro della sedicenne. Avanzata l’ipotesi di un collegamento con il delitto di Simonetta Ferrero avvenuto all’Università Cattolica di Milano’.
Le prove raccolte contro di lui dal Maggiore Rossi dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di via Moscova, coadiuvato dal maresciallo Giuffrida e dal brigadiere Fazzini, in collaborazione con un perito del Tribunale, sembrarono schiaccianti ed inequivocabili. A casa dell'Irmici furono rinvenuti dei pantaloni grigi di cotone e una camicia marrone macchiati di sangue, anche un paio di mocassini neri ed altri capi di vestiario presentavano tracce ematiche. Gli indumenti furono inviati ai vari laboratori per le analisi scientifiche, ma al tempo l’esame del Dna non era ancora possibile, e quindi si analizzavano solo i gruppi sanguigni. Sembrava dunque che si fosse a un passo dal mettere la parola fine anche alle indagini sul delitto della Cattolica. Nel frattempo Manlio Irmici fu rinchiuso per alcuni mesi in un noto manicomio giudiziario del Nord. Poi in sede processuale (il processo per l’omicidio di Giussano) gli fu riconosciuta l'infermità mentale, e non fu quindi possibile trasferirlo in un penitenziario per scontare la pena. Sulla stampa apparve la notizia, incredibile, che molti Istituti religiosi del settentrione si sarebbero offerti di accoglierlo nuovamente. Per l’omicidio di Simonetta Ferrero, seppur fortemente indiziato, Manlio Irmici alcuni anni dopo fu scagionato per mancanza di prove.
Da quel momento ogni notizia su Manlio Irmici sparì letteralmente. Di lui non fu più fatta alcuna menzione, in nessun articolo o trasmissione televisiva, nei quali invece si trovano abbondanti e particolareggiate informazioni su altri indiziati dello stesso caso. Il custode della Cattolica,ad esempio, raccontò di un uomo seduto su una panchina nel chiostro dell’Università il sabato dell’omicidio. Nonostante la diffusione di un identikit non sarà mai identificato, e ancora oggi se ne parla abbondantemente, come di altri sospetti, “tipi strani”che, interrogati, risultarono avere degli alibi e quindi prontamente scagionati. L'allora capo della Squadra Mobile milanese, Enzo Caracciolo, e il suo vice Antonino Orlando, della sezione "Omicidi", affermarono che ad un certo punto delle indagini non si poteva andare oltre i limiti consentiti dalle autorità ecclesiastiche per salvaguardare il buon nome dell’Università Cattolica.
Una nuova pista parve aprirsi molti anni dopo, quando il 23 ottobre 1993 al prefetto di Milano Achille Serra fu recapitata una lettera anonima, siglata T.B., contenente alcuni riferimenti all’omicidio della Cattolica e a quello di Lidia Macchi, la ragazza trovata morta nel gennaio del 1987 in un bosco nei pressi di Cittiglio, a poca distanza dal Lago Maggiore. Ma del seguito di questa lettera poi si seppe ben poco. Lidia Macchi faceva parte del movimento cristiano di Comunione e Liberazione (CL). Le indagini si concentrarono su Antonio Costabile, un sacerdote che coordinava il gruppo scout frequentato dalla Macchi, che fu poi scagionato. Nel 2014 tra i documenti delle indagini fu notata una lettera anonima, indirizzata alla ragazza e successivamente diffusa da televisioni e giornali. Un’amica di Stefano Binda, ex compagno di scuola della Macchi, ne riconobbe la grafia e riferì la cosa alla Procura di Milano. Nei mesi seguenti il confronto tra la grafia della lettera e quella di Binda, trovò riscontri positivi. Sulla base di queste somiglianze, il 15 gennaio 2016 l'uomo fu incriminato ufficialmente per l’omicidio Macchi. Da giovane frequentava lo stesso giro di CL della ragazza, e secondo la Procura aveva un rapporto molto stretto verso di lei, “una sorta di infatuazione”. Il 23 aprile 2018 La Corte d’Assise di Varese ha condannato Stefano Binda all’ergastolo[3].
Ma c’è un ultimo colpo di scena riguardo il delitto di Simonetta Ferrero. La mia curiosità su questo caso, che conoscevo, si è riaccesa in seguito alla lettura di un articolo di giornale che parlava della misteriosa morte della madre dell’attrice Agostina Belli, uccisa nel 1970 nella pensione che dirigeva vicino alla stazione centrale di Milano. Un delitto mai risolto. Agostina Belli racconta che: «Sono stati gli stessi poliziotti che mi hanno consigliato di smettere, 'Lei non sa con chi ha a che fare' mi hanno detto. Dopo aver assoldato dei detective, ho cominciato a ricevere minacce di morte, 'Farai la fine di tua mamma', mi dicevano»[4].

Ora, dal 1970 al 1975, nella zona della Stazione centrale, furono uccise con identiche modalità almeno nove donne, tanto che gli inquirenti all’epoca sospettarono l’esistenza di un serial killer. Questi i loro nomi:
Adele Margherita Dossena: 17 febbraio 1970, “affittacamere".
Salvina Rota: 7 luglio 1971, commessa in un grande magazzino.
Simonetta Ferrero: 24 luglio 1971, impiegata Montedison.
Valentina Masneri Tribolati: 17 marzo 1975disegnatrice di moda.
Infine quattro prostitute, sempre nella zona della stazione di Milano: Olinda V. detta "Olly la rossa" per i suoi lunghi capelli ricci rosso fuoco; una certa “Betty dei camionisti” perché solitamente batteva in fondo a via Mecenate, all'angolo con la tangenziale-est dove sostavano i TIR; Rosetta D. B., la brunetta del “Bottonuto”; e Graziella, di viale Suzzani, detta la “Zia”, in zona Ospedale Niguarda.
Solo ultimamente qualche articolo sul Web che tratta della morte di Simonetta Ferrero, parla anche del serial killer che forse si aggirava per Milano a metà degli anni Settanta. Nessuno però cita mai quello che fu il sospettato numero 1 del delitto, Manlio Irmici. E non ditemi che non lo fanno perché fu scagionato per insufficienza di prove. Forse ci fu un qualche blocco della magistratura sul suo nome ? E perché non è mai stato evidenziato il fatto che nelle vicinanze della Cattolica c’era l’imponente caserma Garibaldi?

Fonti principali oltre a tutti gli articoli reperibili sul delitto, oltre a tutte le trasmissioni reperibili oggi:

Dondi, Fabio A. Miller. Italia Criminale dei Misteri - "Professione detective" - un ex agente Criminalpol racconta...: Seconda parte - Investigazioni criminali (Collana Italia Criminale) (Italian Edition) (posizione nel Kindle 1584). Streetlib. Edizione del Kindle, p. 1584.

Avanti della Domenica, 12 settembre 1971.

fonte: http://larapavanetto.blogspot.com/

venerdì 26 ottobre 2018

terrore barbaro, i Macrocephali


I barbari posero nei confini dell’impero romano una minaccia costante di invasione.
Essi terrorizzavano l’impero per i continui flussi di popoli che migravano verso l’impero per sfuggire a fame e miseria e alle continue migrazioni e agitazioni di altri popoli barbari.
Ma spesso anche per sottrarre a Roma terra e ricchezza, con atti di saccheggi e attacchi violenti.


Quando le legioni romane venivano a contatto durante le battaglie con questi popoli, spesso tra i soldati vagava un senso di terrore e sgomento dinanzi a questi uomini, che presentavano una stazza fisica imponente ed una forza bestiale.
Per Roma ed il suo pensiero, questi popoli non erano ritenuti civilizzati. Essi erano lontani dai principi romani, e le loro usanze, spesso erano perfino inimmaginabili al mondo latino ed in precedenza la mondo greco.


Il medico Greco Ippocrate (V-IV sec. a.C) descriveva una popolazione dell’Asia minore con queste parole i Macrocephali: "Non c’è altra razza di uomini che li rassomigli. Pensano che la nobiltà sia proporzionata alla lunghezza del cranio. Allora praticano questa usanza: subito dopo la nascita, mentre le ossa del cranio sono ancora tenere, le modellano con le mani e le costringono ad assumere una forma oblunga applicando bendaggi e altri sistemi di costrizione. In questo modo, la forma sferica della calotta viene distrutta e la testa cresce in lunghezza".



Questa usanza antichissima, si affaccia nell’uomo e nel mondo in molte popolazioni e regioni distanti tra loro; in Asia e in Europa, era legata al potere sociale ed una appartenenza all’élite della società, nell’America precolombiana ed in Africa era simbolo di magia e appartenenza alla sfera religiosa e spirituale.
Per dare forma al cranio dei neonati, si applicavano bendaggi sopra delle tavolette di legno, o con la pressioni delle mani, che con forte pressione davano la forma desiderata al cranio ancor molle, provocando nell’individuo un mutamento completo anche nei tratti del volto.



Questi uomini provocavano sgomento dinanzi al mondo classico,  quasi un senso di terrore, come  se essi non fossero umani, questa tecnica, oltre a modificare i tratti somatici, elevava anche in altezza  di parecchi centimetri questi uomini, spesso già imponenti.
Quando la popolazione degli Unni, si stanziò creando un loro regno nell’Europa centrorientale, portò la diffusione di questo rito nei paesi sottomessi che l’addottorano per assomigliare ai loro dominatori.
Successivamente con i Longobardi, che occuparono i territori dell’ex Impero Romano, questa usanza arrivò in Italia, in Piemonte sono stati trovati i resti di questi crani deformati nel cimitero goto-longobardo di Collegno (Torino) ed a Frascaro (Alessandria) in una necropoli ostrogota.



L’integrazione dei barbari nei corso dei secoli con il mondo appartenente all’ex Impero Romano, portò l’estinzione di questa tecnica, che sopravvisse incredibilmente fino al XIX secolo nella Francia sudoccidentale.
Il fascino di questo strano rito, risiede nel fatto che fu utilizzato da popolazioni, che non si videro mai e che non ebbero mai contatti tra loro, nei secoli e nelle enormi distanze di terra e di mare, di lingue e di scritture, di Dei e di arte e di cultura che per sempre gli separavano.
Come se tutti infondo vengano dallo stesso luogo.

Simone De Bernardin

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/


Simone De Bernardin nasce a Verbania sul Lago Maggiore il due settembre 1989. Fin dalla tenera età, dimostra di essere un bambino molto introspettivo, riflessivo e creativo, passa le sue giornate a inventare, osservare, riflettere e a domandarsi i perché dell’esistenza e tutto ciò che riguarda la vita e la natura. Verso la fine delle scuole elementari, comincia a scrivere appunti, riflessioni e poesie su ciò che gli accade e su ciò che lo circonda raccogliendole tutte in un grosso raccoglitore dove continua tutt’oggi a scrivere. Il primo anno di scuola media riceve la sua prima macchina fotografica con la quale comincia a scattare e a sperimentare la fotografia e da subito s’innamora del bianco e nero per la sua capacità espressiva di cogliere l’essenza delle cose.Studia fotografia e comincia a realizzare immagini e poesie che toccano temi tipici del Romanticismo di cui egli si sente attratto e che ne condivide i principi quali, il tema dell’infinito, il sentimento, il mistero, l’inconscio, la natura e il rapporto tra vita e morte. Nel 2012, realizza la sua prima mostra fotografica, presso il Comune di Verbania, e successivamente partecipa al concorso Il Segno dove viene segnalato come giovane artista, esponendo le sue opere a Venezia presso Palazzo Zenobio e successivamente a Milano presso la Galleria Zamenhof. Nel 2013 raccoglie un'insieme di sue poesie in un libriccino dal titolo Animam Meam. Nel 2014 termina il suo primo romanzo Lettere.

martedì 23 ottobre 2018

Mazzucco: sul web la battaglia contro la Tv delle menzogne

E’ saltato Skype, dice Massimo Gramellini (Rai Tre) mentre la regia sfuma vistosamente, cioè lentamente, l’audio del filosofo-antagonista Diego Fusaro, impegnato nella consueta contestazione universale del sistema, di cui lo stesso Gramellini – scuola Fabio Fazio – è un esemplare altamente rappresentativo. Si infuria, Massimo Mazzucco, in web-streaming su YouTube: com’è possibile che nel 2018 sia consentito raccontare favole così inaudite, per giunta essendo profumatamente pagati dalla televisione di Stato, cioè dai contribuenti? Non si vergogna, l’esimio Gramellini, a trattare i suoi telespettatori come autentici deficienti? Delle due l’una, insiste Mazzucco: Fusaro sarà scomodo, ma se lo inviti poi lo lasci parlare. E se invece lo “tagli”, almeno – per decenza – non ti metti a raccontare che è caduto il collegamento, mentre tutti vedono benissimo che non è crollata nessuna connessione (semplicemente, la regia ha progressivamente silenziato l’ospite). La vera novità? I narratori ufficiali, televisivi, stanno perdendo terreno. L’ha ammesso anche Mentana: la vera sfida, ormai, si combatte sul web. In dieci anni, la visibilità del sito di Mazzucco, “Luogo Comune”, è decuplicata. «Avanti così, e la popolazione disposta a informarsi continuerà a crescere a vista d’occhio».
Lo sa bene il commissario europeo Günther Oettinger, che ha premuto su Strasburgo per far approvare il recentissimo bavaglio al web, in vista delle prossime europee: motori di ricerca e social media eviteranno di far circolare contenutiMassimo Gramellini“scomodi”. Lo stesso Mentana, in una conferenza del ciclo “Ted”, sostiene che la battaglia per la verità ormai si svolge in Rete: un buon giornalista, dice il direttore del Tg de La7, deve saper “scendere” (testualmente) nel web, per contrastare tutte quelle voci liberamente diffuse. Se n’è accorto Mentana, a cui sta franando il terreno (televisivo) sotto i piedi: «State tranquilli che se ne sono accorti in tanti», ribadisce Mazzucco, in diretta online con Fabio Frabetti di “Border Nights”. «E’ come se Mentana dicesse: se non reagiamo sul web, fra un po’ noi informazione mainstream non contiamo più niente». Oggi, sottolinea il video-reporter, non si fanno più le manifestazioni di piazza. «Tutto avviene su Internet, dove si condividono le informazioni. E quando Mentana (simbolo del giornalismo venduto) dice una scemenza sull’11 Settembre, gli si riversano addosso 150.000 persone che lo coprono di insulti: questo è “scendere in strada”, oggi. La strada, oggi, è la Rete».
Poi, certo, esistono “finestre” televisive come quelle di Gramellini, dove – rarissimamente – la narrazione ufficiale può cedere il posto, per un attimo, a un outsisder come Fusaro, costretto però in condizioni di inferiorità. «Si chiama “gioco del tre contro uno”: la voce dissonante è sempre solo una, e ha contro i tre che stanno in studio». In qualsiasi momento è possibile “silenziare” l’antagonista, ospitato solo per far credere che la trasmissione sia aperta, democratica e trasparente. Nel caso del bavaglio maldestramente imposto a Fusaro, il primo ad apparire sorpreso era proprio Mentana, presente in studio. «E certo: Mentana sa benissimo come si fa a sfumare un filmato», dice Mazzucco. «A me dà fastidio solo una cosa: a questa gente paghiamo noi lo stipendio, e pure caro. Parlo di Gramellini, Alberto Angela e tutti gli altri: non è possibile che questa gente possa andare lì e fare quello che vuole, senza mai avere un contraltare, un dibattito vero». Vale per tutto: scienza, medicina, vaccini. Politica, bilancio, deficit e spread. «I media mainstream liquidano qualsiasi problema. Scie chimiche? Roba da Fusaro tagliato da Gramellinicomplottisti, dicono. Come se il cielo, da qualche anno, non fosse letteralmente invaso da scie persistenti, rilasciate dagli aerei: un fenomeno al quale ci si ostina a non dare nessun tipo di risposta credibile».
Già assistente di Oliviero Toscani e poi sceneggiatore a Hollywood, Mazzucco – autore e regista – ha all’attivo film e documentari importanti, su materie “difficili”: dal successo delle cure alternative per il cancro all’ultimo lavoro, “American Moon”, nel quale i maggiori fotografi internazionali dimostrano che le immagini dello “sbarco sulla Luna” trasmesse in mondovisione nel 1969 sono un clamoroso falso, costruito in studio. Mazzucco ha legato il suo nome soprattutto all’11 Settembre, con i documentari “Inganno globale” e “La nuova Pearl Harbor”, che smontano la versione ufficiale sugli attentati alle Torri Gemelle. Oggi, di fronte all’ordinaria impudenza di un post-giornalista come Gramellini che silenzia Fusaro raccontando al pubblico che “è caduto Skype”, Mazzucco rievoca la data d’inizio dell’era della disinformazione planetaria: proprio dopo l’11 Settembre furono Mazzuccoinviate “lettere all’antrace” a giornalisti americani e senatori, all’epoca intenzionati ad aprire un’inchiesta autonoma.
Quelle lettere, dice, avevano tutta l’aria di essere «una minaccia, destinata a chiunque avesse anche solo un’idea lontana di mettere in discussione la versione ufficiale». Tant’è vero che «poi s’è scoperto che la famosa antrace, anziché dal perfido Saddam Hussein, proveniva da un laboratorio militare americano». Da allora in poi, il mondo ha assistito a un drammatico, progressivo black-out dell’informazione. Secondo un veterano come Seymour Hersh, Premio Pulitzer, avremmo assistito a meno stragi, nel mondo, se i reporter non avessero smesso di fare il loro mestiere. Oggi, la verità su quanto avviene attorno a noi la si trova quasi solo sul web. «Bisogna continuare a usare la Rete per informare l’opinione pubblica, nel modo più organizzato possibile», sostiene Mazzucco. «I tempi sono quelli che sono, e le “forze della reazione” le conosciamo». Sono potenti. «Ma se ognuno di noi fa tutto il possibile per diffondere tutte le informazioni scomode di cui è convinto – dice Mazzucco – poi alla fine il numero di persone informate aumenterà, per forza». Sta già succedendo. Certo, bisogna mettere in conto «la diffidenza di amici e familiari, dei colleghi di lavoro che ti danno del complottista». L’importante è «essere ben preparati sugli argomenti, e proporli in modo chiaro». Chiosa Mazzucco: «Se uno (scusate il termine) rompe i coglioni a tutti, continuamente, su certi temi, poi le persone che si “svegliano” continueranno a crescere di numero».

fonte: http://www.libreidee.org/

domenica 14 ottobre 2018

l’inganno della Croce: storia di una religione “inventata”

Si legge questo libro (“L’inganno della Croce”, di Laura Fezia) e ci si chiede: come non concordare? O, quanto meno, come non cominciare a dubitare seriamente? I contenuti sono accurati, frutto di una ricerca che rispetta le regole di quella scienza che si definisce storiografia: tecnica di composizione di opere storiche, fondata sull’interpretazione critica e sulla rielaborazione scientifico-letteraria dei fatti. Questo libro affronta e narra una serie di vicende che della storia hanno fatto scempio; una successione di atti, decisioni, affermazioni, imposizioni che nulla hanno avuto – e hanno – a che vedere con il desiderio di verità così pomposamente proclamato. L’autrice inizia a ripercorrere qui – e promette di proseguire – la nascita e l’affermazione di una istituzione che si perpetua con lo scopo precipuo di nutrire se stessa, il suo potere, la sua ricchezza, fondandoli in modo pretestuoso su basi che di storico hanno poco o nulla. La falsità creata e posta come base per la creazione di quello che appare come il più duraturo ed efficace sistema di potere mai elaborato e imposto: santaromanachiesa, come la definisce Laura Fezia.
Bene fa l’autrice a ricordare che il cardinale Paul Marcinkus, braccio destro di Giovanni Paolo II, per rispondere a una domanda sulla sua disinvolta gestione, affermò candidamente: «La Chiesa non si può mandare avanti con le Avemarie!». Mauro BiglinoEvviva la sincerità! Ma noi ci chiediamo: la Chiesa non dovrebbe essere la prima ad affidarsi in via esclusiva alla Provvidenza. A quella stessa provvidenza che viene spesso ricordata ai poveri e ai sofferenti per far sì che vivano nella speranza di un paradiso in cui trascorreranno la loro eternità con quel dio che la Chiesa stessa ha inventato? Perché i poveri e i sofferenti devono supplire con le Avemarie mentre la Chiesa provvede molto più opportunamente ed efficacemente a sostentare se stessa con la ricchezza? L’autrice evidenzia chiaramente che qualcosa non torna: «Questa non è che una delle contraddizioni talmente evidenti che dovrebbero saltare all’occhio di chiunque, ma i cattolici praticanti e convinti, indottrinati da un’abile, martellante propaganda subliminale, oggi come un tempo preferiscono fingere di non vedere e non sapere, ostinandosi a identificare fede e Chiesa».
Il dominio sulle coscienze nasce da invenzioni che in una sorta di fabula vengono congegnate e concatenate le une alle altre, appunto come anelli di una catena che imprigiona inesorabilmente chi non vuole, o spesso non può, pensare e agire in conformità a quella autonomia che la nostra struttura intellettuale (presunto dono del presunto dio) consente o consentirebbe, qualora la si volesse esercitare. Le falsità sono tante e Laura Fezia le riporta, evidenzia e sottolinea, con quella determinazione ed efficace capacità di penetrazione analitica che le riconosciamo da sempre. Ci ricorda ad esempio che «di certo, gli evangelisti che ci presenta l’agiografia non sono mai esistiti. L’esigenza di attribuire gli scritti del Nuovo Testamento ad autori Laura Feziaprecisi, nacque dopo la metà del II secolo, per conferire loro maggiore attendibilità: si andarono allora a pescare dei nomi tra quelli presenti nelle lettere di Paolo e nei Vangeli, si fabbricarono dei falsi, affermando, per esempio, che il Matteo e il Giovanni che erano stati testimoni oculari della vita e della morte di Gesù ne avevano poi compilato personalmente la storia».
Tra le tante altre “bufale” – un temine che l’autrice usa nella sua sincera ed efficacissima schiettezza – contenute nei vangeli e che l’autrice esamina con grande capacità di indagine, c’è la prima, fondamento di tutte: «La Fabula Christi che fu inventata scientemente, da quella parte del popolo ebraico che, staccandosi dall’ossessione messianica, ormai chiaramente fallimentare fin dai tempi di Yahweh e Mosè, decise di cambiare registro e sperimentare un altro sistema per liberarsi dalla schiavitù». Una situazione che nasce da lontano, dalla straordinaria “invenzione” del concetto di peccato originale che consentì alla Chiesa di «governare indisturbata le coscienze delle sue pecorelle, sempre più prigioniere di un recinto eretto in maniera tanto astuta da renderle grate al pastore e inconsapevoli della loro schiavitù». Una disamina storica attenta, precisa, documentata ed efficace proprio perché non cede alla facile tentazione del sensazionalismo ma intende portare all’attenzione del lettore una situazione di fatto, evidente e per ciò stesso straordinariamente liberatoria. Questo libro infatti L'inganno della Crocenon è esclusivamente destrutturante, non ha lo scopo precipuo di abbattere, se non nella misura in cui questo è necessario, nella certezza che il nuovo può nascere solo dove le catene del vecchio vengono annullate.
Dichiara esplicitamente Laura Fezia: «Lo scopo del mio lavoro non è quello di distruggere la fede, che rispetto almeno fino a quando non pretende di condizionare le mie libere scelte, ma di spezzare il perverso binomio che la lega indissolubilmente a un’istituzione che ne ha fatto una velenosa pozione con la quale intorpidire le coscienze». Chi rimane legato all’idea di un dio che è stato palesemente inventato si preclude la possibilità di accedere alla ipotetica e agognata conoscenza del “vero”. Con questa convinzione, con questo fine assolutamente positivo e liberatorio va letto – direi anche studiato e poi in seguito magari periodicamente consultato – questo libro, che è scritto per chi vuole avere elementi per riflettere in modo autonomo, nella convinzione che, in assenza e nella difficoltà di conseguire la verità assoluta, la riconquista della verità storica rende liberi almeno dalle palesi falsità su cui si basa la stessa struttura socio-culturale in cui vive l’Occidente.
(Mauro Biglino, “L’inganno della Croce”, dal blog di Biglino del 24 settembre 2018. Il libro: Laura Fezia, “L’inganno della Croce. Come la Chiesa cattolica ha inventato se stessa attraverso menzogne, artifizi e falsi documenti”, UnoEditori – Libri Eretici, 262 pagine, euro 14,90).

fonte: http://www.libreidee.org/

giovedì 11 ottobre 2018

il prezzo dei pixel

rivedo di sfuggita Crozza.
lui mi è francamente simpatico, su chiunque egli ironizzi, ma non sono una fan fissa, lo vedo quando capita.
è capitato.
e parlava di una coppia mediatica, una coppia che  esiste solo perché esistono i social.
la sua ironia era garbata, e lui ci sa fare. io su questa questione ho avuto modo di discutere animatamente, incompresa.
certo, sapessi fare come Crozza, verrei compresa di più, ma non son buona.
la questione riguardava quel povero infante, come nato già messo in vendita, brandizzato.
commercializzazione dell'infanzia, una cosa veramente turpe, raccapricciante.
ma pare di no, per qualcuno no.
ci scandalizziamo per i ragazzini in età scolare mano d'opera nei paesi sottosviluppati, non dovremmo urlare di fronte ai neonati messi in vendita, con tanto di marchio Gucci, sul web?
sono due cose diverse?
la prima non è peggiore della seconda, anzi.
quella povera creatura è già oggetto di scambio, gucci in cambio di soldi, foto e post in cambio di soldi. e c'è anche qualcuna che ha messo la propria, figlia, con tanto di racchetta Wilson in bella mostra, come diceva Crozza, da pagarci la retta dell'asilo per i millenni a venire.
perchè no? che male c'è?
bravi, beati loro, che culo.
ma quello è un bambino neonato, è senza diritto di parola?
o dovrebbe essere preoccupazione di un genitore che che l'abbia, tramite loro?
i simpatici genitori, due venditori d'aria coperti di milioni di euro, una ha  trovato il modo di fare soldi esponendosi, mi metto in mostra e mi pagano, un genio del male compatibile solo con questa epoca di merda che ci tocca vivere altrimenti impensabile in un mondo che paga il valore non il mercato, l'altro pure, ma finge di cantare rap, canta delle cose indegne, una musica orrenda, francamente brutta, un listino di roba in vendita, un elenco di oggetti di consumo, pensano di passare alla storia: la prima lo ha proprio dichiarato in un'intervista. tenera creatura, pensa che i milioni di pixel del web faranno mai la storia di qualcosa o di qualcuno. 
nulla può condannare all'oblio più di un pixel.
quel che fanno è da irresponsabili, quante volte, a vari convegni, ho sentito della questione legale del diritto alla privacy di minori esposti sul web, diritti violati, diritti calpestati, tutti convinti che non c'è alcun male a mettere i propri figli in piazza, sotto lo sguardo di tutti, sotto quella lente virtuale che globalizza tutto, immiserisce tutto, disidentifica tutto.
i due meschini genitori, ho letto, non battezzeranno il figlio perché, insomma, non possiamo violare la sua libertà. non fosse interessato a dio?
i genitori sono una razza straordinaria, e direi estinta. questa razza attualmente sulla terra si preoccupa di non imporre dio ma non della vendita commerciale della carne del figlio con marchio pubblicitario (ma anche non ci fosse il marchio, di esposizione pubblica si tratta, e di introiti si tratta, ormai la coppia è un brand, il figlio partecipa degli utili in qualsiasi foto pubblica compaia), oggetto di compravendita, oggetto svalutato, squalificato, massificato, senza avergli chiesto il permesso, per ovvie ragioni.
dio no, il web si. 
tempi moderni.
questo atto commerciale, questa vita spesa e spendersi sui social, a vendere ogni minuto della propria vita non è gratis. ha un costo. altissimo.
credetemi, e i segnali sono già arrivati, a milioni, quanta gente è finita nelle maglie dell'orrore per essersi venduto, a vario modo, in rete. chiunque passi da questa mercificazione è destinato all'angoscia dell'alienazione. se gli adulti lo fanno, responsabili, risponderanno di persona della loro scelleratezza, se lo fanno con i figli però è colpa grave. 
si colpa, responsabilità non basta.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.com/