venerdì 2 novembre 2018

l'indiziato dimenticato del delitto della Cattolica, Milano 1971








Lunedì 26 luglio 1971. Simonetta Ferrero era un'impiegata della Montedison di appena 26 anni. Fu trovata uccisa con 42 coltellate, inferte con inaudita violenza, in un bagno riservato alle donne dell'Università Cattolica di Milano. Colta di sorpresa dal suo assassino, aveva cercato disperatamente di fuggire ma era stata brutalmente trafitta in diversi punti vitali del corpo. Il suo omicidio avvenne di sabato, due giorni prima del ritrovamento all'interno del bagno femminile sulla Scala G, un luogo buio e angusto che evidentemente la ragazza conosceva bene avendo frequentato l'Università qualche anno prima. La mattina di sabato 24 luglio, in una Milano calda e semideserta, Simonetta era uscita per cambiare le lire in franchi prima della partenza per le vacanze in Corsica con la famiglia. Era passata in una tappezzeria, poi in un negozio di estetista in via Dante, per la depilazione prenotata. Dopo aver comprato un dizionario italiano-francese, si era diretta verso la Cattolica: secondo alcune ipotesi per ritirare delle dispense nella libreria interna dell’ateneo, che aveva trovato chiusa, secondo altre proprio per fermarsi ai bagni che ben conosceva nell’ateneo che aveva frequentato per quattro anni. La stampa parlò di uno schizofrenico o un maniaco sessuale che sapeva muoversi in quell'ambiente con disinvoltura, conoscendone bene i corridoi, gli androni, le scale interne. Girare per la Cattolica non era cosa facile per chi non avesse mai bazzicato l'ateneo. Lo scroscio d'acqua del rubinetto lasciato aperto, forse dall'assassino prima della fuga precipitosa, aveva attirato l'attenzione di un seminarista che casualmente quel lunedì passava da quelle parti: Mario Toso, di origini vicentine, all'epoca residente  in provincia di Alessandria,dal 19 gennaio 2015 è l'attuale Vescovo di Faenza e Modigliana. Il giovane si trovò di fronte ad una scena incredibile: il corpo di Simonetta, riverso sul pavimento intriso di sangue raggrumato, coperto da una serie impressionante di tagli. La Polizia Scientifica accertò 42 ferite (anche se in gran parte degli articoli dedicati al caso si parla sempre di 33), alcune delle quali alle mani, segno che la ragazza aveva tentato di difendersi prima di soccombere alla furia omicida. Una nota importante che vale la pena segnalare: in seguito all’esame autoptico, emerse che l’assassino aveva infierito con diverse pugnalate anche dopo la morte. L’arma del delitto non fu mai trovata. L'incarico di investigare fu affidato al maresciallo Nino Giannattasio della "Omicidi". Furono ascoltate più di trecento persone, ma non si raggiunsero risultati concreti. La stampa parlò di scarsa collaborazione da parte della direzione ecclesiastica della Cattolica, che evidentemente riteneva questo caso una pubblicità decisamente negativa per l'immagine dell’ateneo.
Gli inquirenti interrogarono a lungo il seminarista Mario Toso, che sostenne sempre la stessa versione: “Passavo da quelle parti e sono stato attratto dall'incessante scroscio d'acqua di un rubinetto del bagno femminile e sono immediatamente accorso per chiuderlo”. In seminario era addetto proprio a questi controlli, e perciò gli era venuto spontaneo entrare nel bagno per assicurarsi che non ci fosse un inutile spreco d’acqua. Poco d’aiuto fu indagare sulla vita privata della vittima, una ragazza che non nascondeva segreti. Simonetta Ferrero conduceva una vita regolare e tranquilla, fatta di lavoro, famiglia, studio e anche profonda spiritualità. Non aveva legami sentimentali, non frequentava persone sconosciute ed era molto riservata. Laureatasi brillantemente in Scienze Politiche, proprio alla Cattolica, lavorava come impiegata all'Ufficio Personale della Montedison da qualche mese, nella stessa azienda del padre, l’ingegnere Francesco Ferrero, dirigente da alcuni anni. La madre, anch’essa laureata, faceva la casalinga. Con i genitori e due sorelle, abitava in un palazzo d'epoca in via Osoppo, dalle parti di Piazzale Brescia, la strada milanese divenuta famosa nel febbraio del ‘58 perché teatro di una rapina ad un furgone portavalori della Banca Popolare di Milano che rimarrà nella storia della cronaca nera come la "rapina di via Osoppo". Simonetta era nipote del Monsignor Carlo Ferrero, e passava il suo tempo libero come volontaria nelle ‘Dame di san Vincenzo' e nella Croce Rossa. Gli investigatori interrogarono don Antonio Bassi, parroco della chiesa di San Protasio e Gervasio, anch'essa in via Osoppo. Il prete raccontò che tempo prima aveva ricevuto una confidenza da Simonetta: la ragazza stava segretamente maturando l’intenzione di farsi suora.
Fu accertato che il giorno dell’omicidio, alcuni operai stavano eseguendo dei lavori di ristrutturazione all’interno dell’università con l’utilizzo del martello pneumatico,per cui le invocazioni di aiuto della ragazza potevano essere state attutite dal rumore. Gli operai furono ascoltati dall’Autorità Giudiziaria ma furono scagionati. Anche i custodi dell'ateneo negarono di aver udito qualcosa.
In un omicidio così violento, nel quale l'assassino aveva vibrato un così elevato numero di fendenti, gli indumenti e anche le sue scarpe, dovevano essere sicuramente imbrattati di sangue. In quelle condizioni non avrebbe potuto uscire dall'Università e camminare tranquillamente sui marciapiedi senza lasciare tracce di sangue evidenti. Inoltre, cosa mai considerata, a pochi passi dalla Cattolica c’era l’imponente caserma di Polizia Garibaldi, denominata “Sant’Ambrogio”[1] che dava alloggio ad oltre mille agenti. La caserma era contraddistinta da un forte andirivieni di poliziotti e auto di servizio, a qualsiasi ora del giorno e della notte, in particolare delle “volanti” del 113. Da ciò si possono dedurre due fatti: l’assassino non era spaventato dalla vicinanza della caserma, e forse aveva un luogo all’interno della Cattolica,o nelle vicinanze, dove nascondersi, lavarsi e cambiarsi d'abito, nelle ore successive all’omicidio. All’interno dell'Università a parte i bagni e le zone circostanti la Scala G, non furono eseguite perquisizioni in altre stanze, uffici, armadietti del personale delle pulizie, nei ripostigli degli attrezzi, nelle soffitte. E, a quanto pare, non furono controllati nemmeno gli edifici vicini all’università.
L’attività investigativa fu coordinata dal Pubblico Ministero dott. Paolillo della Procura di Milano, il quale dopo qualche mese, su segnalazione del Nucleo Investigativo dei Carabinieri puntò la sua attenzione su un personaggio noto per i suoi precedenti, Manlio Irmici, fino ad oggi mai citato in nessun articolo recente o trasmissione che si sia occupato del caso di Simonetta Ferrero. Di origini pugliesi, Irmici all’epoca aveva quarantadue anni, era entrato nella cerchia dei sospettati a causa dei suoi precedenti penali ed era sospettato, tra l’altro, per l’uccisione avvenuta a Giussano nel milanese il 7 settembre di Danila Salvatore, una ragazza di sedici anni a che faceva la sarta e lavorava all'interno dell'oratorio dove era ospite e collaboratore anche Manlio Irmici. L’uomo aveva prima tentato di violentarla e, davanti alla sua resistenza, l'aveva poi colpita al capo più volte con un tubo di ferro, per infine soffocarla con un sacchetto di plastica in testa. Alcuni anni prima, aveva strangolato a mani nude un tredicenne di San Severo, in provincia di Foggia,sempre perché aveva rifiutato le sue avances. Anche questo delitto era avvenuto all’interno di una struttura ecclesiastica. Irmici aveva scontato otto anni di carcere per il primo omicidio, e poi era stato trasferito al Nord, come ospite ‘protetto’, in alcuni istituti religiosi. Tra questi il "Collegio Fanciulli Sinti", presso la Casa Divina Provvidenza di Badia Polesine in provincia di Rovigo, nel quale rimase circa due anni. Al termine del periodo di permanenza, gli fu addirittura rilasciato un attestato di benemerenza da parte della direzione. Nella lettera di raccomandazione, Manlio Irmici era descritto come persona di massima fiducia e di ineccepibile senso morale, con spiccate doti nell'organizzazione dei giochi e nell'occupazione del tempo libero dei ragazzi del Collegio di Badia Polesine[2]. Dal 1964 al 1971, Irmici era stato ospite del Convitto San Domenico di Fiesole,vicino Firenze. Qui aveva conosciuto un quindicenne che lavorava come cameriere, Ermenegildo Salvatore,  che, pare incredibile, era fratello di Danila, la ragazza che poi assassinò nel '71 a Giussano. Ermenegildo entrò in confidenza con Irmici e fu presto oggetto delle sue attenzioni morbose. L'uomo tentò di violentarlo, ma il ragazzo riuscì a sfuggire alle sue grinfie, nonostante fosse stato ferito al petto e ad un braccio con un colpo di forbici. Probabilmente protetto dalla Direzione del Convitto, Irmici era riuscito a sottrarsi alla giustizia, dopo che Ermenegildo, di ‘comune accordo’, dichiarò all'autorità di Pubblica Sicurezza presso l'Ospedale di Fiesole dove era stato ricoverato, di essersi ferito da solo mentre lavorava.
In seguito alle indagini svolte dalla Mobile milanese e dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di via Moscova, Manlio Irmici entrò dunque nel mirino degli inquirenti, visti i precedenti dei due omicidi di San Severo e Giussano ed il tentato omicidio di Fiesole. Divenne il sospettato principale del delitto della Cattolica. Si ipotizzò addirittura che potesse aver conosciuto, seppur casualmente, Simonetta Ferrero all'ateneo. L'uomo, infatti, vi si recava spesso per conto di alcuni istituti religiosi lombardi per i quali lavorava. Qualche testimone affermò di averlo più volte notato in diversi punti mentre si aggirava con una cartella verde e dei fogli di carta in mano. Manlio Irmici sapeva dunque muoversi disinvoltamente nella struttura universitaria. Qualche giornale cominciò a fare il suo nome e trapelarono le prime indiscrezioni sui suoi crimini violenti a sfondo sessuale avvenuti all'interno di ambienti religiosi. Ciononostante Manlio Irmici aveva insegnato, incredibilmente, in collegi religiosi e oratori di mezza Italia. Alcuni giornali dell'epoca lo apostrofarono come ‘Il professore’.
Gli inquirenti lo arrestarono a Trento, dove pare si fosse nascosto avendo capito di essere sospettato per il delitto di Giussano, e forse era stato pedinato. Il 12 settembre 1971 sul giornale L’Avanti uscì un articolo che recitava ‘Dopo essersi costituito alla Questura di Trento, ha confessato l’assassino della sartina di Giussano. Manlio Irmici sarebbe giunto al suo folle gesto perché assillato dalle continue richieste di denaro della sedicenne. Avanzata l’ipotesi di un collegamento con il delitto di Simonetta Ferrero avvenuto all’Università Cattolica di Milano’.
Le prove raccolte contro di lui dal Maggiore Rossi dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di via Moscova, coadiuvato dal maresciallo Giuffrida e dal brigadiere Fazzini, in collaborazione con un perito del Tribunale, sembrarono schiaccianti ed inequivocabili. A casa dell'Irmici furono rinvenuti dei pantaloni grigi di cotone e una camicia marrone macchiati di sangue, anche un paio di mocassini neri ed altri capi di vestiario presentavano tracce ematiche. Gli indumenti furono inviati ai vari laboratori per le analisi scientifiche, ma al tempo l’esame del Dna non era ancora possibile, e quindi si analizzavano solo i gruppi sanguigni. Sembrava dunque che si fosse a un passo dal mettere la parola fine anche alle indagini sul delitto della Cattolica. Nel frattempo Manlio Irmici fu rinchiuso per alcuni mesi in un noto manicomio giudiziario del Nord. Poi in sede processuale (il processo per l’omicidio di Giussano) gli fu riconosciuta l'infermità mentale, e non fu quindi possibile trasferirlo in un penitenziario per scontare la pena. Sulla stampa apparve la notizia, incredibile, che molti Istituti religiosi del settentrione si sarebbero offerti di accoglierlo nuovamente. Per l’omicidio di Simonetta Ferrero, seppur fortemente indiziato, Manlio Irmici alcuni anni dopo fu scagionato per mancanza di prove.
Da quel momento ogni notizia su Manlio Irmici sparì letteralmente. Di lui non fu più fatta alcuna menzione, in nessun articolo o trasmissione televisiva, nei quali invece si trovano abbondanti e particolareggiate informazioni su altri indiziati dello stesso caso. Il custode della Cattolica,ad esempio, raccontò di un uomo seduto su una panchina nel chiostro dell’Università il sabato dell’omicidio. Nonostante la diffusione di un identikit non sarà mai identificato, e ancora oggi se ne parla abbondantemente, come di altri sospetti, “tipi strani”che, interrogati, risultarono avere degli alibi e quindi prontamente scagionati. L'allora capo della Squadra Mobile milanese, Enzo Caracciolo, e il suo vice Antonino Orlando, della sezione "Omicidi", affermarono che ad un certo punto delle indagini non si poteva andare oltre i limiti consentiti dalle autorità ecclesiastiche per salvaguardare il buon nome dell’Università Cattolica.
Una nuova pista parve aprirsi molti anni dopo, quando il 23 ottobre 1993 al prefetto di Milano Achille Serra fu recapitata una lettera anonima, siglata T.B., contenente alcuni riferimenti all’omicidio della Cattolica e a quello di Lidia Macchi, la ragazza trovata morta nel gennaio del 1987 in un bosco nei pressi di Cittiglio, a poca distanza dal Lago Maggiore. Ma del seguito di questa lettera poi si seppe ben poco. Lidia Macchi faceva parte del movimento cristiano di Comunione e Liberazione (CL). Le indagini si concentrarono su Antonio Costabile, un sacerdote che coordinava il gruppo scout frequentato dalla Macchi, che fu poi scagionato. Nel 2014 tra i documenti delle indagini fu notata una lettera anonima, indirizzata alla ragazza e successivamente diffusa da televisioni e giornali. Un’amica di Stefano Binda, ex compagno di scuola della Macchi, ne riconobbe la grafia e riferì la cosa alla Procura di Milano. Nei mesi seguenti il confronto tra la grafia della lettera e quella di Binda, trovò riscontri positivi. Sulla base di queste somiglianze, il 15 gennaio 2016 l'uomo fu incriminato ufficialmente per l’omicidio Macchi. Da giovane frequentava lo stesso giro di CL della ragazza, e secondo la Procura aveva un rapporto molto stretto verso di lei, “una sorta di infatuazione”. Il 23 aprile 2018 La Corte d’Assise di Varese ha condannato Stefano Binda all’ergastolo[3].
Ma c’è un ultimo colpo di scena riguardo il delitto di Simonetta Ferrero. La mia curiosità su questo caso, che conoscevo, si è riaccesa in seguito alla lettura di un articolo di giornale che parlava della misteriosa morte della madre dell’attrice Agostina Belli, uccisa nel 1970 nella pensione che dirigeva vicino alla stazione centrale di Milano. Un delitto mai risolto. Agostina Belli racconta che: «Sono stati gli stessi poliziotti che mi hanno consigliato di smettere, 'Lei non sa con chi ha a che fare' mi hanno detto. Dopo aver assoldato dei detective, ho cominciato a ricevere minacce di morte, 'Farai la fine di tua mamma', mi dicevano»[4].

Ora, dal 1970 al 1975, nella zona della Stazione centrale, furono uccise con identiche modalità almeno nove donne, tanto che gli inquirenti all’epoca sospettarono l’esistenza di un serial killer. Questi i loro nomi:
Adele Margherita Dossena: 17 febbraio 1970, “affittacamere".
Salvina Rota: 7 luglio 1971, commessa in un grande magazzino.
Simonetta Ferrero: 24 luglio 1971, impiegata Montedison.
Valentina Masneri Tribolati: 17 marzo 1975disegnatrice di moda.
Infine quattro prostitute, sempre nella zona della stazione di Milano: Olinda V. detta "Olly la rossa" per i suoi lunghi capelli ricci rosso fuoco; una certa “Betty dei camionisti” perché solitamente batteva in fondo a via Mecenate, all'angolo con la tangenziale-est dove sostavano i TIR; Rosetta D. B., la brunetta del “Bottonuto”; e Graziella, di viale Suzzani, detta la “Zia”, in zona Ospedale Niguarda.
Solo ultimamente qualche articolo sul Web che tratta della morte di Simonetta Ferrero, parla anche del serial killer che forse si aggirava per Milano a metà degli anni Settanta. Nessuno però cita mai quello che fu il sospettato numero 1 del delitto, Manlio Irmici. E non ditemi che non lo fanno perché fu scagionato per insufficienza di prove. Forse ci fu un qualche blocco della magistratura sul suo nome ? E perché non è mai stato evidenziato il fatto che nelle vicinanze della Cattolica c’era l’imponente caserma Garibaldi?

Fonti principali oltre a tutti gli articoli reperibili sul delitto, oltre a tutte le trasmissioni reperibili oggi:

Dondi, Fabio A. Miller. Italia Criminale dei Misteri - "Professione detective" - un ex agente Criminalpol racconta...: Seconda parte - Investigazioni criminali (Collana Italia Criminale) (Italian Edition) (posizione nel Kindle 1584). Streetlib. Edizione del Kindle, p. 1584.

Avanti della Domenica, 12 settembre 1971.

fonte: http://larapavanetto.blogspot.com/

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